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Giustizia per Angelo Cecchelin.

GIUSTIZIA PER ANGELO CECCHELIN.
Chi a Trieste non conosce Angelo Cecchelin? Roma aveva Petrolini, noi avevamo Cecchelin. Era popolarissimo per le sue feroci e costanti prese in giro di tutto e di tutti, il classico bastian contrario triestino. Irredentista all’epoca dell’impero austroungarico, nostalgico asburgico una volta insediata l’Italia; irriverente antifascista (e pagò più di una volta con multe e galera le sue prese di posizione) nel ventennio, non si tirò indietro dal prendere in giro i “rossi” e gli jugoslavi nei “40 giorni” e via di seguito.
Fu “incastrato” nella vicenda della foiba Plutone perché aveva denunciato al Comando partigiano il suo collega/rivale Nino D’Artena (il cui corpo fu riesumato da quell’abisso) ed inviato lettere intimidatorie al suo ex collega Giulio Greni).
Dopo più di sessant’anni il nome di Cecchelin risulta ancora al centro di polemiche, come abbiamo visto quando è stata avanzata la proposta di intitolare a suo nome un ponte a Trieste. “Vi sono delle zone d’ombra che sconsigliano di fare questa intitolazione”, ha dichiarato la vicesindaco Fabiana Martini, e la storica Tullia Catalan, che fa parte della Commissione toponomastica, ha affermato che fra i “fra i criteri che la commissione ha deciso di adottare come linee guida” per la valutazione dei nomi proposti c’è quello del “profilo etico-morale dei personaggi, che deve essere adamantino e privo di qualsiasi ombra”.
(Per inciso: vi sono in città intitolazioni a persone il cui passato non sembra del tutto “adamantino e privo di qualsiasi ombra” a chi scrive, come il giornalista Mario Granbassi, giornalista fascista che prima di andare a combattere volontario franchista in Spagna si occupava di inculcare l’ideologia fascista ed imperialista ai ragazzi; o l’attivista del Fronte della Gioventù Almerigo Grilz, che più volte prese parte ad aggressioni squadristiche violente, tra le quali il raid a Longera nel 1983 quando un gruppo di missini, con la scusa di voler fare un comizio elettorale, scesero dalle auto portando con sé bastoni ed altri corpi contundenti, e mandarono all’ospedale diverse persone, tra cui una signora di mezza età colpita con un cric. Non so se i criteri di cui parla Catalan sono stati introdotti dopo queste intitolazioni, ma in tal caso sarebbe forse opportuno fare delle revisioni retroattive).
La professoressa Catalan ha motivato il suo parere negativo in base ai documenti conservati presso l’Archivio di Stato di Trieste, nella fattispecie: “su Cecchelin pesarono al processo due capi d’accusa: la delazione (reato di plagio art. 110 603 C.P) alla famigerata banda Steffè di Giacomo Pellegrina (in arte D’Artena, di sentimenti fascisti), che fu poi ucciso nella foiba Plutone, e la contestuale tentata estorsione di denaro nei confronti di un’altra persona, dal passato fascista, con il pretesto di avere così un risarcimento per i torti subiti durante il regime per il suo atteggiamento antifascista. Il processo contro Cecchelin si concluse con la condanna a 5 anni, poi ridotti a due e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per il reato di plagio, mentre fu assolto per mancanza di prove dall’accusa di estorsione”.
Si suppone che quanto sopra sia ciò che risulta dalla sentenza 64/47 d.d. 17/1/48 conclusiva del procedimento 2571/47 RG, i cui atti ho avuto modo di analizzare integralmente, ed il cui risultato si può leggere in un dossier pubblicato nel 2010, “Operazione Plutone. La vera storia di Nerino Gobbo”, reperibile in internet a questo indirizzo: http://www.diecifebbraio.info/2012/05/operazione-plutone/.
Nella vicenda della “foiba Plutone” (cioè dell’eccidio di 18 prigionieri arrestati per collaborazionismo perpetrato da un gruppo di provocatori infiltratisi nelle file partigiane) Cecchelin fu in un certo senso un imputato outsider, dato che gli furono mosse esclusivamente le due accuse sopra specificate. Senza entrare nel merito dell’accusa di estorsione, per la quale l’attore fu assolto, rimane solo il reato di “plagio” (reato oggi non più presente nel nostro codice penale) motivato dal fatto che Cecchelin aveva denunciato un altro attore, Giacomo Pellegrina in arte Nino D’Artena, quale fascista e collaborazionista, e per questo fu condannato ad una pena che molti all’epoca giudicarono comunque eccessiva.
