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Almirante, il Depistatore.

GIORGIO ALMIRANTE, IL DEPISTATORE.
Nel corso delle udienze del 23/4/10 e del 4/5/10 davanti ai giudici di Brescia, il generale Gianadelio Maletti, che nel 1974 era il numero due del Servizio informazioni difesa, il SID, raccontò la vicenda che andiamo a riassumere.
Va però preliminarmente spiegato che all’interno del Servizio Maletti rappresentava l’ala “andreottiana”, cioè la parte che, pur essendo ostile a slittamenti a sinistra del Paese non era favorevole ad un intervento golpista di destra (al contrario del suo superiore, capo del SID, il generale piduista Vito Miceli), come si era visto l’anno prima, quando Maletti aveva inviato il capitano Labruna ad incontrare il costruttore (anch’egli piduista) Remo Orlandini, per cercare di tenere sotto controllo i preparativi golpisti dei veterani del fallito golpe Borghese del 1970. Accenniamo solo brevemente al fatto che dalle registrazioni delle conversazioni furono poi cancellati tutti i riferimenti alle persone che non dovevano essere coinvolte nelle indagini di allora sui tentativi di colpo di stato in corso, come ad esempio Licio Gelli (il Venerabile della P2 che anche secondo Orlandini avrebbe tenuto le fila del golpe) il cui nome non emerse nell’inchiesta che comunque portò ad un sostanziale proscioglimento di tutti i congiurati (su questo vi rinviamo alla lettura della Sentenza ordinanza del Giudice Guido Salvini 1995 sull’eversione dell’estrema destra, che è reperibile anche in rete a questo indirizzo
http://www.storiavicentina.it/sentenza-giudice-salvini-1995.html).
Vediamo la testimonianza di Maletti, resa a 36 anni di distanza dai fatti narrati.
Dopo la strage di piazza della Loggia (Brescia, 28/4/74, otto morti e centodue feriti), il SID fu avvertito da uno dei suoi informatori, la fonte “Tritone” (al secolo Maurizio Tramonte), infiltrato negli ambienti di Ordine nuovo del Veneto, che c’era il rischio di un altro attentato, a tempi brevi, dato che in alcune riunioni di ordinovisti egli aveva sentito dichiarare da Carlo Maria Maggi, dirigente della struttura, che l’attentato di Brescia non doveva restare isolato, perché si inseriva nell’ottica della guerra psicologica portata avanti da ON, che prevedeva di “aprire un conflitto risolvibile solo con lo scontro armato”, conflitto cui si poteva giungere tramite la strategia della tensione, cioè la realizzazione di attentati che portassero ad un clima di terrore. Dopo Brescia l’obiettivo sarebbe stato la città di Bologna, perché Bologna per i “fascisti veneti” rappresentava “un simbolo, un punto di vista politico e amministrativo dei comunisti in Italia”.
Di fronte a queste informazioni il generale Miceli, si guardò bene dall’informare i responsabili delle forze dell’ordine (polizia e carabinieri) e la magistratura, scelse invece, a metà luglio, di inviare il suo sottoposto Maletti a parlare con il segretario del MSI Giorgio Almirante, allo scopo, sostanzialmente, di dirgli di “frenare i suoi, di badare alla compattezza del partito senza permettere che ci fossero frange eversive”; e Maletti non parlò ad Almirante di quanto aveva riferito “Tritone”, si limitò ad accennargli al sospetto che un deputato del suo partito fosse in contatto con elementi eversori terroristi.
Le più recenti rivelazioni di Maletti si incastrano nei fatti che erano già noti da tempo e che riassumiamo ora.
Il 17 luglio Almirante, accompagnato dal presidente del partito, Alfredo Covelli, andò dal dirigente dell’Ispettorato antiterrorismo, Emilio Santillo. Tale struttura era stata istituita da pochi giorni, in seguito allo scioglimento ordinato dal Ministro degli interni Paolo Emilio Taviani (definito successivamente da Francesco Cossiga uno dei fondatori della struttura Gladio) dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, forse a causa dell’attività depistatrice condotta fino allora da suoi funzionari, primo fra tutti il dirigente Umberto Federico D’Amato, che ritroveremo tra un po’.
Almirante però non mise a parte Santillo delle confidenze di Maletti, gli narrò una storia molto diversa, e cioè che un avvocato romano, Aldo Basile, gli aveva riferito di avere appreso da una “fonte” che nei sotterranei dell’Istituto di fisica dell’Università di Roma, una cellula composta da studenti del PCI aveva nascosto candelotti di esplosivo per compiere un attentato ad un treno in partenza da Roma Tiburtina. Che il 12 luglio tale “fonte” aveva deciso di fare delle proprie indagini ed aveva trovato nei locali attenzionati una “cartina millimetrata della stazione” con un appunto, 5.30 ed il nome Palatino, cioè il treno che alle 5.30 partiva dalla Tiburtina.
Pertanto l’Ispettore generale Santillo allertò la Questura romana per mettere sotto sorveglianza il Palatino (anche se, dietro indicazione dell’allora capo della polizia Efisio Zanda Loy era già attivata all’epoca la sorveglianza ai treni), e furono posti sotto stretta sorveglianza anche alcuni studenti comunisti, segnalati dalla “fonte” dell’avvocato.
A fine luglio l’allora responsabile della polizia di prevenzione per la sicurezza nel settore ferroviario, Umberto Federico D’Amato (che ricordiamo era stato rimosso dal ruolo di dirigente dell’UAR dal 3 giugno), fece però revocare le misure di sicurezza disposte sui treni, ed il 4 agosto all’una del mattino un ordigno esplose sul treno Italicus (che era il treno che effettivamente partiva dalla Tiburtina, mentre il Palatino partiva dalla stazione Termini) all’altezza di San Benedetto Val di Sambro, 40 minuti prima dell’arrivo alla stazione di Bologna, provocando 12 morti e 48 feriti.

