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I Cento Veli di Comparin

RECENSIONE DEL ROMANZO:
“I cento veli”, di Massimiliano Comparin, Baldini Castaldi Dalai 2012.
Da un po’ di tempo in Italia è invalso l’uso di scrivere romanzi noir come strumento per divulgare determinati argomenti o concetti senza scrivere trattati, ma usando la finzione narrativa ed usando come paravento il fatto che in fin dei conti si tratta di un romanzo, quindi non è richiesta attendibilità storica. Il problema è che spesso in tal modo persone che non hanno alcuna competenza a parlare di certe cose, ne dissertano ugualmente con l’espediente della finzione, e finiscono col convincere gli ignari lettori che alcuni fatti sono avvenuti in un certo modo, che non corrisponde alla realtà.
“I cento veli” di Massimiliano Comparin rientra pienamente in questa categoria: la trama, deboluccia, serve essenzialmente di supporto all’autore per veicolare un messaggio. Attenzione, questo è un romanzo ingannevole. Nel senso che si legge volentieri, lo stile è scorrevole e vi sono alcuni elementi introspettivi interessanti e bene espressi, ma non solo. Comparin ha usato la finzione narrativa, per divulgare un’interpretazione della storia del confine orientale e dei Balcani, che dopo un primo incipit interessante (Trieste ed i triestini hanno bisogno di ribadire continuamente la propria italianità perché essa non è un’italianità naturale, ma una scelta di italianità che ha pertanto bisogno di essere ripetutamente confermata) si dimostra invece un condensato di razzismo e di banalizzazione storica, usando per di più luoghi comuni non storicamente dimostrati.
Per far comprendere il tutto dobbiamo per forza svelare la trama ed il finale, ma tant’è: a Milano la fidanzata del protagonista (Alessandro) scompare all’improvviso, e nello stesso giorno scompare a Trieste, in procinto di partire per il viaggio di nozze, un di lei ex compagno di scuola. Dopo alcuni giorni di ricerca Alessandro scopre che la sua fidanzata è figlia del figlio di Ante Pavelic, ma non solo; che suo padre fu uno degli stupratori di Norma Cossetto, motivo per cui la ragazza è tornata a Trieste ad ammazzare il suo amico che aveva ricostruito la vicenda e che rischiava di compromettere il padre (per il quale peraltro lei non provava alcun sentimento positivo, dopo avere scoperto cosa aveva fatto da giovane).
Tutto questo grand guignol (oltre ad una quantità di morti c’è anche il ritrovamento di una carcassa di cane nero nella “foiba” dove l’assassina ha gettato il corpo dell’amico di gioventù) serve all’autore per fare un inquadramento storico che si rivela del tutto sballato.
Se dapprima Comparin ammette che il fascismo (non gli italiani, attenzione) italianizzò forzatamente gli “slavi”, ma si limitò ad operare un “genocidio culturale”, definito una pratica “più soft e più incline a quel tipo di dittatura, sicuramente meno feroce e sanguinaria di altre” (pag. 113), nessun accenno troviamo sulle violenze, le condanne a morte, gli internamenti durante il ventennio e poi l’occupazione della Jugoslavia, le deportazioni ed i villaggi bruciati, le esecuzioni di massa e via dicendo, e l’autore non accenna mai ad un nazionalismo italiano. Al nazismo viene riservato pochissimo spazio (del resto si sa che i tedeschi erano cattivi, no?), mentre molto spazio viene dedicato ai crimini commessi da Pavelic e dai suoi ustascia, senza peraltro dire che l’esercito italiano operava assieme a Pavelic, il quale era stato messo a quel posto di comando proprio grazie all’Italia e alla Germania. E poi l’autore non si ferma ai crimini degli ustascia, parla del “nazionalismo slavo” che si espresse contro gli italiani e fu la causa degli infoibamenti del 1943 in Istria e di quelli del 1945 e dell’espulsione degli italiani dalle loro case.
Per dimostrare tutto ciò Comparin si rifà alla pubblicistica più deteriore sulle foibe, dalla (falsa) leggenda “balcanica” del cane nero, al sacerdote (non) ritrovato coi genitali in bocca (usi questi peraltro tipici non tanto degli “slavi”, quanto di alcuni popoli mediterranei), fino alla vicenda di Norma Cossetto. Che, attenzione, secondo questa ricostruzione romanzata (che sembrerebbe approvata dalla sorella Licia) non sarebbe stata uccisa da partigiani comunisti per motivi ideologici, ma da “croati” sadici ed assetati di sangue, e poi la sua vicenda sarebbe stata strumentalizzata dal fascismo.
Lombrosianamente agghiacciante il momento in cui Alessandro scopre che la sua ragazza, che lui credeva italiana, in quanto triestina, era in realtà “una bellezza slava”, riconoscibile dai tratti somatici (? se mi è permessa una digressione personale, il mio tipo di “bellezza slava” è ben diverso somaticamente da quello di Sylva Koscina…). Ed è a quel punto che il protagonista inizia a capire (se la ragazza fosse stata italiana sarebbe andato tutto diversamente?), ed alla fine si innamorerà della prematura vedova dell’ucciso dalla sua ex ragazza, che sembra essere italiana e quindi tra tutti questi morti abbiamo anche un classico happy end della serie “mogli e buoi e dei paesi tuoi”.
In sostanza un libro senza capo né coda, ma permeato di luoghi comuni razzisti, di quelli che vedono un male insito geneticamente nei popoli “balcanici”, con la conclusione logica che nella ex Jugoslavia è successo di tutto, dalle foibe della seconda guerra mondiale ai massacri delle guerre civili degli anni ’90, perché gli “slavi” sono violenti per natura.
Quindi, potete serenamente evitare di comprare questo libro, ci sono modi migliori per investire i propri soldi in questo momento di crisi.

maggio 2012


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