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Fenomenologia di Massimiliano Lacota.

PERICOLO BILINGUISMO! (?).
Parleremo in questo articolo di quanto è emerso in una “assemblea” indetta dall’Unione degli istriani (rivelatasi in concreto un monologo del presidente Massimiliano Lacota durato più di due ore) il 24 gennaio scorso. Il tema della riunione (del comizio?) era relativo all’incontro svoltosi tra il nostro Presidente Napolitano ed il presidente della Slovenia Danilo Türk, descritto dal relatore (il monologhista Lacota) come un enorme pericolo per la pacificazione al confine orientale.
Prima di entrare nel merito delle affermazioni di Lacota bisogna però conoscere meglio questo giovane e rampante presidente dell’Unione degli istriani, nonché segretario generale dell’Unione europea degli esuli e degli espulsi, entità questa che raccoglie le varie organizzazioni degli “esuli” europei, cioè coloro che, alla fine della Seconda guerra mondiale dovettero abbandonare le zone in cui vivevano perché i confini erano cambiati, i tedeschi della Polonia e dei Sudeti tra i gruppi più numerosi. Come avvenuto in Italia con le organizzazioni degli esuli istriani, anche a livello europeo le problematiche di queste persone (vittime in fin dei conti anch’essi della guerra imperialista scatenata dal nazifascismo), furono esasperate ed esacerbate, strumentalizzate da propagandisti nazionalisti ed irredentisti, quando non addirittura da esponenti politici nostalgici dei vecchi regimi.
Lacota ha anche avuto modo di vantare il fatto che lui ed il suo sodale Enrico Neami hanno preso parte recentemente, quali negoziatori, alle trattative per la distensione nell\'isola di Cipro, stato che si trova diviso in due dopo l\'autoproclamazione della Repubblica turca di Cipro (entità riconosciuta solo dal governo turco, e della quale si presentava come \"console onorario\" in Italia l\'avvocato piduista Augusto Sinagra, noto anche per la sua attività di legale di parte civile nel cosiddetto \"processo delle foibe\", conclusosi con un nulla di fatto).
Bisogna riconoscere a Massimiliano Lacota che è un grande comunicatore, è in grado di parlare per più di due ore senza fatica e senza annoiare chi lo ascolta, ed inoltre ha la capacità (probabilmente esistono dei metodi per apprenderla) di rivolgersi al suo pubblico coinvolgendolo nei suoi interventi, facendosi dare ragione, e trasmettendo ai suoi interlocutori passivi i messaggi da lui veicolati, anche a volte (è brutto da dire ma è l’impressione che ci ha dato) facendo emergere atteggiamenti aggressivi nei confronti di chi egli descrive come personalità negativa. Attenzione però: Lacota ha la capacità di fare apparire negativa una figura pur parlandone bene, non ha detto nulla che potrebbe risultare offensivo o denigratorio nei confronti di Türk, ad esempio (e neppure delle altre persone di cui ha stigmatizzato in maniera negativa l’operato), ciononostante alla fine la platea è uscita dalla sala con la convinzione che Türk è una persona da combattere.
Lacota sostiene che non c’è nulla da pacificare a Trieste, dove non vi sono tensioni etniche, come avrebbero detto svariate testate estere; che il concerto del 13 luglio scorso con la presenza dei tre presidenti (italiano, sloveno e croato) era del tutto fuori luogo in questa città dove gli unici a non vedere riconosciuti i propri diritti sono gli esuli istriani (ciò con buona pace della comunità slovena che ancora aspetta che la legge di tutela approvata nel 2001 venga applicata fino in fondo, diremmo noi: ma è proprio questo uno dei problemi su cui si accanirà Lacota, come vedremo più avanti). Va detto che Lacota ha sparato a zero contro questo concerto e la successiva deposizione di corone al Narodni dom (di cui cadeva il 90° anniversario della distruzione ad opera di squadristi fascisti, episodio che Lacota ha tenuto a minimizzare ed a disconoscerne l’importanza storica) ed al monumento all’esodo.
