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      Mučeniška Pot


Dibattito Sul Mito Di Che Guevara Tra Taibo E Fertilio A Gorizia.

REVISIONISMO ANCHE SUL CHE GUEVARA: A SESSANT’ANNI DA “1984”:
LA FUNZIONE CONTRORIVOLUZIONARIA DELLA FINZIONE LETTERARIA.

Nel corso dell’edizione di quest’anno di “È storia”, la rassegna promossa dalla casa editrice Libreria Editrice Goriziana, dedicata al “mito degli eroi”, si è svolto un dibattito sul “mito” di Che Guevara, con relatori Paco Ignacio Taibo II, divenuto il biografo più importante del Che dopo la pubblicazione del suo “Senza perdere la tenerezza” (edito dal Saggiatore), Dario Fertilio, autore di un romanzo “La via del Che” (edito da Marsilio), che “rivisita” la figura del Che nel modo che vedremo, e l’ex ambasciatore Ludovico Incisa di Camerana (autore de “I ragazzi del Che”, edito da Corbaccio), che ha fatto delle affermazioni a dir poco discutibili sulle quali anche ci soffermeremo. Lo scopo del dibattito, a sensazione di chi scrive, era quello di “ridimensionare” il “mito” del Che in funzione anticubana, usando per questo proprio gli interventi di Fertilio e di Incisa di Camarana; ma se questo era il fine, l’operazione davvero non è riuscita, grazie alle precise puntualizzazioni di Taibo, che, avendo studiato con estrema accuratezza per svariati anni la vita del Che, è dopotutto la persona più qualificata a parlarne. In questa sede relazioneremo sui vari interventi; quelli di Taibo, dato il particolare stile discorsivo che li ha caratterizzati, li riporteremo in riassunto in prima persona.
Il primo ad intervenire è stato proprio Taibo, introdotto dal moderatore che aveva parlato di vari tipi di eroi e di “miti”, da quelli dei tempi antichi, come Achille o il più recente Garibaldi, a quelli dei nostri giorni, ad esempio i campioni dello sport.
Ecco l’intervento di Taibo.

Non credo che il Che sarebbe stato d’accordo nel sentirsi definito un eroe, né tantomeno ad essere paragonato in questo ad Achille o ad un campione sportivo, odiava la banalità, le gerarchie, i fronzoli.
Mentre lavoravo alla sua biografia mi sono occupato tra le varie cose anche di piccoli particolari che potrebbero non avere apparentemente importanza, ma che sono necessari per capire la persona che si vuole descrivere. Il Che aveva l’abitudine di girare senza avere allacciato del tutto gli stivali ed io ho chiesto il motivo di ciò a diverse persone che lo avevano conosciuto strettamente, i compagni con cui era stato a Cuba, in America, in Africa, ed alle sue compagne e ne ricevetti le risposte più disparate. Qualcuno mi disse che era perché si metteva l’uniforme negli stivali, altri che aveva le calze rotte e sporche, che era un metodo contro i serpenti, ma io conclusi alla fine che il motivo vero era che era un uomo che viveva sempre di fretta e non perdeva tempo in certi particolari. Usciva sempre dal suo ufficio correndo, gettava da parte le pantofole, si infilava gli stivali in fretta e furia e quindi non aveva mai il tempo di allacciarseli del tutto.
Per capire un personaggio bisogna conoscere anche tutto ciò che lo ha circondato. Faccio un altro esempio. Ho intervistato uno dei suoi segretari, all’Avana, e mentre parlavamo è andata via la luce, così quando gli domandai come mai non avesse seguito il Che in Bolivia non ebbi modo di vederlo in faccia, ma sentii la sua voce alterarsi mentre mi rispondeva. Era molto arrabbiato quando mi disse “quel figlio di puttana non mi ha voluto con sé” e la cosa gli faceva ancora male. Ma ti rendi conto, gli dissi, da 30 anni sei arrabbiato col Che per non averti portato a morire con lui in Bolivia; e lui mi ha risposto che sarebbe stato meglio morire col Che piuttosto che vivere in questo modo senza di lui.
