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A Proposito del Giorno del Ricordo 2007

GIORNO DEL RICORDO 2007.

Nel precedente intervento dal titolo “Giornata della memoria e giorno del ricordo” avevamo preannunciato un’analisi di alcune recenti dichiarazioni di politici ed opinionisti locali in materia di “confine orientale”. Nel frattempo il “giorno del ricordo” è passato, e con esso altre dichiarazioni, opinioni, prese di posizione e polemiche di vario tipo. Per quanto concerne la censura cui si è cercato di sottoporre alcuni storici, tacciandoli falsamente e comodamente di “negazionismo”, vi rimandiamo ad altra parte del sito. Qui parleremo invece delle ripercussioni che queste “giornate del ricordo” così impostate possono avere sulle relazioni internazionali del nostro Paese.
Nel convegno organizzato dalle associazioni delle comunità istriane il 19 gennaio scorso, abbiamo seguito con interesse le convergenze degli interventi di Stelio Spadaro e di Fausto Biloslavo, cosa che potrebbe sembrare curiosa, considerando le loro diverse provenienze politiche, ma che, alla luce delle recenti dichiarazioni del presidente Napolitano, non ci stupisce poi tanto.
Spadaro ha iniziato dicendo che è da anni che cercare di far comprendere a tutto il Paese che la questione dei nuovi confini sorti dopo la guerra, con la “perdita dell’Istria”, è una “tragedia nazionale” e non solo locale, e che era questo il motivo per cui si era attivato ad organizzare il dibattito tra Violante e Fini del 1998, proprio perché “fosse noto a personaggi di quel calibro” che si trattava di una vicenda nazionale.
Spadaro ha anche ribadito un concetto che abbiamo sentito esporre, in modi più o meno simili, da diversi intervenuti nel corso dei dibattiti estivi della “fiera del libro dell’Adriatico”, e cioè che, nonostante l’Italia nei fatti non sia stata “molto a lungo” nella Venezia Giulia, ha lasciato però una “esperienza specifica” che bisogna ribadire. La “specificità”, secondo Spadaro, consisterebbe in una “tradizione di antifascismo e di socialismo istriani” che si sarebbe distinta per dividersi dal “nazionalismo sloveno e croato” che avrebbe invece, sempre secondo il rappresentante dei DS, impregnato il movimento di liberazione jugoslavo.
Il futuro della regione istriana, ha concluso Spadaro, è in un’Italia democratica ed in un’Europa federale, perché si basa su una “esperienza secolare autoctona”, della “civiltà delle culture del Nord Adriatico”; pur ribadendo che non bisogna guardare al passato, Spadaro è del parere che in questa Europa che si apre verso est non c’è motivo di non riconoscere la grande esperienza unitaria degli italiani dell’Adriatico nordorientale, senza la quale esperienza tutta la civiltà adriatica risulterebbe “povera e distorta”.
Non riferiamo tutto l’intervento di Biloslavo (che ha parlato di “infoibatori”, delle stragi della ex Jugoslavia, del suo “vissuto” di “nipote di infoibato e figlio di profugo”, come sempre nei suoi interventi) ma solo le conclusioni. Biloslavo ha sostenuto che i tempi sono maturi per un atto di riconciliazione “tra l’Italia e gli eredi della Jugoslavia”, che dovrebbero inginocchiarsi assieme sui “luoghi della memoria”, che sarebbero, sempre secondo il giornalista, la Risiera di San Sabba, la foiba di Basovizza e, ma solo “se proprio gli sloveni lo ritengono necessario”, il campo di Gonars.
Biloslavo ha poi ricordato il suo passato nel Fronte della gioventù, dei cortei da esso organizzati negli anni ‘70 dove inneggiavano ad una “idea di Europa” che è la stessa che aveva Woytila, cioè un’Europa unica dall’Atlantico agli Urali, dove, dice Biloslavo, devono entrare anche croati e serbi e nella quale devono trovare “spazio le idee di libertà e di giustizia negata agli esuli”, perché è sbagliato accettare l’adesione di nuove nazioni se non sono fatte azioni per ristabilire la verità negata e non si è fatta giustizia sui beni rapinati.
