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Giorno del Ricordo 2006

Dopo il bombardamento mediatico del Giorno del ricordo delle foibe e dell’esodo, cerchiamo di tirare un po’ le somme di quello che può essere rimasto a futura memoria tra i vari argomenti toccati.
Parliamo della questione del “riconoscimento” ai congiunti degli “infoibati”, ed iniziamo leggendo, nel sito www.governo.it, un comunicato della Presidenza del Consiglio dei Ministri (senza data):
“La legge 30 marzo 2004, n. 92 ha istituito il “Giorno del Ricordo” in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale e la concessione di un riconoscimento ai congiunti degli “Infoibati”.
Con successivo provvedimento (DPCM 10 febbraio 2005), è stata istituita, presso il Segretariato Generale della Presidenza del Consiglio, la “Commissione incaricata dell’esame delle domande per la concessione di un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”.
Detta Commissione, insediatasi il 6 maggio u.s., ha provveduto, come prima attività, alla definizione e alla realizzazione dell’insegna e del relativo diploma, approvati dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dalla Presidenza della Repubblica.
Nell’ambito dei lavori della Commissione, sono state esaminate il 100% delle istanze pervenute nel corso del 2004 e l’80% di quelle pervenute nel 2005. Ne sono state accolte in totale l’80% circa e rinviate per supplemento d’istruttoria il rimanente 20%.
Le istanze sono state istruite in rigoroso ordine cronologico di ricezione e gli accertamenti hanno comportato essenzialmente la consultazione dell\'ampia documentazione storica bibliografica a disposizione della Commissione. In taluni casi è stato assai utile il contributo degli Uffici Storici Militari, come fondamentale l’apporto fornito dalle varie Associazioni e Centri di studio pertinenti.
Tali risultati hanno consentito, in concomitanza con il 1° anniversario dell\'istituzione del “Giorno del Ricordo”, di organizzare una specifica cerimonia al Quirinale. In particolare, il Signor Presidente della Repubblica consegnerà personalmente il riconoscimento previsto dalla legge 92/2004 ad alcuni degli aventi titolo il giorno 8 febbraio 2006”.

Leggiamo l’art. 3 della legge 30 marzo 2004, n. 92:
“1. Al coniuge superstite, ai figli, ai nipoti e, in loro mancanza, ai congiunti fino al sesto grado di coloro che, dall\'8 settembre 1943 al 10 febbraio 1947 in Istria, in Dalmazia o nelle province dell’attuale confine orientale, sono stati soppressi e infoibati, nonché ai soggetti di cui al comma 2, è concessa, a domanda e a titolo onorifico senza assegni, una apposita insegna metallica con relativo diploma nei limiti dell’autorizzazione di spesa di cui all’articolo 7, comma 1.
2. Agli infoibati sono assimilati, a tutti gli effetti, gli scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati. Il riconoscimento può essere concesso anche ai congiunti dei cittadini italiani che persero la vita dopo il 10 febbraio 1947, ed entro l’anno 1950, qualora la morte sia sopravvenuta in conseguenza di torture, deportazione e prigionia, escludendo quelli che sono morti in combattimento.
3. Sono esclusi dal riconoscimento coloro che sono stati soppressi nei modi e nelle zone di cui ai commi 1 e 2 mentre facevano volontariamente parte di formazioni non a servizio dell’Italia”.
Diciamo ancora che l’insegna metallica è “in acciaio brunito e smalto”, e porta la scritta “La Repubblica italiana ricorda”; riportiamo qui l’elenco dei membri della Commissione, così come nominati in base al decreto del Presidente del Consiglio 10 febbraio 2005:
- Generale Alberto Ficuciello, Presidente, delegato dal Presidente del Consiglio dei Ministri;
- Colonnello Massimo Multari, Capo dell’Ufficio Storico presso lo Stato maggiore dell’Esercito,
- Capitano di vascello Piero Fabrizi, Capo del I Ufficio dell’U.A.G.R.E. dello Stato maggiore della Marina,
- Colonnello Euro Rossi, Capo dell’Ufficio Storico dello Stato maggiore dell\'Aeronautica,
- Ten. Colonnello Giancarlo Barbonetti, Capo dell’Ufficio Storico del Comando generale dell’Arma dei carabinieri;
- Avv. Paolo Sardos Albertini, Presidente del Comitato per i martiri delle foibe,
- Gen. Riccardo Basile, VicePresidente del Comitato per i martiri delle foibe;
- Dott. Piero Delbello, Direttore dell’Istituto Regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata;
- Dott. Marino Micich, rappresentante della Federazione delle Associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati;
- Dott.ssa Luigia Contini, Viceprefetto, Ministero dell’Interno, Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione.