La stessa impressione l’ho avuta parlando con altri compagni che gli erano stati molto vicini: avere lavorato e combattuto con lui li aveva segnati per sempre.
Non era un compagno facile, era molto esigente, sia con se stesso che con gli altri, e non era tipo da dare soddisfazione neanche quando le cose venivano fatte come lui voleva.
Anch’io alla fine fui influenzato dalla sua conoscenza: mentre scrivevo la sua biografia lavorai 14 ore al giorno per 4 anni e persino di notte il Che veniva a trovarmi e finii con il costruire una scuola sotto la sua direzione. Io che ho sempre preferito il lavoro intellettuale e non sono portato per quello manuale, mi sono sentito rimproverare dal Che per il modo in cui posizionavo i mattoni, ed alla fine mi svegliavo stanco, perché la pressione psicologica era molto forte.
Il Che era un uomo particolare, e non va dimenticato che era tipico del suo momento storico, ed inserito nel medesimo.
Volevo dire anche a proposito del fatto che è diventato un mito che trovo sbagliato ragionare come se fosse una responsabilità sua di essere diventato tale, ma in questa società dei consumi che sfrutta la sua immagine stampandola sulle magliette, il fatto che la sua memoria sia ancora così forte sta forse proprio nel fatto che continua ad essere un personaggio che entra nei nostri sogni, è un fattore ideologico, è sempre lì a dirci che si può cambiare il mondo, e che si deve fare di tutto per cambiarlo.

Dopo Taibo ha preso la parola lo scrittore Dario Fertilio, che ha già al suo attivo un testo “La morte rossa” (edito da Marsilio) nel quale parla di “crimini del comunismo” descrivendo, in modo romanzato, taluni omicidi o atti di violenza attribuibili a motivazioni politiche, avvenuti sia in tempo di guerra che in tempo di pace. Inoltre Fertilio è colui che assieme all’intellettuale russo Vladimir Bukovskij, ha lanciato l’idea del “Memento Gulag”, cioè la “giornata per ricordare le vittime dei genocidi comunisti”, da celebrare il 7 novembre.
Dario Fertilio ha recentemente pubblicato, sempre per la Marsilio, un romanzo che si può inserire, a parer nostro, in quel filone di “revisionismo” storico-politico che ha come scopo quello di gettare più fango possibile su quelli che furono i movimenti di sinistra del secolo scorso, soprattutto quelli rivoluzionari degli anni ‘60 e ‘70.
Il protagonista del romanzo di Fertilio è Riccardo, un sessantenne che occupa una posizione di rilievo in una grossa casa editrice italiana, che si reca a Cuba per acquisire (e pubblicare) gli ultimi diari del Che fino allora tenuti segreti; a Cuba rivive in parte la sua giovinezza e le sue utopie giovanili, ma trova anche la conferma della fine del suo matrimonio; infine l’incontro con una ragazzina che si prostituisce con i turisti perché vuole vivere “da ricca” a Cuba gli fa conoscere la santerìa, che ha inglobato nei suoi riti anche il Che come un santo che può fare miracoli. Alla fine Riccardo “scoprirà” il “vero” Che Guevara (quello che Fertilio descriverà nella seconda parte del suo intervento e che riferiremo più avanti), finiranno male sia il suo matrimonio sia la storia con la sua jinetera cubana, ed il romanzo si conclude con la prospettiva che dopo la morte del “caimano” (cioè Fidel Castro), i cubani non vedranno nulla di meglio che buttarsi nel libero mercato con grande gioia degli speculatori di tutto il mondo.
