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      Mučeniška Pot


15 Ottobre a Roma: Procedere con Cautela.

VACANZE (DI LEGALITÀ…) ROMANE.

Ero a Roma il 15 ottobre, e vorrei raccontare i fatti come li ho visti io. Chiedo scusa in anticipo se sarò dietrologica e inizio con questa premessa: a me i riots, le violenze fini a se stesse, il teppismo, non piacciono, non li considero politicamente validi né eticamente accettabili, quindi sono in disaccordo con quanti, a sinistra, sostengono che questa violenza “nasce dal basso” perché la “gente è stufa”. La società si cambia con dei discorsi politici, non con il teppismo. Punto.
Torniamo a Roma, 15 ottobre, giornata degli indignati.
Un pomeriggio bellissimo, il cielo di un azzurro profondo, sole e caldo praticamente estivo. Siamo arrivati con il pullman al parcheggio vicino alla stazione della metro, centinaia di persone che scendono assieme le scale ed io, la solita austroungarica sto preparando l’euro per fare il biglietto quando vedo lo sportello della macchinetta aprirsi verso di me e l’operatore dirmi, in romanesco, non hai mai visto un distributore di biglietti che si muove da solo e non vuole essere pagato?
Eravamo praticamente solo noi manifestanti nella metro, e la piazza davanti la stazione Termini era talmente stracolma che ho perso subito di vista tutti i compagni con cui ero arrivata. Pazienza, mi sono detta, vado in giro per conto mio e faccio foto.
Non sto a descrivere la bellezza del colore delle bandiere e degli striscioni, della fantasia e della creatività dei cartelli, della moltitudine di persone di tutte le età e di tutti i colori che hanno dato vita ad un momento che mi ha dato davvero la sensazione che era nato qualcosa di nuovo. Potete andare a visitare la galleria fotografica n. 25 di questo sito e guardare le foto da 1 a 6 (se non si apre la foto in anteprima cliccate ugualmente, il sito funziona un po’ a casaccio).
Poi ho visto il fumo in lontananza (foto 7) e ho deciso di andare a vedere. Lungo la strada una macchina di lusso sfasciata. Come da copione, mi dico e vado avanti, dove trovo che è stato dato fuoco alla serranda di un negozio di articoli per animali. Vicino al Colosseo un compagno mi dice che Cobas e Notav assieme hanno sbattuto fuori dal corteo un ragazzino vestito di nero col passamontagna; ma più avanti vedo che c’è altro fumo, tanto fumo e proseguo.
Mi sono trovata in via Manzoni, in un pezzo di corteo che mi sembrava disorganizzato, non c’erano spezzoni unitari, ma molta gente che mi ha dato l’impressione di essere spaesata. Qui si può inserire la foto n. 8. Ed in effetti c’erano auto che bruciavano, poi una decina di incappucciati si è accanita contro la filiale di una banca, sfasciando con notevole perizia le vetrine ed il bancomat. Nel frattempo altri cinque o sei elementi si dedicavano ad appiccare (in maniera scientifica, devo dire) fuoco ad alcune automobili, dall’una e dall’altra parte della strada, poi hanno piazzato cassonetti in mezzo alla strada e dato loro fuoco. Il tutto in maniera repentina e molto coordinata. Su questi eventi le foto da 9 a 13.
Devo precisare che in questa mezz’ora di fuoco e scoppi vari, dovuti forse a petardi, forse a fumogeni, forse ad altro, non s’è vista ombra di polizia o altre forze dell’ordine, ma sono stati i manifestanti a cercare di cacciare fuori dal corteo i nerovestiti dando loro dei “fascisti”; e che la barricata di fuoco da loro eretta non era rivolta ad assenti o quantomeno invisibili forze dell’ordine, ma (ritengo) al resto dei manifestanti, che evidentemente dovevano essere lasciati indietro in quanto non funzionali all’operazione in corso.
E qualcuno si è posto il problema che un auto può anche esplodere, che accanto ad un suv dato alle fiamme ha preso fuoco anche un’utilitaria e che il fuoco si è esteso anche ad un albero del viale, attaccato ad un palazzo di appartamenti? Che in situazioni simili ci può anche scappare il morto? Ed aggiungo che erano i giornalisti a gridare ai manifestanti “via dalle macchine” e “calma, calma, niente panico”, perché la maggior parte della gente non sapeva da che parte voltarsi e cosa fare, e sono stati gli unici a dare un minimo di aiuto per evitare che qualcuno si facesse male veramente.