Il primo problema sollevato da Lacota è che la Slovenia ha chiesto la restituzione di diverse opere d’arte che furono portate via da Pirano e Capodistria all’inizio della Seconda guerra mondiale per metterle al sicuro da possibili danni causati dai combattimenti; rimaste poi in territorio italiano non ritornarono mai ai luoghi di provenienza. Ora, non entreremo nel contesto giuridico relativo, non abbiamo la competenza necessaria per poter dire se ha ragione Lacota ad affermare che la normativa darebbe torto alle rivendicazioni slovene o se è Lacota ad avere interpretato male la normativa; ciò che intendiamo evidenziare è che in base a questa querelle Lacota è riuscito ad eccitare gli animi di buona parte del pubblico, dove molti sono usciti con affermazioni del tipo “dovranno passare sul mio cadavere prima di portare via quei quadri” (così il direttore del costruendo Museo dell’esodo, Piero Delbello, che successivamente è intervenuto affermando che in tempi andati lui ed altri gridavano lo slogan “Europa nazione rivoluzione”, con il quale loro però intendevano “l’Europa dei popoli” e non questa “Europa dei banchieri”: ma gli slogan “europeisti” rievocati da Delbello erano quelli dell’estrema destra neofascista, se ben ricordiamo).
L’altro problema sollevato da Lacota nel suo lungo monologo è stato quello della toponomastica triestina. Dato che nei colloqui tra Türk e Napolitano si sarebbe anche parlato del decennale dell’approvazione della legge di tutela per la comunità slovena in Italia, e tra le cose che non sono ancora state realizzate nell’ambito di questa legge compare anche la “toponomastica”, Lacota ha innanzitutto stigmatizzato che per quanto concerne la segnaletica stradale concorda col fatto che nelle zone dove la minoranza è in realtà “maggioranza” (come in alcune località dell’Alto Adige) è del tutto corretto che l’indicazione del nome della località compaia nella lingua della minoranza, ma che ciò non va bene dove la minoranza è in minoranza, per cui se all’entrata in Trieste si volesse porre anche l’indicazione “Trst”, in realtà, dato che la comunità slovena non è una minoranza “di maggioranza” bisognerebbe scrivere il nome di Trieste in tutte le lingue dell’impero austroungarico, partendo dal tedesco “Triest” per poi proseguire con l’ungherese, il serbo croato, il greco…
Ora, a prescindere dal fatto che evidentemente Lacota, pur nella sua fluente dialettica, non ha ben compreso la differenza tra comunità autoctone (come quella slovena a Trieste) e comunità immigrate (come la greca, la tedesca, la serba e, tutto sommato, anche quella italiana, dato che fino ad un certo punto a Trieste convivevano, come autoctoni, solo Sloveni e Friulani), il concetto della comunità minoritaria di “maggioranza” (discorso peraltro molto caro ai neofascisti di una volta) è un concetto a nostro parere abnorme, in quanto dovrebbe essere ovvio che la minoranza che ha più bisogno di essere tutelata è una minoranza di minoranza, e non una minoranza di maggioranza, che di per se stessa è già meno debole. Ed oltretutto, volendo seguire il discorso di Lacota sulle lingue dell’impero che andrebbero messe in ordine di importanza, sicuramente l’italiano verrebbe molto dopo il tedesco e l’ungherese; d’altra parte entrare a Trieste e leggere “Triest” in tedesco come prima indicazione ci sembrerebbe fuorviante, dato che in fin dei conti viviamo in Italia e non nell’Impero austroungarico (siamo nel 2011 e non nel 1911…).
Ma il clou delle problematiche poste da Lacota, quello per il quale ci sono cadute le braccia perché ci è sembrato di essere tornati ai tempi di Mirko Dreck e delle peggiori battute nello stile della non compianta “Cittadella” (per i lettori non triestini spieghiamo che si tratta di pubblicazioni che uscivano anni or sono e nelle quali venivano sbeffeggiati in modo razzista gli sloveni e la Jugoslavia nel suo complesso), è quando l’oratore ha detto che corriamo il rischio che una via in pieno centro triestino, come la via Carducci, venga ridenominata, neppure con il nome di uno scrittore come Prešeren, cosa che potrebbe piacere o non piacere alla comunità di maggioranza, quella italiana, ma si tratta pur tuttavia di un esponente della cultura, ma addirittura con il nome di Kardelj e che questa possibilità non sarebbe del tutto peregrina, dato che a Lubiana è stata nuovamente intitolata una via a Tito.
