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      Mučeniška Pot


Caso Alpi e Giuliani; Coincidenze Inquietanti

Nel sito www.misteriditalia.it troviamo un articolo (a firma “Franti”) che evidenzia alcuni punti in comune tra la morte di Ilaria Alpi e quella di Carlo Giuliani, intitolato “abbozzo di un curriculum vitae e alcune curiose coincidenze che legano il caso di Carlo Giuliani a quello di Ilaria Alpi (e ad altri “misteri” insoluti)”.
L’articolo inizia con la trascrizione di parte dell’audizione del dottor Adriano Lauro (vicequestore aggiunto presso la questura di Roma) e del dottor Maurizio Fiorillo (vicequestore aggiunto presso la questura di Napoli), svoltasi il 5 settembre 2001 presso la commissione di indagine conoscitiva del parlamento sui fatti di Genova.
In questa audizione vengono ricostruiti i fatti, dal punto di vista dei funzionari in questione, che portano alla morte di Carlo Giuliani.
Lauro dichiara che “alle16.30 stavamo facendo ritorno ai mezzi lasciati in prossimità della Fiera; avevamo riunito il gruppo dei carabinieri: era giunto sul posto un tenente colonnello che, preposto al loro comando, coordinava le varie squadre”; il tenente colonnello, che poi risulterà essere Giovanni Truglio, “era sulla macchina quando se ne è andato. Il capitano stava con me, era il responsabile diretto di quel gruppo, mentre il tenente colonnello coordinava, immagino, più gruppi e quindi andava a verificare. (…) Successivamente, quando abbiamo avvistato il gruppo di manifestanti e c’è stato lo scontro, loro probabilmente sono arretrati. La sera ho visto delle immagini, delle due camionette che arretravano velocemente e si posizionavano dietro di noi. A quel punto, il tenente colonnello Truglio mi ha detto di essere sceso a piedi, lasciando le due camionette, e di essersi avvicinato al gruppo con i carabinieri. Quando c'è stato l’arretramento credo che lui non vi fosse più (almeno così il tenente colonnello mi ha riferito)”.
Nell’articolo si ricostruisce un po’ la carriera di Truglio: nell’aprile del 1994 era maggiore (“fresco di nomina, pare”) e si trovava in Palestina; nel 1998 dirigeva il GOC (Gruppo Operativo Carabinieri) in Calabria.
Ma prima di andare come maggiore in Palestina, il capitano Truglio si trovava in Somalia, stando ad altre testimonianze, tra le quali il memoriale del maresciallo Aloi, pubblicato su l’Unità, che indicava i nomi di dieci ufficiali che potevano essere considerati “autori o persone informate delle violenze perpetrate contro la popolazione somala”.
Ricordiamo che “il contingente italiano che operò in Somalia si macchiò di crimini contro la popolazione civile che furono ampiamente documentati. Panorama in particolare pubblicò alcune foto sconvolgenti”, ma fu soprattutto Famiglia Cristiana che approfondì la questione. È infatti in un articolo pubblicato su questo giornale che troviamo “due dei protagonisti di piazza Alimonda: il ten. col. Truglio (all’epoca capitano che comandava il distaccamento dei CC in Somalia) e il cap. Cappello (all’epoca tenente che comandava il plotone dei CC al porto), i cui nomi risultano anche nell’elenco degli ufficiali indicati da Aloi. Secondo Aloi era al capitano Truglio “che, più che ad altri si sarebbe rivolto per indicare fatti e nomi” degli abusi commessi, denunce che - secondo Aloi - rimasero “lettera morta”. Mentre di Cappello (che “comandava il plotone CC del porto”) e di un altro tenente, Aloi scrive che avevano “saputo degli abusi” e di averne anche loro “commessi alcuni”.
Questo risulta dall’articolo:
“Alcune donne, forse non fidandosi del comandante dei Carabinieri del Porto Vecchio (il ten. Cappello, ndr), nell’immediata vicinanza del quale si vocifera avvengano parte delle violenze, si presentano all’ex ambasciata chiedendo della polizia militare. Il carabiniere di servizio alla porta, ignaro, le accompagna nel mio ufficio dove queste, terrorizzate e munite a volte di referto medico, manifestano a volte la volontà di denunciare stupri e abusi nei confronti loro e di minori da parte di militari italiani. Io informo del fatto il comandante del distaccamento dei carabinieri preposto all’MP che si identifica nel capitano (il giornale omette il nome, ma Franti indica qui Truglio), il quale manda puntualmente il tenente (anche qui il giornale omette il nome ma Franti annota che si tratterebbe del ten. Cappello) che, presa la denunciante per i capelli, dopo averla trascinata fuori, la malmena”.

“Trasmettevo per competenza le denunce di violenza sessuale (io ero addetto ad altre mansioni), ma dei miei rapporti non c’è traccia”, afferma Aloi. “Ad alcuni episodi di violenza ho assistito. Non si trattava di prostitute, erano per lo più donne che lavoravano al campo e che subivano il ricatto di accondiscendere o essere cacciate. In ogni campo degli italiani c’era l’angolo dello stupro, un luogo dove avvenivano le violenze. Ilaria Alpi sapeva: una sera mi ha portato a vedere un episodio di stupro. Lei ha scattato anche delle foto con una piccola macchina fotografica che avevamo comprato insieme (una piccola macchina fotografica risulta fra gli oggetti scomparsi dal bagaglio della giornalista, ndr)”. Quanto alla vicenda del checkpoint Pasta: “Il giorno precedente la battaglia fu violentata e uccisa una donna del clan di Aidid. Molti lo sapevano. Avevamo paura. Ma i nostri comandanti non potevano spiegare le ragioni per cui era inopportuno quel giorno compiere il rastrellamento”.
Continuiamo a leggere nel sito: “Ilaria Alpi e il maresciallo Aloi si conoscevano, circolava tra le varie ipotesi sulla morte di Ilaria anche quella che fosse stato un tentativo di bloccare una possibile denuncia pubblica dell’operato dei nostri militari”.
Queste le dichiarazioni dei genitori di Ilaria “Subito c’è stato da parte nostra un rifiuto. Ci terrorizzava l’idea che Ilaria e Miran avessero pagato per le colpe dei nostri connazionali. Era una terza ipotesi, incredibile, dopo le prime due: la mala cooperazione e il traffico di armi su cui Ilaria stava facendo un’inchiesta, e un agguato degli

