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      Mučeniška Pot


Di Strani Comunisti e Di Provocatori Collaboratori di Edgardo Sogno.

I COLLABORATORI DI PACE E LIBERTA'.

Negli anni ’50, «tenuto a battesimo» dai ministri Pella, Scelba e Taviani; dalla grande industria (Valletta per la Fiat, Pirelli, Viberti, e Costa della Confindustria[1]) e dal SIFAR (tramite il colonnello Renzo Rocca dirigente della Sezione Ricerca Economica Industriale); finanziato dagli Stati Uniti tramite fondi del Piano Marshall e coordinato da Edgardo Sogno (già partigiano monarchico, agente del SIM ma anche britannico, futuro piduista ed aspirante golpista) prese il via il progetto di Pace e Libertà, che aveva come scopo l’«organizzazione della difesa psicologica delle istituzioni democratiche», per dirla con Sogno, che tradotto nel concreto significò la produzione di una propaganda diffamatoria contro i comunisti in generale ed i dirigenti del PCI in particolare[2].
Di Sogno (che in un’intervista rilasciata nel 1990 a Panorama dichiarò serenamente che lui ed i suoi sodali si erano presi «l’impegno di sparare contro coloro che avessero fatto il governo con i comunisti») si è già parlato ampiamente, in questo articolo vorremmo invece approfondire la conoscenza di alcuni dei suoi collaboratori (sia in Pace e Libertà che nelle organizzazioni successive) che sarebbero stati per un periodo “comunisti” e poi avrebbero cambiato idea.
Iniziamo dal braccio destro di Sogno in Pace e Libertà, il torinese Luigi Cavallo, che nel 1939 aveva vinto una borsa di studio per perfezionarsi nel tedesco e visse a Berlino fino al 1942; dopo essere rientrato in Italia, nel 1943 Cavallo aderì alla formazione Stella Rossa (un’organizzazione criticata dai dirigenti delle formazioni comuniste perché considerata “bordighista” e compiva azioni ritenute azzardate); nel dopoguerra fu assunto alla redazione de l’Unità, poi passò alla Gazzetta del Popolo (che lo inviò negli Stati Uniti). I dirigenti del PCI smentirono che Cavallo fosse mai stato iscritto (ma ci si domanda come mai lo avevano fatto lavorare al quotidiano, considerando i dubbi che esistevano sul suo conto tra i suoi ex compagni partigiani).
Quando Pace e Libertà subì una scissione, Cavallo andò a lavorare per conto di Valletta: gli «venne affidata la propaganda anticomunista» non solo negli stabilimenti della FIAT ma anche in altre grosse aziende.
Leggiamo il suo curriculum così come descritto dal suo ex finanziatore Renzo Rocca che lo raccomandò per andare in missione nell’Alto Adige scosso dagli attentati.
«Abile e spregiudicato ex comunista, ottimo agente anticomunista ed esperto in propaganda, ottimo conoscitore della lingua tedesca si è dichiarato pronto a recarsi in Alto Adige e compiere qualsiasi tipo di operazione, anche le più rischiose»; inoltre «sarebbe in possesso dei più aggiornati e completi schedari per la propaganda e la lotta al comunismo (450.000 indirizzi di operai e impiegati di grandi industrie settentrionali; 120.000 indirizzi aggiornati e 720.000 indirizzi non aggiornati di iscritti al PCI; 500.000 indirizzi di industriali, commercianti e professionisti; 50.000 indirizzi di quadri del PCI), nonché di attrezzatura stampa per ogni genere di azione propagandistica; non sarebbe mai venuto meno agli impegni di correttezza e di riservatezza nei confronti dei finanziatori; nel 1955 ha svolto con successo azione anticomunista per conto della Falck e dei CRDA di Trieste Monfalcone (…) nel gennaio 1964 in alcuni settori sindacali socialcomunisti si è avanzata l’ipotesi che il Cavallo avesse guidato i responsabili dell’attentato dinamitardo della CGIL (Corso d’Italia): fatto avvenuto alle ore 22.30 dell’8 gennaio allorché esplose un ordigno collocato da ignoti all’ingresso dell’edificio della CGIL che promosse una manifestazione di protesta»[3].
A Cavallo subentrò un altro ex militante di Stella Rossa, Roberto Dotti, che era stato introdotto dal giornalista Lando Dell’Amico, così descritto da Flamini: «ex partigiano della pace ed ex iscritto alla FGCI[4] (…) segretario di Ignazio Silone»; ma era stato volontario nella RSI e nel dopoguerra «era approdato al MSI», per passare al PSDI nel 1953, introducendosi negli «ambienti comunisti e nella socialdemocrazia al seguito di Silone», infine «scivolando verso il ventre molle degli uffici di spionaggio» lo si ritroverà a «trafficare in ogni scandalo famoso della repubblica»[5].
