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Giornata della Memoria 2011: Torture a Trebiciano (Trieste) dicembre 1942.

GIORNATA DELLA MEMORIA 2011: TORTURE A TREBICIANO, DICEMBRE 1942.
GIORNATA DELLA MEMORIA 2011: TORTURE A TREBICIANO, DICEMBRE 1942.

In una lettera inviata dal Capo della Polizia di Roma al Prefetto di Trieste in data 13/8/43 risulta che furono concessi alcuni premi a favore di militari dei Carabinieri “per la viva parte presa nello svolgimento della operazione di polizia che culminò con la cattura di numerosi ribelli e con la scoperta di una organizzazione comunista a fondo irredentista sloveno”. I militari che ricevettero questi premi (corrisposti dal Ministero dell’Interno) furono i marescialli Luigi Viro, Pietro Satta e Gaetano Losito; il brigadiere Arturo Vinci ed i carabinieri Alessandro Vedelago e Guido Girotti (risulta anche come Girotto, n.d.r.). L’operazione viene descritta in un’allegata relazione di servizio della Legione Carabinieri di Trieste, indirizzata alla Direzione Generale della PS a Roma, nella quale si chiedono “ricompense” per i carabinieri che avevano partecipato all’azione.
Secondo la relazione, nel paese di Trebiciano sul Carso triestino “fin dal mese di giugno 1942 si stava organizzando l’arruolamento di giovani partigiani”. Tra gli esponenti del movimento venivano identificati Ermanno Malalan e suo padre Giovanni, “il quale, subito fermato, dopo alcuni giorni di abili e laboriosi interrogatori, finì col fornire dei semplici indizi” che portarono all’identificazione di altri due “ribelli”, Antonio Sibelia e Giuseppe Udovich, quest’ultimo definito “pericoloso comunista” che si sarebbe “suicidato” il 15/1/43 “nel momento in cui stava per essere arrestato da alcuni agenti della locale Regia Questura”.
Apriamo una breve parentesi per inquadrare Anton Šibelja “Stjenka”, operaio metallurgico originario di Tomaževica, membro del Partito comunista, che viene così descritto da Rudi Ursini-Ursič: “aveva, fin dagli inizi di luglio ‘41, subito dopo l’aggressione all’URSS, costituito sul Carso triestino un gruppo di sabotatori della ferrovia e dei piloni dell’alta tensione (…) guerrigliero nato, di stampo messicano inizio secolo” (in “Attraverso Trieste”, op. cit. p. 177). Invece Giuseppe Udovič, nome di battaglia “Nino”, era nato a Trieste nel rione di San Giovanni il 18/3/10; partigiano EPLJ, segretario cittadino del Fronte di Liberazione di Trieste, secondo i dati raccolti dall’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, rimase ucciso il 14/1/43 in uno scontro a fuoco con i carabinieri.
Proseguendo nella lettura del rapporto sopra citato, vediamo che l’attività del gruppo sarebbe stata finalizzata a “costituire nella zona di Trieste e dintorni cellule tendenti a sviluppare tra l’elemento slavo l’odio contro l’Italia ed il Regime; di svolgere propaganda comunista (…); ingaggiare elementi partigiani ed istigare i nostri soldati alla rivolta ed alla diserzione; raccogliere armi, munizioni, viveri ed indumenti per il rifornimento delle bande”, ed ebbe come “primo risultato” il fatto che un gruppo di dieci giovani di Trebiciano si allontanarono dalle proprie case il 6/12/42 per unirsi ai partigiani. La sera del 12 dicembre 1942 questi dieci giovani sarebbero incappati nella pattuglia formata dal carabiniere ausiliario Guido Girotto e dal fante Dino Denti; dopo un conflitto a fuoco, uno dei “ribelli”, Giuseppe Calzi, ferito da una bomba a mano lanciata da Girotto, veniva arrestato. “Dall’interrogatorio del ribelle, deceduto dopo poche ore” (sempre secondo i dati raccolti dall’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione Calzi, già Kalc prima di avere il nome “ridotto in forma italiana dal fascismo”, classe 1925, sarebbe deceduto il 13/12/42 all’Ospedale Civile di Trieste per ferite procurate da forze militari italiane), prosegue la relazione, “si ebbero vaghi indizi” e le indagini “rese oltremodo difficili a causa dell’omertà della popolazione della zona (quasi tutta di origine e sentimenti slavi e solidale con le bande dei ribelli”, grazie a “molteplici appiattamenti, pedinamenti e perquisizioni domiciliari a Trieste e periferia” alla fine portarono all’arresto di “tre altri ribelli armati di pistola e bombe a mano (…) furono inoltre arrestate altre 25 persone, tra le quali tre studentesse ed una scrittrice e maestra di canto”. Complessivamente, leggiamo, furono 47 le persone denunciate al Tribunale Speciale per la difesa dello Stato per i reati di associazione sovversiva contro l’integrità dello Stato, assistenza ai partecipi delle bande armate e costituzione di bande armate.
