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A Proposito di Villeggiature

Tra le recenti esternazioni del nostro presidente del consiglio, dott. cav. tessera P2 n. 1816 Silvio Berlusconi, una di quelle che più hanno suscitato interesse è stata la battuta sul fatto che un cavaliere precedente, di nome Benito e cognome Mussolini, quando spediva la gente al confino li mandava in villeggiatura. Questa interpretazione berlusconiana non trova però riscontro in alcuni documenti ufficiali dell’epoca, che qui citiamo tanto per dare a Cesare ciò che è di Cesare ed al fascismo ciò che si merita: cioè che fu un regime criminale e che chi non lo ammette oggi ha evidentemente comunanza ideologica con esso.

Il primo documento è del dicembre 1942. Il giorno 15, l’Alto Commissario per la provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, scrisse al Comando dell’XI corpo d’armata in merito allo stato degli internati civili dell’isola di Arbe.
“Il medico provinciale ha avuto occasione di visitare (…) un gruppo di tali internati rientrati da Arbe, riscontrando che presentavano nell’assoluta totalità i segni più gravi della inanizione da fame e cioè: dimagramento patologico con assoluta scomparsa dell’adipe anche orbitrario, ipotonia e ipotrofia grave dei muscoli, edemi da fame degli arti inferiori, emeralopia, intolleranza alimentare (vomito e diarrea o grave stipsi), lieve atassia, autointossicazione febbrile”.
La preoccupazione di Grazioli, va detto a suo onore, non era per le tremende condizioni fisiche degli ex internati ma piuttosto perché il loro stato di salute “potrebbe apportare gravi conseguenze alle condizioni sanitarie della provincia (…) ed essere origine di malattie infettive…”.
A questa lettera, il generale Gastone Gambara (comandante dell’XI Corpo d’Armata) così rispose “con la seguente cinica nota scritta di suo pugno”1:
Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo” (il grassetto è nostro, n.d.r.).
Il secondo documento risale a pochi mesi dopo. Il dirigente dell’Ispettorato Speciale di PS, Giuseppe Gueli, che diede ordine di internare, dal 24.2.43 al 7.9.43, 1.793 “ribelli e parenti dei ribelli” (se uomini a Cairo Montenotte, se donne a Fraschette di Alatri), prelevati nel circondario della nostra provincia, si occupò anche di seguire cosa accadeva alle persone che egli inviava nei campi di concentramento, come leggiamo in una “riservata” avente come oggetto i “soccorsi per gli internati”.
“In occasione di alcuni fermi recentemente operati in diverse stazioni ferroviarie della Venezia Giulia, questo Ufficio ha avuto modo di accertare che le persone fermate, provenienti da Cairo Montenotte e Fraschette di Alatri erano in possesso di pacchetti di lettere che gli internati ai quali avevano portato denaro, viveri e corrispondenza, avevano loro consegnato, brevi manu, per recapitarlo alle proprie famiglie. Qualcuna ha dichiarato di avere avuto esplicito permesso dal Comando Stazione CC. RR. di provenienza (…) occorre che tale traffico abbia immediatamente termine per le seguenti ragioni:
1) Nella Venezia Giulia tale forma di soccorso ha assunto l’aspetto di vera manifestazione di solidarietà con gli internati, da parte della popolazione allogena, che fa a gara col dare denaro, indumenti o commestibili. Permettendo ciò, si darebbe la sensazione che i campi di concentramento siano luoghi di villeggiatura, la qual cosa annullerebbe il fine per il quale questo Ispettorato (…) provvede all’internamento dei familiari dei ribelli
(il grassetto è nostro, n.d.r.), ché di ottenere così la costituzione di coloro che fra essi sono fortemente attaccati alla famiglia e la successiva costituzione anche dei recalcitranti, quando saranno venuti a conoscenza che alla costituzione dei loro compagni è seguito il ritorno immediato dei congiunti internati (…) Insomma i campi di concentramento debbono essere ritenuti luoghi di severa punizione morale ed economica, e la liberazione dei familiari dei ribelli (…) un premio ed una leva per indurre gli altri, rimasti con i ribelli, a costituirsi. (…) prego voler disporre che sia impedita, con tutti i mezzi l’applicazione di siffatta attività procedendo al fermo, sia in partenza che in arrivo, delle persone che si recano nei comuni, sedi di campo di concentramento, per recapitare danari, indumenti e viveri e provvedendo al sequestro del materiale del quale siano trovati in possesso. I fermati dovranno a mezzo di ordinaria corrispondenza dell’Arma essere tradotti ed internati nel carcere di Trieste a disposizione di questo Ispettorato (…)”2.
Quanto all’altra esternazione, sul fatto che Mussolini non avrebbe ammazzato nessuno, rimandiamo il nostro premier alla lettura del libro curato da A. Da Pont, A. Leonetti, F. Maiello, e L. Zocchi, “Aula IV. Tutti i processi del tribunale speciale fascista”, edito da La Pietra nel 1976. Per quanto riguarda soltanto la nostra regione, vogliamo ricordare che furono condannati a morte dal tribunale speciale fascista i seguenti oppositori politici (combattenti e no): Vladimir Gortan nel 1929; Ferdinand Bidovec, Franc Marussič, Luigi Valencich, Zvonimir Miloš nel 1930; Pinko Tomažič, Ivan Vadnal, Simon Kos, Viktor Bobek e Ivan Ivančič nel 1941.

Note:

1 Il commento è di Giuseppe Piemontese, curatore del libro “Ventinove mesi di occupazione italiana della Provincia di Lubiana”, edito a Lubiana nel 1946.
2 Lettera del 20.4.43, conservata nell’Archivio di Stato di Frosinone.

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