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      Mučeniška Pot


A sessant'anni dalla Liberazione

Vogliamo dedicare questo inserto di aprile, mese in cui cade il sessantesimo anniversario della liberazione dell’Europa dal nazifascismo, ad una serie di riflessioni e di pensieri su cui ci siamo soffermati in questi giorni.
Sessant’anni or sono il mondo aveva deciso di farla finita con il nazifascismo e con le sue idee di prevaricazione, sfruttamento, violenza. Quale mondo abbiamo di fronte oggi, dopo il sacrificio di tanti per gli ideali di libertà e rispetto dell’uomo verso l’uomo?
Innanzitutto viviamo in un tempo di guerra che, se pure non è stata ufficialmente dichiarata, miete da anni migliaia di vittime: una guerra condotta da chi ha deciso di essere l’incarnazione del Bene che si oppone al Male, dove il Male viene identificato di volta in volta con chi non vuole omologarsi alle idee dell’autonominatosi “impero del bene”. Il cui imperatore, Sua Maestà George W. Bush, che non batte ciglio nell’ordinare bombardamenti e massacri di popolazioni inermi e confermare esecuzioni capitali nel proprio Paese, si mobilita al punto da varare una legge ad hoc per impedire ad una disgraziata creatura ridotta a stato vegetativo da 15 anni di morire in pace (come tra l’altro vuole il marito), adducendo il motivo che “la vita è la cosa più importante”. Motivo che evidentemente conta per lui solo riguardo a chi potrebbe morire di morte naturale, e non per arma da fuoco.
Probabilmente è stato proprio in nome di questo tipo di rispetto per la vita umana che i suoi uomini hanno sparato contro l’automobile che trasportava Giuliana Sgrena all’aeroporto, ammazzando l’uomo che l’aveva appena liberata, Nicola Calipari. E, a prescindere dalle varie questioni oscure che ancora rimangono nella ricostruzione dei fatti (quanti e quali proiettili sono stati sparati; come mai una pioggia di fuoco tale ha ucciso solo una persona e con un solo colpo alla testa, quasi si fosse trattato di una esecuzione, mentre gli altri occupanti dell’auto se la sono cavata tutto sommato a buon mercato; se ci fosse stata o no una quarta persona a bordo dell’auto; perché mai la giornalista sia stata ricoverata, e per tanti giorni, in un ospedale militare: tanto per citare solo gli interrogativi che ci vengono alla mente per primi), ci domandiamo come mai il nostro governo, che sembra avere tanto a cuore la sorte dei propri concittadini quando muoiono all’estero in missioni che ci dicono “di pace” ma sanno tanto di guerra, abbia accettato supinamente l’assassinio di uno dei propri migliori uomini dell’apparato dei servizi da parte di militari di un esercito straniero, ancorché nostro alleato. Nessuna crisi diplomatica, dopo le prime proteste, tutto pare essersi sgonfiato, e amici come prima, con o senza scuse e giustificazioni.

