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      Mučeniška Pot


Gli Occhi Di Almirante.

GLI OCCHI DI ALMIRANTE.
Con il patrocinio del Comune di Trieste si è tenuto, il 28 marzo scorso, un convegno dal titolo “Almirante l’arcitaliano”, con la presentazione del documentario omonimo. Il manifesto riporta un grande primo piano dell’uomo politico scomparso che evidenzia il suo sguardo magnetico ed indagatore, richiamando alla mente le immagini che sono state via via create per dare corpo al “grande fratello” di Orwell. Nel corso del documentario le immagini dello sguardo di Almirante si sono intervallate più e più volte alle svariate interviste, ai filmati d’epoca che descrivevano la vita politica del più importante segretario dell’MSI; la vedova “donna” Assunta Almirante ha ribadito la bellezza dello sguardo di Almirante e ci ha colpito molto la testimonianza di Giampaolo Pansa, che all’inizio della sua carriera giornalistica aveva intervistato il dirigente missino. “La prima cosa che mi colpisce in una persona”, ha detto il giornalista, “sono gli occhi”, e gli occhi di Almirante gli sono rimasti subito impressi, al punto che alla fine dell’intervista non è riuscito a trattenersi dal dirgli “lei ha degli occhi bellissimi”. Al che Almirante gli avrebbe risposto una cosa del tipo “sì, e quando prenderò il potere tutti quelli che non hanno gli occhi come i miei finiranno così: pum pum!”, mimando il gesto di sparare con la mano.
Al di là del fatto che come aneddoto non ci pare edificante, né spiritoso (parere del tutto personale, dato che la folta platea in sala si è invece sbellicata dalle risate), queste parole di Pansa ci hanno richiamato alla mente le dichiarazioni di Licia Cossetto (sorella di Norma, la ragazza uccisa in Istria nel 1943 che è stata assunta a “simbolo” degli “infoibati”), che del suo incontro con Mussolini così dice: “non dimenticherò mai quei due occhi di un azzurro profondo e intenso (…) nella mia vita mi capiterà una sola altra volta di vederne di simili: quelli di Giorgio Almirante” (in: L. Garibaldi, R. Mondoni, “Nel nome di Norma”, Solfanelli 2010, pag. 44).
Lo sguardo di Almirante come quello del “duce”, come lo sguardo del “grande fratello”, lo sguardo che ritorna, nel corso del filmato, ad imporsi agli spettatori, a ricordare loro che lui c’è e li tiene d’occhio.
Questa iniziativa apologetica della figura di Giorgio Almirante è stata fortemente voluta, ha detto Piero Tononi, da lui e dagli altri esponenti politici (ex AN e prima MSI ma oggi fedelissimi di Berlusconi e del PdL) Sergio Dressi e Mauro Scoccimarro, che hanno deciso di invitare la “fondazione Giorgio Almirante” (per la quale erano presenti la figlia Giuliana e “donna” Assunta). Siamo maligni a sospettare che si sia trattato di un’iniziativa pre-elettorale per accorpare nel nome del più carismatico leader che ebbe l’estrema destra italiana nel dopoguerra, tutti i “vecchi arnesi” di quell’area politica nell’attuale PdL, sconfessando quindi il fu delfino di Almirante Gianfranco Fini, oggi considerato un “traditore” dai presenti al convegno, che lo fischiavano e gridavano “venduto” e di peggio ogni volta che la sua immagine appariva nel filmato?
Parliamo un po’ del documentario, curato da Massimo Magliaro, capo ufficio stampa di Almirante, comprendente diversi spezzoni di filmati d’epoca, stralci di interviste e scritti di Almirante (letti dal compiacente Giorgio Albertazzi), intervallati dall’intervista alla vedova, che ne ha fatto un ricordo umanizzante, ed a svariate altre interviste. Hanno parlato esponenti politici italiani (Forlani, Andreotti); esponenti della destra francese (Le Pen, de Benoist, Gauchon, Antony, Lehideux); storici e giornalisti (Parlato, Pansa, Veneziani, Mieli, Buttafuoco); il discorso funebre pronunciato dal fondatore di Fuerza Nueva spagnola Blas Pinar Lopez.
Brevemente vorremmo accennare alle cose che non sono state dette su Almirante: quando si è parlato della sua vocazione giornalistica e del suo lavoro in epoca fascista non una parola è stata detta sulla sua collaborazione alla rivista “La difesa della razza” che fu la pubblicazione che “legittimò” il razzismo italiano motivandolo con ragioni pseudoscientifiche e storico-culturali.
