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Analisi di Metodologie Storiografiche: Marina Cattaruzza

METODOLOGIE STORIOGRAFICHE: IL CASO DI MARINA CATTARUZZA.

Parafrasando la teoria della “casta” dei politici di Gian Antonio Stella, possiamo rilevare che esiste anche una “casta” di intellettuali (storici o divulgatori) che decide quali autori promuovere e quali “ignorare”, indipendentemente dal valore intrinseco delle loro opere. Intendiamo iniziare una serie di brevi analisi di alcuni testi che, a parere nostro, portano dei vizi di forma e di contenuto che vanno evidenziati per evitare di creare confusione nel lettore che, spesso, non è abbastanza smaliziato o non ha sufficienti basi di preparazione per comprendere quali sono i contenuti validi e quali no.
La storica triestina Marina Cattaruzza ha recentemente pubblicato uno studio dal titolo “L’Italia e il confine orientale” (Mulino 2007), lavoro ampiamente lodato dalla “casta” degli intellettuali, nonostante ad una lettura critica appaia, più che come un lavoro di ricerca autonoma, come una raccolta di citazioni di cose già scritte da altri autori (sono infatti citati moltissimi testi ma pochissimi documenti). Non intendiamo intervenire nel merito del valore dell’intero studio, ma solo fare delle osservazioni sulla metodologia dell’esposizione di Cattaruzza in merito a taluni fatti storici, analizzando alcuni passaggi.
A pag. 236 la studiosa parla del processo celebrato dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato nel 1941 contro lo studente comunista Pinko Tomažič ed altri 59 antifascisti sloveni, conclusosi con cinque condanne a morte (eseguite il 15/12/41). Nel corso del processo l’Osvobodilna Fronta-Fronte di Liberazione distribuì un volantino dal quale Cattaruzza estrapola questa citazione: “noi sloveni non abbiamo mai preteso neppure un palmo di terra italiana e così anche non abbiamo alcun interesse di opprimere alcun onesto italiano su terra slovena”.
Ad un lettore privo di preconcetti (ma che consideri cosa abbia significato il fascismo per la comunità slovena della Venezia Giulia) queste frasi dovrebbero semplicemente suggerire che l’OF intendesse “tendere la mano” agli antifascisti ed ai democratici di lingua italiana per la costruzione di un futuro comune di reciproco rispetto. Invece il commento di Cattaruzza, che esplicita l’interpretazione da suggerire al lettore, è: “la rivendicazione territoriale non poteva essere più esplicita”.
E dato che in genere il lettore si lascia influenzare dall’analisi proposta dall’autore, soprattutto se questo è uno studioso di fama, l’impressione che gli rimane è, indipendentemente dalle proprie valutazioni, quella “suggerita” dalla storica.
A pag. 242, invece, Cattaruzza parla della situazione in Istria dopo l’8/9/43, citando “la testimonianza dell’azionista Giovanni Paladin” (membro del Partito d’Azione all’interno del CLN triestino): “un’intera colonna di soldati italiani autotrasportati proveniente da Pola e diretta verso l’Isonzo si lasciò disarmare da un gruppo di contadini avvinazzati”. Se questo evento sia avvenuto realmente o no, non lo sappiamo: però il fatto è che Cattaruzza non specifica che Paladin non si trovava in Istria nel periodo e quanto scrive non può essere considerato “testimonianza” (non era presente ai fatti) ma solo citazione “per sentito dire” senza citare la fonte. Di per se stesso l’episodio non ricoprirebbe eccessiva importanza (con tutte le tragedie che avvennero nel periodo, un fatto del genere, sia o no avvenuto, non ha molto valore), non fosse che un lettore ignaro, che non conosce Paladin e non va a verificare i suoi scritti, è indotto a pensare che questi, indicato come “testimone” da Cattaruzza, si trovasse effettivamente in Istria al momento dell’armistizio, con le conseguenze relative per la valutazione di altre “testimonianze” attribuite a Paladin.