Da un punto di vista artistico, a parere di chi scrive, il romanzo non è granché: il ritmo è lento e spesso noioso, lo stile tende al prolisso, la descrizione di Cuba e dei cubani (ma soprattutto le cubane, tra quelle che si incontrano l’unica che non si prostituisce per i turisti è una rigida funzionaria di stato) ricca di luoghi comuni (annotiamo qui che i cubani che Riccardo incontra si dividono tra coloro che vogliono andarsene da Cuba, perché desiderano vivere come gli “occidentali” e quelli che sono invece funzionari o informatori del “regime”, descritti nel migliore stile banalizzatore anticomunista che andava molto di moda nei romanzi di spionaggio di prima della caduta del muro di Berlino); inoltre ci è sembrata molto kitsch la scena di sesso rievocata dal protagonista, sedotto a diciott’anni da una coetanea molto disinibita che, presa dal desiderio di fare l’amore col Che, decide, nel giorno in cui si è saputo della sua morte, di ripiegare sull’amico ancora imbranato dal punto di vista sessuale, proprio sotto un poster con l’immagine del Che; e il protagonista adulto ricorderà questa esperienza collegandola proprio al mito del Che.
(In merito a questo si potrebbe un giorno aprire un dibattito su un altro “mito” della letteratura contemporanea, cioè quello del maschio timido ed inesperto sedotto suo malgrado - ma che curiosamente lascia sempre fare - dalla donna sessualmente aggressiva e con dei comportamenti spesso morbosi che si limita ad usarlo come puro strumento del proprio piacere).
Il messaggio di questo romanzo, a sentire Fertilio, è che bisogna distinguere il mito dal modello politico ed ideologico, il mito è il sacro, una cosa nella quale desideriamo credere; il mito del Che è il mito di colui che cerca la morte, prende il potere e vi rinuncia (come Garibaldi e San Francesco). Invece la dimensione ideologica è più tenebrosa, il protagonista del romanzo viene a conoscenza di ciò che il Che faceva a Cuba, cioè uccideva di propria mano, non era pacifista, odiava soprattutto gli omosessuali e li faceva rinchiudere in campi di lavoro dove spesso trovavano la morte, organizzava con Fidel fucilazioni di centinaia o migliaia di persone; in pratica Riccardo viene a conoscere una parte della figura del Che che secondo Fertilio non si può trascurare.
L’autore sostiene non ci si può identificare in un mito e poi condividere le scelte repressive che questo ha preso una volta conquistato il potere (come il fatto di creare un potere repressivo dotato di servizi segreti): la posizione politica deve essere condannata anche se il mito rimane ed il protagonista del romanzo comprende alla fine che si può essere fedeli al mito che ha influenzato la propria giovinezza (cioè l’atto sessuale compiuto sotto il suo ritratto?) e contemporaneamente criticare il regime che questo “mito” ha creato, quello che Fertilio definisce il regime degli “ultimi mesi della dittatura di Castro”, che usa il mito del Che per la propria sopravvivenza.
Sul lato “tenebroso” della figura del Che ha ribattuto puntualmente Taibo e lo riferiremo dopo; noi commentiamo soltanto che qualunque “potere” si dota di servizi segreti ed opera repressioni dei propri oppositori: dato che non ci sembra che Fertilio professi un’ideologia anarchica, queste sue critiche al “potere” ci sembrano un po’ strumentali in senso anticastrista, tenendo conto anche del fatto che non ci risulta che Fertilio abbia qualche volta preso posizione contro il “potere” in Italia e le varie storture del nostro stato di diritto.
