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Antipapo: Note Sull'Albo d'Oro di Luigi Papo.

L’ANTIPAPO: BREVI APPUNTI SULL’ALBO D’ORO DI LUIGI PAPO.

Uno dei più noti “esperti” in materia di foibe è Luigi Papo, che usa firmarsi “Luigi Papo de Montona”, quasi a sottintendere un titolo nobiliare, ma visto che non è nato nella cittadina istriana di Montona (né ne è originaria la sua famiglia: il padre, farmacista, vi si trasferì all’inizio del Novecento), bensì a Grado nel 1919, sarebbe più corretto si firmasse “Luigi Papo de Grado”, se proprio vuole mantenere la forma veneta del “de” invece che “da”.
Chi è Luigi Papo? Di lui si occuparono le cronache del Partito Fascista Repubblicano sul “Corriere Istriano” del 21/11/43. Titolo: “Come sorsero il Fascio e la Formazione d’assalto di Montona”. Leggiamo.
“La Squadra d’Azione di Montona, ora Formazione d’Assalto, fu costituita il 3 ottobre, il giorno stesso della liberazione dal dominio banditesco effettuato dalle valorose truppe alleate (cioè i nazisti, n.d.a.) per opera e volontà di un animoso, giovanissimo studente universitario d’Africa, Papo Luigi”.
Papo fu successivamente a comando del presidio della Milizia di Montona ed a capo del 2° Reggimento “Istria” della Milizia Difesa Territoriale (che, ricordiamo, nell’Adriatisches Küstenland era sotto il diretto comando germanico) il cui comandante era Libero Sauro (figlio dell’irredentista istriano Nazario, disertore dalla Marina austroungarica), che assieme al fratello Italo (lo stesso che aveva proposto al comando della SS di “trasferire” in Germania tutta la “popolazione allogena” della Slovenia) dirigeva i servizi di informazione della Repubblica Sociale nel litorale.
La Milizia di Montona si rese responsabile di eccidi e rastrellamenti; esistono alcune testimonianze registrate in merito alle azioni da essa compiute. Tra i vari racconti, uno dei più raccapriccianti riguarda un fatto avvenuto nei pressi di Montona, dove una ventina circa di miliziani irruppero nell’abitazione di un partigiano e lo uccisero davanti agli occhi della figlia sedicenne; dopodiché violentarono a turno la ragazza e se ne andarono dicendo “chi l’avrebbe detto che una partigiana era ancora vergine” (Intervista rilasciata a Claudia Cernigoi e Fabio Mosca da Giovanni Valenta, 4/12/97).
Ancora sul “Corriere istriano” (20/11/43) leggiamo che “tre banditi montonesi hanno concluso la loro carriera” perché la “formazione d’assalto montonese al comando del commissario del Fascio Papo Luigi, unitamente ad un gruppo di militi del presidio di Lovade (...) riuscivano a catturare (...) il bandito ricercato” cioè certo Giovanni Mattiassich, “mentre un suo fratello, Sandro detto Ljubo (...) cadeva sotto i colpi dei mitra. Un terzo fratello, colpito più volte, riusciva a dileguarsi nella notte, andando a morire poco lontano”.
Per ricostruire la biografia di Papo da qui in avanti ci siamo basati su quanto da lui stesso narrato nel libro “… e fu l’esilio” (edizioni Italo Svevo, Trieste 1998). Fuggito da Montona all’approssimarsi dell’Esercito di Liberazione, Papo venne arrestato a Trieste dai partigiani nel maggio ‘45, ma avendo dato un nome falso e non essendo conosciuto in città, dopo una breve permanenza alla caserma di San Giovanni (è Papo, tra l’altro, uno di coloro che hanno diffuso la “voce” - del tutto falsa - che nel cortile della caserma erano stati seppelliti alcuni dei prigionieri arrestati nei primi giorni dopo la liberazione di Trieste) ed al carcere del Coroneo, fu internato nel campo di Prestranek e liberato dopo due mesi (a questo proposito possiamo osservare che dopotutto basterebbe la sua storia per dimostrare che i partigiani non uccisero in maniera sommaria tutti coloro che arrestavano).