“Cecchelin uscì di galera il 9 agosto del ‘49. (...) I me ga fato riposar abastanza, aveva detto, lasciando intendere la voglia di tornare sul palcoscenico. Ma Trieste era ormai zona off-limits per lui. Chiese al proprietario dell’Armonia di poter riprendere a lavorare, ma appena in città si sparse la voce, alla direzione del teatro arrivarono minacce d’ogni tipo e il proprietario si scusò con Cecchelin, spiegandogli che era meglio soprassedere. Disoccupato e schivato da tutti” .
A parere di chi scrive Cecchelin fu vittima di un errore giudiziario, pertanto in questa sede cercheremo di operare una revisione del processo che lo vide imputato, portando a sua difesa prove che non furono prese in considerazione all’epoca e rimarcando altre circostanze che analizzate oggi dovrebbero portare ad una sua assoluzione “perché il fatto non sussiste”.

Nell’aprile del 1947 l’ispettore della Polizia Civile del GMA, Umberto De Giorgi, diresse i recuperi di alcuni resti umani dall’abisso Plutone presso Basovizza. L’unica salma che fu rinvenuta quasi intera e riconosciuta dai “caratteri somatici” fu quella di Giacomo Pellegrina. Premesso che la ricostruzione delle modalità di questi recuperi e delle identificazioni non è chiara e che ciò che risulta dall’istruttoria non corrisponde ad altre fonti (per gli approfondimenti rimando allo studio di cui sopra), vediamo che in una relazione (anonima, conservata nell’Archivio della Questura di Trieste e datata 23/12/48) che segnala De Giorgi per un concorso bandito dalla rivista Crimen (premio: 100.000 lire) per il migliore investigatore del 1948, si legge che De Giorgi sarebbe giunto alla conclusione della “colpabilità (sic) del mandante Angelo Cecchelin” perché fu trovato il suo nome “scritto a matita sul cartoncino dell’astuccio per sigarette Serraglio rinvenuto fra gli indumenti del cadavere del suo ex compagno di lavoro Nino d’Artena” .
Negli atti processuali non c’è alcun riferimento a tale dato che sembra preso più da un feuilleton che non da un rapporto di polizia, ma in ogni caso contro Cecchelin fu spiccato un mandato di cattura, e nonostante il comico si trovasse in tournee nel Veneto (quindi fuori dai confini del GMA) fu arrestato dalla polizia italiana e mandato a Trieste. Qui non possiamo fare a meno di notare che molti fascisti e collaborazionisti che erano riparati in Italia e furono processati in contumacia sotto il GMA, non solo non furono rimandati a Trieste, ma anzi successivamente godettero dell’amnistia di Togliatti (che non aveva valore nella Zona A controllata dagli Angloamericani).
Dunque Cecchelin fu arrestato e rinchiuso nel carcere di via Tigor a Trieste, dove l’ispettore De Giorgi andò ad interrogarlo il /8/47 e qui riprendiamo in mano la relazione Crimen: “Nel carcere di via Tigor di Trieste ebbe luogo il colloquio tra Cecchelin e l’ispettore. Era un afoso pomeriggio di agosto e l’arrestato si dimostrò addirittura gioviale verso il funzionario, tanto più che questo gli si era dimostrato amico offrendo un paio di bottiglie di birra che valsero a sciogliere lo scilinguagnolo del commediante. Fu tale l’abilità e l’astuzia dell’ispettore che il Cecchelin cadde nella rete a capo fitto”.
