Articolo

      Mučeniška Pot


Archiviazione Sistemi Criminali.

Il testo della richiesta di archiviazione del Procedimento Penale n. 2566/98 della Procura della Repubblica di Palermo, noto come "Sistemi criminali".
da conoscere.



PROCURA DELLA REPUBBLICA
presso il Tribunale di Palermo
- Direzione Distrettuale Antimafia -



Proc. pen. n. 2566/98 R.G.N.R.




RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE




Al Sig. Giudice per le indagini preliminari
presso il Tribunale
S E D E



Il Pubblico Ministero


Letti gli atti del procedimento penale n. 2566/98 Reg. N.R. nei confronti di:

1) GELLI Licio, nato a Pistoia il 21.4.1919;
2) MENICACCI Stefano, nato a Foligno (PG) il 4.10.1931;
3) DELLE CHIAIE Stefano, nato a Centurano di Caserta (CE) il 13.9.1936;
4) CATTAFI Rosario, nato a Barcellona Pozzo di Gotto (ME) il 6.1.1952;
5) BATTAGLIA Filippo, nato a Messina l’8.2.1950;
6) RIINA Salvatore, nato a Corleone il 16.11.1930;
7) GRAVIANO Giuseppe, nato a Palermo il 30.9.1963;
8) GRAVIANO Filippo, nato a Palermo 27.6.1961;
9) SANTAPAOLA Benedetto Sebastiano, nato a Catania il 4.6.1938;
10) ERCOLANO Aldo, nato a Catania il 14.11.1960;
11) GALEA Eugenio, nato a Catania l’8.6.1944;
12) DI STEFANO Giovanni, nato a Petrella Tefernina (Campobasso) l’1.7.1955;
13) ROMEO Paolo, nato a Gallico (RC) il 19.3.1947;
14) MANDALARI Giuseppe, nato a Palermo il 18.8.1933.


I N D A G A T I


Tutti:

a) in ordine al reato di cui all’art. 270 bis, commi 1 e 2, c.p., in particolare, per avere, con condotte causali diverse ma convergenti verso l’identico fine, promosso, costituito, organizzato, diretto e/o partecipato ad un’associazione, promossa e costituita in Palermo anche da esponenti di vertice di Cosa Nostra, ed avente ad oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell’ordine costituzionale, allo scopo - tra l’altro - di determinare, mediante le predette attività, le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d’Italia, anche al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese.

Fatti commessi in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo della associazione per delinquere denominata Cosa Nostra) ed altre località, in epoca anteriore e prossima al 1991 e successivamente.
Con l’aggravante di cui all’art. 7 D.L. n. 152/1991 dal maggio 1991.


Gelli, Menicacci, Delle Chiaie, Cattafi, Battaglia, Di Stefano e Romeo, anche:

b) in ordine al reato di cui agli artt.110 e 416 bis commi 1, 4, e 6 c.p., per avere contribuito al rafforzamento della associazione di tipo mafioso denominata “Cosa Nostra”, nonché al perseguimento degli scopi della stessa, in particolare partecipando alla progettazione ed esecuzione di un programma di eversione dell’ordine costituzionale da attuare anche mediante il compimento di atti di violenza, allo scopo - tra l’altro - di determinare, mediante le predette attività, le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d’Italia, così perseguendo il fine di determinare il rafforzamento ed il definitivo consolidamento del potere criminale di Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso ad essa collegate sui territori delle regioni meridionali del paese.

Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo della associazione per delinquere denominata Cosa Nostra) ed altre località, in epoca anteriore e prossima al 1990 e successivamente.


Rilevato che sono venuti in scadenza i termini per le indagini preliminari nei confronti dei predetti indagati;


O S S E R V A


Il presente procedimento trae origine dalla complessa e approfondita attività investigativa svolta in questi anni su Cosa Nostra da questo Ufficio in stretto coordinamento e collegamento con le investigazioni delle Procure Distrettuali Antimafia di Caltanissetta e Firenze sulla “strategia della tensione” sviluppatasi in Sicilia ed in Italia fra il 1992 ed il 1993.
Ed infatti in quel biennio, mentre era in corso una delicata fase di transizione politico-istituzionale dalla prima alla seconda Repubblica, l’Italia veniva scossa da una serrata sequenza di c.d. “omicidi eccellenti”, di stragi, di attentati e di altri inquietanti eventi, che sembrava rievocare lo stesso clima dello stragismo terroristico degli anni settanta.
Questa l’escalation degli eventi criminosi di quegli anni:
• Il 12 marzo 1992, alla vigilia delle elezioni politiche, viene assassinato a Palermo l’onorevole Salvo Lima, eurodeputato democristiano e capo della corrente andreottiana in Sicilia.
• Il 23 maggio a Palermo viene portata ad esecuzione la strage di Capaci nella quale perdono la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta.
• Il 19 luglio viene eseguita la strage di via D’Amelio nella quale vengono uccisi il Procuratore Aggiunto presso la Procura di Palermo, Paolo Borsellino, e gli agenti della sua scorta.
• Il 17 settembre viene assassinato da un commando di killer Ignazio Salvo, tradizionale interfaccia di Cosa Nostra con il mondo della politica, in particolare con l’on. Salvo Lima, già ucciso sei prima.
• Il 14 maggio 1993 si apre una nuova stagione di attentati. A Roma, in via Fauro, ai Parioli, esplode un’autobomba destinata a colpire il conduttore televisivo Maurizio Costanzo.
• Il 27 dello stesso mese, a Firenze, un furgoncino imbottito di esplosivo salta in aria in via dei Georgofili: cinque morti, 29 feriti e danni alla celebre Galleria degli Uffizi.
• A due mesi esatti di distanza, a Milano, un’altra autobomba, in via Palestro, miete cinque vittime e pochi minuti dopo, in una giornata di fuoco, a mezzanotte, altre due autobombe esplodono a Roma, in Piazza San Giovanni in Laterano, sede del Vicariato cattolico, e davanti alla chiesa di San Giorgio al Velabro: dieci feriti.


Per avere un quadro globale della gravità della situazione che si era venuta a determinare per l’ordine pubblico e democratico, occorre prendere in considerazione anche alcuni eventi criminosi - dei quali si è avuta cognizione solo successivamente in esito alle indagini - che erano stati progettati e che poi non furono portati ad esecuzione solo per fortuite circostanze o per fatti sopravvenuti:
• Nel settembre 1992, dopo la strage di via D’Amelio, Cosa Nostra aveva progettato di uccidere il magistrato Piero Grasso, già giudice a latere della Corte d’assise che emise la sentenza di condanna di primo grado del maxiprocesso.
• Nel medesimo periodo, Cosa Nostra aveva deciso di uccidere anche Claudio Martelli, allora Ministro di Grazia e Giustizia, così come altri uomini politici (fra cui l’on. Calogero Mannino, l’on. Carlo Vizzini, l’on. Claudio Fava) e funzionari di polizia (fra i quali il dr. Arnaldo La Barbera e il dr. Calogero Germanà, il quale soltanto grazie alla sua pronta reazione sfuggì all’agguato mafioso effettivamente tesogli il 14 settembre 1992 a Mazara del Vallo).
• Al culmine della strategia stragista del ’93, intorno al mese di settembre, e quindi in epoca immediatamente successiva agli altri attentati posti in essere nel continente (Roma, Firenze e Milano), era stata organizzata una strage di proporzioni immani facendo saltare in aria alcuni pullman dei carabinieri in servizio a Roma allo stadio Olimpico in una delle tante domeniche “calcistiche” particolarmente affollate, attentato fallito soltanto per un guasto tecnico al telecomando che avrebbe dovuto innescare l’ordigno.

Tutto ciò avveniva mentre, per effetto di eventi macropolitici di carattere internazionale (crollo del muro di Berlino e fine del c.d. bipolarismo internazionale) e di altri fattori, quali le numerose inchieste concernenti la c.d. “tangentopoli”, il quadro politico preesistente si dissolveva e si veniva a creare un vuoto di potere che segnava la transizione verso un nuovo, allora difficilmente prevedibile, assetto generale.

