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'Foibe' di Pupo e Spazzali

COMUNICATO DEL DIRETTORE IN MERITO AL LIBRO “FOIBE” DI PUPO E SPAZZALI..

Come i miei affezionati lettori bene sanno, ho dato alle stampe alcuni studi sulla questione delle “foibe”, ed ho trovato che si parla del mio lavoro nel testo “Foibe”, edito da Bruno Mondadori e curato da Raul Pupo e Roberto Spazzali. I toni con cui se ne parla mi hanno però sorpresa, innanzitutto perché sono stata inserita nel capitolo dedicato a “negazionismo e riduzionismo” in materia di “foibe”. Questo nonostante avessi già precedentemente fatto rilevare (anche ad uno degli autori di questo libro) che ritengo inesatta e fuorviante, oltre che offensiva, questa definizione. Ribadisco a questo scopo quanto già scritto in una lettera inviata il 17 marzo scorso al direttore della rivista “Millenovecento”.
Ritengo fuorviante l’attributo di “negazionista” dato alle mie ricerche, visto anche che per “negazionismo” si intende correntemente la linea di ricerca di storici neonazisti che negano la Shoah, quali ad esempio il dottor David Irving; e mi offende ed addolora trovarmi accomunata a simili ricercatori, quali anche il dottor Giorgio Rustia che (egli sì in senso
“negazionista”) nelle sue “ricerche”storiche ha sostenuto che il campo di internamento di Gonars in Friuli “è una bufala ancora peggiore della Risiera di San Sabba”.
Ritengo inoltre che chi giudica “negazionisti” i miei studi in materia, non deve avere capito molto delle mie ricerche, perché mi sembra di essere stata abbastanza chiara sul fatto che non ho “negato” il fenomeno foibe, mi sono semplicemente limitata a cercare di operare una distinzione tra quella che può essere stata la realtà dei fatti e la “mitologia” che invece vi è stata creata (a scopi politici) intorno; e per fare ciò ho consultato e citato documenti (accessibili a tutti e tutti in lingua italiana) dei quali non è mai stata negata l’attendibilità. Da essi risulta che non ci furono “migliaia di infoibati” nell’Istria del ’43, ma furono uccise tra le 400 e le 500 persone (dati del rapporto del maresciallo dei Vigili del Fuoco Harzarich che diresse i recuperi e dati del federale dell’Istria Bilucaglia, citato da Luigi Papo); così come risulta che dalla provincia di Trieste nel maggio ’45 sono scomparse circa 500 persone, delle quali una quarantina sono state recuperate dalle “foibe” del circondario (da archivi dello Stato civile e rapporti dell’epoca). Ho inoltre sostenuto che le vendette personali che causarono la maggior parte degli
“infoibati” (nel senso letterale del termine) della Provincia di Trieste, non possono essere ascritte a responsabilità del movimento partigiano nel suo complesso: ma neppure per questo ritengo corretta la definizione di “negazionista”.
Inoltre ho constatato che gli autori di “Foibe” parlano del mio libro (nel capitolo dedicato alle “tesi militanti”) non entrando nel merito del mio studio ma richiamandosi piuttosto a quanto Rustia ha pubblicato nel suo libro di risposta al mio.
“Nel 1997 la giornalista triestina Claudia Cernigoi diede alle stampe il volumetto (il corsivo è mio, n.d.r.) Operazione foibe a Trieste (…). I contenuti della pubblicazione – che non solo criticava la tesi del “genocidio nazionale”, ma che metteva radicalmente in discussione molte delle informazioni date solitamente per acquisite in merito agli infoibati della primavera del
1945 – e i suoi toni fortemente polemici, provocarono vivaci reazioni, soprattutto da parte delle associazioni patriottiche, d’arma e dell’esodo giuliano-fiumano-dalmata. Dopo prolungati botta e risposta sulla stampa locale, Giorgio Rustia (…) ha pubblicato il suo corposo (anche qui il corsivo è mio, n.d.r.) Contro operazione foibe a Trieste nel quale ha sottoposto a minuzioso esame il lavoro della Cernigoi, rilevando non poche omissioni, imprecisioni e interpretazioni giudicate capziose. Al di là delle contestazioni puntuali, per le quali non si può che rinviare al libro e all’ampia documentazione ivi prodotta, dell’opera di Rustia meritano qui rilevare il tono requisitorio e la vis polemica nei confronti del mondo accademico e, più in generale, della ricerca storica”.
Dunque, un lettore del testo di Pupo e Spazzali viene a conoscenza del mio lavoro (un volumetto) solo in quanto, in seguito alle “vivaci reazioni” suscitate dai toni “fortemente polemici” (da cui l’impressione generale che io abbia scritto non un testo di ricerca storica ma un pamphlet) Rustia ha redatto un corposo testo nel quale fa delle “contestazioni puntuali” al mio lavoro. Però gli autori non dicono dove e come io abbia eventualmente sbagliato: lasciano ai lettori di andare a cercare i due testi, cosa che nessuno farà e quindi ciò che rimarrà nella memoria di chi legge è che Rustia, che pure ha toni requisitori e vis polemica, appare come uno studioso attendibile che ha “puntualmente” contestato Cernigoi. Successivamente nel libro è riportato parte di un brano di Rustia che, oltre a falsificare la realtà dei miei scritti, è anche offensivo per me, e qui non vado a trascrivere.
Come ho già scritto in altra sede, il modo che ha Rustia di fare controinformazione su certi argomenti è quello di estrapolare frasi e spezzoni dai vari documenti per darne poi un’interpretazione del tutto personale e spesso fuorviante; inoltre, nonostante siano apparse più di una volta sulle pagine dei giornali chiarificazioni e smentite delle interpretazioni da lui date a frasi stralciate di qua e di là, egli insiste nel ribadire sempre gli stessi concetti e trinciare gli stessi giudizi.
Rustia mi attribuisce delle frasi che io, o non ho mai sostenuto, oppure ho ben documentato (come si può agevolmente constatare leggendo il mio libro e le polemiche intercorse tra me e lui sulla stampa locale): quando queste posizioni di Rustia vengono pubblicate senza alcun commento o critica nel libro di Pupo e Spazzali, lasciano al lettore il dubbio che magari Rustia abbia ragione nell’attribuirmi le falsità che scrive. E queste sono cose che non posso accettare, da storici che hanno credibilità a livello nazionale.
Naturalmente accetto che mi vengano fatte delle critiche, però mi sembra di avere il diritto di chiedere che le critiche che mi vengono fatte siano su basi concrete e non semplicemente tacciandomi di “negazionismo” senza motivazioni di sorta.
Nel corso della presentazione del libro, avvenuta il 5 dicembre, Pupo ha spiegato cosa intendono loro per “riduzionismo” e
“negazionismo”. Essi hanno deciso di accettare la terminologia “infoibati” nell’accezione più ampia che è stata usata negli anni, cioè comprendendo non solo le persone che furono uccise e gettate nelle foibe, ma anche i morti nei campi di prigionia, i fucilati dopo processo, in genere gli arrestati e poi scomparsi nell’autunno del ’43 e nella primavera del ’45, considerando il termine nel suo significato “simbolico” e non letterale, dicono. Di conseguenza, coloro che (come la sottoscritta ed il prof. Samo Pahor) sostengono che si può parlare di “infoibamenti” solo nei casi in cui effettivamente le vittime furono uccise nelle foibe, mentre per le altre vittime andrebbero considerati altri termini di analisi, diventano automaticamente “riduzionisti e negazionisti” (delle teorie di Pupo e Spazzali, ovviamente).
Il conto torna, dunque. Ma la verità storica?

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