Ma Dell’Amico fu anche redattore capo de Il Pensiero Nazionale, «organo degli ex fascisti di sinistra», e poi quale giornalista parlamentare collaboratore dell’organo socialdemocratico La Giustizia. All’interno dell’agenzia di stampa da lui fondata nel 1964, scrive De Lutiis, avrebbe istituito «un servizio schede per la stampa» dove si potevano trovare, per ogni uomo politico «un dossier, il più completo, nel quale sono presenti tutte le informazioni ufficiali e riservate sulla sua persona», schede che poi venivano inviate al generale Giovanni De Lorenzo (all’epoca alla guida del Servizio militare); e chiosa De Lutiis: «il SIFAR in pratica aveva appaltato a Dell’Amico la costituzione di una parte di quei trentaquattromila fascicoli illegali che poi avrebbero costituito il centro dell’indagine parlamentare» successiva alla scoperta del Piano solo[6].
Un solo breve accenno al ruolo svolto da Ignazio Silone, che avrebbe introdotto elementi del PSDI nella struttura di Pace e Libertà (come Dell’Amico): lo scrittore risulta tra i gli intellettuali contattati nell’ambito dell’operazione Packet condotta dagli eredi del disciolto PWB, nella quale furono coinvolte personalità della cultura che si ritenevano «disilluse dal comunismo» (tra cui Ignazio Silone, Elio Vittorini, Alberto Moravia ed Elsa Morante), da utilizzare per promuovere una cultura antisovietica ed anticomunista[7].
E come si accennava prima, sarebbe stato proprio Dell’Amico ad introdurre un altro “ex comunista” alla direzione del settore organizzativo di Pace e Libertà, Roberto Dotti, che come Cavallo aveva fatto parte di Stella Rossa, e come lui si fece assumere nel dopoguerra alla redazione de l’Unità; sarebbe anche diventato capo dell’ufficio quadri del PCI torinese.
Nel 1952 Dotti fu sospettato di essere l’autore dell’omicidio del funzionario della FIAT (affermato nel settore studi e progetti) Erio Codecà, ucciso il 16/4/52 nei pressi della sua abitazione: all’epoca il commissario a capo della squadra politica torinese Mariano Perris (che aveva prestato servizio a Trieste all’interno del famigerato Ispettorato Speciale di PS, organo di repressione nazifascista, al comando di una delle squadre che costituivano la struttura) fu oggetto di un’interrogazione parlamentare in quanto aveva affermato, subito dopo l’omicidio dell’ingegnere, che gli assassini andavano ricercati sicuramente all’interno del PCI[8].
Per inquadrare la figura di Dotti (che non fu mai incriminato, va detto), diamo la parola ad Edgardo Sogno: «A Praga era finito Roberto Dotti (…) sospettato dalla polizia per l’assassinio del dirigente Fiat Erio Codecà, ucciso da partigiani comunisti che disapprovavano la politica moderata di Togliatti (…). Quando tornò dalla Cecoslovacchia, Dotti era un uomo bruciato per il partito. E cominciò a collaborare a Pace e libertà (…) Di Dotti mi parlò Pietro Rachetto, socialista, partigiano in Val di Susa (in quota Franchi, n.d.a.), dirigente di Pace e libertà a Torino. Rachetto aveva aiutato Dotti a fuggire a Praga. Al suo ritorno in Italia, me lo indicò come sostituto di Cavallo. Dotti lavorò con me fino alla chiusura di Pace e libertà, nel 1958. Poi gli trovai una sistemazione grazie al mio vecchio amico Adriano Olivetti[9] (…). Quando tornai dalla Birmania per fare politica, nel 1970, Dotti lavorava alla Martini & Rossi – era il direttore della Terrazza Martini di Milano – e guadagnava un milione al mese. Si licenziò e venne da me, a guadagnare la metà»[10].
Ma prima di licenziarsi dalla Terrazza Martini, nel 1970 l’ex comunista Dotti ebbe modo di incontrare alcune volte, proprio in quel locale, grazie all’intermediazione dell’ambiguo brigatista Corrado Simioni, la fondatrice delle Brigate Rosse Mara Cagol, alla quale era stato presentato come possibile finanziatore del gruppo armato.
