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      Mučeniška Pot


Foibe e Risiera, accostamento aberrante

In altra parte di questo sito abbiamo citato un intervento del professor Giovanni Miccoli, uscito sul Bollettino dell’Istituto Regionale per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, n. 1/aprile 1976. Stante la sua chiarezza ed attualità, lo ripubblichiamo in questa sede.

RISIERA E FOIBE: UN ACCOSTAMENTO ABERRANTE.
Il processo sui crimini della Risiera ed il dibattito e le iniziative svoltisi intorno ad esso si configurano già, ancor prima della sua conclusione, come un fatto di grande rilievo nella vita della città. Nonostante i gravissimi limiti dell’istruttoria e del rinvio a giudizio, è emersa con prepotenza dalle testimonianze e dai problemi posti via via in margine alle udienze la realtà profonda di quella mentalità e di quella pratica di “antislavismo” e di “anticomunismo” che costituiscono un presupposto fondamentale per capire il fascismo di queste terre e le motivazioni reali del collaborazionismo filonazista maturatosi durante il periodo dell’Adriatisches Küstenland” e quindi per capire anche il perché della Risiera a Trieste, campo di concentramento e di smistamento verso i Lager tedeschi ma anche e soprattutto campo di sterminio strettamente collegato alla lotta e alla repressione antipartigiana.
Sono fatti emersi con grande chiarezza e che rinviano a precise responsabilità politiche, chiamando sul banco degli imputati atteggiamenti, mentalità, azioni, modi di essere che operarono allora, e largamente continuarono ad operare nella nostra regione anche negli anni del dopoguerra. Il fatto stesso che un tale processo si sia celebrato con tre decenni di ritardo, che omertà, silenzi, colpevoli mancanze di iniziativa delle autorità e delle forze politiche maggioritarie abbiano a lungo cercato di cancellare o far dimenticare le tracce della Risiera, attesta esemplarmente quanto l’eredità del passato e il contesto generale grazie al quale la Risiera era potuta nascere abbiano continuato a pesare nelle vicende e negli atteggiamenti della società locale, e negli scontri, nelle lotte, nelle tensioni e contrapposizioni che l’hanno caratterizzata.
Esplicitare tutto questo è necessario, per superare veramente quel passato, per porre basi solide e di massa – nella cultura, nei valori, nella consapevolezza degli uomini e delle donne di queste terre – alle prospettive di un futuro diverso, diversamente costruito ed orientato. Anche per questo, mi pare, bisogna fare di più di quello che si è fatto finora per allargare il dibattito e l’informazione, per portarlo nelle scuole e nei quartieri, seriamente, come un problema che investe e riguarda ancora, da qesto punto di vista, le responsablità di tutti, come un problema che allora ha coinvolto, per consenso, per colpevole silenzio, per supina accettazione, per distorta concezione e pratica di valori e miti più o meno autentici, le responsabilità di tutti. Non si tratta di fare del moralismo astratto e di proporre perciò un discorso del tipo “tutti peccatori”, che nella sua indifferenziata genericità annullerebbe le sempre necessarie distinzioni di responsabilità, di iniziativa, di azioni. Ma di affermare e sottolineare con la forza dei fatti e delle vicende reali che, come il fascismo in queste terre non fu episodio di pochi, ma trovò consensi, appoggi, alleanze in un terreno profondamente disposto ad accoglierlo, così il nazismo – e l’antislavismo, l’anticomunismo, lo stesso antisemitismo che alla esperienza fascista strettamente si riallacciano – poterono operare qui e tradursi negli stermini della Risiera perché larghi strati della nostra società erano già stati orientati ed individuare in certe direzioni l’alleato ed in altre il nemico da combattere.
Ma proprio per questo anche un altro discorso va fatto, con estrema precisione e chiarezza, riguardo al sistematico accostamento tra la Risiera e le foibe, portato avanti con numerosi interventi dal “Piccolo” e dai gruppi della destra locale. Ed è un discorso di netto e radicale rifiuto di tale accostamento, perché Risiera e foibe sono due fatti sostanzialmente e qualitativamente diversi, e perciò assolutamente incomparabili fra loro. La premessa di un tale giudizio non sta nel distinguere le responsabilità di chi è morto – come pure si deve e si dovrà, in un’analisi complessiva di quelle vicende – ma nell’individuare e quindi nel distinguere gli ambienti e le ideologie e le circostanze grazie ai quali quei determinati fatti hanno potuto prodursi. La Risiera è il frutto razionale e scientificamente impostato dall’ideologia nazista, che come ha prodotto Belsec e Treblinka, e Auschwitz e Mauthausen, e Sobibor e Dachau, così ha prodotto la Risiera, e l’ha prodotta qui, ha potuto produrla qui perché, per i fini ai quali doveva rispondere, ha trovato compiacenti servizi in ambienti largamente predisposti dal fascismo. Le foibe (quando non si tratti, come spesso si è trattato, di un modo di “seppellire” dei morti altrui: vi ricorsero i partigiani, vi ricorsero tedeschi e fascisti: e anche questa è una pagina in gran parte ancora da indagare, per evitare facili e troppo frequenti generalizzazioni e amplificazioni) sono la risposta che può essere sbagliata, irrazionale e crudele, ma pure sempre risposta alla persecuzione e alla repressione violenta e sistematica cui per più di vent’anni lo Stato italiano (il fascismo, si dirà, ma il fascismo aveva il volto dello Stato italiano) aveva sottoposto le popolazioni slovene e croate di queste zone. È assurdo parlare, riferendosi ad esse, di genocidio o di programmazione sistematica di streminio, ma sì di scoppio improvviso di odii e rancori collettivi a lungo repressi.
