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Dal CLN Alle Ratlines: Note Sulla Vita Di Fausto Pecorari

FAUSTO PECORARI

Il dottor Fausto Pecorari, nato a Trieste nel 1902, medico radiologo, nel 1944 ricoprva la carica di cassiere del 2° CLN triestino. Esponente della Democrazia cristiana allora clandestina, fu arrestato il 24 agosto 1944, probabilmente per la delazione di Mario Suppani, agente dell’Ispettorato Speciale di PS che si era infiltrato in diversi ambienti antifascisti.
Suppani fu anche il probabile responsabile del successivo arresto del corriere del Partito d’Azione, Mario Maovaz, avvenuto nel gennaio 1945; Maovaz fu atrocemente torturato dalla SS e dall’Ispettorato ed infine fucilato ad Opicina il 28 aprile 1945, pochi giorni prima della Liberazione di Trieste, assieme ad altri tredici antifascisti, mentre Suppani fu arrestato dalle autorità jugoslave nel maggio 1945, condotto a Lubiana, processato e probabilmente fucilato il 23 dicembre 1945. Suppani viene considerato, secondo la vulgata corrente, “infoibato”, in quanto morto per mano jugoslava tra il 1943 ed il 1947 , ed è quindi una delle persone cui sarebbe dedicata la “giornata del ricordo dell’esodo e delle foibe” del 10 febbraio, quando le bandiere vengono esposte a mezz’asta e si chiede un minuto di silenzio in ricordo degli “infoibati”.
Ma torniamo alla storia del dottor Pecorari, che, arrestato dalla SS, non fu ucciso, ma deportato a Buchenwald, per intercessione del vescovo di Trieste Antonio Santin, (ciò è quanto racconta lo stesso Pecorari ), campo dove rimase internato fino al giugno del 1945.
Secondo quanto scritto da Ciro Manganaro , nel lager di Buchenwald fu costituito un Comitato di solidarietà per l’assistenza tra gli internati, del quale Pecorari fu nominato tesoriere mentre la presidenza era del “comunista triestino” Ferdinando Zidar (Zidar, che nel dopoguerra fu uno stimato giornalista, era stato arrestato a Firenze dove svolgeva la sua attività antifascista). Come risulta dal verbale della seduta del Comitato del 21 maggio 1945, Pecorari < svolse un’azione per togliere ai comunisti la presidenza >, ma non solo: < risulta anche che lo Zidar, a nome di un gruppo di deportati jugoslavi, propose che gli internati di Trieste, dell’Istria e della Dalmazia, si raggruppassero con i compagni jugoslavi per ritornare il più presto possibile alle loro case. I giuliani potevano recare con loro il tricolore italiano con la stella rossa. A questa proposta insorse furibondo Fausto Pecorari (…) non intendeva ritornare a Trieste finché la città rimaneva occupata dai soldati jugoslavi (…) augurandosi che il suo ritorno, magari ritardato, avvenisse senza l’aiuto degli jugoslavi, da libero italiano e con il glorioso tricolore nazionale > .
In seguito a questo intervento di Pecorari, tutti gli internati triestini, istriani e dalmati dovettero quindi ritardare il proprio rientro a casa.
Il dottor Pecorari rientrò a Trieste il 29 giugno 1945 e riprese la propria attività di medico (divenne direttore dell’ospedale), ma, come ricorda la moglie Anna, < Trieste l’Istria e la Dalmazia erano il suo tormento e non si stancava mai di parlarne > . A questo punto si inserisce nella storia di Pecorari quella di Luigi Papo, sedicente “de Montona” (che non è un titolo nobiliare, ma si riferisce alla località dove visse la sua gioventù, dato che il padre era il farmacista del paese), già ufficiale della Milizia Difesa Territoriale assoggettata all’esercito del Reich nell’Adriatisches Küstenland, il cui nome fu incluso in un elenco di criminali di guerra per i quali la Jugoslavia chiese l’estradizione. Papo visse in clandestinità in Italia per alcuni anni, poi, stando ad una sua autobiografia, il suo nominativo sarebbe stato così cancellato dall’elenco:
< L’onorevole Mario Scelba, allora ministro dell’Interno, sollecitato dall’on. Nino de Totto (che fu poi fondatore del Movimento Sociale a Trieste, n.d.a.) e dall’Autore (cioè lo stesso Papo, n.d.a.) si adoperò per l’archiviazione della richiesta di estradizione presentata dalla Jugoslavia > .
Nello stesso libro Papo racconta che Pecorari fu il secondo segretario del Comitato degli esuli istriani a Roma, dopo < l’ex capitano della SS italiane a Trieste, Gregoretti >. Successivamente Pecorari fu eletto primo presidente del Comitato nazionale Venezia Giulia e Zara, costituito a Bologna nel febbraio 1947, che riuniva tutte le precedenti organizzazioni delle “forze Giuliane e Dalmate” (citiamo sempre quanto scrive Papo). Uno dei delegati nazionali di questo comitato era padre Alfonso Orlini, che, stando sempre alle memorie di Papo, fu uno di coloro che lo aiutarono nella sua clandestinità romana. L’Esecutivo del comitato nazionale Venezia Giulia e Zara si riunì a Roma dal 23 al 29 maggio 1947, sotto la presidenza dell’onorevole Pecorari (era nel frattempo stato eletto in Parlamento nelle liste della DC) ed in questa occasione fu votato un “ordine del giorno” che troviamo pubblicato nel citato testo di Manganaro. Leggiamolo:
< L’Esecutivo (…) eleva nella ricorrenza del 24 maggio il suo reverente pensiero ai Caduti della guerra di redenzione; ricorda quanti immolarono la propria vita per l’italianità e la libertà delle terre orientali adriatiche; ammonisce gli italiani a considerare l’ingiustizia imposta alla Patria con l’iniquo trattato di pace; invita i giuliani e dalmati esuli in patria a stringersi concordi intorno alle bandiere del comitato nazionale Venezia Giulia e Zara per conservare e tramandare ai figli le fiere tradizioni patrie della nostra gente, nella costante anelante visione del ritorno alle nostre case; fa presente al governo e alla nazione le tristi condizioni degli esuli invocando urgenti adeguate provvidenze; fa voti che la Patria ritrovi presto l’unità spirituale indispensabile alla rinascita, al suo avvenire, alla sua indipendenza >.
Va qui detto che Pecorari era anche membro (vicepresidente democristiano) dell’Assemblea costituente, e per questo motivo potremmo considerarlo uno dei “padri della patria”, però ci pare quantomeno contraddittorio che uno di questi “padri della patria” (quindi uno di coloro che dovevano fissare le basi per il nuovo Stato italiano che doveva sorgere dopo le macerie del fascismo e della guerra) fosse al contempo presidente di un’associazione irredentista come il Comitato nazionale Venezia Giulia e Zara, che definiva “iniquo” il trattato di pace appena firmato, trattato che aveva lo scopo di chiudere almeno una parte delle controversie create dal passato regime fascista per gettare le basi della nuova politica italiana che prendesse le distanze dalla politica del fascismo.