Quindi De Giorgi avrebbe fatto bere Cecchelin per farlo parlare? Leggiamo ora il verbale dell’interrogatorio di Cecchelin, dove l’attore spiegò che D’Artena fu licenziato nel ‘37, “per azioni disoneste”, dal “Popolo di Trieste” dov’era “impiegato come cronista”, e fu assunto dalla compagnia di Cecchelin come “generico” e “con lui fu pure assunta sua moglie che in arte era una negazione, ma tanto per conglobare la paga”; però D’Artena iniziò presto a “bisticciarsi con tutti gli scritturati”, Cecchelin cercava di richiamarlo all’ordine ma lui “vantando le sue qualità di squadrista aveva sempre ragione”. Successivamente, mentre si trovavano in tournee a Fiume, Cecchelin ebbe dei problemi con gli scritturati per questioni contrattuali che si trascinarono fino in tribunale, finché nel 1942 Cecchelin si trovò denunciato per avere “ nel febbraio 1939, nel camerino del teatro Fenice di Fiume, proferito la frase: Il duce è un culo rotto”. Nel processo istruito a Milano dal Tribunale Speciale testimoniarono i suoi attori, tra cui Pellegrina e Cecchelin fu condannato per “offese al Duce” ad un anno di reclusione e gli fu impedito di lavorare per quasi due anni, nel corso dei quali si rivolse alle autorità fasciste domandando, ad esempio, “in una lettera confidenziale” al federale Ruzzier “come mai a me era negato di lavorare perché antifascista, mentre il Pellegrina poteva lavorare liberamente alla Fenice pur essendo figlio di madre ebrea”. Ruzzier gli diede “risposta verbale dicendo che quelli erano ordini superiori”.
Il 5 maggio 1945 Cecchelin decise di denunciare Pellegrina, e sentiamo cosa dichiarò nel corso del processo.
“Il giorno prima (cioè il 4 maggio, n.d.a.) era venuta a casa mia una deputazione di maestri e maestre, per pregarmi di unirmi a loro per organizzare una manifestazione italiana. Io dissi che non trovavo il momento molto opportuno, ma ho accettato lo stesso, purché nella manifestazione non entrasse nessun elemento fascista. Per questo il giorno dopo alle 11 ero in Corso, attento a chi si accodava al corteo” . L’attore vide che nella folla c’era anche uno di coloro che avevano testimoniato contro di lui al Tribunale Speciale (Giulio Greni, che conosceva come fascista) e decise di presentare denuncia contro Pellegrina presso l’ex distretto militare di San Giusto.
L’ex distretto militare, che fino all’insurrezione era stato sede di una sezione dell’UNPA (la protezione contraerea), era stato occupato da “volontari della libertà” facenti riferimento al Battaglione autonomo San Giusto del CVL (sotto il controllo del CLN triestino) ed al “IV Battaglione di Unità Operaia, collegato all’Osvobodilna Fronta-Fronte di Liberazione.
Il comando dell’ex distretto fu poi preso da un pregiudicato per reati comuni, Ottorino Zol e da altri suoi sodali, che troviamo tra imputati e testimoni nel processo Plutone. Ma nei primi giorni di maggio 1945, quando ancora la situazione a Trieste non si era normalizzata, la sede dell’ex distretto era un punto ufficialmente adibito alla presentazione delle denunce contro fascisti e collaborazionisti. Perciò Cecchelin non fece come scritto nella sentenza riportata acriticamente dalla professoressa Catalan “delazione alla famigerata banda Steffè”, considerando oltretutto che all’ex distretto (come risulta dagli atti processuali) non si trovava alcun membro della “banda Steffé” che invece si era insediata nella Villa Segrè Sartorio, sede del Comando del II Settore di Trieste. Cecchelin ammise di avere denunciato D’Artena, ma aggiunse: “però appena seppi che era stato bastonato mi precipitai per ritirare la denuncia e farlo rilasciare, ma nel frattempo altre denuncie vennero da Radio Trieste dove lo si accusava (e corrisponde al vero) che lui faceva parte delle SS tedesche e trasmetteva per radio Franz (l’ora delle SS tedesche) ed infatti, se anch’io non l’avessi denunciato, sarebbe stato arrestato quando arrestarono Lucio Speri, annunciatore in detta trasmissione” .
D’Artena era stato indicato come criminale anche da Radio Londra ed a conferma di questo citiamo il documento “Al servizio del nazifascismo. Un elenco apprestato ufficialmente dal CLN” scritto in inglese e presumibilmente diretto alle autorità alleate, nel quale troviamo una serie di nomi di collaborazionisti con delle brevi note “biografiche”. Per tre di essi la biografia è redatta in inglese: si tratta di Ettore Martinoli, l’avvocato che fu “rettore”, dal giugno 1942, del “Centro per lo studio del problema ebraico di Trieste” , di Massimo Rota, “collaboratore” di Martinoli nel suo “Centro” e di Nino D’Artena. Questa è la traduzione.