Alle pagine 277 e 278 troviamo, in nota, alcuni appunti sulla controversa vicenda di Luigi Frausin, il dirigente del PCI triestino membro del CLN, che fu arrestato e assassinato dai nazifascisti nell’estate del 1944. Una scuola di pensiero sostiene che Frausin sarebbe stato arrestato in seguito ad una delazione della componente filo-jugoslava del suo partito, in quanto il dirigente comunista non sarebbe stato favorevole all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia dopo la sconfitta del nazifascismo, ed a questo proposito Cattaruzza scrive: “soprattutto lo storico antifascista triestino Carlo Schiffrer propende per la tesi del tradimento da parte degli sloveni”. E poi aggiunge: “dichiarazioni stranamente ambigue in Pacor” (nel libro “Confine orientale”), il quale “non nega che nelle accuse ci possa essere qualche elemento di verità, giudica tuttavia tali asserzioni inopportune e non suffragate da prove incontrovertibili”.
In questo modo l’equilibrata posizione di Mario Pacor (che riporta la “voce” in maniera critica, non esistendo alcuna prova a suffragio) viene presentata come “ambigua”, mentre si dà piena credibilità alle “propensioni” di Schiffrer, che da parte sua non apporta alcuna “prova incontrovertibile”, proprio come sostenuto da Pacor. Però con tale lettura dei fatti Cattaruzza ribadisce (e propaga) come veritiera la mai provata teoria della “delazione slava” che avrebbe costato la vita a Frausin.
(Forse bisognerebbe ricordare che vi fu chi, processato come collaboratore e spia, rivendicò a sé l’arresto di Frausin: era un infiltrato nel movimento di liberazione, sicuramente non “filojugoslavo”, di nome Ezio Marsi. Ma di questo Cattaruzza non fa parola, nonostante si tratti di un fatto di dominio pubblico, citato in diversi testi).
Altra questione di “stile” o di “linguaggio”, se preferite, si trova a pag. 293, dove Cattaruzza, parlando del periodo di amministrazione jugoslava di Trieste (1° maggio/12 giugno 1945) scrive: “esponenti antifascisti venivano infoibati, inviati ai campi di prigionia in Slovenia o arrestati, come ad esempio lo storico socialista Carlo Schiffrer”. Naturalmente “si sa” che Schiffrer è sopravvissuto ai “40 giorni” (fu arrestato ai primi di maggio e rilasciato dopo un paio di giorni), ma un lettore disattento potrebbe essere indotto a credere, da come è costruita la frase, che anche Schiffrer sia stato “infoibato”.
Infine un esempio di come non si scrive la storia lo troviamo a pag. 294: “Un rapporto del quartier generale del XIII Corpo (britannico) al Comando supremo del Mediterraneo valutava che tra il 1° maggio e il 12 giugno nella sola provincia di Trieste fossero state uccise 3.000 persone”.
Questa affermazione, buttata là in mezzo a tante altre, non commentata, senza la conferma o la smentita della veridicità di essa, può servire solo ad aumentare la confusione, la mistificazione sul problema delle “foibe” (intendendo così le presunte esecuzioni sommarie operate dai partigiani nel maggio 1945). Cattaruzza cita questo passo senza dire quante effettivamente furono, da dati ufficiali, le persone scomparse “nella sola provincia di Trieste”, che non furono tremila, ma circa cinquecento. Perché lo fa?
Di fronte a questa critica, l’autrice potrebbe rispondere di essersi limitata a citare un documento e non averne avallato i contenuti. Vero: ma citando un documento senza dire se è o non è conforme alla realtà dei fatti (nel caso in questione non lo è), si lascia credere che l’affermazione è veritiera e (nel caso in questione) avallare la cifra di 3.000 uccisi a Trieste nei “40 giorni” e di conseguenza contribuire a perpetuare la mistificazione storica che parla di “migliaia di infoibati” per mano partigiana.
E così facendo non si fa né storia, né divulgazione, semplicemente si aumenta la confusione a scapito della realtà storica.

dicembre 2007

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