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Apologia di Scontri di Piazza ed Esercitazioni Paramilitari


APOLOGIA DI SCONTRI DI PIAZZA E DI ESERCITAZIONI PARAMILITARI.
Il 6 luglio scorso è stato presentato, a Trieste, un volume curato da Giorgio Tombesi, deputato democristiano negli anni ‘70 e dallo storico Giulio Cervani della Deputazione di storia patria, dal titolo “Trieste 1945-1954. Moti giovanili per Trieste italiana”, pubblicato dall’editore Del Bianco nella collana Civiltà del Risorgimento. Tra i relatori gli storici Giuseppe Parlato e Raoul Pupo, ma gli interventi più interessanti sono stati sicuramente quelli dei vari protagonisti delle vicende narrate, cioè dell’organizzazione di movimenti (non solo d’opinione, come vedremo poi) per “l’italianità” di Trieste.
Ricordiamo che dopo la fine della guerra la provincia di Trieste e parte dell’Istria furono per un periodo amministrate dagli Alleati, la prima, sotto amministrazione angloamericana era definita “Zona A”; la seconda, sotto amministrazione jugoslava, “Zona B”; le due zone avrebbero dovuto essere unite in un Territorio Libero di Trieste, mai attuato ancorché sancito da accordi internazionali. Nel 1954 Trieste passò sotto amministrazione italiana, ed il trattato di Osimo del 1975 mise fine a questa situazione ibrida, sancendo definitivamente la sovranità italiana e quella jugoslava sui territori fino allora amministrati.
Lo storico Roberto Spazzali nel recensire il libro sul “Piccolo” del 5 luglio si richiama ai “piani militari italiani, neanche tanto segreti, per preparare giovani e giovanissimi a una resistenza estrema in caso di violazione jugoslava della Zona A”.
Furono proprio questi “piani italiani”, così candidamente ammessi, che spinsero giovani studenti a scegliere la strada degli scontri di piazza, spesso con conseguenze tragiche, per creare un fronte di pressione per il ritorno dell’Italia a Trieste. Fu sul millantato, mai dimostrato, timore che la Jugoslavia avesse intenzione di “violare” la Zona A che si basarono ambienti politici ed istituzionali per condurre un progetto di tensioni e tragedie, che culminarono con i “moti per la Trieste italiana”, ma che già da anni avevano lasciato una scia di morti a Trieste negli scontri e negli attacchi che nazionalisti armati sferravano contro gli sloveni del territorio. I morti non furono solo i manifestanti “per l’italianità” del 1953, vi furono persone aggredite ed uccise in strada, come l’operaio Carlo Hlača, assassinato da fascisti nel 1946, ma anche l’undicenne Emilia Passerini–Vrabez, uccisa dalle bombe lanciate da fascisti contro un centro di cultura popolare nel 1947. Trieste visse, nel periodo del GMA, un momento particolare di strategia della tensione, che andrebbe, a parer nostro, analizzato e ricordato nei particolari, stigmatizzando le responsabilità di ciascuno e concludendo con una condanna delle inutili violenze che insanguinarono la città, e non certo, come è d’uso anche da parte istituzionale (ricordiamo le medaglie al valore civile con cui sono stati decorati i “caduti” del periodo), con l’apologia dei crimini che sono stati commessi, solo perché sarebbero stati commessi in nome di un valore fondamentale: l’italianità, concetto sul quale torneremo dopo avere sentito le parole dei relatori.
Nella recensione al testo, Spazzali definisce “eloquenti” le testimonianze di vari protagonisti “come quella di Claudio Boniciolli che rivela la preparazione della piazza con le squadre della Giovane Italia (associazione legata al MSI, n.d.r.) sollecitate da alcuni insegnanti di educazione fisica formatisi alla Farnesina e quindi di non lontana origine GIL (Gioventù italiana del littorio, n.d.r.)”. Sentiamo quindi le dichiarazioni di Boniciolli, che l’anno scorso fu proposto dai DS triestini come possibile candidato alla poltrona di sindaco della città (alle primarie, però, gli fu preferito il candidato della Margherita Ettore Rosato), nel corso della conferenza.
