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Bombe di Primavera (1974)

BOMBE DI PRIMAVERA.
Tra fine aprile e giugno 1974 si intrecceranno le trame della bomba alla scuola slovena di via Caravaggio a Trieste e quella della bomba in piazza della Loggia a Brescia. E come si disse che la bomba alla scuola slovena del 1969 era stata una sorta di “prova generale” della successiva bomba di piazza Fontana, così forse la bomba del 1974 alla stessa scuola slovena può essere stata un anticipo su quella di Brescia. In effetti, come vedremo, le persone e gli eventi tra Brescia e Trieste mostrano dei collegamenti piuttosto significativi.
TRIESTE, RIONE DI SAN GIOVANNI.
Nell’immaginario neofascista triestino degli anni ’70 si inseriscono i fumetti disegnati dall’allora leader del Fronte della Gioventù, il pluridenunciato per atti di violenza Almerigo Grilz (Almerigo Grilz, leader carismatico del Fronte della Gioventù, coinvolto in svariate aggressioni, dopo avere ricoperto per alcuni anni la carica di consigliere comunale, si dedicò al giornalismo. Fondatore dell’agenzia di stampa Albatross assieme ai camerati Fausto Biloslavo (arrestato per reticenza come teste nell’ambito delle indagini sulla strage di Bologna nel 1980), Gian Micalessin e Riccardo Pelliccetti, perse la vita in Mozambico il 19/5/87 mentre faceva da press-agent ai guerriglieri antigovernativi e filosudafricani della Renamo), dove il “Viale della Foresta Nera”, cioè il Viale XX Settembre, storico ritrovo di neofascisti, portava alla “Contea di San Giovanni”, cioè il rione dove era forte la presenza slovena, ma vi abitavano, tra gli altri, i fratelli Scarpa di Avanguardia nazionale, e spesso i neofascisti compivano le loro scorrerie.
Venerdì 19 aprile Giorgio Almirante venne a parlare a Trieste: leggiamo un articolo del Meridiano intitolato “lo show del vecchio guitto in piazza Goldoni” (“Meridiano” n. 17 del 24/4/74). L’articolo esordisce dicendo che “l’ex sottosegretario alle poste del governo Mussolini”, avrebbe dovuto parlare del referendum sul divorzio, ma “in piazza Goldoni di fronte a 1700 persone infreddolite l’uomo nero ha rinunciato al comizio in doppio petto per indossare i panni più congeniali (per lui) del vecchio guitto facile alla stecca”. Vengono riportate virgolettate alcune frasi “non se ne può più” e “far piazza pulita del bacillo slavo che si è infiltrato a Trieste”. Ma, ribadisce il Meridiano, non se ne può più “del fascismo vecchio e nuovo, dell’Almirante formato video, del regista della strategia della tensione, delle trame nere, delle guardie con giubbotto verde e aste da bandiera, trasformate in spranghe per stringersi a manipolo attorno al podio”. Dove tra queste “guardie” è perfettamente riconoscibile un mio compagno (camerata?) di scuola, mio coetaneo, in una foto dalla didascalia “De Vidovich e i nuovi balilla” (L’esponente nazionalista Renzo de’ Vidovich era all’epoca deputato del MSI; fu tra coloro che diedero vita alla fronda di Democrazia nazionale, assieme al piduista Birindelli).
Sabato 27 aprile 1974 alle ore 21.47 squilla in questura l’allarme collegato alla scuola slovena di via Caravaggio, nel rione di San Giovanni era esplosa una bomba, presumibilmente posta verso le 21.30. Era una sera piovosa, scrissero i cronisti, e la zona era scarsamente illuminata.
Le indagini coordinate dal dottor Claudio Coassin portarono a perquisire le sedi di Avanguardia nazionale e Ordine nuovo, ed a controllare “gli esponenti dello squadrismo nero, quelli che la settimana scorsa si erano dati appuntamento in piazza Goldoni alla ricerca dello scontro fisico per il comizio di Almirante”. Il Meridiano scrisse anche, in riferimento a questo attentato, che la questura aveva inviato un rapporto alla magistratura individuando nelle frasi del comizio di Almirante il reato di “istigazione alla lotta di classe” (“Meridiano” n. 18 del 30/4/74).
La bomba era composta da un involucro metallico, un tubo riempito di polvere nera e chiuso ai lati. Un ordigno non sofisticato e di produzione artigianale, dissero gli inquirenti, ma che dimostrava comunque una buona conoscenza in materia di esplosivi.