Biloslavo ha chiuso dicendo che la denazionalizzazione dei beni richiesta dalla chiesa deve valere anche per i beni degli esuli italiani ed ha espresso il suo forte desiderio di tornare nelle terre dei suoi nonni: lo slogan “volemo tornar” ribadito in varie manifestazioni degli esuli non deve rimanere solo uno slogan, ma un concetto da realizzare, recuperando i beni, acquistando le terre e le case, il tutto in nome di “un’Istria regione d’Europa”. Ci è sembrato in ogni caso avere assunto dei toni molto più moderati dall’epoca (settembre 1997) in cui, intervenendo ad un convegno organizzato da Azione Giovani per presentare un libro sulle “foibe” dal titolo “Il rumore del silenzio” (10/9/97) s’era chiesto perché non sia mai esistita un’organizzazione per la liberazione dell’Istria come invece è esistita una organizzazione per la liberazione della Palestina ed ha poi concluso auspicando che “il mare Adriatico diventi pacificamente, culturalmente quello che è sempre stato: un lago italiano”.
È già da anni che su queste pagine stigmatizziamo e denunciamo la pericolosità di certi discorsi che sentiamo fare da alcune parti politiche e da alcune organizzazioni degli esuli istriani a proposito di una “euroregione istriana”. Ricordiamo nel lontano 1998 una proposta “trasversale” tra Fronte giuliano indipendentista ed alcuni rappresentanti degli esuli che intendevano richiedere il ripristino del vecchio Territorio Libero di Trieste, unificando zone che oggi appartengono ad Italia, Slovenia e Croazia, come “apripista” per l’istituzione di una regione istriana unificata; i proponenti non avevano specificato sotto quale sovranità questo “territorio” (il TLT è stato abrogato nei fatti dal trattato di Osimo) avrebbe dovuto trovarsi, né si erano posti il problema della reazione degli Stati interessati. Una “euroregione istriana” è da anni anche nei programmi degli incontri tra Riccardo Illy (ora governatore del Friuli Venezia Giulia ma all’epoca ancora sindaco di Trieste e poi parlamentare, sempre eletto nell’ambito del “centrosinistra”) e Joerg Haider, governatore della Carinzia di formazione politica piuttosto destrorsa.
Questa proposta di “euroregione”, fatta a tavolino da alcuni politici senza chiedere il parere ai politici degli altri Stati che sarebbero interessati da una proposta del genere, non ci sembra cosa né ben fatta, né corretta dal punto di vista dei rapporti internazionali. Anche perché, volendo aggregare le popolazioni di questi territori, sarebbe necessario agire in modo internazionalista e non nazionalista, come invece fa chi sottintende una sovranità (quantomeno “culturale”) italiana all’interno dell’area interessata. Aggiungiamo che in questi giorni “del ricordo delle foibe e dell’esodo” si sono sprecati i toni di neoirredentismo, di più o meno velato disprezzo nei confronti dei popoli “slavi”, di criminalizzazione del movimento di liberazione jugoslavo, per non parlare del vittimismo di chi, pur avendo perso una guerra d’aggressione, rimpiange i territori perduti per effetto di un trattato di pace che ha (ovviamente) tenuto conto dello svolgimento del conflitto. E, cosa più grave di tutte, questi concetti sono culminati nel discorso del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che, ci spiace doverlo dire, non ci è sembrato (nonostante il parere favorevole di quasi tutte le forze politiche) un discorso storicamente accettabile né politicamente adatto a rilassare i rapporti con i “vicini di casa”, in questo caso lo stato croato.
Ma su cosa non siamo d’accordo con il nostro Presidente? Ad esempio quando egli parla di “ripercorrere la tragedia di migliaia e migliaia di famiglie, i cui cari furono imprigionati, uccisi, gettati nelle foibe”, noi ribadiamo che non furono “migliaia e migliaia” le famiglie di “infoibati”, e lo diciamo non perché siamo “negazionisti” ma perché i documenti storici che abbiamo analizzato (e per i quali vi rimandiamo alle varie pubblicazioni da noi curate) parlano di altri numeri, nettamente inferiori. A meno che il Presidente non intenda come “gettati nelle foibe” anche coloro che morirono diversamente (per fatti di guerra, di malattia nei campi di internamento per militari, condannati a morte dopo processo), ma in tal caso insistiamo nel dire che non si fa un buon servizio né alla verità storica né alla convivenza civile se si dice una cosa per l’altra.
