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15 Ottobre: Indignarsi è sacrosanto, Teppistizzarsi no.

INDIGNARSI È SACROSANTO, TEPPISTIZZARSI NO.

Ero a Roma il 15 ottobre, e vorrei raccontare i fatti come li ho visti io. Chiedo scusa in anticipo se sarò dietrologica e inizio con questa premessa: a me i riots, le violenze fini a se stesse, il teppismo, non piacciono, non li considero politicamente validi né eticamente accettabili, quindi sono in disaccordo con quanti, a sinistra, sostengono che questa violenza “nasce dal basso” perché la “gente è stufa”. La società si cambia con dei discorsi politici, non con il teppismo. Punto.
Torniamo a Roma, 15 ottobre, giornata degli indignati. Primo pensiero: intelligente da parte delle autorità preposte all’ordine pubblico dare l’uso di una piazza alla quale si accede da una strada ancora pavimentata a sanpietrini?
Secondo punto. Non ho visto tutto il corteo e le relative violenze (data la vastità dell’insieme sarebbe stato difficile) però posso dire alcune cose. Gli “incappucciati” non erano “centinaia”, checché ne dicano gli organi di stampa (“Liberazione” compresa). Le prime serrande a cui è stato dato fuoco non erano né di banche né di multinazionali, ma di un innocuo negozio di articoli per animali.
Sprangare auto, anche se di lusso, non serve a niente, e ciò per quanto riguarda la prima parte della manifestazione.
Preciso che poi io ho vissuto gli scontri in via Manzoni, all’altezza più o meno di via Tasso.
Avendo visto del fumo nero in lontananza, ho raggiunto quasi l’inizio del corteo ed ho visto che era stato dato fuoco ad un’auto nei pressi di un edificio del Ministero della Difesa. A distanza di pochi minuti, un gruppetto (circa una decina) di incappucciati si è accanito contro la filiale di una banca, sfasciando con notevole perizia le vetrine ed il bancomat. Nel frattempo altri cinque o sei elementi si dedicavano ad appiccare (in maniera scientifica, devo dire) fuoco ad alcune automobili, dall’una e dall’altra parte della strada, poi hanno piazzato cassonetti in mezzo alla strada e dato loro fuoco. Il tutto in maniera repentina e molto coordinata.
Devo precisare che in questa mezz’ora di fuoco e scoppi vari, dovuti forse a petardi, forse a fumogeni, forse ad altro, non s’è vista ombra di polizia o altre forze dell’ordine, ma sono stati i manifestanti a cercare di cacciare fuori dal corteo i “neri” dando loro dei “fascisti”? e che la barricata di fuoco non era rivolta ad assenti o quantomeno invisibili forze dell’ordine, ma (ritengo) al resto dei manifestanti, che evidentemente dovevano essere lasciati indietro in quanto non “funzionali” all’operazione in corso.
E qualcuno si è posto il problema che un auto può anche esplodere, che accanto ad un suv dato alle fiamme ha preso fuoco anche un’utilitaria e che il fuoco si è esteso anche ad un albero del viale, attaccato ad un palazzo di appartamenti? Che in situazioni simili ci può anche scappare il morto?
Della battaglia a piazza San Giovanni e zone limitrofe posso dire poco, non l’ho vista di persona tranne nelle ultime parti, con lo scambio di pietre e lacrimogeni ed i caroselli dei blindati. Trovo aberrante il comportamento di chi è stato preposto a gestire l’ordine pubblico (se avesse dovuto gestire il disordine pubblico meriterebbe invece un plauso, perché questo è riuscito benissimo), ed a questo punto voglio fare un’analisi politica (anche dietrologica) del tutto.
I black bloc: entità misteriosa che entra in scena al momento opportuno per (mi si scusi la caduta di stile) rompere i coglioni ai movimenti, trasformando in guerriglia urbana una manifestazione del tutto legittima. Giovani, giovanissimi (ma erano giovani a Genova 10 anni fa e sono giovani ancora oggi? Allora non sono gli stessi…), tutti maschi, accompagnati da uno o due uomini maturi. Preparatissimi nell’arte del sabotaggio (il modo di incendiare le auto per fare il maggior danno possibile è da manuale), del fare le barricate, lanciare di tutto: come se avessero fatto dei corsi per imparare a farlo, come se lo facessero per mestiere. E qui entra la dietrologia: perché continuare a riconoscere la buona fede di “incazzati” a certe persone e non pensare invece che siano dei commandos addestrati apposta per certe situazioni?
Al di là del fatto che siano o no mercenari del riot, quello che trovo più di tutto pericoloso in questa situazione è il discorso politico che ne esce fuori. Il grosso difetto (che fa sì che poi accadono di queste cose) del movimento degli indignati è che è un movimento non apolitico ma antipolitico. Non vogliono i partiti, dicono, né le forze politiche organizzate. Bisogna ribellarsi e basta. Ovvio che a questo punto, mancando i discorsi politici (perché chi fa i discorsi politici è in genere una forza politica, altrimenti si parla per slogan e si fa solo demagogia qualunquista che non serve a cambiare il sistema politico), rifiutando i discorsi politici, si accetta come “naturale” l’esasperazione di chi non ne può più e si mette a spaccare vetrine. E qui casca l’asino: perché il sistema politico si cambia con discorsi politici, perché rifiutando la politica si accetta la logica di chi spacca vetrine e di conseguenza si dà ragione al potere costituito, quello delle banche che strozzano i più poveri, del capitale che sfrutta la forza lavoro finché gli conviene, dei governi vergognosi che non tutelano i cittadini ma pensano solo agli interessi dei loro componenti. Perché tra una spranga e un blindato fisicamente comunque vince il blindato, che oltretutto in questo caso (voglia o non voglia ) rappresenta la legalità, mentre se si fa il ragionamento politico che se i soldi ci sono bisogna andarli a prenderli dove ci sono e ridistribuire la ricchezza, se vengono fatti intervenire i blindati, allora è il blindato che non rappresenta più la legalità, perché impedisce di esprimere un diritto costituzionalmente riconosciuto, la divulgazione del proprio pensiero politico.
Per questo penso che solo ritrovando la dignità della politica, dei discorsi politici, rivendicando il nostro diritto ad “essere partito”, non necessariamente un partito unico, ma diversi partiti che hanno dei programmi politici ed in base a questi agiscono, si possono cambiare le cose. Indignarsi è giusto e sacrosanto, ma non basta, bisogna agire, ed agire politicamente e non violentemente. Questa credo sia oggi la sfida della sinistra dopo la manifestazione di Roma.

Claudia Cernigoi

Ottobre 2011

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