Sul quotidiano triestino “Il Piccolo” del 9/2/06 è stato pubblicato l’elenco di 26 nominativi i cui familiari hanno ricevuto la targa con la scritta “La Repubblica italiana ricorda”. La prima osservazione che ci viene da fare è che se 26 nominativi costituiscono l’80% del totale delle istanze presentate nel 2004 e l’80% di quelle presentate nel 2005, come da comunicato governativo, il totale delle domande presentate dovrebbe corrispondere a meno di cinquanta.
L’esiguità di questo numero di domande ci conferma nella nostra teoria che il cosiddetto “fenomeno foibe” (allargato a tutti coloro come descritti nell’articolo delle legge) non abbia comportato migliaia di morti, ma a questo punto neppure centinaia.
Ma vediamo adesso chi sono i 26 “infoibati” che la nostra Repubblica “ricorda”. A lato dei nominativi abbiamo riportato luogo e periodo di scomparsa (non risultante dall’elenco del “Piccolo”) e di seguito quanto siamo riusciti a ricostruire del ruolo da loro ricoperto in vita. Abbiamo tratti i dati dai seguenti testi:
“Caduti, dispersi e vittime civili dei comuni della Regione Friuli-Venezia Giulia nella Seconda guerra mondiale”, a cura dell’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, volumi relativi alle province di Trieste e di Gorizia; “Albo d’Oro”, di Luigi Papo, “Pola, Istria, Fiume 1943-1945” di Gaetano La Perna; inoltre da documenti conservati nell’Archivio di Stato di Lubiana (riferimento archivistico As 1584 zks ae 141) e dalla stampa, sia dell’epoca, sia contemporanea.
Per l’inquadramento storico, specifichiamo che MVSN è la sigla della Milizia Volontaria Salvezza Nazionale (un corpo composto da squadristi inquadrati nell’esercito, le cosiddette “Camicie Nere); MDT significa Milizia Difesa Territoriale, che era il corrispettivo della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) nel territorio dell’Adriatisches Küstenland (territorio staccato dall’Italia ed annesso al Reich germanico dal 10/9/43, che comprendeva le allora province di Trieste, Gorizia, Pola e Carnaro, più una parte del Friuli), dove, tutte le forze armate erano sottoposte al diretto comando germanico. Quindi nel territorio del Küstenland nessun militare era “a servizio dell’Italia”, neppure l’Italia della golpista Repubblica di Salò: come pure, oltre ai vari corpi dell’esercito, anche la Pubblica Sicurezza (PS, che all’epoca non era corpo civile ma militare), la Guardia di Finanza (GDF, della quale solo negli ultimi giorni di guerra alcuni reparti furono posti a disposizione del CLN triestino), e la successivamente istituita Guardia Civica. L’arma dei Carabinieri ha una storia a parte: fu sciolta per ordine del Reich con decorrenza 25/7/44, ed i militi furono messi di fronte alla scelta di aderire ad uno dei corpi collaborazionisti o essere deportati in qualche lager germanico (molti furono coloro che, pur di non essere incorporati nelle forze armate germaniche, preferirono la deportazione e pagarono con la vita questa loro fedeltà all’Italia). Di fatto, quindi, chi era rimasto in zona dopo lo scioglimento dell’Arma poteva essere solo un ex carabiniere inquadrato in qualche altra formazione militare.
Due parole infine a proposito del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) triestino, che era fuoriuscito dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), poiché non voleva sottostare alle direttive di questo che imponevano una collaborazione con l’Osvobodilna Fronta-Fronte di Liberazione collegato con l’Esercito di Liberazione Jugoslavo.

BRUNO Luigi, Fiume 1945.
Guardia scelta di PS, fucilato a Grobnico (presso Fiume) il 16/6/45 (Papo).