E’ in questo contesto che il presente procedimento penale veniva aperto sulla base di una informativa della D.I.A del 4 marzo 1994 concernente “un'ipotesi investigativa in ordine ad una connessione tra le stragi mafiose di Capaci e via d'Amelio, con gli attentati di Firenze, Roma e Milano per la realizzazione di un unico disegno criminoso che ha visto interagire la criminalità organizzata di tipo mafioso, in particolare "cosa nostra" siciliana, con altri gruppi criminali in corso di identificazione”, che venne poi seguita poi da altre informative di approfondimento.
In quella prima informativa veniva formulata la seguente inedita ipotesi investigativa che qui si riassume in estrema sintesi:
• La responsabilità delle stragi del 1992 e del 1993 andava attribuita a Cosa Nostra.
• L'organizzazione siciliana, in base alle risultanze di numerose indagini, andava ormai considerata l'asse portante di un autentico "sistema criminale" in cui venivano a convergere le altre più pericolose consorterie di stampo mafioso e non. Si ipotizzava, cioè, che numerose organizzazioni criminali di diversa origine, legate reciprocamente a causa della sempre più frequente comunanza di interessi, si fossero raccolte - sul piano tattico - in una sorta di "sistema criminale" in grado di agire in tutte le direzioni e all'interno di tutti gli ambienti, che poteva anche essersi espresso sul piano strategico.
• La “tempistica” degli attentati, il tipo e la localizzazione degli obiettivi aveva rafforzato negli investigatori la convinzione che il nuovo indirizzo stragistico perseguisse in realtà obiettivi che andavano al di là degli interessi esclusivi di Cosa Nostra o, per lo meno, tendesse al conseguimento di obiettivi comuni o convergenti con altri gruppi criminali di diversa estrazione legati alla mafia. Si osservava, insomma, che la “atipicità” degli attentati (soprattutto quelli del ’93) rispetto a quelli tradizionali di Cosa Nostra, specialmente sotto taluni aspetti, primo fra tutti la scelta degli obiettivi, potesse risultare funzionale non solo alle finalità "terroristiche" della mafia, ma anche agli scopi di entità criminali diverse, che avessero operato in sintonia con quest'ultima nel perseguimento di obiettivi comuni o convergenti, gruppi criminali in grado di elaborare i sofisticati progetti necessari al conseguimento di finalità di più ampia portata.
• La storia criminale di alcuni mafiosi coinvolti nelle stragi confermavano la plausibilità di questa ipotesi investigativa. Per esemplificare, si segnalava che Rampulla Pietro, esponente della famiglia catanese Santapaola, l'artificiere della strage di Capaci, aveva fatto parte di Ordine Nuovo ed era risultato essere stato in contatto con l'ordinovista Cattafi Rosario, indagato dall'A.G. di Messina per traffico internazionale di armi e tratto in arresto per i suoi legami con Cosa Nostra nell'ambito dell’indagine della DDA di Firenze sull'autoparco milanese Salesi.
• Si evidenziava, inoltre, la concomitanza di un singolare fermento politico manifestato negli ultimi tempi da Licio Gelli - in costante contatto con elementi di raccordo tra imprenditoria commerciale e cosche mafiose riconducibili a Cosa Nostra - e da noti esponenti della destra eversiva (in particolare Stefano Delle Chiaie), attorno a progetti di tipo leghista, specie nell'Italia centro meridionale: progetti che sembravano “poter coniugare perfettamente le molteplici aspirazioni provenienti da quel composito mondo nel quale gruppi criminali con finalità politico-eversive si affiancano a lobbies affaristiche e mafiose”. E si passavano in rassegna le risultanze processuali, emerse in passato, circa la presenza di Licio Gelli accanto a forze eversive di estrema destra e, contemporaneamente, a gruppi di matrice mafiosa.
• Si concludeva rassegnando alle Procure competenti il quadro globale delle risultanze convergenti verso tale ipotesi ricostruttiva del contesto in cui poteva essere maturata la strategia stragista.

Sulla base di questa ipotesi investigativa, fondata su precise e concrete risultanze, mentre le Procure distrettuali antimafia di Caltanissetta e Firenze (e, per un certo periodo, anche quelle di Roma e Milano) svolgevano le indagini di rispettiva competenza nei confronti degli eventuali “ispiratori esterni” a Cosa Nostra della strategia stragista, questo Ufficio, valutata la rilevanza di dette condotte anche ai fini della configurabilità di ulteriori reati di partecipazione ad associazione mafiosa, apriva un nuovo procedimento penale nei confronti di ignoti per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. recante il numero 5664/93 Reg. N.R.I.
Stante la molteplicità degli eventi criminosi rientranti nella competenza dei vari Uffici interessati ed il possibile, conseguente, intersecarsi delle indagini, la Procura Nazionale Antimafia assumeva il compito di assicurare il coordinamento delle indagini, che si concretava, oltre che nel costante scambio di atti e di informazioni, anche nel comune conferimento di deleghe di indagini alle Forze di Polizia e in numerose riunioni finalizzate a ricostruire via via il quadro globale di riferimento, nei quali i singoli fatti criminosi di rispettiva competenza potevano iscriversi.
Alla luce degli ulteriori elementi acquisiti nel corso delle investigazioni svolte, l’Ufficio, in data 11 maggio 1996, procedeva ad iscrivere il procedimento - sempre nei confronti di ignoti - anche per il reato di cui all’art.270 bis c.p. aggravato ex art. 7 D.L.152/91, e in data 13 maggio 1998, sulla base anche delle obiettive risultanze contenute nell’imponente informativa D.I.A. n.3815/98 del 31/1/1998 (di cui si dirà oltre), si procedeva all’iscrizione degli odierni indagati, taluni per concorso esterno in associazione mafiosa e tutti anche per l’ipotesi di reato di cui all’art.270 bis c.p., sicché il procedimento prendeva l’odierno numero 2566/98 R.G.N.R.

*****

Prima di entrare nel merito della disamina delle specifiche risultanze acquisite, corre l’obbligo di precisare ancor meglio l’oggetto del presente procedimento, anche per sgombrare fin da subito il campo dalla ridda di ipotesi, travisamenti e indiscrezioni, spesso infondate e tendenziose, che in questi anni sono state ventilate sul suo contenuto, talvolta ispirate dall’intento, neppure dissimulato, di screditarne i risultati con la vecchia tecnica del “polverone”.
Il presente procedimento ha avuto per (unico ed esclusivo) oggetto la verifica dell’ipotesi investigativa secondo cui la strategia d’attacco di Cosa Nostra, iniziata a Palermo con l’omicidio dell’on. Salvo Lima nel 1992, ha costituito l’attuazione del programma criminoso di un’associazione finalizzata all’eversione dell’ordine costituzionale, costituita fra il 1990 ed il 1991, nel quale sono confluiti soggetti diversi e portatori di interessi talvolta eterogenei ma comunque convergenti: e cioè, uomini di vertice di Cosa Nostra (in particolare, appartenenti allo schieramento corleonese e particolarmente vicini a Totò Riina), uomini provenienti dalle fila della massoneria “deviata” e dall’eversione nera, a loro volta legati alla medesima organizzazione mafiosa Cosa Nostra (nelle sue varie articolazioni territoriali) o ad altre mafie nazionali, come la ‘ndrangheta calabrese, risultate anch’esse interessate nel medesimo periodo storico a partecipare attivamente ad un progetto eversivo-criminale.
Da una pluralità di risultanze e di fonti, di estrazione e qualità diverse, è invero emerso che fra gli anni ’80 e gli anni ’90 si è consolidato un processo di integrazione degli interessi illeciti delle “mafie nazionali”, spintosi al punto di individuare momenti di elaborazione di grandi strategie comuni. Si è altresì delineata l’ipotesi che tali strategie siano state ispirate da un certo entourage di dette organizzazioni mafiose, garante dell’efficienza delle “relazioni esterne” di queste ultime con il mondo della politica, dell’economia, delle professioni e delle istituzioni. Un entourage capace di orientare le scelte strategiche ad ampio respiro delle organizzazioni mafiose, ma anche “tessuto connettivo” fra le varie mafie nazionali, delle quali ha agevolato il processo di integrazione e compenetrazione che ha dato luogo in una certa fase storica (quella, appunto, oggetto della presente indagine) ad uno dei più ambiziosi progetti criminali della storia repubblicana:
• superare la forma tradizionale di interrelazione fra “le mafie”, fondata cioè su rapporti bilaterali organizzati in relazione a singoli affari illegali (nei traffici illeciti più disparati: stupefacenti, armi, sigarette, esseri umani, riciclaggio, etc.), nell’ambito dei quali avvalersi delle complicità e delle coperture di soggetti collusi del mondo dell’economia, della politica, della finanza, delle istituzioni, etc.;
• creare un connubio ancor più stretto fra le organizzazioni mafiose nazionali, e fra queste ed altri centri di potere criminale, stabilmente raccordandoli per elaborare e realizzare un progetto eversivo, un vero e proprio “colpo di stato”.