Successivamente le indagini condotte dalla Procura di Milano sarebbero giunte alla conclusione che l’azione era stata ideata nel capoluogo lombardo da Giancarlo Rognoni leader del gruppo La Fenice ed eseguito da Alessandro D’Intino ed Umberto Vivirito (http://sites.google.com/site/sentileranechecantano/cronologia/1974).
Questa non fu la prima bomba piazzata alla scuola slovena di San Giovanni, ma mentre questa esplose senza fare vittime, essendo stata programmata per la sera, la prima, che non esplose per un difetto tecnico, avrebbe fatto una strage di bambini, essendo stata impostata per le 12.30, ora di fine orario di lezione. La prima bomba fu posta il 6 ottobre 1969; all’inizio la responsabilità fu attribuita ad un neofascista “squilibrato” (che fu condannato a 5 anni di reclusione più 3 di manicomio criminale in quanto gli fu riconosciuto il “vizio parziale di mente”) e solo dopo quasi trent’anni di indagini, svolte in collegamento con le indagini per la bomba di piazza Fontana, furono identificati i veri colpevoli, però nel frattempo era intervenuta la prescrizione (“Sentenza Salvini”, cit.. Considerando che il reato di strage è imperscrittibile e che l’art. 422 del Codice penale considera “strage” il reato commesso da chi “al fine di uccidere compie atti tali da porre in pericolo la pubblica incolumità” e tale imputazione scatta “ogniqualvolta si determini un pericolo pubblico anche laddove – per circostanze fortuite – non vi siano né vittime né feriti”, evidentemente il magistrato aveva ritenuto che l’azione dei neofascisti non rientrava in questa categoria).
Anche in questo caso i depistaggi iniziarono subito: il 2 maggio il centro CS di Trieste inviò al generale Gianadelio Maletti (Maletti all’epoca era responsabile del reparto D (controinformazione) del SID; piduista, fu destituito nel 1975, condannato per depistaggi vari, vive da tempo in Sudafrica) una nota nella quale si affermava: “le indagini sull’attentato alla scuola slovena del 27 aprile sono orientate negli ambienti di estrema destra ma le responsabilità possono essere cercate anche altrove perché l’attentato praticamente è “servito solo ad alimentare la propaganda antifascista”; ed il 5 successivo Maletti indirizzò un appunto al colonnello Giorgio Genovesi, affermando che una sua fonte personale confermava che “l’attentato contro la scuola slovena di Trieste del 27 aprile 1974 è stato compiuto da elementi di estrema sinistra, e che altri forse ne sarebbero seguiti per creare difficoltà al governo e screditare la destra” (http://www.fondazionecipriani.it/Kronologia/Krono.htm) .
A questo proposito vale la pena di fare un piccolo salto in avanti nel tempo e riportare parte di un memoriale scritto da Guido Giannettini (neofascista ma anche agente del SID), al momento della sua estradizione dall’Argentina, 14 agosto 1974:
“Prima fase (1967-1970): i principali ambienti extraparlamentari strumentalizzati da forze occulte erano di sinistra, poiché la destra non esisteva politicamente... Rauti aveva contatti con la Grecia e con ambienti militari italiani; Graziani aveva contatti con ambienti militari italiani; Avanguardia nazionale aveva contatti con la Grecia e con il Ministero dell’Interno. Seconda fase (1970—1973): il fatto saliente era il fallito colpo di Stato del principe Borghese del 7 dicembre 1970. Ambienti esteri collegati: fra i più impegnati gli inglesi (il servizio DI-6, le banche Barclay’s Hambro’s) e sembra il servizio informazioni militare israeliano Aman, diretto allora dal generale Yaariv. Terza fase (1973—1974): hanno operato sia gruppi di destra sia di sinistra: i primi sono i MAR, le SAM, Ordine nero (linea Graziani), tra i gruppi di sinistra le Brigate rosse. Non è esclusa una manipolazione parallela da parte di una sola centrale dei gruppi clandestini di destra e di sinistra” (http://www.fondazionecipriani.it/Kronologia/Krono.htm).
Ed in effetti, nello stesso giorno dell’estradizione di Giannettini, i neofascisti bresciani (poi accusati della strage di piazza della Loggia) Ermanno Buzzi ed Angiolino Papa, falliscono un attentato contro una chiesa di San Silvestro di Folzano, rivendicandolo ai giornali con la firma Gruppo potere rosso, sezione cittadina 28 maggio (http://www.fondazionecipriani.it/Kronologia/Krono.htm) .
