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      Mučeniška Pot


Autoassegnatari Di Case Popolari

EMERGENZA CASA

A settembre, a Trieste, ha fatto un po’ di scalpore la notizia della “autoassegnazione” (una volta si parlava di “occupazione” di alloggi sfitti) di alcuni alloggi di proprietà dell’ATER in via Capofonte, un complesso di miniappartamenti in quattro palazzine costruite dal Governo Militare Alleato per fare fronte alle immediate necessità delle fasce povere cittadine, che all’epoca risentivano ancora delle conseguenze dei bombardamenti che avevano lasciato senza casa moltissime famiglie. Gli appartamenti del Capofonte sono minuscoli, manca l’allacciamento alla rete del gas, i servizi igienici sono minimi. Si tratta insomma di quelle abitazioni che una volta venivano definite “di emergenza” o “minime”. Il complesso però è situato in un sorta di piccolo paradiso, lontano dal traffico, in mezzo ad un bosco, vi sono cresciuti alberi da frutto ed in alcune aree lasciate libere sono stati creati dei piccoli orti “abusivi”. Dato che le abitazioni sono quello che sono, da alcuni anni la maggior parte degli inquilini sono stati sistemati altrove, oppure, se gli appartamenti rimanevano vuoti per la morte dell’assegnatario, non venivano riassegnati, quindi ormai gli edifici sono quasi del tutto abbandonati.
Un paio d’anni or sono l’ATER ha presentato un progetto per il “recupero” del comprensorio, progetto che prevedeva la ristrutturazione di una palazzina alla volta, mantenendo nella zona gli inquilini che desideravano continuare ad abitare lì. La ristrutturazione prevedeva l’ampliamento degli appartamenti, accorpandoli a due a due per crearne di più spaziosi, con la creazione di servizi igienici a norma ed il collegamento con la rete del gas.
Un progetto quindi del tutto apprezzabile: ma oggi si sente invece parlare di un altro progetto, che prevede la demolizione di quegli edifici ed una edificazione del tutto nuova. Progetto questo che, però, non risulta essere stato presentato al Consiglio circoscrizionale per il parere (obbligatorio). Quale è dunque il progetto che l’ATER vuole oggi realizzare nella zona del Capofonte?
Dicevamo prima delle “autoassegnazioni” di alcuni appartamenti del Capofonte. In pratica alcuni giovani, usando scorciatoie effettivamente non previste dalle norme vigenti, hanno dimostrato che la ristrutturazione per rendere abitabili degli appartamenti degradati non necessariamente deve costare milioni di euro, ma invece, procedendo con interventi limitati si può raggiungere lo scopo senza spese astronomiche, in modo ambientalmente compatibile (non è necessario usare grosse apparecchiature e produrre tanto materiale di risulta da inviare alle discariche), ed in tempi estremamente limitati.
L’ATER da parte sua ha risposto che quanto fatto dagli “autoassegnatari” è del tutto “illegale e scavalca le graduatorie” danneggiando così chi ha diritto ad una assegnazione regolare.
Questa affermazione è sicuramente veritiera, però non tiene conto di alcuni fatti che, volendo affrontare i problemi sociali non solo in base ai codici ma usando il buon senso, saltano all’occhio chiaramente.
Innanzitutto, quando viene occupato un alloggio che non può essere assegnato perché non rientra nei criteri di abitabilità, nessun assegnatario “regolare” viene danneggiato, perché in ogni caso quegli appartamenti non sarebbero stati messi a disposizione. E dalla vicenda della ristrutturazione “autogestita” dagli “autoassegnatari” si può pure trarre la conclusione che non sarebbero necessari dei grossi interventi per dare la casa a chi ne ha bisogno, ma magari permettere a chi, giovane e di buona volontà, intende farsi i lavori da sé in “economia”, può avere assegnato un appartamento che non si può assegnare ad altri ma dovrebbe aspettare anni per essere reso abitabile nel rispetto dei canoni di legge. In tal modo verrebbe meno in parte la tensione abitativa (i giovani che sarebbero disponibili ad una soluzione del genere non peserebbero più sulla “emergenza casa”).