Non si è parlato dei suoi coinvolgimenti nella strategia della tensione, come il fatto (già da noi trattato in questo sito, si veda: http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-in_memoria_di_giorgio_almirante..php ) che fornì al terrorista Cicuttini (poi condannato come responsabile della strage di Peteano nella quale furono assassinati tre giovani carabinieri) il denaro per un’operazione alle corde vocali che rendesse impossibile il riconoscimento fonico della sua voce come quella del “telefonista” della strage. La denuncia vide come protagonisti due esponenti ex missini di spicco in campo locale: il goriziano Giovanni Guarini (uscito dall’MSI in adesione alla componente scissionista di Democrazia Nazionale, scissione che ridusse ai minimi termini la pur corposa presenza parlamentare del partito di Almirante) che nel 1978 si recò alla Procura di Venezia affermando di avere saputo dall’allora parlamentare triestino (eletto nelle file dell’MSI ma anch’egli all’epoca aderente a Democrazia Nazionale) Renzo de’ Vidovich che “in occasione di una riunione di dirigenti nazionali del MSI a Roma nel 1974 Almirante avrebbe riferito di una richiesta di aiuto finanziario da parte di Cicuttini rifugiato in Spagna” (in Atti parlamentari, autorizzazione a procedere contro Almirante, 1983 http://legislature.camera.it/_dati/leg09/lavori/stampati/pdf/004_008002.pdf ).
Dopo anni ed anni di rinvii in attesa che il Parlamento desse l’autorizzazione a procedere contro Almirante, lo stesso fu amnistiato (c’è chi sostiene si fosse trattato di un’amnistia ad personam, data la particolarità della medesima), mentre fu condannato l’avvocato goriziano Eno Pascoli (già coinvolto nei depistaggi delle indagini su Peteano) per avere materialmente trasmesso i soldi a Cicuttini. Su questo fatto ha scritto il giornalista Gennaro Carotenuto nel suo blog “Giornalismo partecipativo” (http://www.gennarocarotenuto.it/2417-via-giorgio-almirante-terrorista/ ).
Tornando al documentario, consideriamo ancora che si sono invece minimizzati o ridotti altri fatti che videro coinvolto “l’arcitaliano”: la famosa questione della sua firma nel “bando” per la fucilazione dei renitenti alla leva viene liquidata col fatto che il manifesto riguardava solo una piccola frazione del comune di Grosseto e che Almirante non era abilitato a firmare un documento di quel genere, infatti la firma è a stampatello. Stante che la magistratura ha dichiarato autentico il manifesto ed assolti i giornalisti che Almirante aveva querelato negli anni 70, queste affermazioni negazioniste lasciano il tempo che trovano.
Un’altra rivisitazione della figura di Almirante è stata data dal giornalista Paolo Mieli, che relativamente alle foto che ritraggono Almirante e l’altro dirigente missino Caradonna assieme agli studenti di destra il giorno degli scontri a Giurisprudenza a Roma (16/3/68, quando l’allora studente Oreste Scalzone fu colpito in pieno da un banco scagliato dai neofascisti dalla finestra di un piano alto della facoltà e riportò la frattura della spina dorsale) ha detto che secondo lui Almirante era andato a parlare con gli studenti non come Caradonna, che voleva gli scontri, ma per calmare le acque.
Naturalmente questa è una teoria, un’opinione di Paolo Mieli, non necessariamente condivisa da altri, come vediamo se andiamo a leggere le dichiarazioni fatte dall’ex deputato missino Giulio Caradonna iscritto alla Loggia P2, “classe 1927, volontario a 16 anni nella RSI e più volte deputato del Msi” in un’intervista di un paio di anni fa (questa citazione e la prossima si trovano in un articolo di Gerardo Picardo su “Libero” dell’11/3/08):
“Almirante, che era in seconda fila, per dimostrare la propria fedeltà a Michelini (l’allora segretario dell’MSI, n.d.r.) che lo guardava sempre con sospetto nonostante fosse uno dei suoi collaboratori chiese di essere lui a guidare l’assalto. In genere era contrario agli scontri, era più bravo a fare il martire. Ma quel giorno fu l’esecutore materiale dell’ordine di Michelini”.
Chi ha ragione, tra Caradonna e Mieli? Non lo sappiamo, ma per il momento ci limitiamo ad approfondire un altro punto che riguarda dichiarazioni fatte da Caradonna e di cui non si è parlato nel documentario su Almirante.