MINACCE AL MAGISTRATO.
Il 2 maggio il sostituto procuratore Claudio Coassin fu fatto oggetto di minacce, come leggiamo sul Piccolo.
“Un anonimo aveva telefonato in serata al 113 affermando che in una cabina telefonica di piazza Garibaldi si doveva trovare un messaggio che puntualmente poi è stato rinvenuto tra le pagine dell’elenco telefonico. Si tratta della fotocopia di un foglio scritto a mano in stampatello siglato “comunicato n. 1” e firmato Ordine nero. In esso con riferimento al recente attentato contro la scuola slovena di San Giovanni si minaccia il sequestro a scadenza ravvicinata del sostituto procuratore della Repubblica dottor Claudio Coassin, il quale si occupa proprio dell’inchiesta sull’attentato. A quanto è dato sapere sul volantino si trovava pure un’altra frase: “Dopo San Giovanni colpiremo ancora”.
Questo volantino era firmato Ordine nero, sezione Codreanu, organizzazione che aveva rivendicato la paternità dell’azione terroristica ma “della quale non è stata trovata alcuna traccia nella nostra città” (Telefonata al 113 volantino in cabina”, “Il Piccolo” ,3/5/74) .
Nello stesso articolo leggiamo che era “in corso una vasta operazione, con blocchi stradali, fermi, interrogatori”, a conclusione della quale in tarda notte fu convocato un vertice con le forze di polizia (il questore D’Anchise riunì la squadra politica al completo con il dottor Volpe ed il comandante dei Carabinieri Marzella) (Telefonata al 113 volantino in cabina”, “Il Piccolo” 3/5/74) .
Dei motivi di questa “operazione” la stampa non ci dà però indicazioni; forse andrebbero ricercati nelle concomitanti indagini dei Carabinieri di via Pastrengo (Milano) denominate “Operazione Stella del Mar”, e relative all’associazione di stampo eversivo (Movimento di Azione Rivoluzionaria) fondata dall’ex partigiano “bianco” (nonché decorato della Bronze Star, la più alta onorificenza militare che il governo statunitense attribuiva per meriti di guerra a cittadini stranieri) Carlo Fumagalli. Alcuni degli appartenenti al Mar avevano avuto infatti dei collegamenti con Trieste, come vedremo.
Il testo del volantino fu pubblicato il giorno dopo in un trafiletto: “il messaggio minatorio”. L’intestazione era “Ordine nero – sezione Codreanu comunicato n. 1 per la zona di Trieste”, seguiva il testo: “Il Consiglio supremo per la rivoluzione nazionalsocialista ha deciso, a breve scadenza, il sequestro del sostituto procuratore Coassin Claudio affinché venga liberato il camerata Giorgio Freda e come lui tutti gli altri camerati ingiustamente incarcerati dalle prigioni del sistema borghese. Abbiamo già colpito una volta a San Giovanni, colpiremo ancora per debellare questo sistema antifascista”
In caratteri più grandi “Fuori dall’Italia gli infoibatori slavi, libertà ai camerati” in calce al foglio una svastica grondante sangue.
Nell’articolo si legge che a telefonare era stata una voce giovanile e che “il volantino è vergato a mano con caratteri uguali a quelli usati da Ordine nero negli analoghi manifestini diffusi a Torino” (“Nessuna traccia degli autori del volantino contro il giudice”, “Il Piccolo”, 4/5/74) .
Vengono poi formulate due ipotesi: o i volantini sono stati compilati dalla stessa mano oppure si tratta di un’imitazione di messaggi riprodotti sui giornali negli scorsi giorni; l’opinione dell’allora dirigente della Squadra politica, Giovanni Volpe, era che il fatto si fosse indicato Freda col nome Giorgio anziché Franco poteva dimostrare che il messaggio era autentico.
Il maggiore Giovanni Ferrara dei Carabinieri osservò invece che “avvertire chi si vuole rapire mi pare un’ingenuità”, mentre il minacciato, il dottor Coassin, si dichiarò non preoccupato per le minacce, ma aggiunse di essere un personaggio scomodo perché non guardava né a destra né a sinistra.