“D’Artena Nino (suo pseudonimo in arte. Vero nome è Pellegrini). Un attore di music-hall di non elevata statura. Pieno di sé è proprio il tipo dell’avventuriero che non si fa scrupolo di rovinare altre persone per proprio interesse. È per causa sua che Angelo Cecchelin fu arrestato e perseguitato per aver offeso Mussolini. Ciò non sarebbe successo se D’Artena non avesse individuato in Cecchelin un forte antagonista. Fedele a questi principi privi di scrupoli, diede se stesso anima e corpo ai tedeschi, coi quali collaborò con entusiasmo e molto attivamente non solo in varie rappresentazioni teatrali che furono organizzate per le forze armate tedesche, ma anche alla stazione radio di Trieste, dove negli ultimi giorni era intrattenitore per lo spettacolo di Radio Francesco.
Autore di molte scenette e commedie di scarso valore artistico, attraverso queste, tuttavia, espresse tutte le sue avide lusinghe per i tedeschi. Squadrista, fu sempre tra i primi in ogni cerimonia fascista e fu strenuo fautore della repubblica sociale fascista italiana e aderì immediatamente al nuovo Partito fascista. La sua vita privata è del tutto dissoluta perché è un uomo veramente dissoluto. È una persona proprio sordida che ha tradito amici e compagni d’arte. Era una spia pagata dai tedeschi che non solo gli davano 6.000 lire al mese per il suo programma di Radio Francesco, ma anche notevoli favori e molti regali. Si è detto che ha saccheggiato tutto ciò che ha potuto raccogliere nelle proprie mani e che stava per compiere altre imprese del genere” .
“Radio Francesco” era la “radio Franz” vista prima, che viene così descritta da Livio Grassi: “Verso la fine di maggio (del ‘44, n.d.a.), gli ascoltatori di Radio Litorale Adriatico ebbero la sorpresa di sentire quasi sulla stessa lunghezza d’onda di Trieste una nuova emittente che si presentava come clandestina: Radio Franz. La stazione era installata nel secondo piano del palazzo di piazza Oberdan 5. Le trasmissioni erano affidate ad un berlinese, il dott. Friedrich Schilf, anche lui appartenente alle SS del Komando Adria. Con la trasmissione di dischi di musica americana ed inglese, allora proibita, e con la diffusione di notizie in cinque lingue (inglese, francese, tedesco, italiano e sloveno), si lasciò credere che la stazione fosse una clandestina degli alleati. Non rimase molto tempo in piazza Oberdan, perché il suo irradiare interferiva la stazione ufficiale, perciò venne trasferita in una strada adiacente, in via Romagna nella villa Ara, allora occupata dal generale Globocnik” .
Un altro documento asserisce che questa emittente, oltre a fare “trasmissioni politiche a sfondo reazionario”, trasmetteva ordini ai partigiani “e tali ordini trasmessi da radio Franz ai partigiani erano del tutto falsi e tendevano a far cadere gli stessi in imboscate nazifasciste” .
Perché dunque nel corso del processo nessun esponente del CLN triestino si presentò a testimoniare in favore di Cecchelin, confermando che D’Artena era stato un collaborazionista ed un fascista, come risulta da questi documenti che avrebbero potuto quantomeno portare delle attenuanti a favore dell’imputato, che non solo fu condannato a cinque anni di prigione, ma fu anche oggetto di una violenta campagna stampa denigratoria?
