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      Mučeniška Pot


Il Caso Cileno

Il 24 settembre scorso, nell’ambito delle iniziative di sensibilizzazione sul problema dell’amianto, si è svolto a Monfalcone un incontro dal titolo “quando le strade della letteratura incrociano le strade della lotta”, con la partecipazione dello scrittore di polizieschi Loriano Macchiavelli e di Luciano Martinis, che ha parlato del golpe in Cile e della morte del presidente Salvador Allende, prendendo spunto da alcune affermazioni dell’esule cubano Daniel Alarcòn, il “comandante Benigno”.
Premettiamo che, mentre Macchiavelli ha fatto un interessante intervento (che magari riprenderemo in altra sede) sul tema della serata, Martinis è, secondo noi, andato del tutto fuori tema. Infatti il senso del suo racconto, sintetizzando, è stato il cercare di dimostrare una certa responsabilità del governo cubano (ed in prima persona di Fidel Castro) nel golpe cileno. Però non ha fatto delle accuse precise, ha usato l’antico sistema del “dico ma non dico e leggete tra le righe”, per cui non ha portato prove ma ha solo instillato sospetti negli ascoltatori, metodo questo che noi condanniamo fermamente perché non è accettabile che vengano lanciate accuse pesantissime senza produrre un briciolo di prova, con la scusa che comunque si parla solo di “sospetti”.
Martinis ha esordito spiegando di avere conosciuto il “comandante Benigno” tramite il giornalista francese Pierre Kalfon, autore di alcuni testi sull’America Latina e nello specifico sul Cile, che avrebbe a sua volta conosciuto proprio in Cile negli anni di Unidad Popular (1972-1973). Martinis si sarebbe recato a Santiago, all’epoca, per non fare il servizio militare in Italia, ed avrebbe trovato un posto di insegnante all’università. In tale modo era entrato a fare parte del mondo culturale cileno del periodo, però era rimasto sempre politicamente appartato; in tale modo aveva potuto, dopo il golpe, girare indisturbato. Martinis ci è sembrato non avere condiviso all’epoca le scelte di Allende e di Unidad Popular, che “non corrispondevano alle sue idee” ed anche successivamente, una volta andato via dal Cile non ha più “voluto saperne”. Specifichiamo questo perché la posizione di Martinis all’epoca è fondamentale per la valutazione dell’attendibilità di quanto ha sostenuto nel corso della serata. Abbiamo quindi di fronte a noi un “intellettuale” che non ha condiviso, se non come spettatore esterno, l’esperienza di Unidad Popular, per la quale comunque non sembra avere avuto particolare simpatia. Di conseguenza le sue teorie “complottistiche” derivano non tanto da cognizioni personali, quanto da cose che altri gli avrebbero detto (Kalfon ed il “comandante Benigno”.
Daniel Alarcon, “Benigno”, è un eroe della rivoluzione cubana che però vive in esilio da anni, attualmente a Parigi, perché, ha detto Martinis, “da persona onesta non poteva sopportare certa situazione”, senza spiegare quale tipo di situazione a Cuba una persona onesta non potrebbe sopportare. Benigno combatté con Che Guevara in Africa e poi in Bolivia, e fu messo in prigione, a Cuba, per avere sostenuto, durante una riunione del Comitato centrale del Partito Comunista, a proposito del governo, che “questi figli di puttana ci hanno mandato a morire”, intendendo con questo la tragica esperienza boliviana del Che. O, almeno, questa è la sua biografia che ci ha dato Martinis.
Ora, sulle responsabilità esterne e le cause tecniche che hanno portato al disastro del “foco” boliviano del Che, ci sono moltissime versione e teorie. Vi sono responsabilità del Partito comunista boliviano, che non vedeva di buon occhio la presenza guerrigliera di estranei; vi è il motivo tecnico del fatto che i guerriglieri del Che in Bolivia non erano, come avrebbe detto Mao, dei “pesci nell’acqua”,: non avevano il contatto con la popolazione locale, con le forze vive della società, i lavoratori delle miniere che erano in rivolta, i contadini. Questo fu un grosso errore di valutazione commesso dal Che, che forse si era anche fidato di gente che avrebbe fatto meglio a tenere a distanza; abbiamo poi la figura ambigua del giornalista francese Regis Debray, che avrebbe dovuto essere un simpatizzante ed un fiancheggiatore, e quando fu catturato dai governativi parlò quasi subito e li mise sulle tracce dei guerriglieri.
