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      Mučeniška Pot


Fascismo Strisciante A 65 Anni Dalla Liberazione.

ORA E SEMPRE RESISTENZA!

Sessantacinque anni dalla Liberazione, e guardate in che stato ci troviamo. Un governo che assomiglia sempre di più ad una repubblica delle banane, un elettorato che varia dal qualunquista al parafascista, e come se non bastasse, l’avanzare di un comune sentire nostalgico dei tempi del “duce”, di una grandeur da basso impero, del razzismo elevato a modus operandi, la progressiva cancellazione di quei diritti civili e sociali faticosamente conquistati negli anni del dopoguerra.
A Trieste siamo abituati da tempo che nella ricorrenza del 25 aprile i nostalgici della camicia nera e del manganello redentore organizzino contromanifestazioni sui “crimini dei vincitori” andando alla foiba di Basovizza a celebrare i morti nazifascisti con dovizia di saluti romani e indicendo conferenze sul tema (quest’anno i relatori sono Giorgio Rustia e Manlio Portolan, dove il primo si è fatto un nome come “storico” grazie alla sua collaborazione con il “progetto Contropotere” di Forza Nuova, mentre il secondo è uno dei nomi ricorrenti nella strategia della tensione a Trieste). Ma quest’anno c’è una novità: anche nella città di Milano, quella da cui è partita l’insurrezione del 25 aprile che poi è stata considerata il giorno in cui festeggiare la Liberazione di tutta Italia, i nostalgici di Salò si sono accordati per un progetto comune di contromanifestazioni. Citiamo da un comunicato dell’Anpi milanese a firma Luciano Muhlbauer.

Il tutto inizierà domenica prossima (cioè il 18 aprile, n.d.r.) al Cimitero Maggiore, con una messa in onore di Mussolini, e proseguirà con una settimana di iniziative che durerà dal 24 aprile al 1° Maggio. Alcune di queste iniziative sono già state annunciate dai siti dell’estremismo nero e da un comunicato stampa di Roberto Jonghi Lavarini, esponente neofascista confluito nel Pdl. Ma l’iniziativa clou non è ancora conosciuta, poiché verrà portata alla discussione del Consiglio di Zona 3 di domani. Si tratta di un concerto nel giardino pubblico “Sergio Ramelli” il 24 aprile prossimo, cioè alla vigilia dell’anniversario della Liberazione e in contemporanea con la presenza in città del Presidente della Repubblica.
Non si tratta delle solite iniziative, ma di un autentico salto di qualità dell’estremismo di destra milanese. Per la prima volta, infatti, le varie sigle dell’estremismo nero hanno messo da parte le loro rivalità e si sono uniti, da Forza Nuova a Casa Pound e Blocco studentesco, da Fiamma Tricolore ai nazi-skin di Lealtà ed Azione, dal movimento della Santanché ad alcuni settori della Lega vicini a Borghezio, passando per diversi esponenti politici milanesi del Pdl, tra cui anche Fidanza, Frassinetti e Jonghi Lavarini.

Questa è l’ultima (in ordine di tempo) iniziativa revanscista di cui veniamo a conoscenza, dopo le svariate proposte di intitolare vie e altro a Giorgio Almirante (colui che firmava i bandi di fucilazione dei suoi connazionali durante la repubblichina di Salò, ma che in tempi più recenti finanziò con parecchi milioni di lire l’operazione alle corde vocali che servì a Carlo Cicuttini, il terrorista dell’attentato di Peteano che aveva fatto la telefonata per attirare i tre carabinieri nella trappola mortale, in modo da rendere irriconoscibile la propria voce); o la proposta (sempre a Milano) di porre una targa in memoria dell’attrice Luisa Ferida, che fu uccisa assieme al proprio amante Osvaldo Valenti, perché “frequentatrice” della Villa Triste di Milano dove operava la cosiddetta “banda Koch”, gruppo di feroce repressione antipartigiana, dove furono torturati e massacrati tanti antifascisti. Dato che non fu provato il “sospetto” che la donna partecipasse alle azioni della “banda”, oggi c’è chi propone di porre una targa a ricordo di questa persona, che del resto, anche se non partecipava attivamente alle torture, avrebbe ben dovuto sapere cosa accadeva lì dentro, e se continuava a “frequentare” il posto si può supporre che il tutto non le creasse problemi di coscienza.