A proposito di questa lettera il Meridiano scrisse che era firmata Ordine nuovo o nero “come preferiscono ora definirsi dopo lo scioglimento dell’ordine-padre”, e per il riferimento a Codreanu pubblicò la copertina del libello “La terra degli avi”, il cui direttore responsabile era l’avanguardista nazionale Giampaolo Sussich (che nel corso dell’operazione contro il MAR si era trovato in una delle basi assieme a Claudio Scarpa ed era riuscito a darsi alla fuga), libello che portava lo stesso nome del giornale del Movimento legionario romeno dei seguaci di Codreanu, infatti in esso si trovano l’elogio di Codreanu e della guardia di ferro”. E conclude: “una ben architettata trama nera sta inquinando Trieste, la città che dopo gli anni cupi della guerra fredda è assurta a simbolo di pace e di slataperiana (cioè ispirata alle idee dello scrittore Scipio Slataper, nda) pacifica convivenza tra popoli diversi. I teppisti agiscono sotto etichette diverse (Avanguardia nazionale, Ordine nuovo, Ordine nero, Europa civiltà) ma hanno la stessa matrice e sono manovrati da una stessa mano, quella che tenta di seminare il caos nel paese e minare la fiducia nel sistema democratico” (“Meridiano”, “I brigatisti neri”, n. 19 del 8/5/74. Ricordiamo che uno studioso di Codreanu era il veronese Claudio Mutti, uno dei “padri” del cosiddetto nazimaoismo).
Di questi volantini si parlò anche in sede di dibattimento per la strage di Brescia. Ecco la testimonianza dell’ispettore Michele Cacioppo della Polizia di Stato:
“Il volantino l’ho preso anche perché c’è questo riferimento rivendicativo all’attentato alla scuola slovena del 27 aprile che è precedente di quasi più di un mese alla strage di Piazza della Loggia. Più che altro per fare un parallelo anche con la strage di Piazza della Loggia che stranamente la prova viene fatta sempre con un attentato alla scuola slovena precedente a quella di Piazza Fontana.
Tutti i volantini, a differenza del secondo, risultano scritti con carattere runico. Secondo quanto si legge nella relazione tecnica della Divisione Polizia Scientifica del 7 ottobre del 1974 i tre volantini sono stati scritti con accentuato impegno disegnativo da una stessa persona. L’ufficio politico tra l’altro ritenne di riconoscere la voce dell’anonimo che aveva preannunciato al 113 il primo volantino, quello della scuola slovena, in quella del noto Francesco Neami. Per tale fatto il Neami unitamente al Luin e Viezzoli due estremisti di destra di Trieste furono raggiunti da comunicazione giudiziaria. Non so come è finita la vicenda. Una vera e propria perizia non so sulla voce se sia stata mai effettuata dalla Procura” (Trascrizione dell’udienza del 20/5/10, reperibile nel sito della Casa della Memoria di Brescia (R.G. 003/08) http://www.28maggio74.brescia.it/).
Ai primi di giugno fu perquisita nell’ambito delle indagini sull’attentato alla scuola slovena condotte dal PM Alessandro Brenci (Il PM dottor Brenci presenta una biografia singolare. Da sue stesse affermazioni sarebbe stato, dopo l’8 settembre 1943, inserito nelle SS triestine ma “in sonno” -testimonianza di Vincenzo Cerceo all’autrice-; risulta ufficiale della Guardia civica (corpo collaborazionista locale), comandante di un gruppo che operava in collegamento con le SS, ma poi inquadrato nel CVL al momento dell’insurrezione. Con questo curriculum fu incaricato delle indagini sulla Risiera di San Sabba, l’unico campo di concentramento nazista in Italia, e negli anni ‘70 condusse indagini su neofascisti, spesso chiedendone il proscioglimento) l’agenzia libraria di Manlio Portolan “Edizioni Europa” in via Mazzini 30. L’Agenzia rappresentava “un punto di ritrovo tra Portolan, Francesco Neami e Ombretta Petronio, rappresentante del gruppo universitario “Nazione Europa” (“Il Piccolo”, 5/6/74. Ombretta Petronio è stata chiamata a testimoniare a Brescia in merito all’attentato alla scuola slovena del 27/4/74 a Brescia 6/3/09, sui rapporti con Abrami Franco, Neami Franco, Portolan Manlio e Fabbri Ugo - sul rinvenimento di volantini di "Ordine Nero, Sez. Codreanu" in R.G. 003/08, udienza 6/3/09, reperibile nel sito della Casa della Memoria di Brescia http://www.28maggio74.brescia.it/).
