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      Mučeniška Pot


Corsi e Ricorsi nella Strategia della Tensione, Mori, Ghiron, Esposti e altri.

CORSI E RICORSI NELLA STRATEGIA DELLA TENSIONE
Nell’ambito del cosiddetto processo sulla “trattativa” tra Stato e mafia che si sta svolgendo a Palermo, uno degli imputati, accusato di favoreggiamento alla criminalità organizzata, è il generale Mario Mori, già dirigente del Ros dei Carabinieri e del Sisde; ed uno dei testi sentiti nel corso del dibattimento è l’avvocato Giorgio Ghiron, amministratore dei beni della famiglia mafiosa dei Ciancimino.
I nomi di Mori e del fratello di Ghiron compaiono anche nell’indagine per la strage di Brescia del 28/5/74.
Il 13/1/85 fu sentito, presso l’Ufficio istruzione del Tribunale di Bologna, il giornalista Gianfranco Ghiron (fratello dell’avvocato Giorgio): dopo avere dichiarato di essere stato “in stretti rapporti di amicizia con l’allora capitano Mori e con altri ufficiali dei servizi di sicurezza” (nell’esame testimoniale del 12/7/75 era stato più esplicito, dichiarandosi “abituale informatore dei Carabinieri”) narrò quanto segue.
Nel marzo del 1974 era stato contattato dall’avvocato Nicosia dello studio Taddei (l’avvocato Taddei era però all’oscuro di questo contatto) che gli disse che vi era una persona disponibile a dare informazioni sull’eversione di destra e, tramite Nicosia, Ghiron incontrò un sedicente “Piero”, che risultò poi essere un pregiudicato neofascista, Amedeo Filiberto Vecchiotti, allora ricercato perché evaso dal carcere di Fermo. Vecchiotti si era dichiarato disponibile a procurare un incontro con Gianni Nardi ed il suo gruppo, che Nardi nella latitanza era molto vicino ai neofascisti Giancarlo Rognoni (della Fenice di Milano) ed a Piergiorgio Marini (ordinovista di Ascoli Piceno), che sarebbero stati interessati, tutti e tre, a prendere contatto con i servizi di sicurezza.
Ricordiamo che Gianni Nardi era il neofascista latitante, trafficante in armi assieme a Bruno Stefàno e Gudrun Kiess, sospettato all’epoca di essere il killer del commissario Calabresi e morto in un mai chiarito incidente stradale a Maiorca.
A questo punto troviamo anche un collegamento con la nostra città: Vecchiotti avrebbe detto che suo cognato, il maggiore Mezzina della PS, al momento trasferito da Frosinone a Pordenone “aveva interessi anche a Trieste”. Sarebbe interessante conoscere il tipo di interessi del maggiore, ma Ghiron non lo spiega, né gli furono chiesti chiarimenti a proposito.
Il giornalista spiegò poi che dopo avere scoperto la vera identità di “Piero” ebbe con lui contatti solo telefonici; in sintesi l’informatore gli avrebbe detto che Nardi “faceva parte di una organizzazione terroristica della quale peraltro non era il vero capo”; che nell’organizzazione “era più al dentro nelle faccende” il Marini e che della stessa faceva parte Rognoni; che era necessario prenderli tutti e tre assieme, ma non era possibile combinare un appuntamento con tutti e tre. Che Nardi, che aveva negato “con persone con le quali non aveva nulla da nascondere” di avere “partecipato all’assassinio del commissario Calabresi”, si sarebbe però trovato presente a Pian del Rascino con Esposti, e che Esposti avrebbe sparato appunto per coprire la fuga del camerata, e che questa circostanza gli sarebbe stata riferita dallo stesso Nardi.