Si è, insomma, delineata la fisionomia di un progetto di riorganizzazione del sistema dei poteri criminali nazionali, finalizzato ad impossessarsi dello Stato.

Secondo tale ipotesi, tale progetto criminale avrebbe avuto un duplice obiettivo:
1) l’azzeramento del quadro politico-istituzionale nazionale, ponendo fine ad un sistema di relazioni politico-collusive che aveva per anni costituito “garanzia” dei poteri criminali, e del potere mafioso in primo luogo;
2) la totale destabilizzazione del paese per agevolare la realizzazione di una forma di golpe che mutasse radicalmente il quadro politico-istituzionale in modo più idoneo alla realizzazione degli interessi illeciti mafiosi: praticamente, la presa del potere da parte del c.d. sistema criminale.

Quello che per comodità di esposizione viene qui chiamato “sistema criminale” non ha costituito oggetto di questo procedimento nella sua interezza, essendo ovviamente estraneo all’oggetto delle investigazioni di questo Ufficio (anche per difetto di competenza) l’indagine sull’intero complesso delle organizzazioni mafiose operanti in Italia, delle altre organizzazioni illecite ad esse collegate e delle relazioni esterne di ciascuna di esse. Ciò che ha costituito oggetto di specifica verifica è, invece, il ruolo svolto, non solo da Cosa Nostra, ma anche da entità esterne alla stessa, nell’elaborazione della “strategia del terrore” messa in atto nel 1992, verificando - in particolare – se pezzi di questo sistema criminale abbiano costituito e/o fatto parte di un’associazione finalizzata all’eversione dell’ordine costituzionale mediante atti violenti.
Va, in proposito, evidenziato che la fattispecie di cui all’art. 270 bis c.p. ha come suo unico elemento costitutivo la sussistenza di un’associazione criminosa che abbia in programma il compimento di atti di violenza con finalità di eversione dell’ordine costituzionale. Sicché, ai fini della configurabilità del delitto, è sufficiente l’accertamento di responsabilità in ordine alla partecipazione ad un’associazione siffatta, indipendentemente dall’effettiva realizzazione del programma criminoso e quindi – a maggior ragione - indipendentemente dalla ascrivibilità a ciascuno della responsabilità dei singoli reati, in cui si sarebbe poi realizzato il programma criminoso. Ciò nondimeno, le acquisizioni agli atti del presente procedimento concernono anche i fatti omicidiari e stragisti verificatasi nel ’92-’93, riferibili all’organizzazione Cosa Nostra, all’evidente fine di verificare se da tali successivi delitti possano arguirsi ulteriori elementi di prova circa la costituzione, in epoca antecedente, dell’associazione eversiva ipotizzata. E ciò anche al fine di accertare la sussistenza del requisito organizzativo del reato per cui si procede: verificare, cioè, se il progetto criminale eversivo si sia tradotto in una stabile organizzazione di uomini e mezzi, sufficientemente distinta dalle organizzazioni di provenienza di ciascun associato (Cosa Nostra, ‘ndrangheta, associazioni massoniche, e così via), nonché adeguata rispetto all’ambizioso programma criminoso da attuare. Un programma criminoso peraltro, che - come si evidenzierà in seguito – risulta poi essere stato realizzato soltanto in parte (almeno rispetto alla sua originaria concezione), ed ha subìto fasi alterne di attuazione, attraversando anche momenti di stasi dovuti – fra l’altro - al confronto di strategie diverse, ed al verificarsi di eventi accidentali ed imprevisti (come l’arresto di Riina) che possono aver inciso in modo significativo sulla concreta attuazione del programma dell’associazione e sulle modifiche apportate al progetto criminale originario. Ed è questo il motivo per il quale le acquisizioni del presente procedimento concernono anche altre vicende, verificatesi in epoca successiva rispetto alla supposta costituzione dell’associazione in discorso e ad essa apparentemente estranee, come – ad esempio - la vicenda della c.d. “trattativa” fra Cosa Nostra ed esponenti delle istituzioni, sviluppatasi nel pieno della stagione stragista.


Come si esporrà analiticamente nel prosieguo, le risultanze probatorie acquisite consentono di configurare il seguente quadro.
Fra il 1990 ed il 1991, alcuni vertici di Cosa Nostra, unitamente ad altri soggetti esterni, mettono a punto un progetto di destabilizzazione politica finalizzato, in ultima analisi, a ripristinare nuove e diverse “relazioni” con il mondo della politica, ritenute più vantaggiose per l’associazione criminale.
Il progetto subisce una brusca accelerazione alla fine del 1991 - in prossimità della decisione della Corte di Cassazione sul maxiprocesso – e trova il suo incipit nel 1992 subito dopo l’emanazione della sentenza il 30 gennaio di quell’anno.
Tale progetto muoveva dalla seguente diagnosi, verosimilmente prospettata ai capi di Cosa Nostra da intermediari di soggetti (aventi interessi politico-criminali in parte diversi, ma tuttavia convergenti) provenienti da ambienti della massoneria deviata e della destra eversiva:
1) I referenti politici di Cosa Nostra avevano dimostrato di non prendersi più cura (o di non essere più in grado di prendersi cura) degli interessi dell’organizzazione, così come delle altre macro-organizzazioni mafiose.
2) Appariva, dunque, necessario disarticolare il vecchio quadro politico-istituzionale e dare vita ad un nuovo assetto globale dei rapporti con la politica mediante una strategia complessa consistente, per un verso, nella perpetrazione di una serie di atti violenti volti a creare un clima di terrore con finalità destabilizzanti e, per altro verso, nella contemporanea creazione di nuovi soggetti politici, espressione organica del sistema criminale e dei suoi nuovi referenti esterni.
3) Punto di approdo di tale strategia doveva essere la trasformazione dello Stato unitario in una nuova “forma Stato” che contemplava la rottura dell’unità nazionale, la divisione dell’Italia in più stati o macroregioni e, comunque, la secessione della Sicilia.

I nuovi soggetti politici, consistenti in varie leghe meridionali da aggregarsi poi in un’unica Lega meridionale, avrebbero dovuto agire in sinergia con la Lega Nord, movimento allora emergente e in grande crescita, che perseguiva da anni un autonomo progetto politico accentuatosi in quella fase storica in direzione del secessionismo di alcune regioni del settentrione.
La creazione di uno Stato autonomo nel Sud con prerogative di sovranità avrebbe consentito di monopolizzare la gestione politica degli interessi economici leciti e illeciti, trasformando questa parte del paese in una sorta di zona franca, governata da soggetti espressione del sistema criminale.
Per utilizzare le parole di uno dei collaboratori, venuto a conoscenza di parti significative di tale progetto, sono anni in cui Cosa Nostra e i suoi referenti progettano di “farsi Stato”, ritirando la delega per la tutela dei propri interessi a settori del mondo politico rivelatisi inaffidabili, con l’intenzione di gestirli direttamente, tramite proprie creature politiche.

Si trattava a ben vedere, come risulta dalle acquisizioni probatorie di vari procedimenti penali, tra cui il maxiprocesso, di una riedizione attualizzata dell’antica tentazione secessionistico-golpistica di Cosa Nostra, coltivata sin dal dopoguerra in fasi storiche di crisi politica, emersa nel 1970 in occasione del c.d. “golpe Borghese”, poi nel 1974, ed infine nel 1979 in occasione del viaggio segreto di Michele Sindona in Sicilia, organizzato da Cosa Nostra e da elementi della massoneria deviata. Non a caso proprio il 1979 segnò l’inizio di una stagione di sangue senza precedenti, che portò nell’arco di pochi anni ad un’impressionante sequenza di omicidi di magistrati, di esponenti delle forze dell’ordine, alla decapitazione di alcuni vertici politici e istituzionali mediante gli omicidi di Michele Reina, segretario provinciale della D.C., dell’on. Pio La Torre, segretario regionale del P.C.I, dell’on. Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Siciliana, e del Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa. Una stagione di sangue e di terrore, che pose fine in modo cruento ad una fase storica, in cui stavano germogliando i semi di un rinnovamento politico-istituzionale all’insegna della moralizzazione della vita pubblica e della recisione dei legami collusivi con Cosa Nostra.