Parliamo ora di liberazione e di antifascismo, pensando al monumento che si vuole erigere a Trieste, nella piazza centrale della città. Un monumento voluto già dalla precedente gestione del sindaco Illy (che passa per essere di “centrosinistra”), un monumento che vorrebbe equiparare i morti di ogni tendenza politica come “vittime di tutti i totalitarismi”, onorando il torturato assieme al suo torturatore, il morto nel lager col suo deportatore e così via.
Ma noi ricordiamo che fu proprio l’allora sindaco Illy a voler proporre che si eliminasse dall’elenco delle festività civili il 25 aprile, perché non aveva senso (secondo lui) continuare a festeggiare la Liberazione. E proponeva invece di festeggiare, al posto del 25 aprile, il 21 marzo, giorno di primavera, come giornata della pacificazione. La proposta cadde nel vuoto dopo una serie di proteste di parte di quella che viene definita (a parer nostro impropriamente) “società civile”, e ciò che rimase è solo il monumento in costruzione.
Ma la data del 21 marzo che era stata proposta all’epoca da Illy, non è una data tanto casuale come potrebbe pensare qualcuno, una data che fa soltanto riferimento all’inizio della primavera. Infatti, stante che presso il monumento alla “foiba” di Basovizza c’è una lampada votiva in bronzo che sarebbe stata collocata da una non meglio identificata Opera Mondiale delle Lampade della Fraternità, abbiamo condotto una ricerca in Internet su questo argomento ed abbiamo trovato che nel 1957 San Benedetto (santo che si festeggia proprio il 21 marzo) fu nominato da papa Pio XII “patrono degli speleologi, poi degli architetti e degli ingegneri italiani. Riconosciuto santo della pace e insigne costruttore dell’ordine sociale, ogni anno raccoglie intorno alla sua tomba (al monastero di Montecassino, n.d.r.) i vincitori ed i vinti dell’ultima guerra, pellegrini di tutte le nazioni già belligeranti, che presso di lui proclamano propositi di cristiano amore tra i popoli ed accendono le cosiddette Lampade della Fraternità”.
Quindi la proposta di Illy non era soltanto un’estemporanea idea primaverile, ma probabilmente era stata ispirata da ben precisi disegni, che se non sono farina del sacco del nostro ex sindaco, probabilmente sono farina del sacco di qualche suo stretto consigliere o collaboratore.

Sempre in questi giorni, uno degli argomenti che trovano maggiore spazio sul “Piccolo” è quello delle scritte inneggianti a Tito che vengono composte con le pietre (in perfetto stile “linee di Nazca”) sui versanti dei monti che guardano verso l’Italia. Tito che viene poi scomposto in “Fido” o in “Slo” e regolarmente ripristinato, mentre dalla nostra parte del confine qualcuno si è messo a comporre “W l’Italia”, come se le due cose fossero in contrapposizione tra di loro (obiettivamente, a parer nostro, nell’ambito della libertà di opinione, inneggiare a Tito e all’Italia rientra nei diritti personali di ciascuno).
Quindi ci risultano incomprensibili i commenti scandalizzati dei politici italiani (anche “di sinistra”) che chiedono l’eliminazione della scritta “Tito”, sostenendo che è il caso di finirla con i sentimenti di “odio”. Solo nell’immaginario fascista il nome di Tito è collegato a sentimenti di odio; per il popolo jugoslavo e per gli internazionalisti, invece, il nome di Tito è sempre stato sinonimo di uguaglianza delle persone e di fratellanza fra i popoli. Inneggiare a Tito oggi non ci sembra voler propagandare messaggi di odio, come invece vogliono farci credere coloro che hanno deciso che il comunismo ed il nazifascismo sono ambedue ideologie criminali, che Tito e Stalin erano uguali a Hitler e Mussolini e che oggi, dunque, non devono esistere più ideologie perché sono tutte sbagliate e tutte da condannare nello stesso modo. La logica insomma di chi vuole il monumento alle vittime di tutti i totalitarismi e vorrebbe che invece di festeggiare il 25 aprile come giornata della liberazione, si festeggi il 21 marzo come giornata di “pacificazione”.