Riassumiamo a questo punto la vicenda dell’ordinovista milanese Giancarlo Esposti, referente delle SAM (Squadre Azione Mussolini), che si era trovato coinvolto ancora minorenne nella rapina conclusasi con l’omicidio del benzinaio Innocenzo Prezzavento in piazzale Lotto a Milano il 10/2/67, commessa da Gianni Nardi e Roberto Rapetto. Nel 1974 Esposti si era unito al MAR (Movimento Azione Rivoluzionaria) dell’ex partigiano bianco Carlo Fumagalli, e si era dato alla latitanza dopo gli arresti dei membri dell’organizzazione terroristica; secondo le ricostruzioni si sarebbe trovato nella base di via Airolo, detta la “chiesa rossa” assieme ad altri estremisti (tra cui i triestini Claudio Scarpa e Gianfranco Sussich ed i tre camerati che si allontanarono con lui quella stessa notte, Alessandro D’Intino, Salvatore Vivirito ed Alessandro Danieletti). I quattro partirono da Milano la notte del 9 maggio con una Land Rover in direzione di Pian del Rascino (RI), carichi di armi e provvisti di una mappa dei posti di blocco istituiti dalle forze di polizia lungo il tragitto, ed a Roma Esposti incontrò l’agente di PS Giovanni Davi, addetto alla scorta del magistrato Claudio Vitalone (in http://www.fondazionecipriani.it/Kronologia/Krono.htm). Citiamo Eugenio Scalfari: “Claudio Vitalone è da anni, lo sa qualunque cronista giudiziario che eserciti a Roma la sua professione, il portavoce a palazzo di Giustizia del presidente del Consiglio” (“La Repubblica”, 21/4/79) e noi aggiungiamo che Vitalone condusse le indagini sul golpe Borghese, che si conclusero con un nulla di fatto.
Sembrerebbe che di questi incontri tra Esposti e forze dell’ordine, e quindi della presenza dei neofascisti a Pian del Rascino sarebbe stato avvisato anche l’allora capitano dei Carabinieri Mario Mori, ma non abbiamo trovato confermata documentale di ciò.
Anche D’Intino e Vivirito ebbero un collegamento con Trieste, infatti nella notte tra l’1 ed il 2 maggio stavano venendo a Trieste a bordo di un’automobile intestata ad Esposti, ma non giunsero a destinazione a causa di un guasto che interruppe il loro viaggio. E nel corso delle indagini emersero anche le dichiarazioni di un travestito con cui Esposti aveva una relazione, “Marcella, efebico modenese” (al secolo Marcello Malagoli), che riferì all’ispettore Giordano Fainelli “sui viaggi con Giancarlo a Trieste per il recupero di armi” (in M. Franzinelli, “La sottile linea nera”, Rizzoli 2008, p. 196).
Com’è noto, il 30 maggio 1974 a Pian del Rascino i carabinieri guidati dal maresciallo Filippi fecero irruzione nell’accampamento dei fuggiaschi: Giancarlo Esposti rimase ucciso e furono feriti Alessandro Danieletti e Alessandro D’Intino.
Questa azione, molto discussa, fu vista da più parti come un agguato finalizzato all’esecuzione di Esposti, persona presumibilmente da eliminare perché a conoscenza di cose compromettenti; ricordiamo che a Trieste il deputato dell’MSI Renzo de’ Vidovich scrisse sul tovagliolo di un bar queste frasi: “L’Esposti risulta “ucciso” dai carabinieri con un fucile di precisione da distanza (5 colpi a segno) e con un “colpo di grazia” a distanza ravvicinata”, frasi che furono poi riportate sul settimanale triestino “Il Meridiano” del 16/6/74.
Per dare l’idea del tipo di attività che avrebbe svolto questo gruppo di neofascisti, riferiamo che D’Intino (da una nota del controspionaggio del SID datata 25/7/74) avrebbe dichiarato che Esposti manteneva strettissimi contatti con Giorgio Freda, Bruno Stefàno e Gianni Nardi; e, fino a qualche anno prima, aveva lavorato per la Pide (la polizia politica portoghese del regime di Caetano) e aveva anche preso parte all’omicidio di un generale portoghese (in http://www.fondazionecipriani.it/Kronologia/Krono.htm). Ed anche che “Esposti aspettava che dopo il referendum si verificasse una svolta politica (…) era pronto a marciare su Roma” (in Atti inchiesta GI Simeoni, cfr. “Il terrorismo e le sue maschere”, Pendragon 1996, p. 47).
Frase quest’ultima che richiama alla mente gli svariati progetti di golpe dell’epoca, soprattutto quello non realizzato di Edgardo Sogno, che avrebbe visto il coinvolgimento anche di elementi come Carlo Fumagalli, che l’8 luglio dichiarò ai magistrati di Brescia:
“Gli americani appoggerebbero soltanto un colpo di Stato democristiano o comunque di centro; ma soltanto se la Democrazia cristiana avesse più polso ed un programma completo. Tengo peraltro a precisare che questi contatti e questi discorsi si ebbero nel 1970 e per me furono sufficienti fin da allora perché coincidevano con quello che era il mio credo politico e il mio programma”.