Ed il silenzio del CLN triestino appare ancora più incomprensibile se si considera che lo spettacolo di Cecchelin “Trieste mia”, con il quale il comico si trovava in tournee in Italia quando fu spiccato contro di lui il mandato di cattura, era stato finanziato dallo stesso CLN . Ma per complicare ancora di più i fatti, consideriamo che Giulio Greni sostenne che dopo che era stata resa nota la sua denuncia contro Cecchelin, questo lo aveva attaccato dalle pagine della rivista “Il torpedone”, che usciva a Trieste. Tale rivista, secondo quanto appare dalla documentazione raccolta dal GI Carlo Mastelloni di Venezia nel corso delle indagini sulla vicenda di Argo 16 (l’aereo della Gladio precipitato in modo misterioso nel 1974) sarebbe stata creata come copertura per il “Circolo Stazione”, uno dei gruppi paramilitari che si costituirono a Trieste nell’immediato dopoguerra, finanziati, armati e protetti dal Governo italiano tramite l’Ufficio Zone di Confine in funzione anticomunista ed antijugoslava; le azioni di questi gruppi provocarono diversi morti e feriti, tra i quali una ragazzina quattordicenne uccisa nel corso di un’irruzione armata in un circolo “slavocomunista”. Referenti di queste squadre (che vengono considerate come una sorta di “pre-gladio”) sarebbero state, secondo le deposizioni raccolte dal dottor Mastelloni, varie personalità del CLN triestino, tra i quali membri del Partito d’Azione e della Democrazia Cristina e lo stesso comandante di piazza del CVL Antonio Fonda Savio.
Se dunque Cecchelin era inserito in certi ambienti, perché nei suoi confronti furono operate una congiura del silenzio, ed una pesante campagna stampa denigratoria?

Ci sono poi altri particolari poco chiari nella vicenda. Leggiamo cosa scrisse Cecchelin in una sorta di “autodifesa” pubblicata sulla stampa.
“Se avessi immaginato la sorte riservata al Pellegrina, per quanto mio persecutore, non avrei presentato la denuncia (...). Se poi gli avvenimenti hanno preso un’altra piega, la colpa non è mia, come non sarebbe stata colpa di Pellegrina se mi fosse successo qualcosa nel periodo da me fatto in carcere in seguito alla sua testimonianza (...) Nel mese di settembre io ignoravo la sorte toccata al Pellegrina (...) parlo di arresto e non di infoibamento... un anno dopo, durante la tournee con Trieste mia ritenevo il Pellegrina ancora in vita, come mi era stato garantito da due squadristi fuggiaschi da queste terre e rifugiati nelle colline boscose del bresciano (...)” . E poi, nel corso dell’istruttoria: “Che il D’Artena poi fosse vivo ancora pochi mesi or sono mi era stato garantito a Brescia da Vianello e da un altro ex squadrista: episodio, anche questo, che potrà essere testimoniato”. In effetti, il teste Oreste Pretin dichiarò in sede di udienza: “Trovandomi di passaggio a Bologna mi sono incontrato in un ristorante con il Masè, il quale fra l’altro mi disse che avevano visto il D’Artena a Brescia. Ciò avveniva due anni dopo il suo arresto”.
Tali dichiarazioni, che non furono prese in considerazione nel corso del processo, possono dare adito ad un sospetto piuttosto inquietante se si considera che al momento dei recuperi delle salme dall’abisso Plutone, quella identificata come Giacomo Pellegrina sembra essere stata in condizioni migliori delle altre: “uno scheletro mummificato”, scrissero i giornali, e dalle perizie agli atti questa risulta l’unica salma riconosciuta dai “tratti somatici”, mentre le altre erano in stato di decomposizione tanto avanzato da poter essere riconosciute solo dal vestiario o da altri oggetti personali. Come se la salma di Pellegrina fosse stata gettata nella foiba in tempi più recenti che non il maggio 1945…

(da G. Rumici, “Infoibati”, Mursia 2002)
Cecchelin fu dunque accusato della morte di D’Artena poiché lo aveva denunciato, ma è necessario rilevare altre incongruenze nella ricostruzione dei fatti relativi all’arresto di quest’ultimo. La vedova Pellegrina aveva dichiarato (sempre nel corso dell’istruttoria) che l’arresto del marito era avvenuto alle ore 13 del 5 maggio ‘45 quando “quattro uomini armati di mitra” vennero nella sua abitazione, chiesero di suo marito e gli “ordinarono di andare con loro al settore di S. Giusto (cioè l’ex Distretto militare, n.d.a.) per essere interrogato”: possibile che dopo meno di due ore dalla decisione di Cecchelin di denunciare D’Artena, si procedesse già al suo arresto? È molto più probabile che D’Artena sia stato arrestato indipendentemente dalla denuncia di Cecchelin, così come sostenuto dallo stesso Cecchelin e da altri.
