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      Mučeniška Pot


Criminalizzazione degli anni Settanta

Oltre all’offensiva mediatico/cultural/politica di riscrittura della storia, offensiva che va avanti da diversi anni e che ha avuto una propria recrudescenza negli ultimi tempi durante le celebrazioni per il “giorno del ricordo delle foibe e dell’esodo”, assistiamo ora anche ad un’ulteriore offensiva revisionista: quella che vuole bollare definitivamente gli anni Settanta (e di conseguenza anche i movimenti del periodo -quelli di sinistra: i movimenti di destra non paiono essere colpiti da questa campagna), come anni di piombo, di violenza e basta, da condannare senza appello.
Ora, noi siamo dei reduci dagli anni Settanta. Lo siamo soprattutto per questioni anagrafiche (eravamo troppo giovani per “fare il 68”), ma ne siamo orgogliosi perché, si voglia o no ammetterlo, la stagione degli anni ‘70 ha rappresentato, per i ragazzi di quella generazione, innanzitutto la possibilità di realizzare il desiderio, proprio della maggior parte degli adolescenti, di poter partecipare e contribuire a quanto accadeva nel mondo. E questo discorso è valido per tutti i diversi movimenti, sia quelli di sinistra che quelli di destra, perché anche a destra negli anni ‘70 si è iniziato a fare politica in modo diverso.
Naturalmente, per quanto ci riguarda, possiamo parlare con cognizione di causa solo di quello che accadeva a sinistra. Ed a sinistra c’era dibattito, c’erano collettivi con i quali riunirsi e parlare, c’erano modelli da seguire, c’erano tante attività da fare. C’erano, ovviamente, anche episodi di violenza: ma c’era anche chi, all’interno del movimento, questa violenza la condannava e lottava per eliminarla dalla lotta politica.
Quando da un po’ di tempo in qua sentiamo parlare degli anni ‘70, li vediamo descritti come un periodo in cui sembra che gli “opposti estremismi” non facessero altro che picchiarsi ed ammazzarsi. Che ci sia stata violenza in quegli anni è fuori discussione: ma il grosso della violenza, ricordiamolo, le stragi come Piazza Fontana, Brescia, l’Italicus e poi alla fine la stazione di Bologna, non lo hanno fatto i movimenti di sinistra, furono “stragi di stato”, come si iniziò a dire in quegli anni, che furono anche gli anni della controinformazione sull’operato dei servizi segreti deviati, delle indagini su quanto di poco chiaro avveniva a livello istituzionale, furono gli anni in cui i cittadini scoprirono che non sempre chi avrebbe dovuto garantire l’ordine costituzionale lavorava a favore della democrazia.
Ma gli anni ‘70 hanno rappresentato anche ben altro, nonostante oggi queste cose si vogliano scordare e mettere da parte. Risalgono agli anni ‘70 le migliori leggi garantiste del nostro Paese: lo statuto dei lavoratori, il nuovo ordinamento del diritto di famiglia (che è a tutt’oggi una delle normative più avanzate a livello europeo), la legge sul divorzio e sull’aborto, la rappresentatività scolastica. Sarà forse per caso che oggi proprio queste leggi sono in pericolo, nel momento in cui avanza la campagna sulla criminalizzazione degli anni ‘70?
In questo dibattito sulla violenza o non violenza degli anni ‘70 non è esente la sinistra: leggiamo ormai da diverso tempo sulle pagine di Liberazione e del Manifesto ed anche di altri giornali non esclusivamente “di sinistra”, vari interventi di post ed ex femministe che parlano di quel periodo e della crisi del sistema politico “maschile” e di come si faceva politica all’epoca e come sarebbe giusto farla oggi, interventi che spesso non portano granché di costruttivo ma si inseriscono nel calderone generale del “come erano cattivi quegli anni ma adesso siamo tutti cambiati”.
A destra invece abbiamo delle posizioni molto ben chiare. Apparentemente immemori di ciò che aveva rappresentato, a livello di violenza, buona parte della militanza del MSI e della sua organizzazione giovanile, il Fronte della Gioventù (molti rappresentanti del quale ricoprono oggi alte cariche istituzionali), questi rappresentanti della destra sedicente “ripulita” non perdono occasione di rinfacciare invece ai propri attuali oppositori politici gli atti di violenza commessi da uno od altro componente della sinistra negli anni ‘70. E poco importa che l’interlocutore di turno abbia poco a che spartire con l’attività passata di organizzazioni politiche che non erano la sua (dobbiamo ricordare che a sinistra non c’erano soltanto le Brigate Rosse che portavano avanti la loro lotta armata o Potere Operaio che faceva le sue azioni ampiamente discutibili e condannabili: anche senza tirare in ballo il PCI, ricordiamo che il Manifesto e Democrazia Proletaria sicuramente non predicavano la violenza, e neppure organizzazioni come Lotta continua o Avanguardia operaia, oltre a tutti i vari gruppi e gruppetti che si formavano e sfasciavano continuamente, non avevano di fondo un’ideologia di violenza anche se a volte alla violenza, magari solo per questioni difensive, tutti quanti, chi più chi meno, giocoforza ricorrevano.

