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Convegno sui 'Pozzi della Memoria'

Un interessante incontro dal titolo “I pozzi della memoria. La tragedia delle foibe fra rimozione ed elaborazione dei conflitti”, si è svolto il 14 ottobre scorso, nella località di Campolongo Maggiore, in provincia di Venezia, organizzato dallo stesso Comune di Campolongo Maggiore in collaborazione con l’Osservatorio sui Balcani,.
I relatori, moderati da Nicola Brillo, giornalista de “Il Gazzettino” di Venezia, erano i seguenti:
Sergio Dini, Procuratore militare di Padova, Alberto Negrin, regista (del telefilm “il cuore nel pozzo”), Gianni Oliva, scrittore, che ha presentato il proprio libro “Foibe”, Michele Nardelli, dell’Osservatorio sui Balcani, e poi, invitata successivamente, Claudia Cernigoi, giornalista e ricercatrice storica, che in queste righe cercherà di riassumere i contenuti della tavola rotonda.
Il primo relatore è stato Oliva, invitato dal moderatore ad inquadrare il lato storico della questione. Oliva ha ribadito le cose che scrive da alcuni anni nei suoi libri sull’argomento, cioè una serie di luoghi comuni che, spacciati come novità rivelate, hanno completamente ribaltato la realtà dei fatti. Sostanzialmente Oliva afferma che le foibe non appartengono alla memoria collettiva perché di foibe non si è mai parlato e che le cose sono cambiate solo dopo l’istituzione della giornata del ricordo. Cose queste che solo chi non si è mai occupato di queste vicende può accettare per vere: perché di foibe si è sempre parlato, dal 1943 ad oggi, senza interruzioni e sempre negli stessi termini mistificatori, gli stessi che oggi Oliva vuole introdurre come “scoperte” recenti e dare loro una patente di storicità dopo che per anni si è trattato di mera propaganda.
L’inquadramento storico fatto da Oliva nel corso della serata può essere sintetizzato nelle affermazioni che riportiamo di seguito (virgolettate le parole testuali); la sua serietà di storico traspare chiaramente dalle cose da lui dette. (Per la precisione, Oliva si autodefinisce un “divulgatore”, e bisogna qui fare una breve digressione per inquadrare il personaggio. Nel corso del convegno goriziano dal titolo “La storia in testa” di alcuni mesi fa, è stato fatto presente ad Oliva che nel suo libro “Foibe”, parlando della morte di Giuseppe Cernecca, aveva detto che l’uomo era stato lapidato e decapitato e che il tutto risultava dall’autopsia effettuata; e che scrivendo un tanto aveva “toppato”, dato che, non essendo mai stato recuperato il cadavere di Cernecca, non si capisce come possano esistere dei dati sulla sua autopsia. A questa osservazione Oliva ha risposto candidamente che, essendo lui un divulgatore e non uno storico, non si può pretendere da lui precisione in ciò che “divulga”. Su questo ci asteniamo da ogni commento).
Sulla maggior parte delle affermazioni di Oliva non ci soffermeremo, dato che sono evidentemente storicamente inesistenti. Su alcune parti invece faremo dei commenti in parentesi.
Oliva ha esordito dicendo che per secoli nella Venezia Giulia italiani e slavi (diciamo subito che Oliva ha sempre parlato di “slavi”, mai di “sloveni” o di “croati”, e noi manterremo il suo uso – errato – dei termini) hanno convissuto senza “frizioni significative”; sarebbe stata proprio questa convivenza, al momento dell’avvento del fascismo, a favorire i nazionalismi. Il fascismo, però, essendo un “regime della parola”, ha “parlato tanto e fatto molto meno”. Infatti la “popolazione slava” alla fine della guerra sarebbe rimasta “numericamente la stessa” che al momento dell’avvento del fascismo. Non così, ha sostenuto Oliva, per la “jugoslavizzazione” operata nel dopoguerra. Infatti il movimento partigiano di Tito non sarebbe stato comunista, ma “nazional-comunista”; e per tenere insieme le “varie etnie slave”, usava il “nazionalismo jugoslavo”. Di conseguenza questo movimento partigiano era anti-italiano in quanto nazionalista e voleva arrivare ai confini dell’Isonzo.
Per realizzare questo progetto (nazionalista) era necessario “decapitare la comunità italiana, fare sparire ed infoibare gli elementi di punta fascisti ma anche il CLN antifascista”, compreso il PCI contrario all’annessione, e poi tanta gente comune messa di mezzo per vendette private.
Quindi, sempre secondo Oliva, le foibe sarebbero nate come progetto di pulizia etnica, anche se molti storici tentano di giustificarle come una reazione, esagerata sì ma comprensibile in base a quanto avvenuto precedentemente.