L’operazione fu condotta dai Carabinieri della Compagnia Interna capitani Carmelo Capozza e Mario Romeo, dal sottotenente Federico De Feo (comandante la tenenza di via Hermet) che “ con slancio, fervore e spirito di sacrificio si prodigò in varie perquisizioni ed interrogatori”. I Carabinieri “si avvalsero inoltre dell’opera del nucleo corazzato antiribelli legionale al comando del tenente Morgera Vincenzo”; dei marescialli maggiori Luigi Viro (comandante della squadra investigativa antiribelli) e Pietro Satta (comandante la stazione dei Carabinieri di Opicina); del maresciallo d’alloggio Gaetano Losito. Nel documento ci sono anche altri nomi, ma sono cancellati con un tratto di penna. Diciamo qui che il tenente Morgera Vincenzo divenne, nel dopoguerra, un penalista piuttosto noto a Trieste e fu avvocato di parte civile, nell’immediato dopoguerra, di alcune vedove di “infoibati”.
Antonio Malalan, Caterina Ciuk e Cristina Ferluga furono tra gli arrestati di Trebiciano; incarcerati ai “Gesuiti” il 13/12/42, rimasero prigionieri per circa tre mesi e successivamente dichiararono (nel corso dell’istruttoria al processo contro i dirigenti dell’Ispettorato speciale di PS, celebrato nel 1947) di avere assistito a sevizie nei confronti di alcune donne e di avere sentito i loro racconti di violenze anche di tipo sessuale. Caterina Ciuk, ad esempio, riferì il racconto di una donna che nella deposizione venne identificata come “signorina Mariza Maslo”: “Altre cose immorali sono successe delle quali per vergogna non volle parlarmi”. Questa “Mariza Maslo” si può con molta probabilità identificare in Maria Maslo, sorella del comandante partigiano Karlo Maslo, che fu arrestata il 2/10/42 nel corso di un’operazione svoltasi nel “vallone boscoso ad est di Prelose S. Egidio, provincia di Fiume”, dal Nucleo Mobile di Polizia Centrale dell’Ispettorato Speciale di PS, con elementi del Nucleo Mobile di Polizia di Senosecchia, che, leggiamo in un rapporto del 13/1/43 firmato dal dirigente dell’Ispettorato, l’Ispettore generale Giuseppe Gueli, “al comando del V. Commissario Domenico Miano, veniva a contatto con un numero imprecisato di ribelli, comandato dal Maslo Carlo”. I “ribelli” riuscirono a fuggire tranne Maria Maslo “che indossava abiti maschili” e che “veniva raggiunta dal cane di polizia Frik in consegna all’agente di PS Casagrande Giovanni (…) che – addentandola ad una gamba – riusciva ad immobilizzarla (…)”. Nel rapporto leggiamo anche che la donna, interrogata, “dichiarò di essere venuta sul posto assieme al commissario politico della banda Maslo (…) per avere notizie dei fratelli Carlo e Cristina, che non vedeva più da mesi, di non essersi trovata assieme ad altri e di non avere mai svolto, fino a quel momento attività comunista”. Naturalmente gli uomini di Gueli non le credettero e “successivamente, a seguito di molti ed abili interrogatori si è riusciti a sapere dalla Maslo i nomi delle varie persone che le hanno fornito vitto e alloggio”.