In seguito alla perquisizione fatta a Neami, il deputato de’ Vidovich presentò un’interrogazione assieme ad altri parlamentari missini contro i dirigenti di PS, che risposero querelando, ma non sappiamo come si sia concluso il tutto.
Né è dato sapere come si siano concluse le indagini su questa bomba: sul Meridiano n. 31 del 31/7/75 si legge che l’inchiesta aveva preso la strada di Venezia in quanto il giudice istruttore Coassin era stato minacciato e per questo si era configurata la legittima suspicione. A Venezia erano stati convocati ed interrogati alcuni noti esponenti della destra extraparlamentare, ma qui si interrompono le notizie.
LA MORTE MISTERIOSA DI DIEGO DE HENRIQUEZ.
Torniamo alla sera del 2 maggio, perché nello stesso tempo e molto vicino al luogo del ritrovamento del volantino di Ordine nero, un incendio pose fine alla vita di un uomo stravagante e geniale assieme, lo studioso triestino Diego de Henriquez, che aveva passato la propria esistenza a raccogliere armi ed attrezzature militari di ogni tipo (dalle divise ai carri armati) per creare un museo che, proprio esponendo apparecchiature di guerra, fosse invece un monito per la pace.
Persona mite e gentile, de Henriquez aveva un grosso difetto: si fidava di tutti, chiunque poteva andare da lui e domandargli di vedere la sua collezione oppure chiedergli informazioni sul funzionamento di armi ed esplosivi, e molti estremisti di destra lo contattarono proprio a questo scopo, già negli anni ‘50. Il figlio Alfonso riferì che il padre gli aveva detto, dopo l’attentato di Peteano, che “credeva di conoscere” i responsabili di quel delitto, e ne era rammaricato perché “li aveva aiutati a fin di bene e mai a fin di male”, e che lo stesso Carlo Cicuttini (uno degli assassini di Peteano) avrebbe comprato una pistola grazie ai contatti di de Henriquez con mercanti di armi antiche e moderne (Nell’istruttoria del dottor Mastelloni su Argo 16, proc. pen. 318/87 A GI, Tribunale di Venezia) .
La sera del 2 maggio 1974, de Henriquez fu visto rientrare da solo nel magazzino di via San Maurizio (dove abitava, in mezzo ai suoi reperti ed al suo archivio cartaceo, ed era uso dormire in una bara, non tanto per un macabro senso di memento mori, quanto perché l’imbottitura lo proteggeva dall’umidità del luogo) verso le 22.30, dopo avere passeggiato nella zona di Largo Barriera con la sua cagnetta di nome Pax, ed essersi fermato in un’osteria nei pressi del magazzino. L’incendio era stato denunciato alle 22.49 da due vicine di case che avevano sentito crepitio di fiamme e rumore di vetri infranti, ed i pompieri erano arrivati sul posto alle 23.14 (C. Ernè, “Henriquez è stato assassinato”, sul “Piccolo” del 30/4/94) , ma troppo tardi per salvare l’anziano studioso che era già morto soffocato.
Il primo funzionario di polizia ad arrivare sul posto fu il maggiore dei Carabinieri Giovanni Ferrara (lo stesso che minimizzò le minacce a Coassin), ed il magistrato competente era anche in questo caso il dottor Coassin, che archiviò subito la morte come accidentale, e non ordinò neppure l’autopsia. Negli anni furono aperte (e chiuse) tre diverse inchieste, senza che si fossero mai chiarite le contraddizioni fatte emergere dalla stampa (soprattutto dai giornalisti del Meridiano).
Lo studioso Livio Fogar, che ha visionato i fascicoli istruttori, ha preso nota di un fatto inquietante. Nel 1994 un anonimo informatore prese contatto con la Polizia, raccontando di avere frequentato per poco tempo, nel 1974, la sede di Avanguardia nazionale, e che, proprio alcuni giorni prima della morte di de Henriquez, aveva colto alcune frasi scambiate tra uno dei più noti picchiatori dell’organizzazione e “due persone” presumibilmente venute da fuori Trieste, piuttosto distinte. I tre avrebbero accennato a dei “modi di dare fuoco” a qualcosa ed avevano concluso con questa frase: “tanto el xe zà morto, perché el dormi in una bara”.