A conferma di questo coinvolgimento possiamo citare le parole del generale dei Carabinieri Francesco Delfino, che nell’audizione parlamentare del 25/6/97 asserì di avere trovato nel corso delle perquisizioni del 9/5/74 una lettera scritta da Adamo Degli Occhi (il rappresentante del movimento della Maggioranza silenziosa, anch’egli in rapporti con i Comitati di Resistenza Democratica di Sogno) a Fumagalli in cui diceva: “caro Carlo, è ora di passare dalle parole ai fatti; i mitra ce l’abbiamo (in http://www.parlamento.it/parlam/bicam/terror/stenografici/steno23.htm).
L’avvocato Degli Occhi fu arrestato il 19 luglio, ma già il 9 luglio un’informativa del SID denunciava che “Gruppi appartenenti al disciolto Fronte nazionale, collegati con elementi del MAR, Resistenza democratica e Nuova repubblica, intenderebbero svolgere nel prossimo mese di agosto (periodo dal giorno 10 al giorno 15) clamorosi atti eversivi tendenti a provocare la ristrutturazione delle istituzioni dello Stato e la costituzione di un nuovo governo formato da tecnici, l’intervento delle forze armate o di imprecisati reparti a sostegno del nuovo governo” (in http://www.fondazionecipriani.it/Kronologia/Krono.htm).
In effetti al Consiglio nazionale del PLI a Roma il 28 luglio Edgardo Sogno espresse l’esigenza di “un colpo di stato di ispirazione liberale” (ne “Il Giorno”, 29/7/74), colpo così delineato dal suo ex collaboratore, il provocatore Luigi Cavallo: “Il colpo va organizzato coi criteri del Blitzkrieg sabato, durante le ferie, con le fabbriche chiuse e le masse disperse in villeggiatura. L’azione va preparata alla maniera indonesiana, cilena, greca, peruviana, brasiliana (cioè un massacro? n.d.a.) … dev’essere un golpe di destra con un programma avanzato di sinistra” (in Atti inchiesta GI Violante, cfr “Il terrorismo e le sue maschere”, op. cit. p. 49).
Ricordiamo brevemente la figura di Cavallo, collaboratore di Sogno nel movimento Pace e Libertà negli anni ‘50, che fece opera di infiltrazione e provocazione nel PCI ed all’interno della FIAT, dalla quale risulterebbe essere stato stipendiato per questo lavoro. Fu con Sogno e Pacciardi organizzatore del cosiddetto golpe bianco che avrebbe dovuto realizzarsi nell’estate del 1974.
Su questo progetto golpista indagò appunto il magistrato torinese Luciano Violante (Sogno abitava a Torino), ma poi l’inchiesta passò a Roma ed il Giudice istruttore Francesco Amato la archiviò liquidando Sogno come “velleitario” e Cavallo come “grossolano provocatore” (Sentenza GI di Roma Francesco Amato). Il dottor Amato ha dato alle stampe nel 2011, per le edizioni de “Il Borghese” (nella stessa collana delle memorie di donna Assunta Almirante) una propria autobiografia dal titolo “Annali di piombo”.
Tornando ai contatti del giornalista Ghiron con il latitante Vecchiotti, alla fine i due combinarono di far incontrare i tre ricercati in “un luogo imprecisato” presso il Lago di Costanza, in Svizzera, e ciò con l’ausilio di una cittadina polacca, Dirani Hanka. Ma dopo avere preso contatto con la donna (che in seguito sarebbe risultata agente dei servizi segreti polacchi) a cavallo tra giugno e luglio 1974, e concordato un incontro a Klagenfurt, Vecchiotti si rifece vivo dicendo che dopo l’arresto del complice di Nardi, Bruno Stefàno a Barcellona, i tre ricercati avevano sospettato una trappola e non intendevano più venire all’appuntamento. Il teste disse anche che l’operazione sarebbe fallita per colpa del generale Gianadelio Maletti (allora capo del controspionaggio del SID, poi rimosso e successivamente condannato in via definitiva per favoreggiamento in relazione alla strage di piazza Fontana) che aveva organizzato l’arresto di Stefàno.