CASADIO Alfredo, Trieste 1945.
MDT, scomparso, deportato a Lubiana. Papo scrive che fu arrestato il 3/5/45 nella caserma di via Cologna: ricordiamo che in via Cologna aveva sede l’Ispettorato Speciale di PS, corpo di polizia politica noto per l’efferatezza dei metodi di repressione; tale circostanza risulta anche dalla documentazione comprendente atti dell’OZNA conservata a Lubiana presso l’Archivio di stato (As 1584 zks ae 141).
CERNECCA Giuseppe, Istria 1943.
Vicesegretario comunale di Gimino, scomparso.
COSSETTO Giuseppe, Istria 1943, infoibato a Treghelizza.
Possidente, segretario del fascio a S. Domenica di Visinada (La Perna).
Capomanipolo MVSN, squadrista sciarpa Littorio (necrologio sul Piccolo 23/11/43).
COSSETTO Norma, Istria 1943, infoibata a Villa Surani.
“Giovane vita tutta dedicata allo studio e alla Patria”, leggiamo nel necrologio apparso sul “Piccolo” del 16/12/43. La vicenda di Norma Cossetto è però controversa. La giovane, figlia di Giuseppe Cossetto, era stata attiva nelle organizzazioni giovanili fasciste, e delle sevizie cui sarebbe stata sottoposta l’unica “testimonianza” che viene citata è quella di una donna, della quale non viene mai fatto il nome, che avrebbe visto, dall’interno della propria casa in cui stava nascosta con le finestre sbarrate, quello che accadeva nella scuola di fronte a casa sua, anch’essa con le finestre chiuse. Dal verbale redatto dal maresciallo Harzarich dei Vigili del Fuoco di Pola, che aveva diretto i recuperi dalle foibe istriane, il corpo della giovane non appare essere stato oggetto delle mutilazioni di cui parlano le “cronache”, né sarebbe stato possibile stabilire, con le conoscenze mediche dell’epoca, se fosse stata violentata prima di essere uccisa.
GIULIANO Isidoro, Trieste 1945.
GDF arrestato nella caserma di Campo Marzio, internato a Borovnica e scomparso.
Da varie testimonianze appare che le guardie di finanza di Campo Marzio non erano state notiziate dai loro superiori che la formazione era stata messa a disposizione del CLN triestino, quindi al momento in cui la IV Armata jugoslava arrivò a Trieste, essi spararono contro di essa assieme ai militari germanici che erano accasermati nella stesso edificio. In conseguenza di questo gli jugoslavi arrestarono una settantina di finanzieri, che furono poi internati a Borovnica, dove diversi morirono per un’epidemia di tifo.
GUARINI Pasquale, Gorizia 1945.
CC, arrestato 2/5/45; Papo scrive che nel novembre ‘45 lavorava in fabbrica a Sebenico.
MAINES Guido.
Non abbiamo trovato questo nome in nessuno dei testi da noi consultati.
MOLEA Domenico, Trieste 1945.
GDF, arrestato nella caserma di via Udine 1/5/45. “Il 16/5/45 trovavasi a Postumia e poi a San Vito di Vipacco, da dove si sono perdute le sue traccie” (As 1584 zks ae 141).
MUIESAN Domenico, Trieste 1945.
“Mio padre era irredentista, legionario fiumano, volontario della guerra d’Africa, di sentimenti fascisti insomma” (la figlia Annamaria Muiesan intervistata da Luca Tron, su “La Nazione”, 11/2/96).
“Squadrista delle squadre d’azione a Pirano – violenze” leggiamo nei documenti conservati presso l’Archivio di stato di Lubiana, tra le risposte dell’Ufficio del pubblico accusatore a richieste di informazioni sugli arrestati nei “40 giorni” (elenco nominativo inviato dall’ACDJ nel dicembre 1945, situazione alla data 17/12/45, conservato in As 1584 zks ae 141), dove leggiamo anche che fu “arrestato a Trieste 12/5/45 da due Guardie del Popolo e portato a Pirano, poi alle carceri di Capodistria”.
NARDINI Guido, Gorizia 1945.
Perito industriale, arrestato assieme al fratello Vittorio, scomparso.