In un’altra intervista Caradonna ha asserito che il “venerabile maestro” della P2 Licio Gelli avrebbe iniziato a finanziare l’MSI proprio su sollecitazione di Almirante:
“Gelli è una bravissima persona. (…) Da lui mi aveva mandato Almirante: vedi un po’ di parlare con questo signore, perché senza il suo assenso i soldi ai partiti non arrivano”. La missione ebbe successo, e Gelli aiutò Almirante (…) Giorgio mi espresse la sua eterna gratitudine” (“Corriere della Sera” 18/3/09)..
Parliamo ora invece delle cose che sono state enfatizzate nel documentario, ad iniziare dall’insistenza di “donna” Assunta nel dire che suo marito era stato un “cattolico vero”, e la descrizione del suo voto alla Madonna per chiedere di poter di nuovo pubblicare, dopo un anno di latitanza, sulla prima pagina di un quotidiano nazionale. Sì, conosciamo questo tipo di cattolici. Cattolici come Francisco Franco, che diceva di prendere la decisioni relative agli affari di Stato “dietro suggerimento diretto della Divinità” e non firmava i decreti di morte dei suoi avversari politici se prima non si era regolarmente confessato e comunicato (da un articolo di Carlo Ventura “Il tempo dell’angoscia”, nella rivista “Trieste” n. 20, luglio/agosto 1957); cattolici come il torturatore capo dell’Ispettorato speciale di PS di Trieste Gaetano Collotti, che andava a messa ogni mattina e teneva in bella vista sulla parete della stanza dove torturava i prigionieri in modo bestiale un Crocifisso, al punto da far dire ad una delle sue vittime di avere pensato che “tutti quelli che entravano in quel luogo erano dei poveri Cristi” (da una testimonianza purtroppo anonima in Archivio IRSMLT 902).
La parte più interessante di tutto il documentario è invece a nostro parere la descrizione della storia del MSI negli anni ‘80, quando il PSI di Bettino Craxi ne iniziò lo “sdoganamento”; il primo viaggio ufficiale di Almirante negli Stati Uniti (1983) la successiva collaborazione con il governo guidato da Craxi e ad esempio il voto dato nel febbraio ‘84 al cosiddetto “secondo decreto Berlusconi” (quello che di fatto permise alle TV del “cavaliere” di proseguire l’opera di lavaggio del cervello dell’Italia intera).
Da questo momento, secondo Veneziani, caduto il “muro del becero arco costituzionale” si poté iniziare a parlare della creazione di un “socialismo tricolore”, concetto enfatizzato anche da Buttafuoco, che vede in questo concetto la posizione di “una sinistra attenta all’identità del popolo italiano e vicina ad Almirante”.
Questa collaborazione tra Craxi ed Almirante era dovuta, secondo il consigliere politico di Craxi, Gennaro Acquaviva, al fatto che Craxi vedeva in Almirante un “socio”, dato che riteneva ambedue “vittime degli anni 70”.
L’interpretazione di Parlato di questo connubio è che era motivato dal fatto di avere lo stesso obiettivo, ossia spezzare il “duopolio” DC e PCI.
Praticamente la trasformazione politica realizzatasi dopo il 1989, Tangentopoli, la “discesa in campo” del cavaliere tessera P2 1816 Silvio Berlusconi: la distruzione dei partiti “tradizionali” per creare un nuovo partito di potere trasversale, quello che stiamo vivendo adesso. Guarda caso, Berlusconi è della P2 come Gelli e Caradonna: ricordate le dichiarazioni di Caradonna riportate prima? Forse qualche domanda qualcuno se la dovrebbe fare, alla luce di tutte queste “coincidenze”.
Dopo il documentario vi sono stati alcuni interventi di persone che avevano conosciuto Almirante, e vogliamo qui citare soltanto una battuta fatta da Claudio de Ferra, volontario nella GNR della RSI a diciotto anni, che si è rammaricato che Almirante sia morto sei anni prima dell’entrata in politica di Berlusconi, perché “se si fossero conosciuti, Almirante ed il Cavaliere sarebbero stati un’accoppiata vincente”.
Dunque tutto quello che stiamo vivendo adesso è il prodotto dell’inedita alleanza tra Craxi ed Almirante che permise a Berlusconi di mettere in pratica il progetto della P2? E tutti i seguaci di Almirante negli anni di piombo sono oggi unitariamente compatti attorno al Cavaliere, visto che è lui il prosecutore della politica almirantiana? Davvero, viviamo in tempi bui, come diceva Bertolt Brecht.

Marzo 2011.

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