Naturalmente, visto l’uditorio, questo grido di allarme lanciato da colui che peraltro sostiene che a Trieste non vi sono tensioni etniche, ha suscitato reazioni preoccupate ed agitazione nel pubblico, che ha nuovamente ribadito che “solo sui nostri (i loro, n.d.r.) corpi” una cotale ignominia avrebbe potuto passare (scusate se riassumiamo in modo melodrammatico i fatti, ma siamo stati influenzati dal clima dell’evento).
La possibilità che a Trieste la via Carducci si trasformi in via Kardelj (che, lo diciamo per Lacota, si pronuncia Kàrdel, con la j muta, e non Kardèli, come ha detto lui) ci ha richiamato alla mente la vecchia canzone di Pietrangeli “e se un giorno corso Verdi si chiamasse Karlmarxstrasse”, con ciò che ne segue, ma soprattutto non ci ha stupito a questo punto che in prima fila a seguire le parole di Lacota fosse il dottor Giorgio Rustia, che una decina di anni fa, in qualità di fondatore del Comitato spontaneo di triestini che non parlano lo sloveno aveva lanciato un altro grido di allarme, che potremmo paragonare a questo di Lacota, e cioè che con la legge di tutela sarebbe cambiata la composizione etnica di Trieste. Secondo Rustia, infatti, ci sarebbe stato bisogno di circa 250/300 interpreti che avrebbero dovuto giocoforza venire qui da oltre confine perché “a Trieste non ci sono sloveni disoccupati”; questi interpreti si sarebbero portati dietro la propria famiglia (“moglie, due figli, genitori, fratelli”), cosicché in men che non si dica a Trieste ci sarebbero stati un migliaio di sloveni in più, dal che sarebbe nato un ulteriore bisogno di interpreti, che avrebbero dovuto nuovamente venire “importati” da oltre confine e via di seguito. L’ineffabile (ancorché, se ci passate l’idea, un po’ paranoica) conclusione di Rustia fu che si sarebbe sviluppata una “catena di Sant’Antonio” per cui Trieste si sarebbe riempita di sloveni costringendo gli italiani ad emigrare. Come s’è visto, nulla di tutto ciò è accaduto, la Slovenia non si è trasferita tutta a Trieste e la componente etnica italiana della città non ci sembra essersi estinta.
Lasciando da parte le facili ironie, vorremmo concludere noi con un segnale di allarme. Nel 1998 il dottor Rustia, parlando a nome del “progetto Contropotere” di Forza nuova ad un’iniziativa organizzata da questo movimento politico, aveva dichiarato che se fosse passata una legge di tutela per la comunità slovena, a Trieste vi sarebbero stati dei “torbidi” quando la gente si fosse accorta della “pericolosità” di questa legge.
Nel 2011, dato il tono con cui sono state accolte le lagnanze di Lacota nei confronti del presidente Türk, e data l’intenzione da questi espressa di recarsi, il 9 o 10 febbraio, nell’ambito del Giorno del ricordo, a “portare fiori” al cimitero di San Canziano dove sarebbero state traslate le salme di persone (non necessariamente Italiani, ha chiarito Lacota, né è noto il motivo della loro morte) uccise alla fine della guerra dagli Jugoslavi, noi non vorremmo che nella congiuntura storica attuale vi sia nuovamente una volontà di creare dei “torbidi”, incidenti di vario genere, diplomatici o anche di ordine pubblico, insomma vi sia una volontà occulta di creare un clima di tensione al confine orientale, una sceneggiatura che abbiamo già vissuto in anni più o meno lontani e della quale non si sente proprio il bisogno.

gennaio 2011

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