NARDINI Vittorio, Gorizia 1945.
Fotografo, arrestato assieme al fratello Guido, scomparso.
NARDINI Mario, Trieste 1945.
“Capitano della milizia” (As 1584 zks ae 141), cioè della MDT; già XI Legione MACA, secondo lo Stato civile; “tribuno” in Papo; sarebbe stato internato a Prestranek e scomparso.
PATTI Egidio, Trieste 1945. Sembra essere stato infoibato presso Opicina.
Vice brigadiere del 2. Reggimento MDT “Istria” (Papo); “squadrista, MVSN, PFR, GNR, rastrellamenti” (As 1584 zks ae 141).
POCECCO Giovanni, Istria 1945.
Milite del 2. Reggimento MDT “Istria”, ucciso a Portole il 25/4/45 (La Perna); secondo Papo le circostanze della morte sono identiche, però lo mette come “civile”.
POLONIO BALBI Michele, Fiume 1945.
“Sottocapo manipolo del 3. Reggimento MDT “Carnaro”, scomparso 3/5/45 (a Fiume l’esercito jugoslavo arrivò il 3 maggio, quindi potrebbe essere “morto in combattimento”).
“Sottotenente carrista con la Divisione Ariete in Africa. Rientrato ferito dall’Africa. Dopo l’8 settembre fu destinato quale comandante al Comando Tappa presso la Caserma di finanza “Macchi” di Fiume (nell’elenco di fiumani caduti allegato alla proposta di legge presentata dal deputato di AN Roberto Menia per la concessione all’Associazione “Comune di Fiume in esilio” della medaglia d’oro al “valor militare” alla memoria dei suoi cittadini che in guerra e in pace hanno servito la Patria, Atti parlamentari XIII legislatura, Camera dei deputati n. 1565).
PONZO Mario, Trieste 1945.
Colonnello del Genio Navale, poi inquadrato nel Corpo Volontari della Libertà, l’organizzazione armata del CLN triestino. Fu arrestato assieme agli altri ufficiali di marina Luigi Podestà ed Arturo Bergera che avevano organizzato, all’interno del CLN triestino, un’attività di spionaggio in collaborazione con il commissario Gaetano Collotti, dirigente nonché noto torturatore dell’Ispettorato Speciale di PS, così riassunta dallo storico Roberto Spazzali: “Podestà avrebbe passato a Collotti tutte le informazioni sul movimento partigiano slavo e il poliziotto lo avrebbe agevolato nei suoi compiti” (in “…l’Italia chiamò”, Libreria Editrice Goriziana). Podestà e Bergera rimasero in carcere a Lubiana un paio d’anni, poi furono rilasciati; il colonnello Ponzo morì in prigionia.
RADIZZA Salvatore, Dalmazia 1943.
Papo scrive che si tratta di un operaio ucciso a Meleda nel cimitero dopo l’8/9/43.
SCIALPI Gregorio, Trieste 1945.
GDF, arrestato nella caserma di Campo Marzio, internato a Borovnica e scomparso in prigionia.
STEFANUTTI Romeo, Istria 1945.
Milite del 2. Reggimento MDT “Istria”, “ucciso dagli slavi nel maggio ‘45 nei pressi di Pisino” (Papo).
VERDELAGO Ervino.
Anche questo nominativo non l’abbiamo trovato nei testi analizzati.
VOLPI Ario Dante, Gorizia 1945.
“Aviere RSI prelevato dagli slavi a Gorizia il 13/5/45 e scomparso” (Papo).
VOLPI Renato, Istria 1943.
Leggiamo sul “Piccolo” del 15/11/43: “volontario in Grecia, in Russia e sul fronte dell’Italia meridionale”; ventunenne, era rientrato in Istria dopo avere saputo della morte del padre Edmondo, oste, “ucciso dai ribelli”, ed era stato “catturato ed ucciso”. Papo invece scrive: “Milite 9^ legione Camicie nere, ucciso in prigionia dagli slavi 4/10/43”.
ZAPPALÀ Alfio, Fiume 1945.
CC arrestato 13/5/45, scomparso.
ZAPPETTI Riccardo, Istria 1943.
Falegname da Montona infoibato a Gallignana.