Scrive Flamigni che Simioni, che era stato iscritto al PSI negli anni ’50 nella corrente anticomunista di Craxi sarebbe stato, assieme a Roberto Dotti, collaboratore dell’USIS (United States Information Service, uno dei due servizi in cui si era scisso il vecchio PWB) e finanziatore di Pace e Libertà[11].
Ricorda il brigatista Alberto Franceschini: «Simioni ci disse che a Milano c’era una persona di sua assoluta fiducia su cui potevamo contare per le cose importanti, per i soldi, per le questioni logistiche. Un compagno che aveva combattuto la guerra partigiana, che era diventato un dirigente del PCI, che poi era entrato in conflitto con la linea rinunciataria di Togliatti e se n’era andato per qualche anno in Cecoslovacchia. Quell’uomo era Roberto Dotti»: il quale nel corso degli incontri con Mara Cagol domandò (ed ottenne) un elenco di aderenti alle Brigate Rosse.
Il 2/5/74 le BR operarono un’irruzione nella sede dei Comitati Resistenza Democratica (l’organizzazione eversiva di Sogno della quale avremo modo di parlare più avanti) e tra i documenti prelevati («centinaia di lettere e elenchi di nomi di politici, diplomatici, militari, magistrati, ufficiali di polizia e dei carabinieri: insomma tutta la rete delle adesioni al cosiddetto golpe bianco») trovarono anche questo elenco. Mentre era sotto processo a Torino l’imputato Curcio domandò alla Corte di rendere pubblico il fascicolo sui CRD, ma il magistrato, «imbarazzato», rispose «Non si trova più. Qualcuno deve averlo trafugato dagli archivi giudiziari»[12].
Franceschini aggiunse che tra la montagna di carte sequestrate quello che li incuriosì di più fu un ritaglio di un «innocuo necrologio, firmato da Sogno, in occasione della morte di un certo Roberto Dotti»: e si chiesero se si trattasse del «compagno (…) uscito da sinistra dal PCI», che nel 1970 Simioni aveva loro “raccomandato” come possibile finanziatore e supporto logistico. Sembrava loro impossibile che «Sogno avesse firmato un necrologio per il compagno comunista che ci era stato presentato da Simioni», ma per tagliare la testa al toro, il brigatista si introdusse nottetempo nel cimitero dove era stato sepolto Dotti, asportò la foto dalla tomba e la portò a Mara Cagol, che però non diede un’identificazione certa.
La cosa perse d’importanza dato il precipitare degli eventi, l’arresto di Renato Curcio e dello stesso Franceschini a Pinerolo a settembre, e la morte di Mara Cagol in uno scontro a fuoco con i carabinieri nel corso del sequestro dell’industriale Vallarino Gancia (5/6/75) presso Acqui Terme.
Così chiosa Barbacetto: «Ad Alberto Franceschini ora il dubbio su Dotti è passato. Dopo la lettura del libro di Sogno e Cazzullo glien’è cresciuto dentro un altro: da che parte stava Corrado Simioni?»[13].
Sogno si avvalse della collaborazione di diversi altri “ex comunisti”, come quando, nel 1972 nel corso di una convention dei suoi Comitati di Resistenza Democratica, accanto a lui ed al democristiano piduista Massimo De Carolis troviamo anche il massone Aldo Cucchi, che in precedenza era stato un partigiano comunista, comandante dei GAP bolognesi, medaglia d’oro per le azioni condotte durante la Resistenza (una delle poche concesse ad un partigiano vivente).
Cucchi era stato espulso dal PCI nel 1951, assieme a Valdo Magnani ed Ignazio Silone (toh! chi si rivede), perché avevano criticato la subordinazione del partito all’Unione Sovietica (alcune fonti li danno come sostenitori del modello jugoslavo); successivamente Cucchi e Magnani fondarono il Movimento dei Lavoratori Italiani (che fu definito “spina nel fianco del PCI”).
Infine, tra gli ex comunisti collegati ad Edgardo Sogno, annotiamo anche l’editore Enzo Tiberti, che nel gennaio 1972 iniziò a pubblicare la rivista Resistenza Democratica: «ex partigiano delle Brigate Garibaldi, iscritto al PCI fino al 1948, poi passato al fronte anticomunista ed entrato nel 1960 nelle file di Gladio»[14]. E nelle file di Gladio Tiberti non doveva essere proprio l’ultima ruota del carro, se si deve a lui l’arruolamento di un personaggio come Francesco Gironda, che verrà messo a capo della rete informativa lombarda bresciana della struttura stay-behind[15].