Boniciolli divenne presidente della Giovane Italia perché era “un tipo muscoloso” e “giocavo bene a pallacanestro”; conoscevano esponenti del MSI, ma non furono mai iscritti, solo “collaterali”, a questo partito ed alla fine molti di loro “confluirono nel PRI”. Ha poi aggiunto, sembra senza alcun senso di autocritica, men che mai di rimorso: “partecipammo ad esercitazioni nel monfalconese, (cioè oltre il confine della Zona A, in Italia, n.d.r.) abbiamo tirato qualche bomba e sparato qualche raffica di mitra”.
Poi ha raccontato il seguente aneddoto: un loro collega di studi, Pino Pecenko, era uno studente “fortemente nazionalista a quei tempi” (perché, loro della GI non erano nazionalisti, a quei tempi? n.d.r.); lo videro una volta ad una sfilata del 1° maggio, organizzata da “sloveni portati dall’entroterra, dal contado, fino in piazza Unità”. Da allora Pecenko fu soprannominato “Pino il titino”, ma “non gli fu mai torto un capello” per questo motivo.
Ora, noi abbiamo trovato agghiaccianti queste parole. Com’è possibile che un esponente politico, riconosciuto all’interno della sinistra, possa venire fuori con una simile sfilza di espressioni razziste? Secondo Boniciolli gli sloveni di Trieste per venire in piazza Unità dovevano essere “portati dal contado”: dal contado? Come i servi della gleba? Non ha mai saputo Boniciolli quanti sloveni vivessero in centro città, nel Borgo teresiano, nei quartieri non ancora periferici? Il grande pittore August Černigoj, ad esempio, viveva in via Torrebianca, a due minuti da piazza Unità, non aveva bisogno di “scendere dal contado” per andare a manifestare per il 1° maggio. E, peggio ancora, il commento finale sul fatto che a “Pino il titino” nessuno “torse un capello”, come se si fosse trattato di un miracolo. Sarebbe forse stato logico, secondo il modo di pensare dell’associazione che Boniciolli comandava all’epoca, fare del male a “Pino il titino”, perché era un “nazionalista”?
Questo concetto infelice lo abbiamo sentito anche dall’avvocato De Vidovich, quando ha detto che nel 1954 arrivarono a Trieste dai 40 ai 50.000 esuli dalla zona B (le cifre a noi paiono irreali, ma tant’è) e allora “pensavamo di mandare gli sloveni di Trieste oltre il confine ma il nostro senso di legalità ce lo ha impedito e nonostante i 50.000 esuli agli sloveni di Trieste non venne torto un capello”. Ecco, se è questo il senso di legalità di certe persone, forse qualcuno dovrebbe porsi delle domande riguardo a come si sono svolte le vicende politiche di questa città.
De Vidovich ha anche sostenuto che il loro organizzarsi era un “problema esistenziale e non politico”, perché “se fossero arrivati i titini saremmo diventati tutti esuli in Italia”, dato che “in Istria si tenevano riunioni di partigiani armati che potevano venire a Trieste” e di conseguenza “sapevamo che dovevamo difenderci”. Il sospetto che tutta questa propaganda che avvelenò la vita politica e sociale della città fosse basata su mere menzogne, non sembra avere mai sfiorato nessuno dei protagonisti della serata. Oppure si era trattato di qualcosa d’altro, non di un sentimento di autodifesa, perché De Vidovich ha aggiunto che “dopo il ‘54 la battaglia diventò contro il bilinguismo perché all’interno di Trieste serpeggiava un progetto contro l’italianità”.
Affermazioni che stanno a dimostrare come fosse forte il sentimento razzista antisloveno in questo ambiente: quando mai il diritto a parlare la propria lingua da parte di una minoranza etnica è un “progetto” contro un’altra componente etnica, in uno stato democratico? Eppure si vide anche dopo, nei primi anni Sessanta, come al momento in cui un triestino di etnia slovena, il socialista Hreščak, fu nominato assessore, Trieste fu di nuovo percorsa da manifestazioni violente e da pesanti scontri provocati dai nazionalisti razzisti e fascisti.
Tornando alle questioni delle esercitazioni con le armi, l’imprenditore Riccesi ha a sua volta affermato che avevano avuto “la possibilità di frequentare corsi paramilitari assieme alla Julia”: cioè un reparto dell’esercito italiano addestrava cittadini amministrati da un altro stato, alleato, detto per inciso, cittadini che si organizzavano allo scopo di manifestare contro chi li amministrava.
