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Giornata della Memoria e Giorno del Ricordo 2008.

Giornata della Memoria e Giorno del Ricordo 2008.

Man mano che passano gli anni possiamo notare che la Giornata della memoria del 27 gennaio (dedicata alle vittime dello sterminio nazifascista) gode di sempre minore attenzione rispetto al Giorno del ricordo del 10 febbraio (dedicato questo all’“esodo istriano” ed alle “foibe”), ricorrenza che invece sembra godere sempre più di attenzione da parte dei media oltre che degli istituti storici e delle varie associazioni, sia politiche sia culturali.
I motivi di questa “evoluzione” culturale possono essere molteplici. Innanzitutto le svariate associazioni degli “esuli giuliani”, sia le più moderate, sia quelle di preciso carattere neoirredentistico e post-fascista, dopo avere parlato per decenni – spesso, purtroppo, senza molta cognizione di causa – di questi argomenti, hanno trovato nuova linfa per la loro propaganda proprio grazie all’istituzione di questa ricorrenza. Nel contempo esiste, a sinistra, una sorta di malinteso senso di colpa per avere tanto parlato dei crimini del nazifascismo e così poco invece delle “foibe” e del cosiddetto “esodo” dai territori che l’Italia ha ceduto alla Jugoslavia dopo il trattato di pace del 1947. A questo si aggiunga che, sempre a “sinistra” si stanno diffondendo le recenti teorie che disegnano la Resistenza, soprattutto quella svoltasi al confine orientale d’Italia, come un susseguirsi di crimini ed è quindi, sempre per un malinteso senso di “giustizia”, invalso l’uso di tralasciare un po’ la questione dei crimini commessi dai nazifascisti (“tanto se ne è sempre parlato”) per privilegiare invece le questioni dell’immediato dopoguerra, le rese dei conti e le vendette scaturite da vent’anni di fascismo e sei anni di guerra criminale.
Ma intanto non si può dare per scontato che, dato che sono sessant’anni che si parla dei crimini dei nazifascisti si può oggi anche smettere di parlarne: la memoria è fin troppo labile quando non viene esercitata, soprattutto nel caso in questione, quando anche la storiografia ufficiale e la stessa sinistra accettano di appiattirsi sulle posizioni opposte, quelle anticomuniste ed antiresistenziali, che hanno interesse a far passare il movimento partigiano come un movimento criminale, che uccideva con crudeltà, provocava le rappresaglie dei nazisti compiendo azioni armate e, per quanto riguarda la zona della Venezia Giulia e della Jugoslavia, aveva come scopo quello di strappare territori italiani alla sovranità italiana. In questo contesto la lotta antifascista viene messa in secondo piano perché come prima cosa viene evidenziato che i partigiani e l’esercito di liberazione jugoslavo combattevano contro l’Italia, omettendo di precisare che all’interno di questo esercito combattevano volontari di tutte le nazionalità, uniti nella lotta al nazifascismo (e non all’Italia in senso lato, in quanto la Jugoslavia era alleata degli angloamericani ed il regno d’Italia era cobelligerante).
Resta però il fatto che il “parlare di foibe” si è a tutt’oggi appiattito su quella “vulgata” che da decenni viene diffusa dalla propaganda nazional-irredentista: vediamo infatti quanto scrive il primo sito in cui ci si imbatte facendo una ricerca in rete (www.lefoibe.it, curato dalla Lega Nazionale, citazione da “Guardia d’Onore” del novembre – dicembre 2004, la rivista bimestrale dell’Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore delle Reali Tombe del Pantheon).

“Una quantificazione delle vittime è impossibile. Sarebbe impietoso, oltre che inutile ai fini di un riconoscimento, il voler sondare le voragini del Carso, scavare nelle cave dell’Istria o scandagliare il mare (…)”.
Già queste parole portano alla prima mistificazione: le “voragini del Carso” sono già state “sondate” a suo tempo ed i corpi recuperati (anche i numeri sono noti da decenni); inoltre esistono gli elenchi delle persone scomparse, anche di quelle i cui corpi non sono stati recuperati. E non si tratta certo delle cifre che troviamo nel sito di cui sopra, che inserisce questo interessante specchietto riassuntivo:

salme esumate 994
vittime accertate 326
vittime presunte 5.643
vittime nei gulag titini 3.174
totale 10.137