Quanto siano attendibili queste affermazioni, fatte vent’anni dopo da una persona che non è mai stata identificata, non lo sappiamo. È vero però che de Henriquez conosceva molti “camerati” (del resto la sede di Avanguardia nazionale si trovava all’epoca nella strada parallela a via San Maurizio), e l’ultima sera della sua vita passeggiò nella zona di Largo Barriera, piazza limitrofa alla piazza Garibaldi, quella dove furono ritrovati i volantini rivendicativi di Ordine nero. Forse l’anziano studioso aveva incrociato quella sera qualcuno che conosceva, e che avrebbe potuto ricollegare il giorno dopo a quei volantini minatori?
TRAGEDIA A PIAN DEL RASCINO.
Parliamo ora della fuga di alcuni dei collaboratori di Fumagalli.
“Sono tutti neofascisti. Gli ultimi quattro, più Giancarlo Esposti, sostano brevemente nello studio dell’avvocato Degli Occhi, avvertito dei mandati di cattura da Giuseppe Picone Chiodo, quindi con un fuoristrada avuto da Fumagalli e provvisti di armi ed esplosivi partono per il sud. Fa da staffetta Gianni Colombo, che li ha preceduti stabilendo un appuntamento a Roiano di Campli, dalle parti di Teramo. All’incontro, due giorni dopo, Colombo si presenterà in compagnia di Luciano Benardelli e dell’ex carabiniere Guido Ciccone, neofascisti abruzzesi. Contatti saranno stati presi con i marchigiani Pier Giorgio Marini e Alba Nardi, sorella di Gianni Nardi. Lo scopo del gruppo guidato da Esposti è “un’azione eversiva in zone dell’Italia centrale” (G. Flamini, “Il Partito del golpe”, Bovolenta 1982, p. 542) .
Il 9 maggio, nel corso della notte, Giancarlo Esposti parte da Milano con una Land Rover in direzione di Pian del Rascino, provvisto di una mappa dei posti di blocco istituiti dalle forze di polizia lungo il tragitto. La mappa gli sarebbe stata fornita dal “colonnello Carmelo” che il giudice istruttore Giovanni Arcai indicherà nell’ispettore generale di PS Giuseppe Musolino, senza però che sul punto sia stata raggiunta una certezza giudiziaria (http://www.fondazionecipriani.it/Kronologia/Krono.htm) .
In maggio, a Roma, Giancarlo Esposti incontrò l’agente di PS Giovanni Davi, addetto alla scorta del magistrato Claudio Vitalone (http://www.fondazionecipriani.it/Kronologia/Krono.htm: “Claudio Vitalone è da anni, lo sa qualunque cronista giudiziario che eserciti a Roma la sua professione, il portavoce a palazzo di Giustizia del presidente del Consiglio”, Scalfari su “La Repubblica”, 21/4/79. Vitalone condusse poi le indagini sul golpe Borghese) . Nell’ambito dell’inchiesta sulla strage di Brescia emerse anche che il futuro generale dei Carabinieri Mario Mori (all’epoca tenente in servizio al SID) aveva incontrato più volte un informatore di nome Piero, che doveva dargli informazioni su Esposti, contattato grazie alla mediazione del giornalista (e collaboratore del SID: nell’esame testimoniale del 12/7/75 Ghiron fu più esplicito, dichiarandosi “abituale informatore dei Carabinieri” ) Gianfranco Ghiron, fratello e socio d’affari dell’avvocato Giorgio, che fu successivamente amministratore dei beni della famiglia mafiosa Ciancimino (per questo motivo Giorgio Ghiron è stato sentito come teste nel processo in corso a Palermo in cui il generale Mori è imputato di favoreggiamento alla mafia).
Il 30 maggio 1974 a Pian del Rascino (Rieti), in un’imboscata tesa dai carabinieri guidati dal maresciallo Filippi, è eliminato Giancarlo Esposti e feriti Alessandro Danieletti e Alessandro D’Intino. Il primo era depositario di molti segreti sul conto di Avanguardia nazionale, di cui aveva fatto parte, e del Mar di Carlo Fumagalli, con il quale collaborava (http://www.fondazionecipriani.it/Kronologia/Krono.htm). Danieletti, già militante di AN, confessò di essere l’autore dell’omicidio di Lucio Terminiello, avvenuto a Milano il 23/3/74, perché ritenuto (erroneamente) un agente di polizia in borghese.