Vista la deposizione della signora Ciuk, possiamo ben capire come si svolsero realmente i “molti ed abili interrogatori”, così come gli “abili e laboriosi interrogatori” cui fu sottoposto Giovanni (Ivan) Malalan, ci vengono descritti dal figlio Lucijan, che aveva 11 anni quando fu arrestato, assieme ai suoi due fratelli ed al padre. Ecco il suo racconto.
“Il maresciallo Viro era quello che dirigeva le torture. Fece torturare noi ragazzi davanti ai nostri genitori ed i nostri genitori davanti a noi. La mattina del 13 (dicembre, n.d.a.) un giovane carabiniere entrò nella stanza dove ci avevano trattenuto per la notte nella stazione; faceva freddo e quindi accese una stufa perché provò compassione per noi. Dopo un poco entrò Viro e si mise a gridare contro di lui, perché sprecava del legno per dei ribelli, dei banditi, mentre i soldati al fronte morivano di freddo; andò a prendere un mastello d’acqua e lo rovesciò sulla stufa, per spegnere il fuoco. Quasi ci fece soffocare con quel vapore, e poi ci lasciò al freddo. Ci picchiavano senza pietà, bastoni, schiaffi, manganelli. Un mio fratello, quattordicenne, non voleva confessare di avere aiutato i partigiani, lo picchiarono riducendolo ad una maschera di sangue, poi lo lasciarono vicino al muro e fecero entrare altri ragazzini della sua età, che vedendolo ridotto in quelle condizioni, si spaventarono e raccontarono tutto: chi di avere portato del cibo, chi delle armi e così via.
Però in questo elenco manca un nome: c’era anche un altro brigadiere che si chiamava Calligaris, o qualcosa di simile: era una belva, fu lui ad appendere per il collo mio fratello”.
Specifichiamo che i fratelli Malalan erano quattro: il maggiore, Herman (Ermanno) Roman, che aveva iniziato la lotta assieme al gruppo di Anton Šibelja, cadde il 25/9/43 a diciannove anni, combattendo con la Kosovelova brigada presso Komen; un altro fratello, Milan, quindicenne, dopo l’arresto del dicembre 1942, fu incarcerato a Forlì in attesa di giudizio dal Tribunale Speciale, e dopo l’8 settembre 1943 consegnato ai tedeschi e deportato in Germania. Lucijan e il fratello Livio, di un anno maggiore, dopo l’8 settembre 1943 fuggirono con il padre Ivan (che era già da tempo collegato col Movimento di liberazione sloveno) e la madre Cristina, e divennero così effettivi nell’Esercito di liberazione jugoslavo, assieme al quale rientrarono a Trieste nei primi giorni di maggio 1945.
Torniamo ai responsabili degli arresti. Del maresciallo Viro, che viene indicato da Cristina Ferluga come torturatore della partigiana Majda Dekleva (nome di battaglia “Vera”; nell’autunno del ’44 entrò a fare parte del Comitato della Zveza Slovenske Mladine, Unione della gioventù slovena), leggiamo nel rapporto che “durante gli interrogatori degli arrestati dimostrò sagacia, intuito ed abilità non comuni” (forse anche qualcos’altro di “non comune”, possiamo commentare). Viro, Satta e Losito furono proposti per un premio in denaro di 500 lire, Vinci di 300.
L’operazione tutta (gli arresti ed anche le torture cui furono sottoposti gli arrestati), fu quindi ufficialmente opera non di agenti di PS ma di carabinieri: questo particolare avrà la sua importanza quando, nel corso del processo Gueli, si discuterà anche di questi crimini. Infatti la Corte Straordinaria d’Assise decise che essendo le violenze denunciate da Caterina Malalan state commesse dai Carabinieri di Opicina, non se ne poteva attribuire la responsabilità all’Ispettorato.
A questo punto sorge spontanea questa osservazione: perché non furono assunti come prove i verbali che noi abbiamo reperito negli archivi e che all’epoca dovevano trovarsi ancora agli atti in Prefettura, e che attestavano che l’operazione in cui fu arrestata Maria Maslo e quella di Trebiciano erano state organizzate dall’Ispettorato Speciale?

gennaio 2011

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