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      Mučeniška Pot


Giorno dell'odio

Non che ci aspettassimo che in occasione della “giornata del ricordo” delle foibe e dell’esodo non ci fosse chi parlasse sopra le righe od organizzasse convegni e riunioni nostalgiche e neoirredentiste. Ma, dato che in occasione della “giornata della memoria”, cioè dell’anniversario della liberazione di Auschwitz, tutto sommato la programmazione mediatica è stata abbastanza sotto tono, non pensavamo che per “le foibe” si organizzasse invece tutto quel clamore che abbiamo visto.
Ed è stato tutto molto peggiore di quanto ci potessimo aspettare: siamo stati per giorni bombardati mediaticamente da un profluvio inarrestabile di falsità storiche, usate strumentalmente dalla propaganda per far passare delle prese di posizione politiche a dir poco agghiaccianti. Giornata del ricordo? No, giornata dell’odio genericamente rivolto contro i non meglio identificati “partigiani slavi”, oppure “titini”. Scolaresche di tutta Italia trascinate da insegnanti privi di cognizioni storiche e da propagandisti di bugie a pellegrinaggi su un monumento nazionale basato sulla mistificazione e sulla falsità (la cosiddetta “foiba” di Basovizza), così bene indottrinate di menzogne al punto che una ragazza diciottenne di una scuola del Lazio ha detto “Tutti quelli che erano contrari al regime comunista di Tito finivano nelle foibe. A una donna incinta addirittura hanno tolto il feto, lo hanno ucciso, glielo hanno rimesso e lei è morta dissanguata” (notizia Ansa regionale del 9 febbraio scorso).
Noi vorremmo sapere da questa ragazza, che riteniamo logicamente in buona fede, da chi ha sentito dire una cosa del genere, perché se è vero che fatti simili sono accaduti, è anche vero che a compierli non sono stati mai i partigiani: queste azioni erano tipiche dei nazifascisti (di qualunque etnia, non solo tedeschi o italiani). Ma vorremmo sapere chi ha detto un tanto a questi ragazzi, perché se si tratta di un insegnante, prima di continuare l’insegnamento avrebbe bisogno di un corso di aggiornamento in storia; e se si tratta invece di un propagandista, sarebbe il caso di verificare se questa persona ha pure parlato in buona fede (ma di conseguenza in perfetta ignoranza della realtà storica, e quindi non dovrebbe essere abilitata a parlare alle scolaresche) o se era perfettamente cosciente di avere mentito a dei ragazzi, allo scopo di provocare in loro una reazione di orrore e di odio contro i partigiani e soprattutto contro i popoli della Jugoslavia. Su questo caso abbiamo intenzione di interessare la magistratura, perché la diffusione di notizie false, finalizzata allo scopo di creare tensioni ed odio etnico, è tuttora un reato punibile dalla legge.
Abbiamo visto poi, programmato sulla rete pubblica, un orribile telefilm, caratterizzato da una trama scadente, da una recitazione pessima e basato su una ricostruzione storica del tutto falsante la realtà degli avvenimenti effettivamente accaduti. Un telefilm che trasudava odio e violenza, e che per fare leva sui sentimenti dei telespettatori, che dovevano essere convinti a provare odio e disprezzo nei confronti dei “cattivi” protagonisti, cioè i partigiani “slavi” (non sloveni, né croati, neppure jugoslavi: solo “slavi”, che è un termine usato in maniera spregiativa più che non per errore di ignoranza del suo reale significato) ha usato come protagonisti vittime i bambini, i deboli per antonomasia: e pazienza se il piccolo protagonista si comportava come gli insopportabili viziatissimi e capricciosi bambini degli sceneggiati televisivi, ma parlava e ragionava come un giovane squadrista, al punto da decidere di rubare una pistola per uccidere il “perfido” partigiano Novak.
Abbiamo visto e sentito storici e politici di tutte le tendenze concordare su cifre di “infoibamenti” che, se fossero vere, dovrebbero avere quantomeno causato la desertificazione dell’intera Venezia Giulia; ed inoltre, se nella “foiba” di Basovizza fossero state gettate “migliaia” di persone come dichiarato da Veltroni, quella cavità dovrebbe essere dieci volte più ampia di quanto è in realtà (e per quanto riguarda le dimensioni del Pozzo della miniera, vi rimandiamo al recente “Operazione foibe tra storia e mito”, edito da Kappa Vu).
Quello che però ci ha più colpito in questo periodo, in cui si sono susseguite le cerimonie per i due giorni della “memoria” e del “ricordo”, è il fatto che, mentre nelle iniziative per ricordare i crimini del nazifascismo non abbiamo mai sentito le vittime, i sopravvissuti dai lager e dalle torture, esprimersi in modo astioso e pieno di desiderio di vendetta nei confronti di chi ha fatto loro patire le pene dell’inferno, nelle iniziative organizzate per le “foibe e l’esodo” abbiamo reiteratamente sentito “esuli” e “discendenti di esuli”, parlare con odio e livore nei confronti dei partigiani, soprattutto se “slavi”. Mentre i sopravvissuti al nazifascismo hanno dedicato le proprie energie alla conservazione della memoria affinché ciò che è stato non accada più e che la società in cui si vive rimanga una democrazia dove tutti hanno diritto di cittadinanza e di espressione, gli “esuli” e “discendenti”, per la maggior parte (parliamo logicamente della parte che si esprime pubblicamente, non intendiamo coinvolgere in questa critica tutti quegli “esuli” che invece vogliono soltanto vivere in pace assieme agli altri), sembrano avere come unico scopo del loro “ricordare” il passato, l’ottenere qualcosa in cambio, rivendicare dei diritti che vanno dalla richiesta di risarcimenti economici alla riconquista dei territori “ceduti”. Vedono la loro tragedia come se fosse stata l’unica tragedia nell’ambito della seconda guerra mondiale, e si sentono ancora “vittime” della politica internazionale, che avrebbe “regalato”, a sentir loro, terre “da sempre italiane” agli “occupatori” jugoslavi, dimostrando, con l’esposizione di questi concetti falsati, di non avere capito nulla della tragedia della seconda guerra mondiale e delle responsabilità che ha avuto nell’ambito di essa il governo fascista italiano.
E particolarmente gravi, in questo contesto, le affermazioni fatte dal giornalista Paolo Radivo nel corso della mattinata del 9 febbraio, dedicata alle scuole, il quale, dopo avere esordito dicendo di essere un “profugo della seconda generazione, nato in esilio e costretto a vivere in esilio”, ha dichiarato che secondo lui è giusta la data del 10 febbraio per questa giornata del ricordo, perché in quel giorno fu firmato un trattato di pace che avrebbe potuto non essere firmato, lasciando così in vigore il regime armistiziale e l’Italia avrebbe potuto conservare una parte di territorio se non si fosse comportata da “paese vinto, senza dignità”, firmando una “pace ingiusta e contraria ai principi di diritti umani”.
Dove vogliono andare a parare certi discorsi tipici più di mestatori d’odio che non di persone che vogliono far capire ai giovani quali furono le tragedie del secolo scorso per far sì che esse non si ripetano? Forse il senso è nelle parole del deputato Menia a Firenze il 22 febbraio scorso:
“In un’Europa pacificata spero che gli italiani un giorno riconquistino, non in senso bellico, territori come la Dalmazia e l’Istria, spazi commerciali e culturali che da sempre sono stati dell’Italia”?

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