Un’occasione per parlare della violenza degli anni ‘70 in questi termini è stata determinata dalla notizia dell’avvenuta prescrizione per i condannati per l’incendio di Primavalle, tre militanti di Potere operaio riconosciuti colpevoli di avere appiccato il fuoco alla casa dell’esponente missino Mario Mattei, provocando la morte di due dei suoi figli, uno dei quali era ancora un bambino. Dei lati tuttora oscuri di questa tragica vicenda parleremo più avanti: c’è invece un’analisi che ci preme fare subito.
Per i tre condannati dell’epoca, sempre rimasti latitanti, il reato è caduto in prescrizione dato che all’epoca era stata scartata l’ipotesi di reato di strage, e loro non possono più essere incarcerati, né nuovamente giudicati per quel crimine. Però la magistratura, sulle basi di alcune dichiarazioni di uno dei “prescritti”, il latitante Lollo, divenuto giornalista in Brasile, ha ora riaperto l’inchiesta, questa volta con l’ipotesi di reato di strage, in quanto Lollo ha detto che anche altre tre persone avevano fatto parte del commando che aveva appiccato il fuoco. Quindi ci troviamo ora di fronte ad un abominio giuridico che, presumiamo, solo in questo paese può avvenire: sulla base delle parole di una persona condannata definitivamente ma che non ha mai scontato neppure una parte della pena, né mai la sconterà, e la cui condanna è andata in prescrizione in quanto all’epoca era stata derubricata l’accusa di strage, a distanza di trent’anni dai fatti vengono indagate delle persone che all’epoca erano state lasciate in pace, e queste vengono indagate per un reato, quello di strage, per il quale erano stati prosciolti i precedenti imputati (tra i quali Lollo) motivo per cui la loro pena è ora prescritta, mentre non lo è per quelli che sono stati tirati in mezzo adesso (e vale la pena di precisare che le parole di Lollo sulla partecipazione di queste altre tre persone sono state smentite da un altro dei “prescritti”, rifugiato in Nicaragua, il quale ha detto che oltre a loro tre non c’erano altre persone e non si spiega il motivo della “delazione” di Lollo).

Ma dicevamo prima che nell’incendio di Primavalle ci sono dei lati tuttora oscuri. Non citeremo quanto compariva nel sito dedicato a questa vicenda (il passato è d’obbligo, perché il sito è stato messo recentemente sotto sequestro dalla polizia postale, cosa che può apparire quantomeno bizzarra, stante che, da quanto ci ricordiamo, il contenuto del sito era più o meno corrispondente alla vecchia “controinchiesta” condotta da Potere Operaio, “Primavalle incendio a porte chiuse”, che ha girato in forma cartacea per trent’anni). Ci baseremo invece su quanto si trova nei testi “Il partito del golpe” di Gianni Flamini e “A che punto è la notte” di Adalberto Baldoni e Sandro Provvisionato.