Quanto alle cifre, Oliva arriva a parlare di “10.000 infoibati”, dei quali “qualcuno nelle cave di bauxite”, altri nei campi di concentramento, e si parla di “foibe” perché “nell’immaginario collettivo è la foiba quella che meglio ricorda” questi fatti.
Al momento dei massacri (si riferisce ora al periodo maggio/giugno del 1945), gli Alleati (qui Oliva si “dimentica” che anche l’esercito jugoslavo era “alleato”, a differenza di quello italiano che era “cobelligerante”) avrebbero visto tutto quello che stava succedendo e steso relazioni, ma non intervennero perché “per mantenere l’alleanza con l’URSS” era necessario “tollerare Tito”.
Successivamente, dopo il 12 giugno (cioè dopo che gli jugoslavi lasciarono l’amministrazione della città agli angloamericani), il “fenomeno delle foibe” finisce a Trieste, perché non c’è più ragione politica di eliminare gli italiani a Trieste, mentre la “persecuzione” continua nelle zone jugoslave, dove il “regime nazionalista jugoslavizza la toponomastica, impone l’uso dello slavo, nazionalizza le produzioni” e mette “solo slavi nei posti di rilievo”. A causa dei “40 giorni di terrore delle foibe” poi la gente ha paura ed abbandona le terre occupate dalla Jugoslavia.
Nel 1948, poi, dopo la rottura con Stalin Tito diventa interlocutore con l’Occidente e quindi, per non metterlo in difficoltà non gli si chiede più delle foibe. Questo silenzio continuò da parte del PCI, che non aveva interesse in causa in quanto in materia di politica estera ragionava in termini di internazionalismo;quanto al silenzio di stato, sarebbe motivato dal fatto che la seconda guerra mondiale era stata scatenata e persa dall’Italia ed il prezzo della guerra persa era stato pagato dal confine nordorientale; non parlare di foibe e di profughi era un modo per assolvere il regime fascista.
Secondo Oliva, il totalitarismo è il tipo di regime che riesce a manipolare la coscienza delle masse e lo può fare solo con la collaborazione della classe intellettuale. Questa manipolazione delle coscienze avrebbe fatto sì che in Italia si accettasse il fatto che il nostro Paese, unico fra quelli che hanno vinto una guerra, ha subito la perdita di 10.000 morti.
Il messaggio conclusivo di Oliva è che il passato recente è ancora da esplorare e va fatto senza contrapposizioni tra destra e sinistra (lui DS). I progetti per il futuro comprendono la non contrapposizione del passato, le foibe e la risiera sono le stesse vittime, gli italiani morti come conseguenza scellerata dell’entrata in guerra.
Dopo Oliva è intervenuta Cernigoi, che, secondo l’invito del moderatore avrebbe dovuto parlare del “prima”, cioè di quello che avrebbe storicamente preceduto il fenomeno “foibe”. Ma la relatrice, stante la congerie di bufale spartite a piene mani dal “divulgatore” nel corso del suo intervento, ha preferito rimanere sul tema già trattato da Oliva. Innanzitutto non è vero che di foibe non si è mai parlato, è vero il contrario, ed è vero che se ne è parlato per lo più a sproposito; si sono diffuse notizie non vere e si è fatta costante mistificazione sul termine “foibe” ed “infoibati”; si parla di foibe senza contestualizzare il fatto in quella enorme carneficina che fu la seconda guerra mondiale, senza considerare che la guerra non era stata iniziata né dai comunisti, né dagli Jugoslavi, i quali alla fine si sono semplicemente difesi dopo essere stati attaccati, e di conseguenza, come accade in guerra, hanno ucciso anche loro i loro nemici. Non si considera che l’esercito “di Tito” era un esercito alleato al pari di tutti gli altri; che i fucilati nel dopoguerra a Lubiana sono stati processati e condannati a morte esattamente come è successo a Norimberga, eppure nessuno oggi si sogna di fare del revisionismo sul processo di Norimberga; che la cifra di 10.000 morti di Oliva non ha riscontro alcuno, stante che lo stesso Gianni Bartoli, sindaco democristiano di Trieste ed esule istriano, nel suo “Martirologio delle genti adriatiche” arriva a parlare di poco più di 4.000 nomi per tutto il periodo della guerra, uccisi o arrestati dai partigiani nella zona che va da Tolmino fino alla Dalmazia. Quanto alla propaganda di oggi, basti vedere che il filmato di Negrin viene definito “opera di fantasia” (infatti non ha alcun riscontro storico), ma invece di riportare bene in grande all’inizio la tipica frase “ogni riferimento a fatti, persone o luoghi veramente esistenti è casuale ed involontario”, scrive “in memoria dei 20.000 infoibati”. Cosa questa sulla quale la relatrice è stata poi richiamata da Negrin, che le ha fatto notare che lui non ha parlato di 20.000 ma di 10.000 infoibati: il che, comunque, non muta il concetto che si voleva esprimere.