Tornato in Italia, Papo visse per un paio d’anni sotto falso nome (Paolo De Franceschi) in quanto sapeva di essere ricercato perché era stato inserito nell’elenco dei 750 criminali di guerra di cui la Jugoslavia aveva chiesto l’estradizione, addirittura davanti, in ordine di importanza, al suo stesso superiore Libero Sauro. Così lui stesso racconta come riuscì a farsi cancellare dall’elenco dei ricercati:
“L’onorevole Mario Scelba, allora ministro dell’Interno, sollecitato dall’on. Nino de Totto (che fu poi fondatore del Movimento Sociale a Trieste, n.d.a.) e dall’Autore (cioè lo stesso Papo, n.d.a.) si adoperò per l’archiviazione della richiesta di estradizione presentata dalla Jugoslavia”.
Nel 1946 Papo fu assunto dalla Croce Rossa Internazionale a Roma che gli diede l’incarico di occuparsi dell’Associazione Schedario Mondiale dei Dispersi, dove chiamò a lavorare con sé alcuni suoi vecchi collaboratori. Come contabile assunse Elio Eliogabalo che era stato ufficiale d’amministrazione del reggimento “Istria”; a dirigere l’Archivio Schedario mise un altro ex ufficiale del suo reggimento, Giovanni Stagni; infine, come segretario prese un altro “reduce” da Prestranek, Mario Scapin, che dopo essere stato ufficiale pilota all’epoca del fascismo, dopo l’8 settembre era divenuto questore di Varese “ma prima era stato uno dei triumviri che avevano ricostituito il Fascio a Trieste”, precisa Papo. Furono dunque queste persone ad occuparsi istituzionalmente del problema delle deportazioni e delle “foibe” nella Venezia Giulia (ma non solo: difatti l’ufficio era nato per i “dispersi” a livello mondiale), il che potrebbe aprire nuove chiavi di interpretazione sulla nascita di quella che ormai è nota come la “questione foibe”.
Per inquadrare la figura di Papo vale la pena di riportare questa sua non sappiamo se ironica o candida affermazione: “La storia quando serve alla propaganda può benignamente venire falsata” (in “L’Istria e le sue foibe”, Settimo Sigillo 1999, p. 230).
L’opera più famosa di Papo è il suo “Albo d’Oro”, un ponderoso volume con più di ventimila nomi di “giuliano-dalmati” morti durante la seconda guerra mondiale, uscito in varie edizioni (ma praticamente introvabile, non essendo distribuito nelle librerie). Nonostante la copertina riporti il disegno dello spaccato di una foiba, i ventimila nomi sono solo in minima parte di “infoibati”, tuttavia la forza dell’immagine fa sì che il volume sia considerato generalmente come elenco di “infoibati”. Papo ha preso in considerazione tutta l’area che comprende le vecchie province di Trieste e Gorizia (che allora avevano un vasto retroterra oggi compreso nella repubblica di Slovenia), l’Istria, Fiume, la Dalmazia, ed ha raccolto i nomi dei militari originari di queste zone morti in combattimento sui vari fronti (Africa, Russia...) oltre che dei militari caduti in combattimento nella zona, i caduti civili sotto i bombardamenti, una buona parte dei deportati dai nazisti nei lager tedeschi, molti partigiani, ed infine anche coloro che, dopo la Liberazione, furono arrestati dalle autorità jugoslave, processati e fucilati, oppure morirono nei campi di prigionia per militari, oppure ancora furono vittime di giustizie sommarie e regolamenti di conti, anche diversi anni dopo la conclusione del conflitto.
Questi ventimila nomi sono riferiti ad un periodo storico che inizia con il 16/10/40 (data di entrata in guerra dell’Italia) ed arriva fino ai giorni nostri: troviamo infatti il generale Licio Giorgieri (ucciso dalle BR a Roma il 28/3/87) ed il militare Andrea Millevoi (caduto a Mogadiscio l’1/7/93). Ma perché, ci chiediamo noi, Papo non ha nominato anche Pietro Greco, ucciso a Trieste dalla polizia il 9/3/85 oppure i giornalisti della RAI Marco Lucchetta, Saša Ota e Dario D’Angelo, caduti a Mostar nel 1994 per salvare un bambino da una granata, e l’operatore Miran Hrovatin assassinato a Mogadiscio, sempre nel 1994, assieme alla giornalista Ilaria Alpi?