C’è poi anche un’altra versione dell’arresto di Pellegrina: “Uccio Augustini, batterista e personaggio dello spettacolo della Trieste di quell’epoca (...) racconta che nei giorni immediatamente seguenti all’occupazione titina si trovava con D’Artena di fronte alla sede della Landschutz, la banda tedesca composta tutta da triestini e diretta dal maestro Lidiano Azzopardo. (...) A un certo punto dall’altra parte della strada qualcuno gridò: -Xe lu, xe lu! - e in quattro e quattr’otto D’Artena venne afferrato da braccia robuste, caricato su un camion e portato via” .

Si diceva prima che Cecchelin aveva deciso di denunciare il suo ex scritturato dopo avere visto che nella manifestazione del 5 maggio ’45 erano presenti dei fascisti. Parliamo quindi di questa manifestazione, nel corso della quale furono uccise in via Imbriani, presso il Corso Italia quattro persone: Graziano Burla, Carlo Murra, Graziano Novelli e Mirano Sanzin. La targa posta a ricordo dei fatti elenca anche il nome di Giovanna Drassich, che però è stato inserito in una sorta di eccesso di zelo, dato che la donna era morta la mattina del 5 maggio all’ospedale, ben prima che iniziasse la manifestazione.
Lo storico Ennio Maserati scrive che questa manifestazione “è il primo tentativo dei Triestini di reagire ai sistemi d’imposizione degli Jugoslavi”, che sarebbe stata “iniziata da elementi del CVL ed estesasi spontaneamente lungo il Corso, viene a poco a poco ad assumere consistenti proporzioni, richiamando intorno alla bandiera italiana molte persone di passaggio per le vie del centro”. Uno degli organizzatori, elemento del CLN, era Pietro Lavince, che successivamente divenne il responsabile del circolo Rossetti, uno di quei circoli finanziati dall’Ufficio Zone di Confine di cui sopra e che in un “rapporto” scrisse che la dimostrazione venne “promossa e organizzata dal volontario della libertà Pietro Lavince col concorso di altri patriotti”, e che già il giorno prima egli ed altri “patriotti” avevano organizzato una manifestazione distribuendo “tricolori offerti dall’Economato del Lloyd Triestino” .
Lavince prosegue spiegando che nella mattinata, alle 9 “sbucava da v. Roma la colonna slava proveniente da S. Giovanni” . In piazza della Borsa “è stata sopraffatta da una controdimostrazione italiana formata da circa 200 persone”. “L’incontro fra le due colonne determinò una zuffa accanita (...) si costituì una colonna italiana che si portò in piazza Unità, poi (...) seguendo la via del Teatro Romano sbucò in piazza della Borsa (...) v. Roma (...) v. Mazzini”. La colonna si ingrossava e la popolazione si mise ad esporre bandiere italiane alle finestre e a gettare fiori e inneggiare all’Italia. In piazza Garibaldi “la colonna ha avuto uno scontro con un gruppo avversario proveniente da S. Giacomo (...) ritornò sui suoi passi (...) via Garibaldi, piazza Goldoni (...) la parte superiore del Corso. All’altezza di v. Imbriani un reparto dell’esercito jugoslavo già appostato con le mitragliatrici all’altezza del Banco di Roma, sparò sulla folla. Caddero 5 cittadini e molti furono feriti (...) la colonna si sbandò e la manifestazione ebbe fine”.
Abbiamo già visto che i morti furono 4 e non 5, ed aggiungiamo che il quotidiano dell’Unione Antifascista Italo Slovena (UAIS) Il Nostro Avvenire pubblicò un documento trovato addosso ad uno dei manifestanti, Augusto Mascia (erroneamente indicato come ucciso). Tale documento, emesso il 3/3/45 dal Ministero delle Forze Armate, 204° Comando Regionale Militare, bilingue (italiano e tedesco). attesta che “il Sottotenente Mascia Augusto, nato il 2 marzo 1920, si trova in servizio presso questo Comando. Egli è autorizzato a portare armi anche in borghese. tutte le autorità germaniche, italiane, militari, di polizia e civili, sono pregate di porgergli assistenza secondo le necessità”. Firmato dal generale Esposito e dal Comandante Militare tedesco (firma illeggibile).