Tale progetto, messo a punto nel 1991, ha subìto nel corso del 1992 e del 1993 – secondo quanto emerge dalle risultanze acquisite - alcune battute di arresto ed alcune deviazioni di percorso in relazione ad eventi imprevedibili quali, ad esempio, l’arresto di Salvatore Riina, capo di Cosa Nostra, il 15 gennaio 1993, arresto che ha determinato la frammentazione degli assetti di potere interni all’organizzazione e lo scompaginamento di una direzione unitaria. Nella fase successiva, infatti, si avverte una certa disomogeneità d’azione e si verifica il progressivo disinvestimento di risorse dal progetto separatista (rilevatosi, peraltro, di difficile attuazione anche per il mancato decollo politico delle varie leghe meridionali) ed il loro progressivo dirottamento verso direzioni diverse. Il progetto di dar vita ad un aggregato di leghe meridionali viveva la parabola finale nei primi mesi del 1994, declinandosi sul piano regionale soprattutto per iniziativa di Leoluca Bagarella, del suo entourage e della famiglia mafiosa di Catania.
Il progetto tuttavia non veniva abbandonato completamente, ma si convertiva in un disegno da coltivare nel lungo periodo all’interno di strategie globali di più ampio respiro compatibili con l’evoluzione del nuovo quadro politico generale.
Compito principale del pubblico ministero, in questa sede, è ovviamente verificare se, sulla base di tale ricostruzione probatoria, siano stati acquisiti idonei elementi per sostenere l’accusa in giudizio nei confronti degli indagati per i reati per cui si procede, anche in considerazione delle conclusioni alle quali sono pervenute le Corti d’Assise di Palermo, Caltanissetta e Firenze nei giudizi aventi ad oggetto l’omicidio di Salvo Lima, Ignazio Salvo, le stragi di Capaci, di via D’Amelio e quelle commesse in continente nel 1993.

Tracciate così le coordinate essenziali del complessivo quadro probatorio, si espongono di seguito le risultanze in atti. Verranno innanzitutto esaminate le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e i relativi riscontri, si illustreranno poi le altre indagini, specialmente svolte sul fenomeno del leghismo meridionale, ed infine si trarranno le conclusioni sulla disamina del materiale probatorio acquisito in riferimento alle ipotesi di reato per cui si procede.






PARTE I

Le dichiarazioni dei collaboratori




La piattaforma indiziaria in ordine alla costituzione dell’associazione e all’elaborazione del piano eversivo è piuttosto consistente e si fonda su numerosi elementi convergenti, che scaturiscono dalle dichiarazioni di vari collaboratori e dai relativi riscontri, ma anche da elementi di prova di altra specie.
In primo luogo, verranno pertanto esposte le dichiarazioni dei collaboranti, con i relativi riscontri, acquisiti per lo più sulla base di indagini delegate sugli specifici interrogatori.






Capitolo 1

Leonardo Messina


1. Le dichiarazioni

Vanno innanzitutto illustrate le dichiarazioni di Leonardo Messina, il primo collaboratore ad esporre in modo organico il progetto politico-eversivo oggetto del presente procedimento.
Va fin da subito evidenziata la speciale attendibilità intrinseca delle dichiarazioni di Leonardo Messina in considerazione del fatto che egli rivelò l’esistenza di tale progetto eversivo in epoca non sospetta, e cioè nel dicembre 1992, nella prima fase della sua collaborazione (che ebbe inizio nel giugno 1992 ), prima ancora che avvenissero alcuni “eventi politici” che – come si evidenzierà in seguito – Messina anticipò.
Tali dichiarazioni furono rese da Messina alla Commissione Parlamentare Antimafia il 4 dicembre 1992. Di seguito si riportano alcuni passi della sua audizione, relativi alla riunione dei vertici di Cosa Nostra, svoltasi alla fine del 1991 nelle campagne di Enna, in cui si sarebbe parlato del progetto eversivo:
LEONARDO MESSINA. La riunione è stata l'atto finale. Erano lì da circa tre mesi ...
PRESIDENTE. Lì dove?
LEONARDO MESSINA. Nella provincia di Enna. Avevano fatto la nuova strategia e avevano deciso i nuovi agganci politici, perchè si stanno spogliando anche di quelli vecchi.
PRESIDENTE. Può spiegare meglio questo passaggio di alleanze?
LEONARDO MESSINA. Cosa nostra sta rinnovando il sogno di diventare indipendente, di diventare padrona di un’ala dell’Italia, uno Stato loro, nostro.
PRESIDENTE. L'obiettivo è quello di rendere indipendente la Sicilia rispetto al resto d'Italia?
LEONARDO MESSINA. Si. In tutto questo Cosa nostra non è sola, ma è aiutata dalla massoneria.
PRESIDENTE. Ci sono forze nuove alle quali si stanno rivolgendo?
LEONARDO MESSINA. Si, ci sono forze nuove, si stanno rivolgendo.
PRESIDENTE. Può dire alla Commissione di quali forze si tratta?
LEONARDO MESSINA. Non vorrei creare qua situazioni ...
PRESIDENTE. Va bene. Si tratta di formazioni tradizionali o di formazioni nuove?
LEONARDO MESSINA. Sono formazioni nuove.
PRESIDENTE. Non tradizionali.
LEONARDO MESSINA. No, non tradizionali.
PRESIDENTE. In Sicilia sono forti o sono deboli?
LEONARDO MESSINA. Non vengono dalla Sicilia.
…………………………………………
PRESIDENTE. Lei ha fatto più volte riferimento alla massoneria. Vuole spiegare questo rapporto?
LEONARDO MESSINA. Molti degli uomini d’onore, cioè quelli che riescono a diventare dei capi, appartengono alla massoneria. Questo non deve sfuggire alla Commissione, perché è nella massoneria che si possono avere i contatti totali con gli imprenditori, con le istituzioni, con gli uomini che amministrano il potere diverso di quello punitivo che ha Cosa nostra.
PRESIDENTE. Ed è nella massoneria che sta sorgendo questa idea del separatismo?
LEONARDO MESSINA. Si. Desidero precisare che tutto quello che dico non è fonte di deduzioni o di interpretazioni personali, ma è quello che so.
PRESIDENTE. Queste cose le sa per conoscenza diretta?
LEONARDO MESSINA. Si, le so per conoscenza diretta.
……………………………
PRESIDENTE. Può spiegare l'ipotesi separatista? Lei ha detto che la Sicilia è troppo piccola ormai per gli affari di Cosa nostra; poi però ha aggiunto che a Cosa nostra e ai massoni insieme ora interesserebbe il separatismo siciliano. Può spiegare questi due concetti che sembrano apparentemente in contraddizione?
LEONARDO MESSINA. "Massone” è una parola che poi racchiude tantissimi tipi di persone. Cosa nostra non può più rimanere succube dello Stato, sottostare alle sue leggi, Cosa nostra si vuole impadronire ed avere il suo Stato.
………………………………………
PRESIDENTE. Le spinte separatiste vengono da fuori o sono dentro i confini nazionali?
LEONARDO MESSINA. Penso che vengono da fuori dei confini nazionali. Posso parlare del programma della regione mafiosa; sarebbe assurdo che sapessi che cosa decide la massoneria. So che cosa ha deciso Cosa nostra.
PRESIDENTE. E la regione ha deciso, come lei ci spiegava, di orientarsi verso l'indipendentismo, verso un nuovo separatismo?
LEONARDO MESSINA. Si.
PRESIDENTE. Questo separatismo sarebbe in collegamento con forze - lei dice - non nazionali o anche con forze nazionali?
LEONARDO MESSINA. Anche con forze nazionali.
PRESIDENTE. Quindi con forze nazionali e non nazionali?
LEONARDO MESSINA. Si.
PRESIDENTE. Le forze nazionali sono politiche o no ?
LEONARDO MESSINA. Anche politiche.
PRESIDENTE. Politiche e non, quindi?
LEONARDO MESSINA. Politiche ed imprenditrici.
PRESIDENTE. Non istituzionali?
LEONARDO MESSINA. Anche.
PRESIDENTE. Quindi ci sono settori. per così dire, delle istituzioni, dell’imprenditoria e della politica che sosterrebbero questo progetto?
LEONARDO MESSINA. Si.
PRESIDENTE. Questo per quanto riguarda l'Italia. Per quanto riguarda l'estero, che lei sappia?
LEONARDO MESSINA. Dell’estero e non so. So quello che hanno deciso là.
PRESIDENTE. Quindi sa che c'è un sostegno anche dall’estero, ma non sa da che parte venga. E così?
LEONARDO MESSINA. Si. Consideri che vengo a conoscenza solo dei fatti che decide Cosa nostra; posso parlare dei passaggi di cui sono a conoscenza, non posso fare deduzioni sull’estero.
PRESIDENTE. Non c'è dubbio. La teoria separatista vuoi dire colpo di Stato o vuoi dire ...
LEONARDO MESSINA. In precedenza Cosa nostra si adoperava per fare colpi di Stato.
PRESIDENTE. Nel passato si, così come ha spiegato ...
LEONARDO MESSINA. Oggi possono arrivare al potere senza fare un colpo di Stato.
………………………………………
PRESIDENTE. Lei ha accennato più volte alla questione del separatismo ed ha spiegato il tipo di intese che vi possono essere dietro, nonché la ragione e lo scopo del separatismo. Vi sono o meno forze politiche siciliane d’accordo su questo progetto del separatismo?
LEONARDO MESSINA. Loro appoggeranno una forza politica a distanza di qualche anno che partirà dal sud. Ora la manovra non viene dal sud.
PRESIDENTE. La manovra viene da altre parti, però Cosa nostra appoggerà una forza politica siciliana. E’ questo che sta dicendo?
LEONARDO MESSINA. Si.
PRESIDENTE. Una forza politica nuova o tradizionale?
LEONARDO MESSINA. Nuova, con un nome nuovo.
………………………………..
PRESIDENTE. RIINA è il capo di questa strategia tendente a separare la Sicilia dal resto d’Italia?
LEONARDO MESSINA. Si, è uno dei capi.
PRESIDENTE. E gli altri capi chi sono?
LEONARDO MESSINA. I capi della provincia che voi chiamate corleonesi, che sono i rappresentanti provinciali.
…………………………………
PRESIDENTE. Lei comprende che questa questione interessa particolarmente la nostra Commissione perchè riguarda la struttura dello Stato. Quindi, in merito alla strategia separatista, se ha gli clementi per farlo, può spiegare più approfonditamente alla Commissione cosa vuol dire?
LEONARDO MESSINA. In pratica, devono appoggiare nuovi partiti che tentano...
PRESIDENTE. Che tentano di separare la Sicilia dal resto d’Italia?
LEONARDO MESSINA. Si.
PRESIDENTE. Lei ha detto prima che questi gruppi non vogliono più dipendere dallo Stato nazionale.
LEONARDO MESSINA. In un certo senso. Finora hanno controllato lo Stato. Adesso vogliono diventare Stato.
ROMANO FERRAUTO. Solo la Sicilia interessa questo movimento separatista?
LEONARDO MESSINA. No. Io parlo di Cosa nostra, che è la stessa in Calabria come in Sicilia.
PRESIDENTE. Il tipo di separatismo di cui lei ha sentito parlare, di cui si decideva ad Enna, riguardava soltanto la Sicilia o anche altre parti d’Italia?
LEONARDO MESSINA. Riguardava l'organizzazione di Cosa nostra. Non si parlava della Sicilia ma dell’organizzazione, quindi delle regioni dove c'è Cosa nostra.
PRESIDENTE. Quindi, la separazione dovrebbe riguardare non solo la Sicilia.
LEONARDO MESSINA. Sicilia, Campania, Calabria, Puglia.
PRESIDENTE. Questo è il tipo di questione che è stato affrontato ad Enna?
LEONARDO MESSINA. Si.
CARLO D'AMATO. Anche la Lombardia si doveva separare?
LEONARDO MESSINA. Dipende.
PRESIDENTE. Quindi, il problema era di disporre di aree sulle quali esercitare un controllo davvero totale, pel divenire stabile. Non doveva trattarsi di un controllo di altri ma dell’impossessamento totale.
..................................................
PRESIDENTE. Tornando al tema del separatismo, vorrei chiederle se in Sicilia oggi ci sono alleati politici favorevoli e questo progetto.
LEONARDO MESSINA. Li stanno creando.
………………………………..
PRESIDENTE. Ora che il tentativo di un nuovo compromesso, oppure si è deciso di non avere più compromessi?
LEONARDO MESSINA. Ci sarà un nuovo compromesso con chi rappresenterà il nuovo Stato, se ce la faranno.
PRESIDENTE. Pero, se c’è un progetto separatista, si tratta di una cosa distinta: un compromesso vuole dire che si resta comunque all’interno dello Stato unitario, oppure no?
LEONARDO MESSINA. Sì, ma loro hanno interesse ad arrivare al potere con i propri uomini, che sono la loro espressione: non saranno più sudditi di nessuno.
PRESIDENTE. Quindi, possono essere strade diverse per raggiungere lo stesso tipo di obiettivo?
LEONARDO MESSINA. Loro devono raggiungere un fine: che sia la massoneria, che sia la Chiesa, che sia un’altra cosa, devono raggiungere l’obiettivo. Cosa nostra deve raggiungere l’obiettivo, qualsiasi sia la strada.


