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Criminali di Guerra Italiani: Temistocle Testa

IL PREFETTO TEMISTOCLE TESTA, CRIMINALE DI GUERRA.
Autunno 1945, tempo d’epurazione. Ecco un “promemoria” (in F. Gnecchi Ruscone, “Missione Nemo”, Mursia 2011, p. 239) inviato al maggiore Marchesi (dirigente di un Gruppo speciale del SIM del Regno del Sud) relativamente a Temistocle Testa, denunciato dagli Alleati per i crimini commessi quando era prefetto di Fiume e del Carnaro.
“(Testa (…) ha fatto una carriera velocissima, capo manipolo della MVSN, centurione, seniore, console, infine segretario federale, prefetto di Fiume alto commissario per la Sicilia. Come prefetto di Fiume ordinò e diresse personalmente persecuzioni in grande stile contro gli elementi antifascisti. All’atto dell’occupazione della Jugoslavia ebbe dal governo una fortissima assegnazione (centinaia di milioni) per acquisto per conto del governo di bestiame e legname in Jugoslavia. Di dette somme non diede mai conto. Poco dopo acquistò a suo nome le tenute di Maiana della Porretta e vastissimi possedimenti in Africa e altre tenute in Italia. Caduto il governo Badoglio ritornò a galla dopo l’8 settembre come capo del commissariato per i trasporti dell’Urbe. Durante questo periodo le attività del Testa sono moltissime e tutte poco oneste. In combutta con il commissario di PS Senatore Francesco, pare vendesse per conto proprio le auto requisite per conto del governo. È segnalato alla sezione CS come collaboratore della squadra di polizia fascista comandata dal famigerato Koch (…) durante questo periodo è stato incarcerato dalle SS perché ritenuto implicato nella fuga di Edda Ciano in Svizzera. Subito dopo però rimesso in libertà. È fuggito da Roma il 3 giugno 1944 (…)”.
Del criminale di guerra Temistocle Testa si parla relativamente poco. Basti pensare che esiste una sua biografia nel sito inglese di Wikipedia e non in quello italiano. Fu prefetto di Fiume dal 1938 fino al 24/1/43, quando fu assegnato all\'Intendenza servizi di guerra del Ministero.
Il nome di Testa è noto soprattutto per l’azione di rappresaglia che ordinò contro il villaggio di Podhum il 12/7/1942. L’operazione, “motivata” dal fatto che erano stati catturati dai partigiani due insegnanti fascisti, fu condotta da reparti dell’esercito, carabinieri e camicie nere, e comportò, oltre alla distruzione del villaggio, la fucilazione di 102 abitanti e la deportazione di 200 famiglie. Giacomo Scotti (“Il Manifesto”, 4/2/05) cita altri dati dell’attività di Testa: nel solo comune di Castua furono bruciati diciassette villaggi, passate per le armi 59 persone, furono deportati 842 uomini, 904 donne e 565 bambini, e furono incendiate 503 case e 237 stalle. In precedenza, il 30 maggio 1942 il prefetto Testa rese noto con pubblici manifesti di aver fatto eseguire l’internamento nei campi di concentramento in Italia di un numero indeterminato di famiglie di Jelenje dalle cui abitazioni si erano allontanati giovani maggiorenni senza informarne le autorità: “Sono state rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia”. Il 4/6/42 gli uomini del II Battaglione Squadristi di Fiume incendiarono le case di tre villaggi ed a Kilovce furono fucilate 24 persone.
Dopo l’armistizio Testa fu a Roma, prefetto e poi governatore fino alla liberazione della città. A questo punto, stando a quanto abbiamo trovato in alcuni testi (articolo di Franco Morini: “Nome Gladio, paternità Nemo”, “Rinascita nazionale” 10/2/09 ed il citato “Missione Nemo”), si sarebbe trasferito a Milano assieme al suo “braccio destro”, il tenente degli Alpini Giuseppe Cancarini Ghisetti, che risulterebbe avere fatto parte, su incarico dell’OSS (la futura CIA) della “rete Nemo”, definita da Peter Tompkins (“L’altra resistenza”, Saggiatore 2005) “la più efficiente ed estesa rete di spionaggio in Italia, col ruolo di informatore sulle attività politiche e militari del CLNAI”. A Milano Testa andò a ricoprire il ruolo di dirigente dell’OIL (Organizzazione Italiana del Lavoro); mentre Cancarini Ghisetti fu messo a capo dell’Ufficio Intendenza del Ministero dell’Interno con la speciale mansione di sovrintendere al controllo di tutto il traffico dei trasporti, compresi i convogli automobilistici vaticani.