Nella seconda parte del suo intervento (che qui integriamo, per chiarire meglio i concetti da lui esposti, con quanto emerge dal suo libro) dopo avere precisato che in ogni modo il suo è “solo un romanzo”, Fertilio ha poi sostenuto (non si sa in base a quali fonti di informazione) che durante la crisi dei missili del ‘62 Castro e Guevara sarebbero stati ambedue favorevoli ad un conflitto nucleare che avrebbe distrutto la stessa Cuba. Fertilio motiva questa scelta del Che riferendosi ad un fatto narrato nei “Diari della motocicletta”, un incontro del Che con un esule dall’URSS, una specie di visione ultraterrena che gli avrebbe parlato della necessità di un armageddon, cioè il bisogno di far sparire del tutto la vecchia umanità per permettere lo sviluppo di una nuova. In tal modo sarebbe scomparso il Che generoso ed ingenuo, idealista e sognatore, capace di innamorarsi e di amare il genere umano, per lasciare spazio ad un Che sanguinario, che decise di diventare un combattente spietato ed avrebbe compreso nel concetto di “vecchia umanità” anche se stesso; e sarebbe stato questo il motivo che l’avrebbe portato a combattere una guerra senza speranza in Bolivia dopo avere conquistato il potere a Cuba; infine secondo Fertilio anche la teoria guevariana dell’“uomo nuovo” sarebbe derivata proprio da questo “sdoppiamento” di un suo “demone personale”, nel senso che era necessario annullare tutta l’umanità per crearne una nuova. Sarebbe stata quindi questa “visione apocalittica-messianica” della vita, alla base della vocazione di morte del Che nella fallimentare impresa boliviana. Anche a queste “teorie” di Fertilio ha poi risposto puntualmente Taibo, come riferiremo successivamente. Ma in concreto, sentito l’intervento di Fertilio e dopo avere letto il suo romanzo, l’impressione che abbiamo avuto è che lo scopo di tutta questa sua fatica (il libro consta di 350 pagine) sia semplicemente l’ennesimo tentativo di screditare la rivoluzione cubana gettando fango a destra e a manca sia su quella che è la realtà di Cuba, sia su Fidel Castro, sia sul “mito” del Che, per spiegare a noi “occidentali” che per quanto si possa vivere male comunque noi stiamo molto meglio che i Cubani, che il comunismo è comunque una schifezza (una “mafia di regime”, la definisce ad un certo punto uno dei personaggi del romanzo), che tutte le lotte degli anni ‘60 e ‘70 o erano frutto di mala fede o, nella migliore delle ipotesi, di ingenuità politica che per fortuna si è risolta altrimenti. Volendo azzardare dei paragoni, l’ex sessantottino sedotto sotto il ritratto del Che dalla sua disinibita nonché politicizzata compagna, e che alla fine è diventato un editore di successo, ci ricorda qua e là una parodia di Feltrinelli, anche se, a differenza di Feltrinelli, il personaggio di Fertilio s’è poi bene integrato nel sistema borghese.

Dopo Fertilio ha preso la parola l’ex ambasciatore Ludovico Incisa di Camarana, il cui intervento non meriterebbe neppure di essere citato, non fosse per evidenziare che a volte coloro che vengono spacciati per “esperti” su un determinato argomento si dimostrano alla fine del tutto incompetenti in materia. Incisa ha sostanzialmente posto delle critiche più alle personalità di Castro e Guevara che non alle loro scelte politiche, partendo dal fatto che ambedue appartenevano alle classi alte e mantennero i comportamenti tipici di questa loro appartenenza, e questo avrebbe creato imbarazzo con l’URSS che, secondo Incisa, non avrebbe voluto saperne di questi “signorotti”. Ha poi detto che il Che esternava dei “sentimenti da signorino” come quando, assistendo ad un combattimento tra galli, disgustato, si frappose lui stesso tra le bestie ed interruppe il combattimento. Questo comportamento, che a noi fa crescere ulteriormente la stima che proviamo nei confronti del Che, che in questa occasione ha dimostrato una sensibilità animalista del tutto rara per l’epoca e l’ambiente culturale in cui si è svolto l’episodio, è stato invece stigmatizzata da Incisa come ipocrita per un uomo che non esitava ad uccidere uomini ma si scandalizzava per dei galli. Dove, vogliamo osservare noi, il Che uccideva altri uomini nell’ambito del suo ruolo di combattente, non perché ci provasse gusto; nessuna condanna morale del resto sentiamo mai fare, da parte di persone inserite negli ambienti politici ed istituzionali, per il fatto che i militari uccidano o facciano uccidere altri uomini.