E nell’interrogatorio reso a questo Ufficio il 4 febbraio 1993 Leonardo Messina precisava più dettagliatamente quanto aveva appreso da esponenti di vertice delle famiglie nissene circa il crescente interesse di Cosa Nostra nei confronti del movimento leghista:
“Una delle tante volte in cui io mi trovai a conversare con il Micciche’, il Potente ed il Monachino, il discorso cadde sull’on. Bossi della Lega Nord, che poco tempo prima era andato a Catania.
Io, che allora consideravo Bossi un “nemico della Sicilia”, dissi: “Perché un’altra volta che viene qua non l’ammazziamo?”. Al che il Micciche’ Borino esclamò: “Ma che sei pazzo? Bossi è giusto”.
Il Micciche’ spiegò quindi che la Lega Nord, e all’interno di essa non tanto Bossi, che era un “pupo”, quanto il senatore Miglio, era l’espressione di una parte della Democrazia Cristiana e della Massoneria che faceva capo all’On. Andreotti e a Licio Gelli.
Il Miccichè spiegò ancora che dopo la Lega del Nord sarebbe nata una Lega del Sud, in maniera tale da non apparire espressione di Cosa Nostra, ma in effetti al servizio di Cosa Nostra; ed in questo modo “noi saremmo divenuti Stato”.
Queste cose il Micciche’ disse di averle sapute proprio da Riina Salvatore e da altri componenti della “regione”.

Leonardo Messina, nell’interrogatorio reso a questo Ufficio in data 3 giugno 1996, ha confermato e precisato quanto da lui appreso sul “progetto politico-eversivo” discusso dai vertici di Cosa Nostra nel corso della riunione di Enna, fornendo altresì un racconto assai minuzioso e ricco di dettagli che ha consentito di svolgere una puntuale attività di riscontro.
In particolare, secondo Messina, la riunione di Enna del febbraio ‘92 era “l’atto finale”, in cui si era deciso di uccidere Giovanni Falcone (così gli venne detto da Liborio Miccichè, massone e rappresentante della famiglia mafiosa di Pietraperzia e consigliere della “Provincia” di Enna) ed era stata definitivamente deliberata la “strategia” del ‘92, all’interno di un ben più ampio disegno finalizzato alla “creazione di uno Stato indipendente del Sud all’interno della separazione dell’Italia in tre stati”; “in tal modo, Cosa Nostra si sarebbe fatta Stato”. Secondo Messina, il progetto, per finanziare il quale sarebbe stata stanziata la somma di mille miliardi, fu concepito dalla massoneria con l’appoggio di potenze straniere e coinvolgeva non solo uomini della criminalità organizzata e della massoneria, ma anche esponenti della politica, delle istituzioni e forze imprenditoriali. Più in particolare, “il progetto consisteva nella futura creazione di un nuovo soggetto politico, la Lega Sud o Lega Meridionale, che doveva essere una sorta di “risposta naturale” del Sud alla Lega Nord”, ma che in realtà era “al servizio di Cosa Nostra”. Uno dei protagonisti dell’operazione sarebbe stato Gianfranco Miglio, vero artefice dell’operazione politica “Lega Nord”, dietro il quale vi sarebbero stati Gelli, Andreotti e non meglio precisate forze imprenditoriali del nord interessate alla separazione dell’Italia in più stati.