L’intervento di Michele Nardelli, dell’Osservatorio sui Balcani, ci è parso fuori tema e piuttosto oscuro, però (speriamo sia un’impressione sbagliata) vagamente “razzista” nei confronti dei “balcanici”, perché dopo avere detto che non si deve ragionare per mezzo dei luoghi comuni, ha ribadito luoghi comuni sulle pulizie etniche perpetrate durante la guerra in Jugoslavia negli anni ‘90, a cominciare dal fatto che “la guerra in Jugoslavia nasce dal discorso di Kosovopolje del 1989”. Volendo giudicare fuori dai luoghi comuni, sarebbe forse il caso di leggere il famoso discorso di Kosovopolje, che non dice quello che gli viene da sempre attribuito, ma è semplicemente un proclama di difesa del popolo serbo dalle aggressioni perpetrate contro esso dalla comunità albanese del Kosovo (e s’è visto dopo la “normalizzazione” portata dalle nostre bombe, quale sia la situazione del Kosovo oggi, dove i serbi sono stati costretti all’esilio).

Tornando agli argomenti della serata, è intervenuto poi il regista Negrin, che ha spiegato che l’idea della fiction gli era stata proposta quando non sapeva niente di foibe (infatti poi ha letto tutto quello che ha trovato sull’argomento), ma esisteva già un soggetto sul quale lavorare che ha quindi usato per il film. Ha ricostruito sentimenti realmente accaduti, ha detto, ed ha parlato per la prima volta per gettare un sasso su questo argomento.
Negrin ha poi gettato la sua frase ad effetto: “io sono svincolato da qualunque ideologia perché l’ideologia è il peggiore dei mali, impedisce la libertà di analisi”. Come dire che ad un qualunquista è permesso tutto, anche dire le peggiori bestialità?
Poi ha detto che il ministro Gasparri si era arrabbiato perché “non dicevo comunisti quando parlavo di slavi”, frase che, a parer nostro, sottintende quantomeno un po’ di confusione mentale e lessicale tra i concetti di etnia e di ideologia.
Come già detto, ha corretto la cifra di 20.000 infoibati in 10.000 ma “basterebbe un morto per fare un film sulle foibe, basta un morto per passare il confine tra il bene ed il male”, ed ha aggiunto “io ho fatto un film che non parla di foibe ma è semplicemente ambientato nel periodo delle foibe”, ed anche che ha intenzione di fare insieme “italiani e slavi” un film sulle foibe.

Il Procuratore militare Dini ha poi risposto alle domande di Brillo sulle inchieste sulle “foibe” ed in particolare al processo al “boia di Gorizia” (le cui presunte responsabilità di “boia” sono state del tutto smentite, anche se Brillo pare ignorare il fatto)
Dini ha esordito dicendo che non ci sono state indagini sulle foibe se non in anni recenti (fatto questo che Cernigoi avrebbe voluto smentire successivamente, se solo le fosse stato concesso il diritto di replica, cosa che non è avvenuta), e che le foibe sono contraltare alle stragi naziste.
La causa di questa assenza di indagini sarebbe stata, sul confine orientale, la continuità ideologica dei responsabili con i partiti al governo, perché a tutti i partiti faceva comodo non indagare sulle foibe per ragioni diverse; stante però che per le “foibe”, proprio al confine orientale, sono stati celebrati centinaia di processi, l’analisi politico-giuridica del PM cade per mancanza di presupposti.
Dini ha anche detto che la magistratura non ha fatto il suo dovere non aprendo gli archivi; quanto alla domanda se ha senso a sessant’anni di distanza indagare ancora sulle foibe, ha risposto che non si è trattato di crimini di guerra, ma di crimini di pace, perché bisogna distinguere tra comportamenti leciti ed illeciti in tempo di guerra, visto che sono vietate le uccisioni dei prigionieri o dei civili in tempo di guerra. Anche su questo bisognerebbe addentrarsi in una miriade di casistiche diverse, perché la mortalità per tifo in campo di prigionia, per quanto triste e tragica, non può essere penalmente attribuita a qualcuno; né le vendette personali sono di competenza dei tribunali militari.
Dini ha insistito sul fatto che non importano i dati contabili, anche solo un morto conta. Qui Cernigoi avrebbe voluto precisare che la contabilità dei morti ha comunque un certo peso, non fosse altro per evitare di attribuire, ad esempio all’indagato Franc Pregelj, l’uccisione di due persone che invece sono state sentite come testimoni proprio nell’indagine portata avanti da Dini sulle deportazioni di Gorizia. Non avendo potuto intervenire nel dibattito, Cernigoi ha detto un tanto al magistrato in separata sede, finito l’incontro.
Della questione di Gorizia Dini ha detto, “ne ho perso le tracce a Bologna”; per la cronaca diciamo noi che Pregelj è stato prosciolto su richiesta dello stesso PM della Procura di Bologna.
Al momento Dini starebbe facendo indagini sul confine orientale (noi abbiamo però letto sui giornali che Marco Pirina gli ha presentato degli esposti in merito a fatti avvenuti in Veneto ed Emilia Romagna); e ritiene che si possono e si devono processare anche i vincitori, perché non deve succedere come a Norimberga, quando fu contestata ai tedeschi anche la fossa di Katyn, e poi il fatto fu messo a tacere dato che le responsabilità erano sovietiche.
C’è stato anche un breve ma interessante dibattito, del quale non riferiamo per motivi di spazio; concludiamo con un breve commento su tutta la serata: le armi della mistificazione storica sono ben potenti, e poco possiamo noi fare per contrastarle, se non riusciamo a coinvolgere altri volontari della verità storica.

novembre 2005

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