Poi c’è un’altra metodologia di revisionismo storico, che potremmo definire dei finti ingenui: tra essi Gianfredo Ruggiero, presidente del Circolo Culturale Excalibur di Varese (un’associazione sedicente ambientalista che però propone spesso delle analisi politiche che simpatizzano molto per il fascismo).
Di seguito, in corsivo, alcuni stralci dell’articolo di Ruggiero, di cui abbiamo conservato i grassetti:
Dei crimini fascisti oramai sappiamo tutto o quasi, ma del lato oscuro della resistenza, quello fatto di vendette e odi personali, di processi sommari ed esecuzioni di massa e delle motivazioni, non sempre nobili, che hanno portato i partigiani a coprirsi il volto e a imbracciare il fucile, cosa sappiamo? Poco, molto poco.
Come si vede il preconcetto parte da subito: a parte la solita manfrina sul fatto che si “sa tutto” sui crimini fascisti”, mentre dei partigiani si sa poco, però che le motivazioni non erano “sempre nobili”, chissà perché è un dato assodato.
Per motivi anagrafici non ho conosciuto il Fascismo e anch’io, come la maggior parte degli italiani, sono cresciuto a pane e resistenza avendo appreso la storia sommariamente dai libri di testo e dai programmi televisivi.
Dove i programmi televisivi, oggi come oggi, parlano molto dei “crimini” dei partigiani, e praticamente niente di quelli fascisti, ma tant’è. Il Nostro (che si svela scrivendo fascismo con l’iniziale maiuscola) riprende poi un altro cavallo di battaglia caro anche a Pansa (che non a caso citerà in seguito)
Solo che non mi sono accontentato della verità ufficiale, quella scritta dei vincitori, e ho voluto approfondire le mie conoscenze. Il risultato è stato che man mano colmavo i miei vuoti i dubbi aumentavano.
Ecco nuovamente il tono dimesso e quasi umile di chi vuol far credere che non ha la verità in mano (sono gli altri, i “vincitori” quelli che vogliono imporre la “loro verità”) e quindi si pone in maniera interlocutoria. Quali dubbi ha dunque Ruggiero?
Il primo dubbio riguarda la definizione dei partigiani quali “patrioti e combattenti per la libertà”: il movimento partigiano era egemonizzato dal Pci, all’epoca diretta emanazione della Russia Sovietica da cui prendeva ordine tramite Togliatti (…) I partigiani rossi lottarono sì contro un regime, quello fascista, ma al solo scopo di sostituirlo con un\'altro non certo migliore. Se l’Italia è ora una Repubblica \"democratica\" non è certo per merito dei partigiani, ma in virtù della divisione del mondo in due blocchi contrapposti decretata a Yalta nel ’45, da cui scaturì la nostra collocazione nel campo occidentale e la conseguente dipendenza americana.
Potremmo rispondere a Ruggiero che tra comunismo e fascismo c’è comunque una gran differenza, ma senza voler cadere nell’ideologia, bisognerebbe quantomeno spiegargli che oltre alla Resistenza “rossa” ci fu anche una Resistenza “bianca” che, in perfetta sinergia con gli alleati angloamericani, fece in modo da “collocare” l’Italia nel “campo occidentale”, con buona pace di tutti coloro che avevano lottato per un altro tipo di sistema politico, non necessariamente del tipo della “Russia Sovietica”, che poi sarebbe corretto scrivere Unione Sovietica, ma non vogliamo infierire e passiamo al secondo dubbio, che:
riguarda la definizione di “guerra di Liberazione\", quando invece fu una classica e tragica guerra civile. I fascisti non venivano da Marte, erano italiani come italiani erano i partigiani. In quei lunghissimi 18 mesi la guerra fratricida non risparmiò nessuno, attraversò le famiglie e divise i fratelli. Gli uomini persero la loro dimensione umana per accostarsi a quella animale.
D’accordo, fu una guerra civile. Chi la cominciò? I partigiani, perché non accettavano il fascismo che aveva causato tanti danni al popolo italiano? Anche questo è un modo di vedere le cose, però è un modo fascista.
Il contributo dei partigiani alla sconfitta tedesca fu, inoltre, del tutto marginale se lo rapportiamo all’enorme potenziale bellico messo in campo dagli alleati.
Il che significa che il dubbioso non ha la più pallida idea dell’importanza della guerra di guerriglia nell’ambito di una resistenza popolare. Ma proseguiamo.
Il 25 aprile del ‘45 Mussolini era a Milano e solo dopo la sua partenza per trovare la morte a Dongo il capoluogo lombardo fu “liberato” dai partigiani che si abbandonarono ad una vera e propria orgia di sangue contro i fascisti o presunti tali, compresi i loro familiari. Come ben documentato dai libri di Pansa, Ellena e Pisanò.
In effetti il 25 aprile è il giorno dell’inizio dell’insurrezione, evento che di solito dura più di 24 ore, ma questo dovrebbe essere un fatto assodato. Noi qui approfittiamo dell’occasione per evidenziare una volta in più come avessimo ragione quando si contestava Pansa ed il suo modo di operare, perché il risultato finale è proprio questo: dare ai nostalgici del fascismo la possibilità di citare, nelle loro elucubrazioni, anche un autore “di sinistra” (che, detto per inciso, ha scopiazzato a destra e a destra nella pubblicistica post-fascista e non ha scritto nulla di nuovo).
Vediamo infine l’ultimo “dubbio” di Ruggiero:
la modalità di lotta dei partigiani. Mentre i fascisti combattevano in divisa e a volto scoperto, inquadrati nelle divisioni dell’esercito della Repubblica Sociale Italiana o nelle varie milizie volontarie i partigiani, invece, pur potendo anch’essi vestire una divisa - essendo armati e finanziati dagli americani - preferirono il passamontagna, i soprannomi e la tecnica del mordi e fuggi a base di attentati, sabotaggi e omicidi alle spalle. Tecnica sicuramente meno rischiosa per loro, ma devastante negli effetti.
E questo è veramente troppo, queste sono parole di cui Ruggiero dovrebbe vergognarsi, perché sono offensive nei confronti di tutti coloro che combatterono per la libertà, patirono sofferenze, furono torturati e feriti e quelli che persero la vita. Se Ruggiero pensa che la scelta di entrare nella Resistenza fosse come andare ad una sagra paesana, forse non sa di cosa parla (ed in tal caso non dovrebbe parlare), ma se invece sa di cosa parla evidentemente lo fa perché vuole denigrare la lotta di liberazione ed i suoi martiri. Particolarmente odioso il fatto che lo faccia fingendo di essere un candido spettatore dubbioso di fronte ai problemi della storia, mentre nel sito di Forza Nuova dell’Abruzzo troviamo un suo articolo su Giovanni Gentile nel quale così conclude: La grandezza postuma di Gentile non sta solo nella sua statura di pensatore e uomo di cultura, ma anche nell’aver tenuto ferme, fino alle estreme conseguenze, le proprie idee: una coerenza che per quanti si schierano a destra dovrebbe essere d’esempio soprattutto oggi, nel momento in cui, come dice una bella canzone della Compagnia dell’Anello, “stiamo buttando alle ortiche, per inseguire il potere, la nostra Fede più antica e le ragioni più vere”.