Incisa ha aggiunto che il Che non era femminista, infatti a Cuba le donne non potevano entrare nell’esercito, e lui non voleva donne nella dirigenza della guerriglia, unica eccezione per “Tatiana” che era un’agente “russa”. Anche qui non possiamo fare a meno di rilevare la scarsa preparazione con la quale il relatore si è presentato all’incontro: Tania e non Tatiana era il nome di battaglia della guerrigliera argentina, di origine tedesca e non russa, Tamara Bunke.
L’ex ambasciatore ha anche accennato alla vecchia “leggenda” che sostiene che il Che sarebbe stato mandato apposta in Bolivia perché era scomodo a Cuba in quanto inviso all’URSS, teoria che, bisogna ribadirlo, non ha mai avuto conferme.
Unico elemento espresso da Incisa che potrebbe suggerire uno spunto di approfondimento è che l’idea del Che di creare in America latina un esercito contadino come in Cina non era realizzabile, perché il Che non si era reso conto che i contadini cinesi erano diversi dai contadini latinoamericani per formazione culturale e sociale; inoltre secondo Incisa il Che non considerava le differenze etniche, e sarebbe stato ucciso in Bolivia proprio perché argentino e non boliviano. In realtà, secondo noi, il problema della non considerazione del Che per le minoranze etniche potrebbe avere influito piuttosto sul fatto che i contadini boliviani, non discendenti dei colonizzatori europei ma autoctoni (etnia Aymara) vedevano comunque come corpi estranei tutti coloro che entravano nel loro territorio senza conoscere la loro lingua e questa mancanza di contatto con la popolazione, basata sull’incomunicabilità linguistica, fu uno dei fattori che determinarono il fallimento del progetto fochista del Che. (Volendo parafrasare una definizione di Mao Tsetung, possiamo dire che il Che ed i suoi compagni in Bolivia erano dei “pesci fuor d’acqua” nell’ambiente dove avrebbero dovuto operare e in questo fatto può essere vista una delle concause della loro sconfitta).

A queste “interpretazioni” a volte del tutto arbitrarie e spesso frutto di mera immaginazione della figura di Che Guevara ha dato puntuale risposta Taibo.

Cercando di circoscrivere il dibattito alle questioni storiche, bisogna dire che negli ultimi tempi si è sviluppata la creazione di una “contro leggenda” sul Che, che viene chiamata nei paesi latinoamericani un mito “negro” (cioè un mito “nero” nel senso di negativo), di cui uno dei più accaniti sostenitori è uno dei figli dello scrittore Vargas Llosa. Questo mito viene diffuso soprattutto tramite Internet, e dato che a forza di ripetere le cose anche quelle false riescono ad assumere un sapore di verità, mentre scrivevo la biografia del Che e mi sono imbattuto in certe informazioni non le ho trascurate ma le ho indagate, perché sono contrario alle sdolcinature ed all’agiografia del “mito”, e mi interessa piuttosto tirare fuori il più possibile la verità.
Sulla questione del Che “sanguinario” posso dire che questa tesi è stata costruita soprattutto in base ad un fatto risalente all’epoca della Sierra Maestra, un episodio che il Che, che normalmente raccontava ogni minimo particolare, aveva omesso di raccontare nei “Pasajes”. Nella colonna era stato scoperto un traditore, che era in procinto di fare cadere nelle mani dell’esercito di Batista tutto il gruppo di combattenti. Fu deciso di ucciderlo per salvaguardare la vita dei rivoluzionar, ed il Che eseguì questa operazione di persona. Il fatto che non abbia voluto parlarne può significare che si sia trattato di un evento che lui desiderava rimuovere dai propri ricordi come un evento negativo.
Invece era contrario alla fucilazione dei soldati batistiani fatti prigionieri e questo è provato da diverse testimonianze di vari soldati che ebbero salva la vita. Diversi di loro hanno infatti raccontato che al momento della cattura dicevano “Non uccideteci, il Che è contrario alla fucilazione dei prigionieri”.