[1] Che furono tra i finanziatori di alcuni “movimenti reazionari” segnalati dai servizi statunitensi nel giugno del 1946.

[2] Se non diversamente indicato, le citazioni su Pace e Libertà si intendano tratte da G. Flamini, “I pretoriani di Pace e Libertà”, Editori Riuniti 2001.

[3] Nota d.d. 17/10/64, in Sentenza ordinanza n. 318/87 A. G.I., Procura di Venezia, giudice istruttore Carlo Mastelloni, p. 1328.

[4] Nel libro “Il mestiere di comunista” spiega di essere uscito dal PCI dopo la morte di Stalin.

[5] Dell’Amico fu anche coinvolto nelle indagini su piazza Fontana a causa di una lettera inviata al genero del petroliere Monti, Bruno Riffeser, nel quale il giornalista riferisce di avere consegnato «come d’accordo» 18.500.000 di lire a Pino Rauti (cfr. G. De Lutiis, “I servizi segreti in Italia”, Sperling & Kupfer 2010, p. 176).

[6] G. De Lutiis, op. cit., p. 175.

[7] Psychological Warfare Branch, l’Ufficio per la propaganda e la guerra psicologica dei servizi angloamericani, che nel 1948 si divise tra lo statunitense USIS (United States Information Service) ed il britannico IRD (Information Research Department), cfr. Cereghino e Fasanella, “Il golpe inglese”, Chiarelettere 2011, p. 186.

[8] L’interrogazione si trova negli Atti parlamentari relativi alla seduta notturna dell’8/7/52. Non furono mai identificati i responsabili dell’omicidio.

[9] Ricordiamo che Olivetti era stato reclutato dal SOE nel 1943 e negli anni ’50 era stato coinvolto nell’operazione Packet.

[10] Edgardo Sogno raccolto da Aldo Cazzullo “Testamento di un anticomunista”, Mondadori 2001, p. 101 e 110.

[11] S. Flamigni “La sfinge delle Brigate rosse”, Kaos 2004, p. 29; a p. 62 si legge inoltre che Alberto Franceschini dichiarò che Simioni avrebbe proposto (senza esito) alle neo costituite BR di assassinare il comandante Borghese nel corso di una manifestazione a Trento nell’ottobre ‘70, per poi rivendicare l’attentato a nome di Lotta Continua.

[12] Renato Curcio intervistato da Mario Scialoja in “A viso aperto” Oscar Mondadori 1993, p. 103. Curcio aveva con sé tali documenti quando fu arrestato con Franceschini l’8/9/74 a Pinerolo da carabinieri agli ordini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.

[13] La testimonianza di Franceschini è riportata nell’articolo di Gianni Barbacetto, “La doppia vita di Roberto”, pubblicato sul Diario 9/15, marzo 2001.

[14] G. Barbacetto, art. cit...

[15] Dichiarazioni dello stesso Gironda in http://www.fasaleaks.it/vite-parallele-francesco-gironda-ecco-come-e-perche-entrai-nella-gladio/ .


settembre 2017

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