Dunque abbiamo innanzitutto circa un migliaio di salme esumate, non si sa da dove. Nel 1943 in Istria risultano essere state uccise circa 400 persone, tra salme recuperate e varie dichiarazioni di scomparsa; per quanto riguarda i recuperi del dopoguerra nelle varie cavità del triestino e del goriziano, risultano sì circa 600 salme, la maggior parte delle quali però erano militari uccisi durante la guerra. I cosiddetti “infoibati a guerra finita” sono stati circa una cinquantina nella zona di Trieste, mentre per quanto riguarda le zone di Gorizia e Fiume e l’Istria non vi sono dati riguardanti “infoibamenti” ma esclusivamente su persone arrestate e internate nei campi di prigionia o arrestate, processate e condannate a morte nei tribunali jugoslavi. I numeri concernono circa 550 scomparsi per Gorizia, 400 per Fiume, 500 per Trieste (compresa la cinquantina di “infoibati”), mentre per l’Istria non vi sono dati ufficiali.
In ogni caso, la tabella di cui sopra non chiarisce in base a cosa si distinguano le “vittime accertate” dalle “salme esumate” e da cosa scaturisca la “presunzione” del numero delle vittime “presunte”; né risulta la fonte del numero delle “vittime nei gulag titini”, a parte che l’uso del termine “gulag” non ha alcuna base storica ma è usato solo in senso fuorviante, dato che i morti nei campi di prigionia erano stati internati perché militari, come da normative di guerra, e non certo perché “dissidenti”, come i prigionieri dei veri gulag sovietici.
In pratica si tratta dunque di una quantificazione del tutto arbitraria, che oltretutto prosegue in questo modo:
“Sulla scorta della documentazione e dalle analisi compiute negli ultimi anni confermiamo che le vittime, militari e civili, per mano slavo-comunista, non furono meno di 16.500”: ci troviamo quindi di fronte ad un “ricarico” di ben seimila vittime “presunte”, non motivato in alcun modo (quale documentazione e quali analisi il testo non ritiene di dover specificare).
D’altra parte si fa presto a raggiungere questo tipo di cifre se consideriamo come viene trattata, nello stesso sito, la questione della “foiba” di Basovizza, monumento nazionale.
“Per quanto riguarda specificamente le persone fatte precipitare nella foiba di Basovizza, è stato fatto un calcolo inusuale e impressionante. Tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage, fu rilevata la differenza di una trentina di metri. Lo spazio volumetrico – indicato sulla stele al Sacrario di Basovizza in 500 metri cubi (poi ridotti a 300) – conterrebbe le salme degli infoibati: oltre duemila vittime. Una cifra agghiacciante. Ma anche se fossero la metà, questa rappresenterebbe pur sempre una strage immane... e a guerra finita!”.
Dato che risulta da svariati documenti, resi più volte pubblici, che dalla “foiba” di Basovizza, nonostante le varie esplorazioni, non furono recuperati più di una ventina di corpi, tra i quali alcuni in divisa germanica, appare chiaramente che quanto scritto nel sito www.lefoibe.it è pura mistificazione e non ha alcuna base scientifica.
Ciononostante, di fronte a tanta palese scorrettezza storiografica, la storiografia “ufficiale” non sembra voler chiarire i termini della questione, ripristinare la verità storica, avere il coraggio di affermare che la maggior parte di quello che viene scritto è pura invenzione. No, perché nonostante la documentazione relativa sia ormai da tempo di pubblico dominio, la storiografia “ufficiale”, quella “accademica”, spesso si limita ad affermare che la quantificazione dei morti alla fine non ha grande importanza, oppure si lascia andare ad affermazioni come questa di Raoul Pupo e Roberto Spazzali (in “Foibe”, Mondadori 2004): “Quando si parla di foibe ci si riferisce alle violenze di massa a danno di militari e civili, in larga prevalenza italiani, scatenatesi nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che nel loro insieme procurarono alcune migliaia di vittime. È questo un uso del termine consolidatosi ormai, oltre che nel linguaggio comune, anche in quello storiografico, e che quindi va accolto, purché si tenga conto del suo significato simbolico e non letterale”.
Si capisce chiaramente a questo punto come la mera propaganda che riporta falsità storiche non abbia che da guadagnare da affermazioni simili, che le consentono di continuare a mistificare invece di chiarire una volta per tutte che non ha senso parlare di un “fenomeno delle foibe” quando in realtà si tratta di una serie di fenomeni del tutto distinti tra loro e che hanno come elemento accomunante semplicemente il fatto che si sono svolti nel corso o in conseguenza della Seconda guerra mondiale.
Ma noi ci chiediamo come si possano accomunare tra loro le vittime della rivolta del settembre 1943 in Istria, i militari uccisi dai partigiani o dall’Esercito jugoslavo nel corso del conflitto, le vittime di vendette personali del dopoguerra, gli “infoibati” dell’abisso Plutone che furono uccisi da un gruppo di infiltrati (criminali comuni e X mas) nella Difesa popolare nel maggio 1945, i militari internati nei campi e morti di tifo, i condannati a morte dai Tribunali jugoslavi. Questo criterio unificante non ha nulla di scientifico, come si diceva prima: però è funzionale a convalidare le tesi assurde e prive di elementi di prova diffuse da decenni dalla propaganda nazionalista, irredentista e post-fascista.
Ed è anche necessario ribadire, tornando alla questione dei “documenti”, che in tutti questi decenni la mistificazione sull’argomento “foibe” si è basata su una serie di documenti che non solo non sono mai stati resi pubblici nella loro interezza, ma dei quali non è neppure provato se esistono davvero o sono apocrifi. Nello specifico citiamo il presunto “rapporto” (che viene spesso citato a “prova” dei presunti “infoibamenti” di Basovizza) attribuito al capitano Carlo Chelleri (che lo stesso Chelleri avrebbe negato di avere scritto, come asserisce lo stesso Roberto Spazzali nel suo “Foibe un dibattito ancora aperto”, edito dalla Lega Nazionale nel 1990); parliamo del “rapporto” del maresciallo Harzarich che descrive i recuperi dalle foibe istriane effettuati nell’inverno 1943/44, del quale però si conosce solo la versione del 1945 e non quella originale, e nel quale Harzarich spesso fa riferimento non tanto alla propria esperienza personale quanto agli articoli di giornale dell’epoca, che in varie parti erano in palese contrasto, nella descrizione dei recuperi, con quanto affermato dallo stesso Harzarich. Parliamo infine anche del fantomatico rapporto attribuito all’ispettore De Giorgi sulle “foibe” triestine, pubblicato parzialmente sul “Borghese” nel 1976, e del quale l’unica copia della quale conosciamo l’esistenza si trova oggi presso la Società speleologica di Postumia (Slovenia). Da questo rapporto risulta chiaramente che la maggior parte delle cavità esplorate dalla Squadra guidata da De Giorgi avevano contenuto soprattutto corpi di militari caduti in combattimento; che nella “foiba” di Monrupino (monumento nazionale), presso la quale un’iscrizione rimanda al ricordo dei “giuliani fiumani e dalmati infoibati”, erano invece state sepolte sommariamente solo le salme dei militari tedeschi (che poi sono state traslate al Cimitero di S. Anna e successivamente a Costermano) caduti nella sanguinosa battaglia di Opicina di fine aprile 1945; e che come teatro delle “rese dei conti” del maggio ‘45 erano state localizzate 5 “foibe”, per un totale di una trentina di corpi, compresi i 18 (anche se il rapporto parla di 19, dalle risultanze processuali i morti sono 18) dell’abisso Plutone di cui si è parlato prima.