Per quanto riguarda gli ordini di fucilazione dei torturatori e degli assassini dipendenti da Batista, che il Che avrebbe emanato dalla Fortezza Cabaña (che era il suo “ufficio”), la realtà è che il ruolo del Che fu esclusivamente quello di rivedere le sentenze per verificarne la correttezza, ma non era lui ad emetterle. Inoltre va considerato che la maggioranza della popolazione all’epoca (l’84%) era favorevole all’eliminazione di queste persone. Per evitare linciaggi ed esecuzioni sommarie i tribunali rivoluzionari decisero le condanne a morte (personalmente a distanza di anni trovo che la decisione fu quella giusta).
Riguardo una storia che si narra di una madre che era andata nella Fortezza Cabaña a chiedere al Che di salvare il figlio minorenne condannato a morte, e che il Che avrebbe sbattuto fuori in malo modo, ho verificato che corrisponde al vero che era stato condannato a morte un minorenne. Però il fatto è che questo minorenne, che era entrato nel Movimento 26 luglio, aveva poi tradito i compagni per collaborare con l’esercito di Batista ed aveva fatto parte di un gruppo di 4 persone che avevano catturato una donna cinquantenne che aveva fatto da staffetta nella Sierra, l’avevano chiusa in un sacco, bastonata per ore e poi gettata viva in mare. Bisogna vedere la storia nella sua interezza prima di giudicare.
Il Che non era un sadico, ma essendo un combattente logicamente doveva fare i conti con la violenza.
Neanche corrisponde al vero quanto si dice del Che che sarebbe andato a cercare la morte in Bolivia perché aveva in sé un senso di autodistruzione. Il Che andò in Bolivia per combattere, non perché voleva morire. Il suo progetto era di creare un focolaio di guerriglia che si diffondesse dalla Bolivia all’Argentina ed al Perù; che il progetto sia poi fallito è un altro discorso, quando il Che l’aveva deciso sicuramente non pensava di non avere speranze. Non aveva tendenze suicide, lo prova anche il fatto che disse a chi lo aveva catturato “valgo più da vivo che da morto”.
Quanto al fatto che non fosse femminista ed era contro gli omosessuali, bisogna considerare sia il periodo storico in cui era maturato e vissuto, parliamo degli anni ‘50 e ‘60, sia che era un uomo appartenente alla classe media: cercare in lui elementi di femminismo e di liberazione omosessuale è chiedere davvero troppo ad un uomo del suo tempo.
È vero inoltre che Fidel ad un certo punto creò a Cuba una squadra di donne combattenti, ma va piuttosto ricordato un episodio risalente al periodo della creazione delle squadre per la raccolta della canna da zucchero. Le donne erano state escluse con il motivo che tagliavano meno canne degli uomini, così alcune donne protestarono dicendo che le donne comunque tagliavano più canne dei burocrati. Allora il Che chiese loro scusa e cambiò idea, inserendole nel progetto. Questo dimostra che non aveva una chiusura mentale, forse non era femminista ma sicuramente era egualitario, che forse è anche una cosa che ha più valore.
Dobbiamo considerare il Che anche dal punto della sua formazione politica, che fu diversa da quella di altri leader politici, non solo tra i latinoamericani. Non si formò prendendo parte a scioperi né a contestazioni studentesche; nonostante non conoscesse la situazione dell’opposizione urbana a Batista, né conoscesse Cuba, decise ugualmente di unirsi alla lotta dei rivoluzionari cubani. La sua scelta di combattere gli derivò in base alle proprie conoscenze di vita diretta, così come fece quando decise di andare a combattere in Bolivia. Egli aveva girato in lungo e in largo il continente latinoamericano, e parlato con la gente dei posti che visitava, vissuto con loro: fu questa la sua formazione rivoluzionaria.