Quando abbiamo letto il nome del consulente storico per la fiction “Il cuore nel pozzo”, ci siamo manzonianamente chiesti: Giovanni Sabbatucci, chi è costui? Abbiamo fatto delle ricerche in Internet ed abbiamo scoperto che è un autore di testi storici per le scuole, al che ci siamo messi le mani nei capelli perché abbiamo pensato che una persona che conosce la storia nel modo in cui ci è stata presentata in quel telefilm, vuol dire che non è in grado di fornire informazioni corrette agli studenti.
Però poi abbiamo scoperto che Sabbatucci non è solo un anonimo estensore di libri scolastici: ci è stato detto che di foibe aveva già parlato alla televisione nel corso dell’ormai famosa puntata del programma di Rai 1 “Mixer” dell’ottobre 1991, curato da Giovanni Minoli, nella quale per la prima volta Graziano Udovisi ha parlato della sua esperienza di “sopravvissuto dalla foiba” (e su Udovisi torniamo dopo). Inoltre abbiamo trovato il suo nome in diversi interventi su questioni inerenti al “caso Moro”: nella fattispecie, le analisi di Sabbatucci erano finalizzate a demolire le teorie di coloro che trovavano poco credibili e coerenti le ricostruzioni ufficiali della vicenda del rapimento e dell’omicidio del leader democristiano. Quindi Sabbatucci non sembra essere quello che potrebbe sembrare dopo aver visto la sceneggiatura del film, cioè uno sprovveduto che non sa di cosa parla e quindi ne parla a sproposito. Probabilmente, invece, Sabbatucci sa bene di cosa parla e le bestialità storiche che ci sono nel film non sono state messe a casaccio, ma con un preciso scopo propagandistico.

Parliamo ora di Graziano Udovisi, che è stato recentemente premiato nell’ambito degli Oscar televisivi per la migliore intervista rilasciata, cioè quella in cui racconta la sua “esperienza” di come si sarebbe salvato dall’“infoibamento”. Il fatto che in contemporanea sia stato premiato come migliore fiction “Il cuore nel pozzo”, la dice lunga sul dubbio se si tratti di arte o di propaganda, ma torniamo ad Udovisi, del quale abbiamo già parlato in altre sedi, che sostiene di essersi salvato “dall’infoibamento” e nello stesso tempo di avere “salvato un italiano” che sarebbe stato “infoibato” assieme a lui.
Però, se andiamo a cercare nella documentazione storica chi potrebbe essere l’italiano che Udovisi avrebbe salvato, troviamo che in un verbale del 1945 risulta che un certo Giovanni Radeticchio avrebbe dichiarato di essere stato gettato in una foiba presso Fianona assieme ad altre 5 persone e di essersi salvato, mentre le altre persone che erano con lui morirono tutte: e tra queste, secondo Radeticchio, c’è anche il nome di Graziano Udovisi.
Quindi, se crediamo al racconto di Udovisi, questi, che dice di avere salvato un italiano, ma non ne fa il nome, dovrebbe avere salvato Radeticchio, dato che Radeticchio sostiene di essere sopravvissuto alla “Foiba”. Mentre a voler credere al racconto di Radeticchio, Udovisi non solo non lo avrebbe salvato, ma non si sarebbe salvato neppure lui. Incomprensibile che nessuno storico o propagandista (come ad esempio i curatori del “Rumore del silenzio”, pubblicazione curata da Azione Giovani nel 1997), non abbiano rilevato nella loro pubblicazione, che riporta tutte e due le storie, questa contraddizione. Ma ancora più incomprensibile che Gianni Oliva (in “Foibe”, edito da Mondadori) riporti tutte e due le storie, una dopo l’altra, senza rilevare che si tratta della stessa vicenda; e che Pupo e Spazzali (in “Foibe” edito da Bruno Mondadori) riportino il racconto di Radeticchio senza minimamente accennare al fatto che anche Udovisi abbia poi raccontato la medesima esperienza. Invece Guido Rumici (in “Infoibati”, edito da Mursia), che riporta ambedue le storie, ha dichiarato, nel corso della presentazione a Monfalcone del suo libro (15/3/04) che, in risposta ad una sua precisa domanda, Udovisi gli avrebbe spiegato che all’epoca lui e Radeticchio si erano accordati per tacere l’uno dell’altro, perché temevano per la propria sorte. Questa spiegazione a noi non sembra avere molto senso, ma sembra che Rumici l’abbia considerata attendibile.
Poi, tanto per complicare la vicenda, leggiamo nel libro scritto a quattro mani da Anna Maria Mori e Nelida Milani, “Bora”, che lo zio di una delle due, tale Aurelio Codrich, sarebbe pure stato “infoibato” ma sarebbe riuscito a salvarsi: e per renderci conto di come funzionano i metodi di propaganda, vi riportiamo ora brani del racconto di Udovisi, così come lo troviamo nell’intervista rilasciata a Maria Paola Gianni su “Nuovo Fronte” n. 168 di novembre 1996, (intervista ripresa nel “Rumore del silenzio” l’anno successivo), intercalandoli con quanto appare in “Bora” (libro uscito nel 1998) del racconto dello “zio Aurelio”. E, a meno che non si tratti di un miracoloso esempio di telepatia memorialistica, ci troviamo di fronte, a nostro parere, ad un caso di plagio letterario bello e buono, stante che sono state usate addirittura le stesse espressioni e le stesse parole, come vedremo di seguito.
(U.= Udovisi; B.= “Bora”).
U.: “Ho guardato dentro la foiba, ma non vedevo niente, perché era mattina presto. Giù in fondo si scorgeva solo un piccolo riflesso chiaro”.
B.: “Guardò dentro la foiba senza vedere niente”.
U.: “Si sono tirati indietro e quando ho sentito il loro urlaccio di guerra mi sono buttato subito dentro come se questa foiba rappresentasse per me un’ancora di salvezza”.
B.: “Gli infoibatori si tirarono indietro e quando lui udì il loro urlaccio di guerra, cogliendoli di sorpresa si buttò subito dentro, come se quella foiba rappresentasse per lui la salvezza”.
U.: “A un certo momento, non so perché, sono riuscito a liberarmi una mano. Ho immediatamente nuotato verso l’alto e ho toccato una zolla con dell’erba, in realtà era una testa con dei capelli. L’ho afferrata e tirata in modo spasmodico verso di me e sono riuscito a risalire, ringraziando Iddio”.
B.: Teso e muto, riuscì a liberare le mani e a remigare verso l’alto, aggrappandosi a quella che credeva una zolla, dell’erba, ma presto capì che era la testa di un uomo che rantolava aiuto, allora l’afferrò, la tirò a sé, il terremoto nel cuore e una furibonda volontà di non mollare, e cominciò a risalire”.
Vorremmo a questo punto astenerci da ulteriori commenti, però ci piacerebbe che questo problema venisse sollevato di fronte alle autorità competenti nel giudicare la diffusione di notizie false o esagerate tendenti a creare un clima di tensione o di discriminazione etnica. Ed anche a verificare se dare l’Oscar televisivo ad una intervista come questa non sia forse stato impreciso: una cosa del genere si sarebbe piuttosto meritata il premio per la migliore fiction.