Un ultimo accenno vogliamo fare alla questione dell’uso invalso di definire “negazionisti” gli storici che hanno dimostrato che la maggior parte di quanto finora asserito in materia di foibe è pura bufala. Ad esempio, sempre all’indirizzo www.lefoibe.it/, sezione “ultimi aggiornamenti”, troviamo che in data 26/10/07 è stato inserito il testo di Giorgio Rustia “Contro operazione foibe”, scritto in “risposta” ad “Operazione foibe a Trieste” di Claudia Cernigoi (testo ampliato e corretto in “Operazione foibe tra storia e mito” KappaVu 2005), così presentato:
“La risposta completa e dettagliata a tutte le teorie negazioniste di sedicenti storici e trinariciuti divulgatori che imperversano su internet, nelle librerie, ai convegni e nelle scuole”. Queste parole da sole definiscono la serietà dello studio di Rustia. Ma nella stessa sezione, datato 14/4/07 troviamo anche un intervento di Enrico Neami, rappresentante dell’Unione degli istriani, che titola “Emergenza negazionismo!”, dove Neami definisce “negazionisti” quegli storici che tendono “a negare la realtà di fatti oggettivi”, e, richiamandosi ad un saggio di V. Pisanty del 1998, così descrive il modus operandi di questi “negazionisti”: “focalizzare l’attenzione del lettore su aspetti specifici e particolari allontanandosi dal quadro generale per decontestualizzare un dato fenomeno storico ritenuto scomodo, l’utilizzo di slittamenti lessicali basati sul valore semantico di singoli termini linguistici utilizzati nella descrizione degli eventi storici, l’utilizzo spregiudicato di singoli documenti sconnessi da ogni vincolo archivistico o di contesto, il mascheramento del reale fine ideologico che sta alla base della tesi e l’utilizzo di strumenti comparativi propri delle scienze storiche e sociali forzandone i meccanismi e distorcendone i risultati”.
Chiunque abbia letto, con senso critico, i testi di Cernigoi e quello di Rustia, può constatare come questa descrizione dei “negazionisti” si adatti piuttosto a divulgatori come Rustia o come lo stesso Neami, che nell’articolo citato asserisce che il Trattato di pace di Parigi “costrinse all’esilio, condannandoli al genocidio” gli “italiani d’Istria Fiume e Dalmazia”. “Genocidio” è una parola molto forte che andrebbe usata con cognizione di causa e non, come fa Neami, solo perché colpisce l’immaginario collettivo. Se poi consideriamo che in Jugoslavia prima, in Slovenia e Croazia poi, la comunità degli italiani ha sempre goduto di tutele e riconoscimenti, e che la sua presenza è rimasta forte ed ha prodotto cultura in vari campi, dall’artistico allo scientifico, possiamo valutare come siano proprio le parole di Neami ad essere “negazioniste” di una realtà che non vuole venire conosciuta per un “fine ideologico”, alla fine neanche tanto strisciante.

gennaio 2008

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