ZAPPETTI Rodolfo, Istria 1943.
Capo cantoniere da Montona infoibato a Gallignana.

Questi dunque i 26 “martiri delle foibe” ai quali lo Stato italiano ha deciso di attribuire la targa ricordo. Fermo restando il nostro rispetto per tutti i morti, anche per quelli che da vivi non ebbero comportamenti da noi condivisibili, vorremmo però osservare che l’attribuzione di questo riconoscimento a militari che avevano combattuto per la repubblica di Salò o addirittura sotto il comando dell’esercito di Hitler, non significa rendere giustizia ai morti, significa semplicemente avere realizzato di carambola quello che non è stato permesso alla scaduta legislatura parlamentare di approvare per vie legali, cioè la parificazione e l’equiparazione dei combattenti di Salò con i combattenti dell’Italia legittima.
Così come ci sembra molto grave che con le parole “la Repubblica italiana ricorda” (una Repubblica che diciamo nata dalla Resistenza e che dovrebbe avere come discriminante necessaria l’antifascismo) si diano dei riconoscimenti anche a dei fascisti convinti, solo perché uccisi sommariamente.
Possiamo anche riprendere il discorso che già abbiamo fatto su queste pagine a proposito dell’uso invalso in questo Paese a dare medaglie, onorificenze, attribuire pubblici riconoscimenti o intitolare strade a persone che in vita non hanno fatto nulla di eroico o di particolarmente positivo, ma solo per il fatto che sono morte in modo violento ed ingiusto. Come se una morte ingiusta potesse di per se stessa riscattare una vita passata a commettere errori od addirittura azioni riprovevoli.
Del resto, il nostro Paese aveva già insignito di medaglia di bronzo, negli anni ‘50, il torturatore dell’Ispettorato Speciale Gaetano Collotti per un’azione antipartigiana condotta a Tolmino nel 1943; e ricordiamo anche che Alma Vivoda, colei che viene ricordata come la prima partigiana combattente caduta nella nostra regione, non ha mai avuto un’onorificenza per il suo sacrificio, mentre il carabiniere Antonio Di Lauro, che l’uccise, ha ricevuto per questa azione una medaglia… anche questa dalla Repubblica italiana di cui si parlava sopra.
Tornando al riconoscimento agli “infoibati”, non vorremmo però si pensasse che secondo noi tutti coloro che hanno ricevuto questa onorificenza siano state delle persone riprovevoli o da cui prendere le distanze. Non abbiamo motivo di credere che i fratelli Nardini di Gorizia oppure i fratelli Zappetti di Montona avessero commesso azioni vergognose; però da qui a farne degli eroi, ce ne corre. Altrimenti, per giustizia, bisognerebbe dare targhe, diplomi, medaglie e via di seguito a tutti coloro che sono morti sotto i bombardamenti ed a tutti quelli che sono morti nei campi di prigionia (germanici, ma anche italiani); ad esempio, vorremmo sapere se i carabinieri che si rifiutarono di prestare giuramento al Reich per mantenere il proprio giuramento all’Italia ed hanno perso la vita nei lager nazisti hanno avuto un qualche riconoscimento, un qualche “ricordo” da parte della Repubblica italiana.

Se l’istituzione del Giorno del ricordo delle foibe e dell’esodo avesse voluto essere veramente un’occasione per pacificare le parti grazie ad un ricordo reciproco ed una reciproca ammissione di torti, non si sarebbero dati i riconoscimenti che abbiamo visto prima. Questa è stata per noi invece l’ulteriore conferma che il Giorno del ricordo del 10 febbraio (inventato come contraltare al Giorno della memoria del 27 gennaio), serve soltanto ad una, purtroppo non tanto ristretta, parte politica, per continuare a rivendicare diritti di sangue e suolo su territori che la storia ha ormai assegnato ad altri Stati sovrani; per rivalutare il fascismo e per continuare ad infangare la lotta di liberazione, ribadendo l’equazione “partigiani=infoibatori”, siano stati essi jugoslavi, o italiani; ed infine per proseguire nell’atteggiamento razzista nei confronti della comunità slovena, storicamente presente in questi territori, alla quale non si vuole riconoscere il diritto alla propria cultura e lingua.

Febbraio 2006

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