Il 6 agosto in Parlamento Almirante ribadì la “pista rossa” per questa strage, criticando inoltre Santillo per non averlo ascoltato. E lo fece anche nel corso delle udienze presso la Corte d’Assise di Bologna nel corso del procedimento per la strage, ma non parlò mai dell’incontro avuto con Maletti.
Il 12 agosto 1974, invece, si presentò alla redazione del quotidiano Paese sera (di orientamento comunista) la “fonte” dell’avvocato Basile (il quale risultò tra i probiviri del MSI, anche se Almirante aveva negato che appartenesse al partito), cioè il bidello Francesco Sgrò, che disse di avere inventato la “pista rossa” su proposta dell’avvocato Basile, che gli aveva consegnato un milione e promesso altri dieci milioni. E che i nomi degli studenti da lui segnalati erano di persone che gli erano antipatiche. L’avvocato Basile negò queste accuse, e fu creduto, ma risultò che la moglie del bidello aveva versato sul conto in quei giorni una somma di 700.000 lire di cui non seppe spiegare la provenienza.
(Il nome di Sgrò comparve nuovamente nel corso delle indagini sulla Uno bianca, ma ovviamente non possiamo approfondire qui quest’altra vicenda).
In sintesi, sia il SID, sia Giorgio Almirante sarebbero stato in grado di fornire delle notizie che avrebbero potuto impedire la strage dell’Italicus, ma il servizio non parlò ed il segretario dell’MSI preferì depistare gli inquirenti su un’inesistente “pista rossa”.
Aggiungiamo che ad un certo punto della strage dell’Italicus fu accusato il neofascista Mario Tuti. La prima denuncia era stata presentata da una donna ma fu archiviata da un magistrato che era il genero di Licio Gelli (e la denunciante fatta ricoverare come mitomane in una casa di cura); nel 1975 fu però emesso un mandato di cattura nei confronti di Tuti, che invece di costituirsi sparò contro i poliziotti venuti ad arrestarlo, uccidendone due e ferendo il terzo, e poi dandosi alla fuga. Fu prosciolto dall’accusa di essere l’autore della strage, ma fu condannato all’ergastolo per l’omicidio dei poliziotti (viene spontaneo chiedersi però: se era innocente, perché ammazzare due poliziotti per non farsi arrestare?) e durante la detenzione nel carcere di Novara nel 1981 uccise Ermanno Buzzi, il fascista condannato per la strage di Brescia che sembrava essere sul punto di rivelare i nomi dei mandanti, e nel 1982 Carmine Palladino, anch’egli sospettato di essere un “infame”.
A tutt’oggi non esiste alcun colpevole per la strage dell’Italicus, così come non sono noti i colpevoli della strage di Brescia; mentre i responsabili dei vari tentativi golpisti, chiaramente identificati nelle indagini del GI Guido Salvini concluse nel 1995, essendo stati prosciolti all’epoca non possono più essere perseguiti; Mario Tuti oggi in regime di semilibertà gira le scuole per “sensibilizzare” gli studenti contro l’uso delle droghe; e Giorgio Almirante viene considerato alla stregua di uno dei “padri della patria” a cui intitolare vie e piazze ed al quale, nel centenario della nascita, si dedicano convegni a volte anche con il patrocinio delle istituzioni democratiche.
Questa è l’Italia, bellezza.

novembre 2014

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