L’incendio della casa dei Mattei, nel quale morirono i due fratelli Virgilio e Stefano, di 22 e 10 anni, era stato preceduto da altri attentati incendiari nel rione di Primavalle
Il 7 aprile 1973 venne bruciata l’auto di Marcello Schiaoncin, un militante del MSI, una settimana prima dell’attentato alla casa dei Mattei. Scrive Flamini che nel corso del processo, davanti alla Corte d’Assise, Anna Schiaoncin, moglie di Marcello e anche lei iscritta al MSI, così avrebbe deposto:
“Per me Lollo è innocente. Sono stati i traditori della sezione del MSI i responsabili degli attentati a Primavalle. Quando avvenne il primo attentato e bruciarono l’auto di mio marito conobbi nel cartello “brigata Tanas” la calligrafia di Virgilio Mattei. Telefonai a Mario Mattei e capii da alcune sue affermazioni che erano stati i camerati. Invece per l’attentato alla sede del MSI è stato lo stesso Mattei a dirmi che i responsabili erano elementi della sezione a lui contrari” .
Cos’era la “brigata Tanas”? Con questa sigla furono rivendicate sia l’azione contro l’auto di Schiaoncin, sia l’incendio della casa dei Mattei. Però, fanno notare Baldoni e Provvisionato, nella rivendicazione dell’attentato ai Mattei, il nome di Schiaoncin è curiosamente storpiato in “Schiavoncino”, cioè nello stesso modo in cui l’uomo veniva chiamato da uno dei suoi stessi “camerati”, Alessio Di Meo, uno dei missini che avevano, “non molto tempo prima del rogo di casa Mattei pronunciato minacce” contro Mario Mattei, segretario della loro sezione. E pure un altro dei “nemici” di Mattei all’interno del partito, Angelo Lampis, chiama “Schiavoncino” il “camerata” Schiaoncin. E proprio di Lampis, definito dalla difesa “il personaggio di gran lunga più problematico”, scrivono Baldoni e Provvisionato che è “sconcertante” il comportamento: “la sera prima del rogo avverte Virgilio Mattei dell’attentato che si sarebbe verificato da lì a poco. Quando viene interrogato dai giudici su questa quantomai interessante premonizione, risponde che è tutto frutto della sua fantasia, di doti paranormali, di preveggenze” .
A parte questi sospetti sul coinvolgimento negli attentati di membri della sezione missina di Primavalle, ci sono altri punti oscuri nella vicenda.
Uno di essi è rappresentato dal ruolo di uno dei testimoni chiave, un curioso personaggio di nome Aldo Speranza, iscritto al PRI ma in rapporti di amicizia sia con i militanti di Potere operaio, sia con i missini.
Egli si dichiarava infatti antifascista, ma, secondo quanto affermato dalla difesa dei tre di Potere operaio, nel febbraio del 1970 aveva partecipato, assieme ad altri missini, a scorribande punitive nei confronti degli occupanti di case del Nuovo Salario.
D’altra parte, a lui i “militanti di Potere operaio della borgata fanno tante, troppo confidenze. Gli raccontano, ad esempio, che hanno intenzione di dare una serie di dure lezioni ai fascisti di Primavalle” ; nel gennaio del ‘73, lo portano, bendato, in un appartamento dove gli fanno vedere degli esplosivi, e gli spiegano i loro “progetti”: dare fuoco alle macchine dei fascisti del quartiere, alla sede del MSI ed a negozi di missini, ed infine anche alla casa della famiglia Mattei.
Speranza però sembra avere parlato di queste cose con i suoi amici missini, ed ai giudici, dopo l’incendio, racconterà che la sera dell’attentato i tre di Potere operaio erano venuti a cercarlo a casa sua, senza però dirgli nulla, e che lui non era uscito con loro perché si sentiva male; mentre l’accusa deciderà che erano venuti a cercarlo per chiedergli di partecipare all’attentato, cosa che lui rifiutò di fare e che per questo si sarebbe sentito male.
Questa ricostruzione, che a noi non sembra molto coerente, servì ai magistrati per definire le responsabilità di Lollo e degli altri due incriminati.
Quello che inoltre non è stato chiarito, è il fatto che, mentre i periti del Tribunale hanno concluso che la benzina che ha causato il rogo era stata incendiata sul pianerottolo e da lì era entrata nell’appartamento, secondo i periti della difesa invece, l’incendio si era sviluppato all’interno dell’appartamento e non sul pianerottolo, anche perché la benzina non avrebbe potuto filtrare oltre la porta che era protetta da una soletta di marmo.
La difesa sostenne anche che all’interno della casa della famiglia Mattei si trovava del materiale incendiabile, che aveva preso fuoco o per “autocombustione” o perché stimolato dal calore del fuoco appiccato sul pianerottolo.
Però la ricostruzione dell’origine dell’incendio non è mai stata chiarita: ad esempio i tre condannati hanno sempre sostenuto di non avere portato una tanica di benzina (che però fu trovata sul luogo dell’incendio) ma solo una bottiglia di medie dimensioni, che non avrebbe potuto da sola procurare tutto quel disastro. Ma, dicevamo, queste cose non sono mai state del tutto chiarite, così come la questione di quanti ce l’avessero con la famiglia Mattei.
C’era stata una sorta di “faida” all’interno della sezione del MSI di Primavalle, della quale era segretario Mario Mattei, una faida che potrebbe avere avuto delle conseguenze tanto orribili? Ma allora, se l’attentato non fu commesso dai tre che furono condannati per esso, perché mai a distanza di tanti anni Lollo dovrebbe rivendicare l’azione ed anche tirare in ballo altre persone che furono invece scagionate all’epoca e si trovano oggi con un sospetto terribile dal quale non è detto che riescano a scagionarsi?
L’unica ipotesi che ci viene in mente a questo punto, (ma che ci fa orrore pensare che possa trattarsi di una cosa talmente abietta) è che vi sia stata all’epoca una sorta di osmosi tra militanti dei due movimenti, una osmosi prodotta da qualche burattinaio che aveva messo assieme agenti provocatori ed infiltrati, che avevano a loro volta coinvolto, complici probabilmente inconsapevoli, esaltati e violenti dell’una e dell’altra parte politica, e che il risultato sia stato alla fine questa tragedia che ha visto la morte orrenda di un giovane e di un bambino. Ma se il burattinaio c’è stato, deve esserci ancora, da qualche parte: e questo, qualcuno lo deve pur sapere.

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