Ciò inoltre significherebbe per la stessa ATER un risparmio non indifferente, permettendo all’azienda di occuparsi dei lavori di grossa portata. Ed a questo punto però, poniamo polemicamente una domanda: perché sono state rase al suolo le case della zona di Valmaura, vicino alla storica Domus civica, e perché da tanto tempo ormai i lavori sono rimasti fermi, la ricostruzione non è iniziata con il risultato che la zona sembra appena uscita da un bombardamento?
Non è che anche le case del Capofonte corrono questo rischio? Cioè di venire abbattute e mai ricostruite, ed al loro posto lasciato il degrado totale, fino a che, magari, qualche costruttore privato non decida di chiedere l’acquisizione del terreno per farne una speculazione edilizia data la peculiarità della zona?
E qui si apre un altro scenario della questione della casa a Trieste. Da anni ormai noi denunciamo come, nonostante il continuo calo demografico di questa città, sempre più zone verdi vengano cementificate e sempre più, anche in zone densamente abitate, che avrebbero più bisogno di spazi verdi o di spazi vuoti per diminuire la tensione dei parcheggi (non a pagamento) vengono invece autorizzate nuove edificazioni che non miglioreranno sicuramente la vivibilità dei rioni. Da una parte abbiamo un’ATER che non riesce a fare fronte alle domande che vengono presentate, e che, per parola della presidente Perla Lusa (di estrazione di “sinistra”), ha detto che “non possono comunque confondersi bisogno alloggiativo con bisogno assistenziale. Solo per il primo l’Ater ha competenza, mentre per il secondo altre sono le istituzioni preposte” (sul “Piccolo” del 5 settembre), quindi non intendono venire incontro a chi non si può permettere una casa a prezzo di mercato; dall’altra parte abbiamo imprese di costruzione che costruiscono e mettono in vendita abitazioni a prezzi da capogiro, senza oltretutto garantire servizi a queste nuove edificazioni o a quelle che già esistevano attorno, perché di queste cose si deve occupare l’amministrazione pubblica, non certo il privato che costruisce per il proprio guadagno e non per “beneficenza”.
La presidente dell’ATER dimentica però che in origine il concetto delle case “popolari” era proprio nato per risolvere il problema dell’assistenza a chi non aveva la possibilità di avere un alloggio prendendolo dal “libero mercato”.
Operando come fa ora, l’ATER finisce semplicemente per togliere dal mercato case a basso costo, che potrebbero costituire un serio elemento di calmiere ai proibitivi prezzi di acquisti o affitti, e non crediamo proprio sia questa l’intenzione dei suoi amministratori. Riteniamo però opportuno che le amministrazioni pubbliche (Comune, Provincia, Regione) si impegnino ad uno studio serio di revisione del piano regolatore, considerando sia il fabbisogno abitativo, sia la quantità di edifici vuoti, sfitti, ristrutturabili e recuperabili, esistenti soprattutto nel centro (Borgo Teresiano), ma considerando anche il bisogno di verde pubblico, giardini, aree attrezzate per bambini ed anziani ed i servizi necessari per una vita a misura d’uomo, piuttosto che le esigenze di lucro dei grossi costruttori. Trieste non è una metropoli, ed uno studio su questo tema non dovrebbe essere difficile, se solo lo si affrontasse con serenità e buon senso.
Un mese dopo i vari incontri tra “autoassegnatari” e rappresentanti istituzionali, nonché giornalisti, abbiamo letto sul quotidiano locale che l’appartamento rimesso a nuovo dalla coppia di giovani che si era fatta portavoce della possibilità di ristrutturare in proprio gli appartamenti degradati, è stato posto sotto sequestro e di conseguenza i due sono stati letteralmente messi in strada. Il tutto nella quasi totale indifferenza di una città che sembra vivere per la sola facciata dei “grandi eventi” che vengono organizzati nei “salotti buoni” della città e non vuole vedere ciò che accade nelle periferie, o anche solo pochi metri dietro gli specchietti per le allodole che ci ammaniscono i nostri amministratori.

ottobre 2006

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