integralisti islamici. Ma questa terza ipotesi-bomba, che Ilaria sia stata uccisa perché si apprestava a rivelare atti di violenza compiuti dai soldati italiani su uomini e donne somali, ci è apparsa meno incredibile quando abbiamo avuto due riscontri. Ilaria è stata a Mogadiscio sette volte, abbiamo controllato le date, e per 40 giorni la sua presenza ha coinciso con quella del maresciallo Aloi. Quindi l’ha conosciuto, perché lei conosceva tutti quelli del contingente. Il secondo riscontro sta in due foto che riprendono Ilaria mentre scatta fotografie con la sua piccola automatica, scomparsa anche quella, come tanti altri oggetti e carte che le appartenevano. Ti vengono i cattivi pensieri, forse ha fotografato cose che non doveva vedere e che coinvolgevano soldati italiani. Le rivelazioni di Aloi ci hanno messo in testa un tarlo: se fossero vere spiegherebbero molti comportamenti. Adesso fanno di tutto per denigrare Aloi, eppure è un maresciallo dei Carabinieri, figlio di un maresciallo dei Carabinieri e con altri due fratelli arruolati nell’Arma”.

Le coincidenze tra le vicende di Ilaria Alpi e quella di Carlo Giuliani non finiscono qui.
La seconda e la terza perizia balistica (25/6/96 e 8/11/97) stabilirono che il colpo contro Alpi fu sparato a bruciapelo da una certa distanza, quindi “per i periti si trattò di un’esecuzione”, come scrive Franti.
Ma il 14/7/99, secondo le nuove perizie “condotte da Pietro Benedetti e Carlo Torre e presentate al processo contro il somalo Omar Hashi Hassan, la giornalista italiana Ilaria Alpi, assassinata a Mogadiscio il 20 marzo 1994, non sarebbe stata uccisa da un colpo di pistola sparato a bruciapelo”, bensì sarebbe stata colpita da distanza “non breve”.
Quindi le nuove perizie smentirebbero l’ipotesi dell’“esecuzione” compiuta con un colpo alla testa. Carlo Torre è il perito che si era già occupato di altre clamorose vicende di cronaca giudiziaria: dopo il caso Alpi, quello di Marta Russo, ed anche della “strana” morte della contessa Agusta. Ed è quello che ha fatto gli studi sull’uccisione di Carlo Giuliani, che (citiamo ancora Franti) “scopre che l’estintore ha deviato il colpo di Placanica, anzi no, è stata una pietra. Anzi a guardare bene sulla chiesa di fronte c’è un buco. Anzi ora prende il passamontagna, lo agita, e voilà ecco che cade un frammento di proiettile”. Ma Carlo Torre “nel caso della contessa Agusta (e del tesoro di Craxi, quindi, almeno quello che ne resta) si trova a stretto contatto di gomito sapete con chi? Con Marcello Canale, il direttore dell’istituto di medicina penale di Genova, quello che fa l’autopsia a Carlo e afferma che il giovane era morto un nanosecondo dopo che un proiettile da 9 mm aveva prodotto un foro da 8mm in entrata e addirittura più piccolo in uscita. Ma dov’è il proiettile in questione? Sparito”, leggiamo sempre nel sito.

L’autore dell’articolo sulle “coincidenze” tra il caso Alpi ed il caso Giuliani chiude “dicendo che il povero Aloi ne passa di tutti i colori”; ma anche che per il caso di Ilaria Alpi “il Capo del SISDE non svelerà i nomi dei mandanti. La fonte, considerata attendibile dal Servizio segreto civile, ha indicato con nomi e cognomi i mandanti dell'omicidio della giornalista del Tg3, Ilaria Alpi, e dell’operatore Miran Hrovatin, assassinati a Mogadiscio il 20 marzo 1994. Ma ieri, nel nuovo processo davanti alla Corte d'Assise di Roma, il direttore del SISDE, Mario Mori, ha detto di non poterne rivelare l’identità per motivi di sicurezza”.
Tante segretezze, troppi misteri. In una recente trasmissione televisiva (Report, di Milena Gabannelli), dedicata proprio ai misteri sulla morte di Ilaria Alpi, è andata in onda anche un’intervista con uno dei vari PM cui erano state affidate le indagini sulla vicenda. Giuseppe Pititto (che successivamente è stato trasferito ad Ancona dal CSM) ha detto alla giornalista che egli conosce il motivo per cui gli fu revocato l’incarico di indagare sul caso Alpi, ma che preferirebbe dirlo ai magistrati del CSM. A domanda dell’intervistatrice, se parlerebbe davanti agli inquirenti, Pititto ha affermato che sì, davanti agli inquirenti avrebbe parlato, se avessero voluto sentirlo.
Ma perché questa reticenza? Se il dottor Pititto ritiene (e se ha le prove) che ci sia stato un abuso nel togliergli l’indagine, perché non lo dice a chiare lettere? Se, inoltre, teme qualcosa, la soluzione migliore in casi come questo è di rendere pubblici i fatti, e non di celarsi dietro il “potrei parlare ma per ora non lo faccio”.

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