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Diritto All'Autodeterminazione: Cecenia, Kosovo, Euskadi.

DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE: CECENIA, KOSOVO, EUSKADI.

Il 6 ottobre dell’anno scorso veniva uccisa a Mosca la giornalista Anna Politkovskaya, che si era interessata al conflitto ceceno ed aveva denunciato gli abusi operati dalle forze armate russe nella repressione della guerriglia. Nell’anniversario del delitto si è tenuta a Trieste, promossa da Amnesty International, un’iniziativa di informazione sulla situazione cecena.
Ed è a proposito dell’informazione sulla situazione cecena che intendiamo intervenire. Perché come al solito l’opinione pubblica “occidentale” quando si trova a parlare di questioni internazionali, autodeterminazione dei popoli, guerriglie e terrorismo, ragiona con due pesi e due misure.
Infatti, dopo anni che siamo bombardati a livello mediatico dalla propaganda “post 11 settembre” che vede in tutti gli islamici un pericolo gravissimo per la sopravvivenza della nostra società occidentale, che sostiene che bisogna a tutti i costi condurre una guerra contro il terrorismo islamico, che in questa guerra ogni azione è lecita (basti pensare alla criminale detenzione cui sono sottoposti i prigionieri nella base USA di Guantanamo), vediamo invece che quando a gestire la repressione contro un movimento armato di stampo terroristico (com’è quello degli indipendentisti ceceni, che si è macchiato di azioni particolarmente abiette, come il sequestro dei bambini di Beslan o l’attacco suicida al teatro di Mosca) non è un Paese del “nostro” blocco occidentale, si va a fare dei distinguo garantisti. Non mettiamo in dubbio che spesso le azioni di repressione dei militari russi in Cecenia siano condotte in modo criminale, che gli oppositori (siano essi terroristi o no) vengano torturati e fatti sparire e via di seguito, siamo noi i primi a dire che tutte le guerre sono sporche e le guerre di repressione contro le guerriglie lo sono ancora di più, perché si usano metodi criminali sbrigativi e fuori controllo che coinvolgono anche i civili e la popolazione.
Ma è lo stesso tipo di guerra che noi stessi “occidentali” conduciamo nell’Iraq che abbiamo invaso; o che viene condotta in Colombia contro le FARC, tanto per fare due esempi. Fa scandalo la repressione condotta dalla Russia, che nonostante non sia più un Paese comunista, anzi è diventata un Paese a capitalismo sfrenato, comunque non fa parte del “nostro blocco” e quindi va criticata per le sue azioni e scelte politiche.
Infatti tra le cose che abbiamo sentito dire a proposito della situazione cecena è che la Russia non vuole perdere la propria unità territoriale con la secessione della Cecenia. Ma quando mai uno Stato intende rinunciare ad una parte del proprio territorio, soprattutto una parte dove vi è ricchezza di materie prime necessarie per la sopravvivenza dello Stato medesimo, oppure che è situata in un punto strategico dal punto di vista geopolitico?
Però l’Occidente considera un diritto dei Ceceni l’indipendenza da Mosca, così come intende legittimare il distacco del Kosovo da ciò che è rimasto della Serbia, ormai ridotta da mutilazioni varie a staterello da operetta. Nel 1999 la Nato aggredì proditoriamente quella che era ancora Jugoslavia (causando morte e distruzione e danni ambientali irreparabili) per sostenere una fazione politica che voleva la secessione del Kosovo e che, a distanza di otto anni, è arrivata a ripulire etnicamente quel territorio dalla presenza serba, non solo fisica ma anche storica, con la distruzione di tutto quanto non era albanese musulmano, come gli antichi monasteri ortodossi dei quali non esiste più che il ricordo.
Ma la Jugoslavia di Milosevic non era uno stato omologato, così come non lo è, sia pure per motivi diversi, la Russia di Putin. Perciò andiamo a vedere cosa accade in un paese omologato com’è la Spagna, oggi retta da un governo unanimemente considerato progressista e socialmente avanzato, che ha scelto di ritirare le truppe dall’Iraq, un governo illuminato al punto da riconoscere il diritto ai matrimoni gay. La Spagna che comunque fa parte del “blocco occidentale” e che, come ogni altro stato al mondo non vuole perdere la propria unità territoriale, ha da tempo dichiarato fuori legge l’organizzazione degli indipendentisti baschi Batasuna (nonostante non sia un’organizzazione terroristica) perché considerata “braccio politico” dell’organizzazione militare ETA (che conduce una lotta armata ma che aveva negli ultimi mesi attuato una tregua).
Nei giorni scorsi l’illuminata Spagna ha operato una manovra repressiva in perfetto stile franchista nei confronti dei rappresentanti politici dell’indipendentismo basco: “un blitz nella notte, a Segura, piccolo villaggio di Guipuzkoa. Una riunione fra i dirigenti della Mesa Nacional di Batasuna, la Policia Nacional che circonda tutto il villaggio, chiude tutte le vie di accesso e poi irrompe nella riunione e in tre minuti mette i ceppi a 22 persone”, scrive il peace reporter Angelo Miotto. Sono stati arrestati 23 dirigenti, 2 dei quali rilasciati dopo un paio di giorni. Secondo il governo di Madrid, dunque, la sinistra del popolo basco non ha diritto di espressione, può esprimersi politicamente solo tramite il Partito Nazionalista.
Se consideriamo che una buona parte della popolazione di Euskadi vorrebbe l’indipendenza, che ciò è inaccettabile per il governo spagnolo, che non è disposto a perdere una parte del proprio territorio statale, esattamente come la Federazione russa oggi e la Jugoslavia ieri: perché allora ciò che è ovvio per la Spagna (ed anche per l’Italia che negli anni ‘60 represse violentemente gli indipendentisti sudtirolesi), non può essere ovvio anche per gli altri?
Ma forse il motivo della pesante repressione operata dalla Spagna nei confronti di Batasuna è molto più semplice: tutti i sindaci della regione aderenti al movimento indipendentista si erano schierati contro il progetto della TAV. Se non è questo un buon motivo…

ottobre 2007

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