Ci sono tante ombre e tanti sospetti, e non saremo ora noi a dirimere la questione. Torniamo quindi a Martinis ed a quanto egli avrebbe saputo da Benigno in merito alla questione cilena.
Benigno si trovava in Cile nei primi anni Settanta come esponente dei servizi segreti cubani. Avrebbe avuto l’incarico di addestrare militarmente migliaia di guerriglieri che poi, dice sempre Martinis, non si sa dove siano finiti al momento del golpe.
Nel corso della conferenza Martinis ha spiegato in questo modo i suoi “sospetti” su un non meglio chiarito coinvolgimento cubano nel golpe di Pinochet. Innanzitutto Benigno gli avrebbe detto che i rappresentanti cubani in Cile avrebbero saputo in anticipo del golpe e se la sarebbero filata prima che la situazione precipitasse, infatti la mattina del golpe una nave carica di personale cubano (3000 persone) che faceva da consulente alle industrie minerarie sarebbe salpata da Valparaiso. Come Cuba sapeva in anticipo del golpe, tanto da far evacuare i propri cittadini, si chiede Martinis, e si chiede anche perché tutte queste persone che sarebbero state addestrate militarmente proprio da Benigno non sono rimaste a combattere contro i golpisti.
Poi ha sostenuto che la guardia del corpo di Allende era costituita da 70 cubani e da 50 “cileni formati a Cuba”, che sarebbero stati addestrati dallo stesso Benigno; la prova che la maggior parte degli uomini di scorta non era cilena, starebbe nel fatto che la guardia era composta da uomini “alti venti centimetri più della media dei cileni”, e questi cubani non sarebbero stati alla Moneda con Allende nel giorno del golpe, ne sarebbero rimasti solo sette con lui.
La prova che Allende sarebbe stato tradito da Fidel Castro, sarebbe infine, sempre secondo Martinis che cita uno studio di Pierre Kalfon, il fatto che Castro, Allende e Pinochet appartenevano tutti alla medesima loggia massonica, e che sarebbe stato proprio Castro a suggerire ad Allende di fidarsi di Pinochet per questo motivo.
Queste affermazioni di Martinis sulla questione cilena, a noi che abbiamo vissuto quegli anni ed abbiamo letto diverse cose sull’argomento, sembrano denotare semplicemente una grande confusione mista al desiderio di infangare Cuba e Castro nella fattispecie. Però sono anche molto gravi, visto che non è detto che tutti quelli che ascoltano questo relatore siano preparati sull’argomento e potrebbero pensare che ci sia qualche fondo di verità. Quindi è necessario fare un po’ di chiarezza.
Dato che l’appartenenza alla massoneria di Allende, Castro e Pinochet è nota da sempre, e dato che la massoneria nell’America Latina ha sempre rivestito un ruolo diverso da quella nostrana, a noi sembra del tutto logico che Castro ed Allende avessero deciso di fidarsi di Pinochet, appunto perché faceva parte della loro stessa loggia: era difficile immaginare che avrebbe tradito un “confratello”. Così come non c’è nulla di strano nel fatto che la mattina del golpe i cubani fossero stati fatti partire in fretta e furia da Valparaiso: il golpe iniziò proprio a Valparaiso, e visto quello che stava accadendo, è logico che gli stranieri decidessero di fuggire. Secondo Martinis avrebbero forse dovuto rimanere e farsi massacrare, creando oltretutto un incidente internazionale di non poco conto, con degli stranieri che si opponevano in armi all’esercito (se pure golpista) del paese che li ospitava?
E per quanto riguarda la questione del corpo di guardia, diciamo solo che lo scrittore Luis Sepùlveda, che è un pezzo d’uomo “pur essendo cileno” (del resto i cileni non sono poi tanto bassi di statura, essendo per lo più di discendenza europea) faceva parte della guardia di Allende, e non ha mai posto i problemi che si pone Martinis, il quale è così “esperto” della storia cilena che ha poi fatto una gran confusione tra il dirigente del MIR Miguel Enriquez ed il martire della resistenza a Pinochet Manuel Rodriguez, che non aveva fatto parte del MIR.
Ed infine, tanto per tagliare la testa al toro. Va bene che se si vuole gettare letame su Cuba, sulla sua rivoluzione e soprattutto su Fidel Castro, bisogna cercare di dietrologare a tutto campo, però il particolare di fondo che manca alla “ricostruzione” di Martinis è molto semplice e basilare: perché mai Castro avrebbe dovuto volere la fine di Allende e dell’esperienza di Unidad Popular in Cile?

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