Il comandante della rete era Emilio Elia, “Nemo”, torinese classe 1899; capitano di corvetta in ausiliaria dal 1938, quando divenne dirigente del silurificio Whitehead di Fiume proprio mentre Testa era prefetto. Nei giorni che precedettero l’invasione della Jugoslavia nel 1941 Testa emanò un ordine di mobilitazione civile per trasferire a Livorno le maestranze del silurificio con le attrezzature più importanti: non sappiamo se Elia andò con esse, ma fu richiamato alle armi il 4/8/43 ed il 31/1/44 fu convocato allo Stato maggiore generale con “incarichi speciali”, che si concretizzarono nell’affidargli la dirigenza del “Gruppo speciale Nemo Op./Sand/II” dipendente direttamente dallo SMRE. Secondo Cancarini Ghisetti (nota del 1981 nel citato “Missione Nemo”) sarebbe stato Allen Dulles in persona a dare istruzioni al CIC di Caserta nell’agosto 1944 per creare questa struttura finalizzata ad “agganciare” il colonnello delle SS Dollmann: tra i membri di “Nemo” l’ex prefetto Testa, diventò “Tau” e (citiamo ancora Cancarini Ghisetti) “fu il tramite di un patto troppo ovvio per poter essere definito tacito, secondo il quale (letterale) dei criminali di guerra minori sarà tenuto conto a seconda delle prove di buona volontà che daranno dal momento fino alla fine delle operazioni”.
Morini cita anche un episodio apparso a pag. 707 della “Storia della resistenza reggiana” di Guerrino Franzini (Anpi 1982), relativo ad una trattativa di scambio fra prigionieri in cui era personalmente intervenuto Testa, che si era “presentato in modo molto conciliante a tali trattative, dichiarando la sua aperta simpatia per i partigiani reggiani”, e per dimostrare il suo ruolo esibì “un pezzo di seta recante un timbro del Clnai e la scritta il latore è elemento conosciuto e collaboratore di questo comando. Si pregano i comandi partigiani di dargli aiuto e assistenza”.
Dopo il 25 aprile (riprendiamo il testo di Cancarini Ghisetti) Elia fu nominato questore di Milano e fece custodire Testa in Questura dove “continuava a dare ordini al telefono come se nulla fosse accaduto”. Nella prima settimana di maggio arrivarono a Milano alcuni partigiani modenesi che richiesero Testa poiché “dichiarato dagli alleati criminale di guerra, per via dei fatti jugoslavi”. “Nemo” rifiutò di consegnare Testa tenendo la pistola sul tavolo e lo inviò a San Vittore per maggiore sicurezza. Due settimane dopo i modenesi tornarono con un ordine del CIC ma neppure questa volta Elia consegnò l’ex prefetto, lo inviò in carcere a Modena accompagnato da un ufficiale inglese di nome Podestà “responsabile nell’Inter Services Liaison Department nell’Alta Italia”. A Modena si stava preparando un grosso processo contro Testa, ma a quel punto intervenne nuovamente Allen Dulles che lo fece prelevare nottetempo da una pattuglia dell’OSS e portare a Roma, dove fu processato, prosciolto dalle accuse ma inviato in soggiorno obbligato in Calabria con la motivazione che “la sua presenza a Roma poteva essere una fonte di disordine”.
L’assoluzione di Testa fu dovuta probabilmente alle dichiarazioni rilasciate da Elia nel dicembre 1945, nelle quali lo descriveva come un volonteroso collaboratore della rete Nemo, alla quale, grazie ai suoi contatti con l’ambiente tedesco fornì importanti informazioni militari e politico-militari; al fatto che inserì nell’OIL “elementi della rete” che poterono così girare liberamente per Milano, e soprattutto per la “ricerca di agganciamento” coi Comandi germanici (va però detto che le trattative di Testa con Dollmann e Wolff alla fine non furono autorizzate dai comandi superiori).
Furono dunque queste le “benemerenze” di Temistocle Testa, morto nel 1949 presumibilmente suicida, che impedirono alle sue vittime del Carnaro di avere giustizia.

luglio 2011

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