“Dopo il 1954” ha aggiunto Riccesi “finì la necessità degli addestramenti, un ufficiale in borghese ci ringraziò per la serietà e la discrezione” e si svolse una cena d’addio in un locale cittadino, con tantissimi partecipanti.
Riccesi nega però che loro avessero avuto qualcosa a che fare con la Gladio, che “era un’altra cosa, era gente più giovane di noi (…) alcuni miei collaboratori dopo il servizio militare hanno frequentato la Gladio, non noi”.
A questo proposito Tombesi ha invece rivendicato la presenza di organizzazioni anche paramilitari a difesa di Trieste italiana: “come c’era la Gladio c’era anche questa cosa qui”, ha detto. Ed ha aggiunto che la cosa importante allora era “essere o non essere italiani”. Negli stessi termini si è espresso Livio Chersi, che ha parlato di un “doveroso” sentimento di italianità, e pure Ferfoglia, per il quale “la nostra passione era essere italiani e basta, il resto non ci interessava”, ed ha concluso dicendo che in fin dei conti si erano “divertiti molto”.

Ma dopo i protagonisti, anche gli storici hanno detto la loro. Mentre Giuseppe Parlato ha detto che il nazionalismo era visto come “opzione politica” dai giovani, Raoul Pupo ha definito “nobili valori per cui battersi” i seguenti: patria, libertà, autodeterminazione, per dei giovani, che, esuberanti e ribelli come tutti i giovani, in questa occasione avevano i “nemici a portata di mano”, dove i “nemici” erano gli amministratori della città (ma anche l’etnia slovena, aggiungiamo noi). Però quei giovani vivevano in una situazione particolare, perché il loro messaggio di rottura era tollerato dalle istituzioni, spesso incoraggiato, infatti l’associazionismo studentesco aveva trovato mezzi (economici, soprattutto, ma anche di infrastrutture fornite loro) per svilupparsi. In questo modo, Pupo ha detto che “i giovani protestano, manifestano, imparano a tirare bombe a mano ma imparano anche la democrazia”, ed ha concluso con un suo ricordo personale: “i miei genitori con un bambino di un anno andavano a rischiare la vita in piazza Unità”.
Ora, a prescindere che a certi genitori, secondo noi, andrebbe tolta la patria potestà, non vorremmo essere considerati da meno, dal professor Pupo, dei giovani di quella volta, soltanto perché noi, ai tempi nostri, abbiamo imparato la democrazia anche senza imparare a tirare le bombe a mano (cosa della quale chi scrive osa dire di essere fiera, se mi permettete un commento personale). Perché forse è più facile imparare la democrazia senza le bombe a mano, anche perché dall’altra parte di chi tira le bombe ci sono altre persone che magari vorrebbero godere della democrazia nella non violenza.
Per concludere ci è sembrato sconvolgente che i protagonisti di quei momenti non abbiano espresso alcun valore, al di là dell’“essere italiani” (che non è un valore ma un dato di fatto, come essere bassi o biondi o peruviani), motivo per il quale hanno fatto tutto quello che hanno fatto, rivendicato esercitazioni con armi in campi paramilitari, scontri di piazza culminati con morti e poi concluso che si sono “divertiti”. Persone di una certa età, che ricoprono cariche di rilievo in ambito politico, culturale, imprenditoriale e sociale della città, ci hanno dato questa immagine della loro way of life: eppure ricordiamo che avevano suscitato molto scandalo i ricordi di Mario Capanna che aveva definito “formidabili” gli anni in cui aveva fatto parte del movimento studentesco, senza d’altra parte rivendicare esercitazioni paramilitari, ma solo scontri di piazza.
Per concludere polemicamente, ci chiediamo se, per ipotesi assurda, qualcuno organizzasse un convegno di ex brigatisti che per un motivo o per l’altro non sono stati mai inquisiti, e questi si ritrovassero a ricordare con orgoglio e nostalgia le proprie esercitazioni paramilitari e le azioni violente da loro compiute, quali sarebbero le reazioni dell’opinione pubblica, della stampa, delle autorità di polizia e della magistratura.

Luglio 2006.

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