Si riportano alcuni passi salienti dell’interrogatorio:

Nell’agosto del 1991 il Miccichè mi disse che nella zona di Enna, in un posto che non specificò, si trovavano riuniti Salvatore Riina, Bernardo Provenzano, Giuseppe Madonia e Benedetto Santapaola.
Costoro, come ebbe a riferirmi lo stesso Miccichè successivamente, si trattennero nella zona di Enna sino al febbraio del ’92, data in cui si svolse una riunione formale della Commissione Regionale, alla quale parteciparono anche Angelo Barbero, Salvatore Saitta ed altri rappresentanti provinciali, dei quali non mi fece i nomi.
Provenzano, Riina, Madonia e Santapaola, dall’agosto ’91 sino agli inizi del ’92, si trattennero nella zona di Enna per discutere di un progetto politico finalizzato alla creazione di uno Stato indipendente del Sud all’interno di una separazione dell’Italia
in tre stati: uno del Nord, uno del Centro e uno del Sud. In tal modo, Cosa Nostra si sarebbe fatta Stato.
Il progetto era stato concepito dalla massoneria. A tal riguardo, intendo chiarire che Cosa Nostra e la massoneria, o almeno una parte della massoneria, sono stati sin dagli anni ’70 un’unica realtà criminale integrata.
Il progetto aveva anche l’appoggio di potenze straniere.
Era stata stanziata la somma di mille miliardi per finanziare il progetto. Coinvolti in tale progetto erano non solo esponenti della criminalità mafiosa e della massoneria, ma anche esponenti della politica, delle istituzioni e forze imprenditoriali.
Il progetto consisteva nella futura creazione di un nuovo soggetto politico, la Lega Sud o Lega Meridionale – che doveva essere una sorta di “risposta naturale” del sud alla Lega Nord.
A proposito della Lega Nord, quando io proposi al Miccichè di uccidere Bossi in occasione di un suo viaggio a Catania nel settembre – ottobre ‘91, questi mi spiegò che Bossi era in realtà un “pupo” e che il vero artefice del progetto politico della Lega Nord era Miglio, dietro il quale c’erano Gelli e Andreotti. Mi disse anche che la Lega Nord era finanziata da forze imprenditoriali del nord, non meglio precisate, che avevano interesse alla suddivisione dell’Italia in tre stati separati.
Quando Miccichè, che aveva appreso quanto sopra poiché era lui ad ospitare Riina e gli altri nel suo territorio, mi fece tale discorso, era presente pure Giovanni Monachino, “uomo d’onore” della famiglia di Pietraperzia, il quale faceva da vivandiere a Riina e agli altri.
Durante la permanenza di Riina e gli altri nella zona di Enna, io incaricai Remigio Augello, figlio di una persona che ha un negozio di carte di parati a S. Cataldo, di predisporre e collocare nella zona ove Riina e gli altri si riunivano, un’apparecchiatura che serviva ad intercettare sia i telefonini sia le radio della Polizia per garantire la sicurezza dei vertici di Cosa Nostra. Io non dissi all’Augello a quale scopo serviva l’apparecchiatura, né che in quella zona si trovavano Riina e gli altri. L’Augello fu costretto ad acquistare a Catania un’antenna più potente di quella originariamente installata. L’Augello fu portato sul luogo, che io non conosco, dal Monachino e da Potente Mario (cugino di Borino Miccichè e altro “uomo d’onore” della famiglia di Pietraperzia). L’Augello non è uomo d’onore. E’ una persona alla quale io avevo fatto dei favori.
In particolare, avevamo simulato il furto di una sua Lancia integrale di colore bianco del valore di circa 50 milioni di lire (furto denunciato a Catania). L’autovettura fu venduta all’officina Giambra di S. Cataldo per 9 milioni di lire. L’Augello lucrò dall’assicurazione la somma di circa 50 milioni di lire. Ciò avvenne nel 1991.
Inoltre, gli feci consegnare della droga da Sessa Michele, trafficante di Napoli, regalandogli del denaro. Il Sessa alloggiava all’hotel Elios di S. Cataldo, luogo dove doveva avvenire la consegna nel 1991. Senonchè, io venni a sapere che l’albergo era sorvegliato dalla polizia, sicché feci alloggiare il Sessa nell’abitazione dell’Augello, che si trova in una parallela di Piazza degli Eroi. La consegna di 200 grammi di eroina avvenne davanti il ristorante “La flambè” di S. Cataldo.
………………
Le riunioni che si svolsero dall’agosto in poi furono preparatorie della riunione allargata tenutasi nel febbraio ’92. Dopo tale ultima riunione, il Miccichè mi disse che era stato deciso di uccidere Falcone. Non mi parlò degli altri argomenti che erano stati discussi.

Dalla diretta lettura delle dichiarazioni di Leonardo Messina emerge con evidenza la trama del progetto politico-criminale esposto in premessa. Qui occorre evidenziare, a riprova dell’attendibilità di tali rivelazioni, non soltanto lo spessore dei personaggi mafiosi chiamati in causa (e cioè i vertici di Cosa Nostra dell’isola), ma il valore delle “anticipazioni” di Leonardo Messina.
Quando – ad esempio – egli dichiarò, già nella sua audizione davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia del dicembre ‘92, che il movimento politico separatista, pur interessando direttamente Cosa Nostra, sarebbe approdato in Sicilia in un momento successivo rispetto al resto d’Italia, egli fece un’affermazione che sul momento apparve poco comprensibile. Eppure, meno di un anno dopo, e cioè l’8 ottobre 1993, il movimento “Sicilia Libera” venne costituito a Palermo su input diretto di Leoluca Bagarella, mentre nel resto del meridione erano state già costituite formazioni come “Calabria Libera” (già costituita fin dal 19 settembre 1991), “Lega Lucana” (già “Movimento Lucano”, costituita il 25 gennaio 1993), e tantissimi altri movimenti analoghi (“Campania Libera”, “Abruzzo Libero”, etc.) .
Ed ancora, apparve a prima vista poco verosimile l’affermazione di Messina, secondo la quale il vero artefice del progetto politico della Lega Nord era il professor Gianfranco Miglio dietro il quale vi erano personaggi come Licio Gelli e Giulio Andreotti.
Sennonché, le successive investigazioni, ed in particolare quelle svolte dalla Procura della Repubblica di Aosta su un ambiguo personaggio chiave della genesi del movimento leghista, il faccendiere Gianmario Ferramonti, ha evidenziato come quest’ultimo, strettamente legato al professor Miglio, fosse a sua volta al centro di una fitta rete di relazioni con personaggi di spicco della massoneria (italiana ed internazionale) e con insospettabili “entrature istituzionali”.
E lo stesso professor Miglio, seppur soltanto nel 1999, ha rivelato in una sua intervista i suoi rapporti con Andreotti, intensificatisi proprio nel 1992, quando egli trattò personalmente e segretamente col senatore a vita un appoggio della Lega Nord alla sua candidatura alla Presidenza della Repubblica in cambio di una politica favorevole al progetto federalista della Lega Nord. Nell’intervista pubblicata su “Il Giornale” del 20/3/1999, acquisita in atti, il professor Miglio ha infatti dichiarato in merito: “Con Andreotti ci trovammo a trattare di nascosto a Villa Madama, sulle pendici di Monte Mario, davanti a un camino spento”, subito dopo rammentando di non avere ottenuto la nomina a senatore a vita per l’opposizione di Cossiga “nonostante Andreotti insistesse tanto”. E colpisce non poco che in quella stessa intervista il professor Miglio dichiari, fra l’altro: “Io sono per il mantenimento anche della mafia e della ‘ndrangheta. Il Sud deve darsi uno statuto poggiante sulla personalità del comando. Che cos’è la mafia? Potere personale, spinto fino al delitto. Io non voglio ridurre il Meridione al modello europeo, sarebbe un’assurdità. C’è anche un clientelismo buono che determina crescita economica. Insomma, bisogna partire dal concetto che alcune manifestazioni tipiche del Sud hanno bisogno di essere costituzionalizzate”. E si ricordi che in altre interviste lo stesso professor Miglio teorizzò in più occasioni che la selezione di una nuova classe dirigente non potesse passare che attraverso una guerra civile, in esito alla quale sarebbero prevalsi finalmente i migliori.

Insomma, quelle dichiarazioni di Leonardo Messina, dapprima apparse quasi “fantasiose”, si sono andate rivelando quanto mai attendibili, una volta inserite nel contesto delle risultanze successivamente acquisite e dei puntuali riscontri in atti.