Il nome del dottor Pecorari compare poi anche nella controversa vicenda dei “sopravvissuti all’infoibamento”, cioè il caso, da noi in altre occasioni stigmatizzato, di Giovanni Radeticchio e Graziano Udovisi, che hanno narrato ambedue di essere stati catturati dai partigiani nel maggio 1945, picchiati, portati sull’orlo di una “foiba” per essere uccisi e di essersi salvati miracolosamente, con la sola differenza tra i due racconti che secondo Radeticchio Udovisi risulterebbe essere morto nella foiba, mentre Udovisi da parte sua asserisce non solo di essersi salvato, ma di avere salvato pure Radeticchio (che essendo morto nel 1970 non può più confermare o smentire quanto afferma Udovisi).
La vicenda di Radeticchio emerge per la prima volta da un documento dello Stato Maggiore dell’Esercito, datato 24/7/45, avente come oggetto “Foibe”; nell’allegato n. 1 (“elemento uscito vivo dalle Foibe”) leggiamo:
< Il Radeticchio è uscito vivo da una Foiba presso Fianona ove era stato gettato recentemente assieme ad altri 5 compagni, deceduti , da parte degli jugoslavi di Tito; si è già presentato alle autorità alleate di Pola alle quali ha raccontato le torture subite. Risulta che il Radeticchio, prima di essere gettato nella Foiba nel fondo della quale vi era acqua, con le mani legate dietro alla schiena con dei fili di ferro e con l’aggiunta di una pietra per essere trascinato sotto acqua, sia stato fustigato in modo atroce, come appare dalle cicatrici (…) > .
Un’altra annotazione in questa relazione ci fa sapere che “nella seconda quindicina” di luglio il giornale cattolico “Vita Nuova” di Trieste aveva iniziato un’indagine sul fatto ed incaricato il dottor Pecorari di svolgere gli accertamenti medici sul caso. Evidentemente il dottor Pecorari dovette avallare le dichiarazioni di Radeticchio, dato che nel 1947 il periodico “Difesa Adriatica” (l’organo del Comitato nazionale Venezia Giulia e Zara, nel periodo presieduto proprio da Pecorari) pubblicò il racconto di Radeticchio, anche se con la curiosa “variante” che il protagonista si chiama Sarti e la vicenda si svolge in un’altra località dell’Istria.
Infine troviamo il nome di Fausto Pecorari in una vicenda piuttosto oscura, quella dell’ungherese Ferenc Vajta denunciato alle autorità alleate come “criminale di guerra” e “tirapiedi nazista” nonché “autore di spietati eccidi di massa” . Vajta tentò di giustificare il suo collaborazionismo con la necessità di “frenare l’avanzata comunista” e dopo la fine della guerra si mise a collaborare con i servizi segreti francesi e inglesi. Giunse a Roma nel settembre del 1946, dove prese contatto con i Padri Gesuiti e con l’ambiente democristiano, con cui riteneva di collaborare; fu però arrestato a Roma dalle autorità italiane il 10 aprile 1947, dato che il suo nome era in un elenco di criminali di guerra da consegnare alle autorità competenti (in questo caso il governo ungherese). Ciononostante Vajta fu rilasciato dopo 16 giorni e all’epoca si ritenne che il rilascio fosse stato < congegnato da Pecorari, segretario generale della Democrazia cristiana (ed anche vicepresidente democristiano dell’Assemblea costituente, n.d.r.) e da Insabato, capo del Partito agrario italiano. Si sa che questi due uomini sono a stretto contatto con Vajta e in costante comunicazione con lui >, come scrisse l’agente William Gowen che ad un certo puntò lavorò con Vajta per “arruolarlo” per i servizi USA. Quando Vajta si recò negli Stati uniti fu però nuovamente arrestato ed in quell’occasione < si vantò di fronte ai giornalisti del fatto che il leader democristiano Fausto Pecorari aveva chiesto al capo della polizia di Roma di emettere per lui vari permessi >.
Per capire cos’è stata la politica italiana dal 1946 in poi dobbiamo per forza cercare di conoscere chi ha fondato questa Repubblica. Abbiamo scritto queste brevi note biografiche sul dottor Pecorari proprio per comprendere questo.

settembre 2006

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