Le foibe istriane del settembre 1943, connesse allo sfasciarsi di ogni struttura politica e militare dello Stato italiano (varie centinaia gli infoibati secondo un rapporto abbastanza preciso proveniente dai Vigili del fuoco di Pola), corrispondono ad una vera e propria sollevazione contadina, improvvisa e violenta come tutte le sollevazioni contadine: colpisce i “padroni” – classe contro classe – perché padroni, padroni che sono anche italiani, italiani che per essere tali sono “padroni”, gli oppressori storici di sempre. Le foibe dell’aprile-maggio 1945, dove finirono quanti vennero presi e giustiziati sommariamente in quella furia di vendetta che sempre accompagna i trapassi violenti di potere, si inquadrano ancora, almeno in parte, in questo contesto: non vi furono giustiziati solo fascisti e nazisti per i crimini che avevano commesso e per l’odio che avevano suscitato (i calcoli del sindaco G. Bartoli, che sembrano peccare eventualmente per eccesso, elencano quattromila scomparsi, ma tra costoro sono compresi anche i caduti nelle azioni belliche locali tra il ‘43 e il ‘45); vi furono certamente coinvolte anche persone che con il fascismo poco o nulla avevano a che fare: è ragionevole pensare che furono coinvolte perché si trattava di italiani. Ma anche qui non si può dimenticare che un tale odio e una tale reazione trovano la loro ragione di fondo e la loro motivazione oggettiva in ciò che fu il fascismo di queste terre, nelle violenze squadristiche, nelle vessazioni, nei villaggi sloveni e croati incendiati, in quell’odio antislavo insomma che è componente anche degli stermini della Risiera e che fu truce prerogativa del fascismo e del collaborazionismo nostrano. Non si possono insomma confondere, né moralmente né storicamente, oppressori ed oppressi, nemmeno quando questi prendono il sopravvento e si vendicano talvolta anche selvaggiamente. E se un collegamento tra i due momenti si vuole stabilire esso sta semmai nella perversione dei rapporti, nell’imbestialimento dei costumi, nello stravolgimento dei valori, prodotto dal fascismo e dal nazismo, che non lasciarono indenni, non potevano lasciare indenni, nemmeno coloro che essi opprimevano (così come, ben più in generale, si può affermare che è una ben stolta illusione pensare che l’Italia fascista non sia riuscita anche a intaccare, coinvolgere, in qualche modo corrompere quell’Italia che pur fascista non era né voleva diventarlo: non si parla, sia chiaro, dei singoli, ma del costume, dei raporti sociali, dell’insieme della collettività.
Solo avendo ben chiare queste premesse si può parlare delle foibe: e se ne parli e se ne discuta, finalmente, e si indaghi con serietà sulla realtà dei fatti e delle circostanze, anche per mettere fine alle sporche strumentalizzazioni di chi di quegli odii, da cui anche le foibe sono nate, è primo responsabile: per inquadrarle anch’esse, così come vanno inquadrate, tra gli esiti del fascismo ed il conseguente scatenarsi degli odii nazionali. Ma è aberrante e grave l’ipotesi di un processo oggi (auspicato più volte sul “Piccolo” e annunciato come certo in un recente numero del “Meridiano”) dopo tutti i processi degli anni cinquanta (comodamente dimenticati da chi si fa promotore di una tale iniziativa: è la Risiera che non aveva mai avuto un processo, non le foibe, che di processi ne hanno avuti decine, e spesso forzati e immediatamente strumentali alle lotte e alle manovre politiche di allora), che si vorrebbe affiancare al processo della Risiera: perché è un processo che nascerebbe appunto, di fatto e nelle volontà dei suoi promotori, come contraltare dell’altro, in un accostamento storicamente e moralmente infondato se non, ancora una volta, da un punto di vista nazionalista e fascista: un processo non ad un’ideologia e a un sistema, e quindi occasione di crescita e di consapevolezza civile, ma un processo ad una reazione irrazionale e violenta che trovava rispondenza in tensioni e lacerazioni di interi gruppi sociali, e perciò inevitabilmente aperto, per gli equivoci gravi da cui nascerebbe, alla strumentalizzazione fascista e nazionalista. È una prospettiva questa, cogliamo crederlo, che nessuna delle forze democratiche vorrà permettere, a rischio di produure ancora una volta quelle spaccature, quelle lacerazioni e quelle contrapposizioni grazie alle quali in queste terre il neofascismo ha potuto rirprendere a prosperare anche nel dopoguerra.

inserito marzo 2006


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