D’Intino avrebbe dichiarato (ciò risulterebbe da una nota trasmessa il 25 luglio successivo al generale Maletti) che Esposti manteneva strettissimi contatti con Giorgio Freda, Bruno Stefàno e Gianni Nardi; e, fino a qualche anno prima, aveva lavorato per la Pide e aveva anche preso parte all’omicidio di un generale portoghese (http://www.fondazionecipriani.it/Kronologia/Krono.htm).
Ed anche che “Esposti aspettava che dopo il referendum si verificasse una svolta politica (…) era pronto a marciare su Roma” (Atti inchiesta GI Simeoni, cfr. “Il terrorismo e le sue maschere”, Pendragon 1996, p. 47).
Anche in questo caso abbiamo dei collegamenti con la nostra città. Nell’articolo “Campo paramilitare sul Carso” viene citato un articolo del Corriere della Sera che, sulle indagini in merito alla strage di Brescia “indagando sulla strage e sul terrorismo delle SAM gli inquirenti si ritrovano (…) in quel triangolo Udine-Trieste-Brescia”. E “non a caso nell’ambito di questo triangolo operavano Alessandro D’Intino e Salvatore Vivirito (…) La notte tra l’1 e il 2 maggio scorsi stavano venendo a Trieste, secondo quanto essi stessi avrebbero dichiarato al titolare di una rivendita di carburante e solamente un guasto meccanico ha interrotto il loro viaggio”. La macchina era intestata ad Esposti. Cosa venivano a fare a Trieste, si domanda il giornalista, v’era un piano ben preciso per un attentato oppure stavano dirigendosi al campo di addestramento di Aurisina? E l’articolo conclude scrivendo che la polizia avrebbe una “lista di circa 120 nominativi di estremisti considerati pericolosi” (“Meridiano”, n. 24 del 12/6/74) .
Il collegamento con la nostra città appare anche dalle affermazioni di un travestito con cui Esposti aveva una relazione, “Marcella, efebico modenese” (al secolo Marcello Malagoli), che riferì all’ispettore Giordano Fainelli “sui viaggi con Giancarlo a Trieste per il recupero di armi” (M. Franzinelli, “La sottile linea nera”, Rizzoli 2008, p. 196).
Torniamo all’informatore Piero, al secolo Amedeo Filiberto Vecchiotti (ricercato perché evaso dal carcere di Fermo al momento del contatto), la cui sorella Maria Grazia era amante di Gianni Nardi nonostante fosse sposata con un maggiore della PS, Mezzina, che al momento era stato trasferito da Frosinone a Pordenone ma che “aveva interessi anche a Trieste”. E proprio nell’alloggio di servizio di Trieste Maria Grazia si sarebbe incontrata con Nardi (all’epoca latitante). Vecchiotti avrebbe detto a Ghiron che Nardi “faceva parte di una organizzazione terroristica della quale peraltro non era il vero capo”; che nell’organizzazione “era più al dentro nelle faccende” il Marini e che della stessa faceva parte Rognoni; che era necessario prenderli tutti e tre assieme, ma non era possibile combinare un appuntamento con tutti e tre. Che Nardi, che aveva negato “con persone con le quali non aveva nulla da nascondere” di avere “partecipato all’assassinio del commissario Calabresi”, si sarebbe però trovato presente a Pian del Rascino con Esposti, e che Esposti avrebbe sparato appunto per coprire la fuga del camerata, e che questa circostanza gli sarebbe stata riferita dallo stesso Nardi.
Ritroviamo infine nuovamente l’onorevole Renzo de’ Vidovich, come l’autore di una “nota” scritta su una salvietta del bar Tergesteo, presentata come il “giudizio-denuncia” dell’onorevole “sullo scontro in Abruzzo tra campeggiatori fascisti ed i carabinieri nel quadro delle indagini sulla strage di Brescia” e pubblicata, anastaticamente, nella rubrica delle lettere del Meridiano.
Ecco il testo: “L’Esposti risulta “ucciso” dai carabinieri con un fucile di precisione da distanza (5 colpi a segno) e con un “colpo di grazia” a distanza ravvicinata”. Firmato: Renzo de’ Vidovich.
La nota redazionale presenta il testo come una “risposta a battute di sfida tipo vedemo se te ga coragio de scriverlo”, ma non specifica come e chi sarebbe entrato in possesso del foglio autografo, per permetterne la pubblicazione (“Meridiano”, n. 25 del 19/6/74).

maggio 2014

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