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Esploratori di Foibe

Sul quotidiano triestino “Il Piccolo” del 22/7/05 abbiamo letto un articolo, firmato da Pietro Spirito, titolato “Dentro le foibe jugoslave, in segreto”, e che riferisce le “inedite rivelazioni di un ex sottotenente del Genio pionieri alpini”, cioè il cuneese Mario Maffi, oggi settantaduenne.
Maffi racconta di essere stato contattato nell’ottobre del 1957, mentre prestava servizio militare, dal Comando di Brigata, che gli chiese la disponibilità per una “missione coperta dal più assoluto segreto militare” che “comportava anche un certo rischio”. Accetta, lo inviano a Monfalcone e da lì gli dicono che dovrà scendere ad esplorare la foiba di Monrupino e quella di Basovizza “per constatare o meno la presenza di spoglie umane, stimarne la quantità e documentarle con fotografie”.
Così Maffi si cala nella foiba di Monrupino (la 149), e dice “tra il pietrisco su cui camminavo spuntavano ossa umane, una mandibola, alcune costole, l’intero braccio di un bambino che non avrà avuto più di otto anni”. Maffi fotografa e prende appunti. Il giorno dopo va a Basovizza e scende fino a 130 metri di profondità, ma lì trova “solo immondizia; là dentro avevano scaricato di tutto, anche materiali bituminosi”; gli dicono che “i resti umani erano più sotto”, e quindi l’esplorazione si conclude così.
Che le esplorazioni siano avvenute, è confermato da un articolo del “Piccolo” del 25/10/57, che parla di una “indagine del Ministero della Difesa nelle foibe carsiche”, affidata a speleologi del CAI con la partecipazione del “sottotenente degli alpini Maffi”. Però ricordiamo che nel 1957 la 149 era già stata ripetutamente esplorata e svuotata (a fine giugno 1945 le salme dei militari germanici che vi erano state gettate dopo la battaglia di Opicina erano state inumate al cimitero di S. Anna; risultano poi, dal “rapporto” dell’ispettore della Polizia scientifica Umberto De Giorgi 3 distinte esplorazioni, dove la prima (14/10/45) portò al recupero di una cinquantina di salme di militari tedeschi; la seconda (4/11/45) e la terza (19/12/47) non portarono ad alcun ritrovamento (ma qui il “rapporto” contraddice quanto risulta dalla relazione del medico legale dottor Nicolini, che nell’occasione furono rinvenute altre quattro salme di militari). Stante tutto ciò, come mai nel 1957 c’erano ancora tanti resti umani, compreso il “braccio di un bambino”? E quale competenza tecnica aveva l’allora ventiquattrenne sottotenente Maffi per valutare il tipo di ossa che vedeva nel pietrisco? Ma quel che risulta del tutto inspiegabile, è che nulla di ciò fu riferito all’autorità giudiziaria, né questi resti furono riportati in superficie.
La seconda parte del racconto è ancora più incomprensibile. Maffi sostiene di avere varcato clandestinamente il confine jugoslavo per quattro notti consecutive, scortato da carabinieri senza mostrine ma armati (equipaggiati con un “mitragliatore pesante” che veniva “piazzato in postazione”, non si sa se da quale parte del confine), lui stesso armato, recatosi in zone dove poi doveva avanzare da solo fino alle foibe da esplorare che gli venivano indicate. Anche qui avrebbe trovato resti umani, teschi sfondati e mani o piedi legati con filo spinato e ne avrebbe scattato delle foto.
A fine missione egli conservò copie delle foto scattate (ma solo di Basovizza e Monrupino, dice) e nel suo rapporto scrisse che “almeno per le foibe triestine non era possibile organizzare un recupero di salme” (che peraltro dalla 149 erano già state recuperate due volte, ricordiamo).
Questo racconto solleva tutta una serie di possibili notizie di reato, come lo sconfinamento in Jugoslavia di militari italiani armati, che vorremmo rifiutarci di credere siano veramente avvenute. Ma in ogni caso pensiamo che l’autorità giudiziaria dovrebbe aprire un’indagine in merito e verificare cosa sia effettivamente avvenuto.


(settembre 2005)

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