La sorella di Vecchiotti, nonché moglie del maggiore Mezzina, Maria Grazia, sarebbe stata l’amante di Nardi e lo avrebbe incontrato spesso, anche negli alloggi di servizio di Trieste e di Frosinone, dove era stato ospitato lo stesso Vecchiotti durante la latitanza, ed in quel caso il maggiore Mezzina aveva invitato il tenente dei Carabinieri Alfieri a venire a prenderlo, ma Vecchiotti era riuscito a fuggire. Ghiron aggiunge che Vecchiotti vantava di “avere grosse protezioni ad alto livello della DC e presso il Ministero di Grazia e Giustizia”. Agli atti è allegata anche copia della lettera inviata da “Piero” a Ghiron l’1/11/74, nella quale il latitante gli dà altre informazioni ma lo diffida dal cercare di rintracciarlo nuovamente, invitandolo a comunicare il tutto anche ai due ufficiali dei Carabinieri che avevano avuto i contatti con lui, l’allora capitano Mario Mori (chiamato “dottor Amici”) ed al colonnello Marzollo (“dottor Franchi”). Le informazioni riguardano Calabresi: il commissario avrebbe indagato su un traffico d’armi che passava per Luino (dove Esposti sarebbe andato a ritirare esplosivo del tipo T4) e avrebbe visto coinvolti, oltre ad Esposti, un “Fossati di Legnano” ed un tedesco di nome “Konrad” o “Georg” Kunst, “professionista del crimine su commissione”, che avrebbe aderito al “Gruppo Bainhof” (sic: probabilmente la “Baader-Meinhof”). Questa notizia sarebbe stata pubblicata sul numero dell’“Europeo” in stampa al momento. E ricordiamo che un paio di giorni prima di essere assassinato, Calabresi era venuto a Trieste, si dice per indagare su un traffico di armi che passava per la nostra città, il che tornerebbe con quanto visto prima dei traffici di Esposti.
Infine Vecchiotti fece riferimento cenno anche al golpe di Sogno: cinque persone “indiziate dal magistrato Luciano Violante per la riunione in via Nomentana del 29/9/74” dove “c’era anche il vostro Nicoli” (Torquato Nicoli era un neofascista ligure informatore del SID)”, che “non sono tutte dentro tre sono fuori e sappiamo dove se avete intenzione di parlarci senza atti di furbizia”.
È inoltre molto interessante alla luce di quanto emerse in anni successivi, un’altra informazione di Vecchiotti in una lettera del 5/11/74, dove l’informatore invita Ghiron a comunicare al “dott. Amici” (cioè Mori) che “il signor Licio Gerli (sic: evidentemente Gelli, n.d.a.) era in partenza da Roma per la Francia e poi l’Argentina. E poi che su “Gerli” dovrebbe saperne molto il “Col. Franchi” (il già visto Marzollo), che se la partenza di “Gerli” danneggia “Mr. Vito” (cioè Vito Miceli) è meglio fermarlo, altrimenti “lasciatelo partire”; che assieme a “Gerli” c’erano altre persone in procinto di partire e poi altri riferimenti alla “riunione di via Nomentana”, che si sarebbe dovuta tenere il 19 o 20 ottobre, alla quale avrebbe dovuto partecipare “il Nicoli informatore del SID” e che andò a monte per i mandati di cattura emessi da Violante, che impedì in tal modo a Maletti di intervenire sul posto. “Piero” domanda se per caso non avrebbe dovuto intervenire anche “Gerli” in via Nomentana, anzi, se per caso l’indirizzo esatto non fosse il suo ufficio di via Cosenza, zona Nomentana.
In conclusione l’informatore si raccomanda che quanto scrive in merito al “gobbo maledetto” (Andreotti?) non vada mai in mano a Maletti, che di fronte al “giovane giudice” aveva attaccato “per portare a casa la propria pelle” un collega, ex superiore e collaboratore. A questo proposito Ghiron disse anche che l’inimicizia tra Maletti ed Andreotti derivava dal fatto che Maletti aveva dichiarato che non gli avrebbe mai rilasciato il NOS (nulla osta sicurezza, da concordare con la Nato) perché “troppo legato al Partito comunista”.
A distanza di trent’anni il generale Mario Mori fu nominato (ottobre 2008) consulente per la sicurezza dal sindaco di Roma Alemanno (militante missino negli anni 70), e proprio nella sede della Fondazione Nuova Italia, (il think tank di Alemanno) fu presentata il 5/10/11 la rivista Theorema, edita a Verona, della quale Mori presiede il comitato scientifico e sulla quale l’ex brigatista Valerio Morucci (colui che fece la telefonata per far ritrovare il corpo di Aldo Moro, e che all’epoca era ricercato anche da Mori) scrive articoli di intelligence.
Corsi e ricorsi della strategia della tensione…

gennaio 2013

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