2. I riscontri



2.1. Le conferme delle dichiarazioni di Messina


Per limitarsi ad elencare i numerosi elementi di conferma ed integrazione delle dichiarazioni di Messina, che saranno diffusamente illustrati nel prosieguo, vanno fin da subito segnalati:

1) Le dichiarazioni di numerosi collaboranti siciliani, in particolare catanesi, relative alle riunioni “strategiche” di Cosa Nostra svoltesi nella zona centrale della Sicilia prima delle stragi del ’92 (Messina parla della zona di Enna), anche con specifico riferimento all’approvazione in quella sede di una strategia di tipo stragistico-eversivo avente come obiettivo quello di creare le condizioni più idonee per la nascita di un nuovo movimento politico: si vedano in particolare le dichiarazioni di Avola Maurizio, di Malvagna Filippo e di Pattarino Francesco (cfr. cap. II);

2) Le dichiarazioni di collaboranti calabresi circa gli accordi stipulati nel medesimo periodo fra Cosa Nostra siciliana e la ‘ndrangheta calabrese, aventi ad oggetto un’analoga strategia aventi obiettivi destabilizzanti al fine di realizzare la secessione della Sicilia e del Meridione dal resto d’Italia (si vedano le dichiarazioni di Filippo Barreca e Pasquale Nucera: cfr. cap. IV);

3) Le dichiarazioni di collaboratori pugliesi, già appartenenti alla Sacra Corona Unita, circa i rapporti nel ‘90-’91 fra leghe meridionali, criminalità organizzata pugliese e massoneria “deviata” nell’ambito di un progetto di tipo eversivo in cui sarebbero stati, a vario titolo, coinvolti Licio Gelli e Aldo Anghessa (si vedano le dichiarazioni di Gianfranco Modeo e Marino Pulito: cfr. cap. V);

4) Le dichiarazioni di Tullio Cannella circa le confidenze apprese da Leoluca Bagarella in ordine alla strategia eversiva, adottata da Cosa Nostra con l’omicidio Lima e le stragi del ‘92-’93, finalizzata al sovvertimento istituzionale del paese creando le condizioni per la secessione della Sicilia dal resto d’Italia, nonché le dichiarazioni dello stesso Cannella circa il progetto di tipo secessionista che ispirava la costituzione del movimento “Sicilia Libera” per volontà di Leoluca Bagarella (cfr. cap. III § 2);

5) Le dichiarazioni di Gioacchino Pennino circa i rapporti fra mafia, ‘ndrangheta e massoneria anche in relazione a progetti secessionisti e la riunione di Lamezia Terme dei movimenti autonomisti del meridione d’Italia, cui presero parte i rappresentanti di Sicilia Libera (cfr. cap. III § 3);

6) Le dichiarazioni di Antonino Galliano circa la riunione che si sarebbe svolta fuori dalla Sicilia nel ‘90-’91 avente ad oggetto un progetto di secessione della Sicilia, cui avrebbero partecipato, fra gli altri, appartenenti di spicco di Cosa Nostra (in particolare Stefano Ganci) e uomini di vari ambienti anche istituzionali (perfino “Ministri in carica”: cfr. cap. III § 1);

7) Le dichiarazioni di Vincenzo Sinacori circa l’interesse di Leoluca Bagarella, manifestato in epoca successiva all’arresto di Riina, ad ottenere – tramite Cosa Nostra americana – l’appoggio “americano” ad un progetto separatista della Sicilia, con conseguente annessione agli U.S.A. (cfr. cap. III § 8);

8) Le dichiarazioni di Salvatore Cancemi, secondo il quale Riina, prima della stagione stragista, si sarebbe incontrato con persone importanti (cfr. cap. III § 5);

9) Le dichiarazioni di Massimo Pizza in ordine al progetto della massoneria italiana ed internazionale, nel medesimo periodo, di realizzare, in accordo con la criminalità organizzata non solo siciliana, un’azione di “destabilizzazione” finalizzata a creare le condizioni propizie per la divisione dell’Italia in più Stati, progetto nel quale avrebbero avuto un ruolo trainante Cosa Nostra, Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie ed altri personaggi di spicco degli ambienti della massoneria, della criminalità organizzata e dell’eversione nera (cfr. parte II, cap. II § 2);

10) Il contenuto delle lettere inviate da Elio Ciolini all’A.G. di Bologna, già in epoca antecedente all’omicidio Lima, circa un progetto destabilizzante da realizzare mediante atti delittuosi fra cui l’eliminazione di uomini politici di spicco dei due principali partiti allora al potere, e cioè D.C. e P.S.I. (cfr. parte II, cap. I § 1);

11) Le risultanze investigative dell’indagine “Phoney Money”, già svolta della Procura della Repubblica di Aosta, in ordine alle profonde infiltrazioni della massoneria italiana (specie meridionale) ed internazionale nella Lega Nord con speciale riferimento a personaggi legati a Gianfranco Miglio (cfr. parte II, cap. II § 4);

12) L’esito delle investigazioni della D.I.A. sui movimenti leghisti meridionali e settentrionali, che hanno confermato i rapporti di molti di questi con ambienti massonici, dell’eversione nera e della criminalità organizzata, con riferimento al “protagonismo politico” in questo ambito, nei primi anni ’90, di Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie e personaggi a loro legati (cfr. parte II, cap. II § 1);

13) Le indagini sul movimento “Sicilia Libera”, che hanno confermato la stretta connessione fra la nascita di questo movimento politico e alcuni protagonisti della stagione stragista del ’93, quali Leoluca Bagarella, i fratelli Graviano e Giovanni Brusca (cfr. parte II, cap. II § 5).

Si tratta, come si vede, di numerose risultanze che verranno sinteticamente esposte nel prosieguo della presente richiesta, a cominciare dagli elementi acquisiti a specifico riscontro delle dichiarazioni di Leonardo Messina.




2.2. Le indagini a riscontro delle dichiarazioni di Messina


Sulla base delle dichiarazioni di Leonardo Messina, in data 22 luglio 1996, è stata delegata alla D.I.A. attività investigativa di riscontro, nell’ambito del quale sono stati acquisiti significativi elementi di conferma. Ad esempio, sul conto di Liborio Micciché, principale fonte di Messina, è risultato accertato il suo elevato “spessore”, non solo in quanto consigliere provinciale e capo della famiglia mafiosa di Pietraperzia, ma anche come figlioccio di cresima e di affiliazione del noto Madonia Giuseppe detto “Piddu”, ed inoltre come ex consigliere e assessore ai lavori pubblici al Comune di Pietraperzia, legato all’avv. Raffaele Bevilacqua, politico andreottiano di spicco della provincia di Enna, anch’egli imputato di associazione mafiosa.

A parte le risultanze sui singoli appartenenti a Cosa Nostra chiamati in causa da Messina, per le cui schede si rinvia alla lettura delle relative informative della D.I.A., appaiono particolarmente significativi i riscontri acquisiti sul conto di Augello Remigio, indicato da Messina come colui al quale egli si era rivolto per predisporre e collocare, nella zona delle riunioni di Enna, un’apparecchiatura radio che servisse per intercettare le radio della polizia, al fine di garantire la “sicurezza” del vertice mafioso.
Dalla nota della D.I.A. n. 3313 del 25.11.1996, alla cui lettura si rinvia per alcuni specifici riscontri obiettivi relativi a vicende personali dell’Augello , risulta che l’Augello è in effetti un “appassionato cultore dell’elettronica ed acceso radiomatore”, e che egli, in data 19.3.1990, è stato sorpreso dai CC. di S. Cataldo con il suo apparato radio sintonizzato sulla frequenza della centrale operativa del Comando Provinciale CC. di Caltanissetta. Egli risulta inoltre essere stato effettivamente assuntore di sostanze stupefacenti.
Ma la più significativa conferma deriva senz’altro dalle dichiarazioni rese alla Polizia Giudiziaria dallo stesso Augello, il quale nel 1993 ha ammesso di essersi recato, su ordine di Leonardo Messina, in una casa nei pressi di Aidone (un paesino in provincia di Enna) per installarvi apparecchiature idonee a ricevere le comunicazioni delle forze di polizia e che, nell’occasione, aveva avuto modo di vedere diverse persone, alcune delle quali latitanti, fra cui riteneva di avere riconosciuto Salvatore Riina.
Probatoriamente ancor più significativa è la circostanza che l’Augello ha condotto la P.G. nel luogo della riunione (dove confermava di essere stato accompagnato da Potente Mario), che veniva pertanto individuato all’interno dell’azienda agricola di Castoro Luigi, ex vice-sindaco socialista di Valguarnera, “compare” di Miccichè Liborio e indicato dallo stesso Leonardo Messina e da altri collaboranti come “uomo d’onore”. Ed ulteriore importante conferma deriva anche dalle dichiarazioni di Conti Mammanica Sebastiano (genero del Castoro Luigi), il quale ha ammesso che il suocero dava a volte ospitalità, presso la sua tenuta, a dei “cacciatori”, tra i quali indicava proprio Miccichè Liborio.
Puntuali si sono rivelati anche i riscontri obiettivi acquisiti a seguito degli accertamenti disposti sui luoghi e sugli eventi indicati da Messina (si veda, ad esempio, la riscontrata presenza alberghiera del trafficante napoletano Michele Sessa nel 1991 presso l’hotel Elios di San Cataldo ).
E’ inoltre risultato che l’on. Bossi si è recato effettivamente per una manifestazione politica a Catania proprio nel periodo indicato da Messina, e cioè il 13 giugno 1991 (Messina aveva dichiarato di averne parlato con Liborio Micciché nel settembre-ottobre 1991) .