In conclusione un paio di parole sulla visita del ministro Giovanardi in regione (24 marzo). Giovanardi si è recato a rendere onori ai 12 carabinieri che secondo la vulgata generale (lanciata da Antonio Russo e ripresa da Marco Pirina) sarebbero stati massacrati nel 1944 presso Tarvisio dopo atroci torture da “partigiani di Tito”. Giovanardi non ha evidentemente tenuto conto che questi carabinieri avevano tradito il giuramento da loro prestato al legittimo governo italiano (quello del Regno del Sud e di Badoglio), obbedendo invece al governo golpista di Salò e collaborando con le forze armate del Reich tedesco, in quanto erano stati comandati da questi a difesa di una centrale elettrica. Tralasciando il fatto che altre risultanze storiche dicono che i carabinieri non furono selvaggiamente massacrati dai partigiani, ma erano stati fatti prigionieri e morirono durante l’attacco subito dai partigiani da parte dei nazisti, pensiamo che onorare questi carabinieri collaborazionisti col nazismo (con tutto il rispetto che si prova umanamente per i morti) sia offensivo nei confronti di tutti gli altri carabinieri che pagarono con la deportazione nei lager e spesso con la vita, la loro fedeltà al giuramento prestato e si erano quindi rifiutati di obbedire agli ordini dei nazisti.

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