Egli riteneva che forse la rivoluzione era impossibile, ma ciononostante necessaria e perciò andava tentata ad ogni costo: è questo ciò che maggiormente lo differenzia dagli altri leader politici.
Difficile dire chi fosse realmente il Che: in lui convivevano tante diversità. Il Che era sia l’adolescente che si era messo a leggere Baudelaire in francese, sia il ministro dell’industria che prima di prendere qualsivoglia decisione chiedeva il parere agli operai recandosi a parlare con loro di fabbrica in fabbrica, sia infine il combattente che aveva deciso di andare in Bolivia per allargare il fronte rivoluzionario. Era tutte queste diversità riunite in una sola persona, e sono state queste diversità riunite assieme a renderlo una persona unica e speciale, quella che poi è diventata un “mito” che rimane vivo anche a tanti anni di distanza dalla sua morte.

Per tirare le fila del corposo dibattito possiamo dire innanzitutto che di fronte alla conoscenza della storia del Che e della stessa Cuba dimostrata da Taibo (ed anche grazie alle sue doti di parlatore forse un po’ istrionico ma comunque godevolissimo), le illazioni “romanzate” di Fertilio e le mere bufale tirate fuori da Incisa sono state demolite ed archiviate per quello che sono: falsità che circolano da anni per “sputtanare” una figura politica di tutto rispetto e di riflesso attaccare la Rivoluzione cubana intera (il ragionamento è più o meno questo: se il migliore esponente della rivoluzione era una persona negativa, figuriamoci come sono gli altri).
Ma dobbiamo anche accennare brevemente al fatto che l’ultima “moda” in fatto di revisione storica sembra essere proprio l’affidarsi al romanzo per scrivere di fatti che non si sa come si sono svolti realmente ma potrebbero essersi svolti come inventa il romanziere. Abbiamo parlato in un articolo precedente di un testo di Frediano Sessi (che, guarda caso, è anche il direttore editoriale della collana nella quale è uscito il romanzo di Fertilio), testo che parla della morte di Norma Cossetto, la giovane istriana che fu recuperata da una “foiba” nel 1943 e della quale si dice che fu sottoposta ad orribili sevizie e violenze carnali. In “Foibe rosse”, infatti, Sessi dapprima raccoglie alcune testimonianze, che però non riguardano direttamente le modalità dell’uccisione della giovane (non vi sono testimoni oculari veri e propri), e quindi ad un certo punto decide di proseguire di fantasia.
Infatti nel capitolo “Lampi di verità sulla vita di Norma?” spiega: “al punto in cui siamo è possibile dare forma ai pensieri di Norma e a quella parte della sua vita che solo lei avrebbe potuto raccontare; farne una storia verosimile in forma di diario, a partire dai “lampi di verità” emersi dalle testimonianze e dalla scarna documentazione (…) in questa ricostruzione realtà storica e immaginazione convergono (…) un metodo che si giustifica (..) con la scarsa documentazione disponibile a fronte della ricchezza di particolari, spesso coincidenti, emersi dai racconti dei testimoni. Un azzardo storico? In fondo, tutte le storie fanno i conti con la finzione perché arrivano a noi solo attraverso il linguaggio e la scrittura”.
Così come quello Fertilio è “solo un romanzo”, anche il “diario di Norma” creato da Sessi è “solo finzione”. Però questi scritti vengono proposti a lettori che difficilmente prenderebbero in mano un testo storico, ma se interessati a determinate vicende volentieri leggono un romanzo su esse, pensando siano ricostruzioni reali e non solo “fantasie”; poi entrano nell’immaginario dei lettori che non distinguono più la fantasia dalla realtà storica; infine su queste “finzioni” si aprono dibattiti, si instillano dubbi, si operano revisioni storiche e si conducono operazioni politiche.
Un metodo che George Orwell aveva evidenziato già sessant’anni or sono: ed approfittiamo dell’occasione per ricordare che proprio quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario della pubblicazione di “1984”.

maggio 2008

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