Così, strisciante ed insinuante, si fa avanti il nuovo fascismo, quello che approfitta dell’ignoranza delle persone, soprattutto dei più giovani, su questo argomento ed anche, purtroppo, delle nuove teorie politico-storiografiche di un certa sinistra che negli ultimi tempi, per un malinteso senso di “ricerca della verità”, ha diffusamente sparso fango sulla Resistenza e sui suoi protagonisti. Un revisionismo storico, questo, che non possiamo accettare, non solo perché falsante, ma anche perché è funzionale all’involuzione autoritaria del nostro sistema politico.
Un revisionismo storico al quale dobbiamo opporre resistenza, così come non possiamo accettare (e qui chi scrive parla anche a nome degli altri storici coinvolti) che un manipolo di rappresentanti di organizzazioni irredentistiche e nostalgiche cerchi di far tacere, accusando di “negazionismo”, tutti coloro che in questi anni hanno fatto ricerca storica documentando e denunciando le falsità dette dai propagandisti (non dagli storici) sulla “questione delle foibe”, arrivando al punto di chiedere venga emanata una legge per farci tacere.
Su questo problema abbiamo chiesto la solidarietà degli antifascisti e degli operatori culturali, abbiamo già ottenuto delle risposte positive, ma continuiamo ad invitare tutti coloro che ci stimano e riconoscono il valore del nostro lavoro, a prendere posizione in nostro favore in modo da garantire la nostra libertà di studiosi.

Claudia Cernigoi

24 APRILE 2010

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