Successivamente il Presidente dice che “già nello scatenarsi della prima ondata di cieca violenza in quelle terre, nell’autunno del 1943, si intrecciarono giustizialismo sommario e tumultuoso, parossismo nazionalista, rivalse sociali e un disegno di sradicamento della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia. Vi fu dunque un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica”.
Ora, se analizziamo storicamente queste affermazioni, troviamo che sono carenti da alcuni punti di vista che andrebbero invece integrati. Diciamo innanzitutto che la “prima ondata di cieca violenza in quelle terre” non si scatenò “nell’autunno del 1943”, ma era da diversi anni che l’oppressione fascista prima e l’invasione militare italo-germanica poi avevano causato prevaricazioni, violenze, eccidi, deportazioni e rappresaglie crudeli, che avevano comportato la morte di moltissimi civili e la distruzione di interi villaggi. Così, dopo l’8 settembre 1943, in piena guerra, al momento in cui l’esercito italiano andò allo sbando, si verificarono sicuramente fatti di violenza che causarono la morte di circa trecento persone, per lo più possidenti, funzionari del Fascio, militari e forze dell’ordine. Fu una rivolta di popolo, che però non interessò l’intero territorio istriano e che comunque fece molte meno vittime di quelle che furono fatte dal ripristino “dell’ordine” nazifascista, rivendicate nell’ordine di migliaia dalla propaganda dell’epoca. Perché il nostro Presidente ricorda, nel calvario del popolo istriano, solo i morti uccisi dai partigiani e non anche quelli massacrati dall’esercito del Reich, alleato di quella parte di italiani che non vollero accettare l’armistizio ma diedero poi vita alla Repubblica golpista di Salò?
Successivamente vorremmo richiamare l’attenzione sul fatto che la Venezia Giulia dell’epoca non era un territorio dove la “presenza italiana” era storicamente autoctonamente compatta, infatti venivano compresi sotto questa denominazione anche territori abitati esclusivamente da sloveni o croati (pensiamo alle zone di Tolmino, Postumia, la valle del Vipacco e l’interno dell’Istria, la zona di Ilirska Bistrica e del Monte Nevoso), mentre sulle coste le zone erano mistilingui. Ricordiamo anche che non fu la Jugoslavia ad invadere l’Italia per riprendere possesso delle zone abitate da sloveni e croati o per annettersi quelle miste, ma fu l’Italia fascista ad invadere la Jugoslavia occupando ulteriori territori compattamente “slavi”. Se, alla fine del conflitto, la potenza vincente acquisì dei territori che la potenza sconfitta aveva precedentemente acquisito per meriti di guerra (e pensiamo anche al fatto che la città di Fiume, che il trattato di Rapallo non aveva dato all’Italia, fu dall’Italia annessa con un colpo di mano), non possiamo parlare né di “disegni annessionistici” per chi non aveva iniziato la guerra, né successivamente di “pulizia etnica” nei territori rimasti alla Jugoslavia, dove la comunità italiana ha sempre goduto di diritti civili che, ad esempio, la comunità slovena in Italia non ha ancora visto riconosciuti. Del resto, è uno dei temi preferiti dagli “esuli” istriani, quello di ribadire che la presenza italiana in Slovenia e Croazia è in continua crescita, numericamente e culturalmente: come questo concetto possa coniugarsi con il concetto di “pulizia etnica” è cosa che noi non riusciamo a comprendere.
Questi che abbiamo espresso sono solo spunti di riflessione e di meditazione, ma che vorremmo venissero presi in considerazione dalle personalità politiche che si esprimono su questi argomenti, prima di fare affermazioni che possono ferire i sentimenti altrui e creare tensioni tra popoli e Stati.

Febbraio 2007.

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