Nel frattempo (ma questo l’ho saputo dopo) aveva luogo la battaglia di piazza San Giovanni, che non ho visto se non in alcuni ultimi momenti. Ma intanto erano arrivati i poliziotti coi lacrimogeni anche dove eravamo noi e con una perfetta azione da par condicio hanno gasato sia noi sia i nerovestiti, che da parte loro hanno continuato a gettare di tutto (non so se petardi o che) più verso i manifestanti che non contro la polizia (o almeno questa è stata la mia impressione).
Bene o male abbiamo raggiunto la strada che porta a piazza San Giovanni. A proposito, molto lungimirante da parte delle autorità preposte all’ordine pubblico dare l’uso di una piazza alla quale si accede da una strada ancora pavimentata a sanpietrini.
Della battaglia a piazza San Giovanni e zone limitrofe posso dire poco, non l’ho vista di persona tranne nelle ultime parti, con lo scambio di pietre e lacrimogeni ed i caroselli dei blindati. Vi segnalo le ultime due foto, 14 e 15 (poi ho finito la pellicola… eh sì, sono rimasta affezionata alla mia vecchia Yashica).
Ma ho anche assistito ad una scena che sembrava tratta da un film del neorealismo italiano: un poliziotto in assetto antisommossa aveva fermato una ragazza, piccolina, magra, non in tenuta da guerrigliera urbana (sandali e canottiera e calzoni di tipo indiano) e stava cercando di farla entrare in un blindato quando una signora di mezza età si è messa a gridare “lasciala, lasciala!” e poi, rivolta alla gente che era lì: “liberiamola, forza, non lasciamola portare via!”.
A quel punto un gruppo di persone ha circondato il poliziotto e la ragazza, che si dimenava, ed alla fine, spostandosi, la ragazza si è mezza sdraiata sul cofano di un auto in sosta, ed un ragazzo africano l’ha afferrata per le spalle, l’ha fatta scivolare oltre il cofano e la ragazza, confusa nella folla, è corsa via ed è sparita.
Come ho detto prima, sembrava una scena di Rossellini. Un minimo momento di positività in una giornata che avrebbe dovuto avere tutto un altro percorso, e che invece, come da copione, del resto, è finita come sappiamo.
Ed ora intendo fare alcune riflessioni.
Innanzitutto trovo incomprensibile il comportamento di chi è stato preposto a gestire l’ordine pubblico (se avesse dovuto gestire il disordine pubblico meriterebbe invece un plauso, perché questo è riuscito benissimo), ed a questo punto voglio fare un’analisi politica (sì, anche dietrologica) del tutto.
I black bloc: entità misteriosa che entra in scena al momento opportuno per (mi si scusi la caduta di stile) rompere i coglioni ai movimenti, trasformando in guerriglia urbana una manifestazione del tutto pacifica. Giovani, giovanissimi (ma erano giovanissimi a Genova 10 anni fa e sono giovanissimi ancora oggi? Allora non sono gli stessi…), tutti maschi, accompagnati da uno o due uomini maturi. Preparatissimi nell’arte del sabotaggio (il modo di incendiare le auto per fare il maggior danno possibile è da manuale), del fare le barricate, lanciare di tutto: come se avessero fatto dei corsi per imparare a farlo, come se lo facessero per mestiere. E qui interviene la dietrologia: perché continuare a riconoscere la buona fede di “incazzati” a certe persone e non pensare invece che siano dei commandos addestrati apposta per certe situazioni?
Mi scuso se mi auto-cito, ma vorrei qui riprendere l’articolo che avevo scritto una ventina di giorni prima della manifestazione del 15, partendo dalle dichiarazioni che il compianto (in quanto ci ha lasciato senza vuotare il sacco) presidente emerito Francesco Cossiga ha rilasciato a “Il Giorno” in data 23/10/08 (in un momento in cui si stavano svolgendo scontri di piazza).
“Lasciarli fare. Ritirare le forze di Polizia dalle strade e dalle Università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città.
Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di Polizia e Carabinieri.
Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano. Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!”.
Fin qui uno che di ordine pubblico se ne intendeva, se ricordiamo cosa accadeva negli anni ‘70 in Italia.
Ma tanto per restare in argomento, leggiamo cosa scrive Emmanuel Amara (“Abbiamo ucciso Aldo Moro”, Cooper 2008, pag.42) a proposito del “Club di Berna” che si era formato all’inizio degli anni 70, tra capi di polizia dei paesi europei aderenti al Mercato Comune (ma era presente anche un rappresentante del governo della Romania) e un esponente dell’FBI. Il presidente “onorario” era il nostro Umberto Federico D’Amato.
Questo “Club” aveva lo scopo di bloccare i terroristi e pertanto aveva deciso di organizzare un’infiltrazione su vasta scala all’interno dei gruppi inserendo al loro interno infiltrati che diventassero “gli elementi più coraggiosi e più spietati”; insomma la consegna era non introdurre “confidenti o informatori ma veri e propri terroristi completamente liberi di agire”. Alla fine l’infiltrazione servirà più che non per bloccare il terrorismo per screditare le organizzazioni di estrema sinistra. Così leggiamo in una direttiva dei servizi segreti americani del 1970: “allo scopo di garantire nei paesi amici la stabilità (è necessario) penetrare l’insorgenza con servizi segreti (…) con il compito di formare gruppi di azioni tra gli elementi più radicali (…) nei casi in cui l’infiltrazione nel gruppo guida non sia stata efficacemente attuata si possono ottenere effetti utilizzando le organizzazioni di estrema sinistra”.
Questo piano di infiltrazione nell’estrema sinistra fu denominato “Chaos”, e visto tutto quello che è accaduto dopo (e la manifestazione del 15 a Roma la possiamo inserire in questo “tutto”), possiamo ritenere che abbia ottenuto l’effetto desiderato.
Ma al di là del fatto che siano o no mercenari del riot, quello che trovo più di tutto pericoloso in questa situazione è il discorso politico che ne esce fuori. Il grosso difetto (che fa sì che poi accadono di queste cose) del movimento degli indignati è che è un movimento non apolitico ma antipolitico. Non vogliono i partiti, dicono, né le forze politiche organizzate. Bisogna ribellarsi e basta. Ovvio che a questo punto, mancando i discorsi politici (perché chi fa i discorsi politici è in genere una forza politica, altrimenti si parla per slogan e si fa solo demagogia qualunquista che non serve a cambiare il sistema politico), rifiutando i discorsi politici, si accetta come “naturale” l’esasperazione di chi non ne può più e si mette a spaccare vetrine. E qui casca l’asino: perché il sistema politico si cambia con discorsi politici, perché rifiutando la politica si accetta la logica di chi spacca vetrine e di conseguenza si dà ragione al potere costituito, quello delle banche che strozzano i più poveri, del capitale che sfrutta la forza lavoro finché gli conviene, dei governi vergognosi che non tutelano i cittadini ma pensano solo agli interessi dei loro componenti. Perché tra una spranga e un blindato fisicamente comunque vince il blindato, che oltretutto in questo caso (voglia o non voglia ) rappresenta la legalità, mentre se si fa il ragionamento politico che se i soldi ci sono bisogna andarli a prenderli dove ci sono e ridistribuire la ricchezza, nel caso vengano fatti intervenire i blindati, allora è il blindato che non rappresenta più la legalità, perché impedisce di esprimere un diritto costituzionalmente riconosciuto, la divulgazione del proprio pensiero politico.
Per questo penso che solo ritrovando la dignità della politica, dei discorsi politici, rivendicando il nostro diritto ad “essere partito”, non necessariamente un partito unico, ma diversi partiti che hanno dei programmi politici ed in base a questi agiscono, si possono cambiare le cose. Indignarsi è giusto e sacrosanto, ma non basta, bisogna agire, ed agire politicamente e non violentemente. Questa credo sia oggi la sfida della sinistra dopo la manifestazione di Roma.

Ottobre 2011

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