Tra questi oltre ventimila nomi mancano però alcuni nomi di personaggi noti nella storia della Resistenza triestina, come la partigiana Alma Vivoda, uccisa da un carabiniere a Trieste il 28/6/43 (considerata la prima donna caduta nella Resistenza in Italia), sia il militante comunista Pinko Tomažič ed i suoi compagni, condannati a morte del Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato e fucilati ad Opicina dai fascisti il 15/12/41.
Nell’Albo d’oro troviamo invece tra le “vittime degli slavi” questa annotazione: “Serbo Eugenio, capitano 57° Rgt. Art. Div., rimpatriato dalla Germania fu catturato dagli Slavi e deportato nei pressi di Lubiana; risulta deceduto il 14/12/44 a Leitmeritz”.
Leitmeritz è però il nome tedesco di Litoměřice, cittadina che si trova nell’attuale Repubblica Ceca nei pressi di Terezin (che è la famosa Theresienstadt, la città-lager a nord di Praga dove furono rinchiusi circa 140.000 Ebrei, molti dei quali erano artisti, e che il regime nazista usò per “dimostrare” agli osservatori internazionali ed alla Croce Rossa che lì gli Ebrei erano “trattati bene”, dato che avevano una città tutta per loro nella quale era loro permesso pure di continuare le attività artistiche; in realtà la quasi totalità degli Ebrei che erano stati deportati a Terezin furono poi internati ed uccisi nei lager di sterminio di Auschwitz-Birkenau e Treblinka). Ci pare difficile che i non meglio identificati “slavi” nominati da Papo siano riusciti a deportare il capitano Serbo a Lubiana e farlo morire nel 1944 in un lager tedesco.
Un “aggiornamento” dell’Albo d’Oro (rispetto all’edizione da noi posseduta, che è del 1995) si trova nel sito www.isfida.it, sito della “Lega Nazionale di Istria Fiume e Dalmazia Mirabili lembi d’Italia, gruppo politico squisitamente monotematico”.
Premettiamo che, a differenza del testo cartaceo che riporta i nominativi divisi in diversi elenchi, a seconda dell’appartenenza e del periodo di scomparsa, ma generalmente (salvo alcuni errori) non riporta lo stesso nome in più di un elenco, nel sito questa correttezza d’informazione viene meno. Ad esempio troviamo il nome di Giovanni Steffè sia nell’elenco dei caduti della X Mas, sia nell’elenco degli uccisi a Trieste a “guerra finita”. Precisiamo noi, dato che il sito non lo dice, che Steffè fu effettivamente ucciso da militari jugoslavi in un tentativo di fuga mentre veniva condotto a Lubiana per essere processato per quanto da lui commesso come infiltrato nel movimento partigiano dopo il 1° maggio 1945: ruberie e violenze sulle persone arrestate conclusesi con gli “infoibamenti” dell’abisso Plutone (18 vittime). Una storia questa che dovrebbe tra l’altro dimostrare come la questione delle “foibe” sia ben lungi dall’essere chiarita, se alcune uccisioni furono commesse proprio da provocatori infiltrati. Ma se cercate un approfondimento del genere nei libri di Papo, state tranquilli che non lo troverete.
Infine dobbiamo aggiungere che negli “aggiornamenti” dell’Albo d’Oro presenti su questo sito, l’autore è riuscito a superare in creatività persino Marco Pirina, il noto ricercatore pordenonese che nell’elenco degli “scomparsi da Trieste per mano jugoslava” aveva totalizzato il 65% di errore su 1.458 nomi, inserendo anche persone uccise durante la guerra (tra cui partigiani e deportati nei lager nazisti), nomi di arrestati poi rimpatriati (quindi sopravvissuti) e persone uccise dopo la guerra per vari motivi. Infatti da “fonte archivio Papo” viene indicato nella sezione “Italia nel cuore” come “assassinato da elementi slavi nel 1972” un certo “Carlo Falvella da Trieste”.
Il 7/7/72 fu in effetti ucciso a Salerno un Carlo Falvella, dirigente del FUAN locale (se fosse originario di Trieste non lo sappiamo), ma il fatto avvenne nel corso di una rissa tra militanti di destra ed anarchici. L’anarchico Giovanni Marini (che sostenne di essere stato aggredito dai neofascisti e quindi di avere agito per legittima difesa) uccise Falvella nella colluttazione, ma non ci risulta che il nativo del Cilento Giovanni Marini fosse un “elemento slavo”, né siamo riusciti a trovare altri Carlo Falvella uccisi nel 1972.

novembre 2007




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