Dunque la manifestazione non era stata “spontanea”, come si vorrebbe ancora oggi far credere; e Cecchelin afferma di essere stato “uno degli organizzatori”, specificando che si trovava alle 11 in Corso Italia quando incontrò “all’altezza dei magazzini Tessilia” (l’attuale Coin) Giulio Greni, e lo invitò “ad abbandonare il Corso” in quanto aveva “il preciso compito di evitare che si infiltrassero elementi fascisti nella manifestazione patriottica che stava per iniziarsi”.
Secondo Cecchelin dunque la manifestazione alle 11 non era ancora iniziata, ma soprattutto egli si trovava proprio di fronte al Banco di Roma, cioè dove avrebbero dovuto essere appostate le mitragliatrici jugoslave di cui parla Lavince. Mitragliatrici che né Cecchelin né Greni nominarono.
Inoltre se osserviamo lo stato dei luoghi, vediamo che è materialmente impossibile per una mitragliatrice “appostata all’altezza del Banco di Roma” (cioè all’angolo con l’attuale piazza Benco) colpire la folla in via Imbriani, perché il palazzo tra via Imbriani e la precedente via s. Lazzaro si trova proprio sulla traiettoria.
Ed ancora Nerino Gobbo Gino, comandante del II settore, ha dichiarato che alcuni compagni avevano denunciato che gli spari erano giunto dall’alto di alcune case del Corso che non erano sotto controllo jugoslavo ma in mano di franchi tiratori; pertanto avrebbero voluto fare un’irruzione per catturarli, ma si preferì desistere per non aumentare ulteriormente la tensione .
Come “organizzatore” Cecchelin avrebbe dovuto avere un’idea abbastanza chiara di chi fosse e chi non fosse in Corso in quel momento; potrebbe ad esempio non avere visto alcuna mitragliatrice jugoslava all’altezza del Banco di Roma, oppure avere visto da dove erano realmente giunti i colpi. Ma dati i suoi rapporti con il CLN triestino poteva anche essere giunto a conoscenza di ciò che suoi elementi facevano, considerando quanto visto prima a proposito delle squadre finanziate dall’UZC; ed è interessante che il principale accusatore di Cecchelin sia stato lo stesso Greni che l’attore aveva cercato di allontanare dalla manifestazione del 5 maggio.

Quando Cecchelin seppe di essere colpito da mandato di cattura per la faccenda di D’Artena, si trovava in tournee nei pressi di Treviso, e sul giornale “Riscossa di Treviso”, apparve questo suo articolo.
“Io sono fatalista, quindi in questo porco di mondo mi aspetto di tutto. (...) Ma non mi sarei mai aspettato, due anni dopo la cosiddetta Liberazione e in piena democrazia, di vedermi capitare tra capo e collo niente meno che un bel mandato di cattura, spiccato da un ispettore della polizia Alleata della Venezia Giulia (ex semplice brigadiere della fu Regia Questura fascista) con imputazione di aver io, udite! udite!, fatto arrestare nei giorni della Liberazione un noto squadrista alle dipendenze della SS tedesche, il quale a sua volta nel 1942 fece arrestare me per offese al capo del governo (...). E intanto, checché si dica, incredibile ma vero, sono nascosto perché ricercato dalla Questura repubblicana, mentre sotto le mie finestre, dopo la mezzanotte, passa spesso qualche gruppetto di simpaticissimi giovanotti zufolando in la maggiore: “Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza”. (...) E cosa fanno gli Alleati? (...) sono arcifelicissimi di questa situazione (...) possiamo anche essere alla vigilia di una nuova guerra, e allora bisogna assolutamente rimettere in piedi le vecchie cianfrusaglie, non già col nome di fascismo, perché il fascismo è morto di morte naturale. Le rimetteremo in piedi col nomignolo semplice di anticomunismo. E non è escluso che rivedremo, tra breve, le balde schiere in camicia nera, stavolta con sottanina scozzese e cappello alla Charlot, masticando chewing gum, dare l’assalto alle case dei pacifici lavoratori, ribruciare le case del Corso al grido: a chi la Russia? A noi!”.
È notevole come Cecchelin sia riuscito in queste poche righe e nel suo tipico stile anarcoide e dissacrante a dare una perfetta descrizione dell’organizzazione Gladio. Forse aveva capito qualcosa di molto grave ed era quindi necessario distruggere la sua credibilità, facendolo condannare per l’infoibamento del suo acerrimo nemico Nino D’Artena?


Aprile 2013

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