Capitolo 2

I collaboranti catanesi



L’unicità della strategia di “attacco allo Stato” concepita prima della stagione stragista del ’92-‘93 e la natura “politico-eversiva” di tale strategia emerge anche dalle dichiarazioni di alcuni collaboranti di spicco della mafia catanese.





1. Le dichiarazioni di Filippo Malvagna


Filippo Malvagna, nipote del noto Giuseppe Pulvirenti detto “’u malpassotu”, già nell’interrogatorio del 9 maggio 1994, confermava la riunione “strategica” di Enna della fine del 1991, di cui aveva riferito Leonardo Messina:

Girolamo Rannesi mi riferì della disponibilità offerta da Santo Mazzei a partecipare ad attentati da eseguire in Toscana e a Torino. Questi attentati rientravano in un grande programma di “guerra allo Stato” che cosa nostra per volontà di Totò Riina stava ponendo in essere.
…………….
A D.R. Come ho già dichiarato io ero bene a conoscenza dell’esistenza di una strategia di Cosa Nostra volta a colpire lo Stato sia in Sicilia che fuori dall’isola. Infatti, ritengo nei primi mesi del 1992, di aver saputo da Giuseppe Pulvirenti che qualche tempo prima e ritengo pertanto verso la fine del 1991 si era svolta in provincia di Enna, in una località che non mi venne indicata, una riunione voluta da Salvatore Riina alla quale avevano partecipato rappresentanti ad alto livello di Cosa Nostra provenienti da varie zone della Sicilia. Per Catania vi aveva partecipato Benedetto Santapaola che aveva poi riferito ogni particolare dell’incontro al Pulvirenti. Il Pulvirenti non mi raccontò chi fossero gli altri partecipanti alla riunione alla quale comunque era presente Salvatore Riina in persona. Ricordo che mi spiegò che la provincia di Enna veniva scelta di frequente per questi incontri perché era una zona non molto presidiata dalle forze dell’ordine. Ciò su cui il Pulvirenti fu più preciso riguardò l’oggetto della riunione. Il Riina aveva fatto presente che la pressione dello Stato contro Cosa Nostra si era fatta più rilevante e che comunque vi erano dei precisi segnali del fatto che alcune tradizionali alleanze con i pezzi dello Stato non funzionavano più. In pratica erano “saltati” i referenti politici di Cosa Nostra i quali, per qualche motivo, avevano lasciato l’organizzazione senza le sue tradizionali coperture.
………………
A D.R. Quanto alle ragioni dell’attacco allo Stato voluto da Riina e su cui si erano trovati pienamente d’accordo Santapaola e gli altri partecipanti alla riunione in provincia di Enna, il Malpassotu mi riferì solo una frase che sarebbe stata pronunciata da Riina: “Si fa la guerra per poi fare la pace”. Successivamente ebbi modo di discutere ancora con il Pulvirenti riguardo alle finalità di questa strategia di Cosa Nostra. Secondo il Malpassotu, ora che molti accordi con il potere politico erano venuti meno bisognava fare pressione sulle Stato per altre vie sia allo scopo di indurre gli apparati dello Stato anche a delle trattative con la mafia sia, quanto meno, per allentare la pressione degli organi dello Stato su Cosa Nostra e sulla Sicilia.
Non posso essere più preciso su ciò, ma ricordo che il Malpassotu mi raccontò che si era deciso che tutte le future azioni terroristiche di Cosa Nostra venissero rivendicate con la sigla “Falange Armata”.
A D.R. Per quanto mi riferì il Malpassotu la decisione di intraprendere una vera e propria guerra allo Stato era stata presa da tutti coloro che avevano partecipato alla riunione nella provincia di Enna. Questa unanimità di vedute si era mantenuta anche dopo le stragi in danno del dr. Falcone e del dr. Borsellino.

Nel corso della sua deposizione nel processo per la strage di Capaci il Malvagna ha ribadito che, nel corso della riunione tenutasi nella provincia di Enna tra gli ultimi mesi del 1991 ed i primi giorni del 1992, cui erano intervenuti gli esponenti di vertice di tutte le province siciliane, e tra questi il Santapaola e lo stesso Riina, si era deliberata, su proposta di quest’ultimo e con l’approvazione di tutti, una strategia con la quale - preso atto che avevano perso consistenza i pregressi rapporti dell’organizzazione con appartenenti al mondo politico-istituzionale - si abbandonava ogni remora e si muoveva un attacco deciso contro l’apparato statale per destabilizzarlo e crearsi nuovi spazi di trattativa. Malvagna ha aggiunto che si era anche concordato che l’attuazione della strategia avrebbe richiesto il contributo di tutte le province e che doveva consistere, fra l’altro, nel porre in essere attentati ed intimidazioni nei confronti di chi, nell’ambito di ogni provincia, mostrava di volere più seriamente opporsi a Cosa Nostra, tanto che egli aveva ben compreso che l’attentato al giudice Falcone faceva parte di un “progetto ancora più espansivo” (Giuseppe Pulvirenti, dopo la strage di Capaci, gli aveva detto: “devono succedere altre cose”). Ed il Malvagna ha evidenziato che nel catanese vennero ideati ed in parte posti in essere, nel quadro della stessa strategia, atti intimidatori nei confronti del sindaco pro-tempore di Misterbianco Antonio Di Guardo, del giornalista Claudio Fava, dell’avv. Guarnera e perfino un attentato avente come obiettivo il Palazzo di Giustizia di Catania, nonché di aver appreso successivamente che appartenenti alla consorteria catanese si erano attivati per raccogliere informazioni al fine di realizzare attentati anche in Toscana e a Torino.
Poneva, altresì, in rilievo di aver appreso da Marcello D’Agata (consigliere della provincia catanese) durante la comune detenzione presso il carcere di Bicocca, tra la fine del dicembre 1993 e gli inizi del 1994, che “gli amici di Palermo” avevano mandato a dire che, tra un paio d’anni, “le cose si sarebbero sistemate di nuovo”, nel senso che sarebbe stato abolito il 41 bis e si sarebbero recuperati gli antichi privilegi. Dichiarava, ancora, di aver dedotto dalle parole del D’Agata che la strategia di attacco allo Stato aveva dato i suoi frutti, in quanto si erano creati “nuovi agganci con pezzi delle istituzioni e della politica” .




2. Le dichiarazioni di Francesco Pattarino


Altro collaboratore catanese di spicco, Francesco Pattarino, figlio del boss Francesco Mangion, nell’interrogatorio reso alla Procura della Repubblica di Palermo il 4 febbraio 1998, ha confermato sia la riunione di Enna della fine del 1991, sia l’interesse della famiglia catanese per la prospettiva separatista:

A D R. Dopo le stragi all’interno delle carceri le lamentele più frequenti riguardavano il fatto che chi era rimasto fuori non sfruttava a sufficienza gli strumenti a nostra disposizione per colpire i collaboratori di giustizia. In quest’ambito si inserì il discorso che mi fece il Cilona in particolare sulla circostanza che aveva messo “nelle mani” di chi era fuori alcune sue importanti amicizie, tra cui quella di Dell’Utri Marcello. Sempre in carcere ricordo che una volta Natale Di Raimondo (responsabile della zona di Monte Po’ e vicino ad Ercolano) - di fronte alla situazione politica venutasi a creare - disse testualmente che sarebbe stato il caso di far separare la Sicilia dal resto d’Italia. Il Cilona, che era presente alla discussione, disse che era d’accordo e che su questa strada “si poteva ottenere tanto”. Il Cilona del resto diceva che “il politico lo dovevamo creare noi”, così come del resto sosteneva lo stesso Ercolano Aldo.
Quella separatista era solo una delle ipotesi che si facevano all’interno di c

Questo articolo è stato letto 3054 volte.

Contatore Visite