Articolo

      Mučeniška Pot


Il Caso di Ciro Raner

Coloro che si interessano di questioni storiche avranno ben presente la campagna stampa che si era sviluppata alcuni anni or sono a proposito dei presunti “criminali titini”, nonché “massacratori di italiani”, che sarebbero stati “scoperti” da giornalisti come i nostri concittadini Silvio Maranzana, per conto del “Piccolo” di Trieste, o Fausto Biloslavo, che invece ha pubblicato articoli in merito sul “Giornale.
In questa campagna stampa rientra anche la denuncia della cosiddetta “pensionopoli balcanica”, in quanto a quasi tutti questi anziani ex partigiani veniva pagata dall’INPS una pensione (spesso minima), poiché avevano pagato contributi in tempi ormai lontani, quando ancora risiedevano in Italia (ricordiamo che fino al 1945 l’Italia arrivava fino a Fiume). Noi personalmente non vediamo alcun problema nel fatto che chicchessia, fosse anche il peggiore criminale del mondo, macchiatosi di orrendi crimini, riceva una pensione dall’INPS, stante che una cosa sono i contributi versati da un lavoratore e altro la sua responsabilità penale. Ma questi articoli sulla “pensionopoli balcanica”, sono stati successivamente ripresi in Internet da vari siti nazionalisti o semplicemente di destra, e tra i presunti “criminali” che sono stati con questo sistema messi alla gogna mediatica ed additati al pubblico ludibrio, troviamo anche il nome di Ciro Raner, poi inquisito dalla Procura presso il Tribunale Militare di Padova. Raner è deceduto nel 2003 e di conseguenza la sua posizione è stata stralciata, visto che non si può indagare su un morto, ma nel frattempo Raner è stato oggetto di una campagna stampa che lo accusava di avere commesso orrendi crimini, accuse dalle quali egli non si può più difendere.
Dato che noi siamo notoriamente polemisti, cercatori di peli nell’uovo e cacciatori di bufale, abbiamo deciso di mettere in chiaro un paio di cose a proposito delle accuse che sono state rivolte a Ciro Raner così come pubblicate sulla stampa. Iniziamo con un articolo di Silvio Maranzana (“Il Piccolo” del 23/2/96), dal titolo: < Scoperto il “nascondiglio” di Raner, sospettato di aver comandato il lager di Borovnica. Ciro, un sergente “di ferro” >.
< Lo accusano di essere stato il comandante del campo di sterminio di Borovnica, presso Lubiana, dove furono eliminati centinaia di prigionieri, fascisti e no, di avere guidato colonne di deportati, ordinato esecuzioni, cinicamente finito a pistolettate feriti agonizzanti >. A prova di quest’ultima accusa viene citata la seguente testimonianza < acquisita dal magistrato > attribuita ad un (qui non meglio identificato) < triestino rinchiuso a Borovnica >.
< Un prigioniero davanti a me cercò di raschiare il fondo della pentola di acqua sporca e patate subito la guardia partigiana lo colpì con una fucilata. Arrivò Raner che andava a su e giù a cavallo lungo la fila dei prigionieri, prese la pistola che portava nel cinturone e diede il colpo di grazia al ferito trapassandogli la nuca >.
In questo articolo Maranzana non fa il nome del “testimone”, però ne farà il nome successivamente, quando riporterà più volte tale testimonianza negli articoli del “Piccolo” nei quali parlerà di Raner e dell’inchiesta sui presunti “criminali titini”: si tratta di un certo Giovanni Predonzani, ora abitante a Trieste.
Se dunque andiamo a leggere il quarto volume della collana Adria Storia di Marco Pirina, cioè “Genocidio…” (pubblicato nel 1995), alle pagg. 58-61, troviamo la testimonianza di tale Giovanni Pregonzani (un palese errore di stampa), nato a Pirano il 26/5/26, che dice di essere stato richiamato alle armi il 22/0/1944 (sic: altro errore di stampa), e così spiega: < scelsi di prestare il servizio militare con molti miei paesani (…) nelle Waffen SS, fummo destinati a Trieste e poi a Gradisca a guardia di una filatura e di un magazzino (…) >. Successivamente, a fine aprile 1945 i tedeschi li caricarono su alcuni camion e li portarono con sé nella ritirata verso la Germania, ma a Faedis furono mitragliati da aerei alleati, scapparono e furono successivamente catturati da < partigiani comunisti Garibaldini > che li rinchiusero assieme ad elementi della Decima in < una stalla per asini > dove < avvennero pestaggi e violenze >. Poi li mandarono a Cividale e lì li < consegnarono a partigiani sloveni >. Quindi furono portati a Vipacco, ed è a questo punto che la testimonianza si fa per noi interessante.
< Fu durante questo trasferimento che conobbi per la prima volta Ciro Raner, quello che comandava la colonna dei deportati e che poi vidi comandare il campo di Borovnica. Egli andava su e giù a cavallo, lungo la fila di prigionieri. Notai che sul collo aveva una cicatrice molto visibile. Proprio in un momento di pausa conobbi la sua violenza. Eravamo in fila con una scodellina per avere un mestolo di acqua sporca e patate e quello davanti a me, per fame, cercò di raschiare il fondo della pentola, eravamo gli ultimi della fila ed era rimasta solo la scolatura. Subito la guardia partigiana lo colpì con una fucilata trapassandogli il torace. Arrivò il Raner che portava nel cinturone una ben visibile pistola, che dopo aver preso la mira diede il colpo di grazia al ferito sparandogli alla nuca >.
La famosa vicenda della pentola si sarebbe svolta quindi a Vipacco e non a Borovnica. Infatti, se prendiamo in mano la corposa documentazione che il Ministero per gli Affari Esteri raccolse nell’immediato dopoguerra e che è conosciuta con il titolo < Trattamento degli italiani da parte jugoslava dopo l’8 settembre 1943 > (la relazione è senza data: la copia in nostro possesso è quella che è stata allegata agli atti del processo contro Oskar Piskulic, n. 907/97/RGNR Tribunale di Roma), troviamo la seguente testimonianza attribuita al carabiniere Scocca Damiano (nato a Benevento, classe 1921), rimpatriato dopo alcuni mesi di prigionia in Jugoslavia: < ricordo di essere stato testimonio oculare a Vipacco di un atto di ferocia spietata: un prigioniero, che si era avvicinato alla marmitta per prendere ancora un po’ di quella brodaglia che era stata distribuita per rancio, veniva ucciso con una scarica di mitra da parte di un commissario >.
Riprendendo la testimonianza di Predonzani, leggiamo che egli, dopo essere stato internato a Borovnica, vedeva < ogni tanto Raner, il comandante >, mentre il suo commilitone Mariano Radin, che era di Pisino, fu condotto a Pisino, dove arrivò < Ciro Raner che lo conosceva e che aveva con lui un rapporto di amicizia, lo fece liberare > e lo arruolò coi partigiani (dopo che Radin era stato nelle Waffen SS, ricordiamo). In seguito Radin < vedendo mio padre fuori dal campo e trovandosi a Borovnica, non so per quale motivo, intercesse per me e convinse Raner, che mi guardò con disgusto, a farmi liberare >. La partenza da Borovnica di Predonzani ha quantomeno dell’incredibile: < Mio padre mi prese in braccio, mi condusse fuori e giunto alla stazione di Borovnica dopo avere aspettato la mattina seguente mi caricò sul treno per Trieste, cittadina (cittadina, Trieste? ma ci è mai stato?, n.d.r.) che raggiungemmo nel pomeriggio. Qui a causa delle mie condizioni due militari inglesi mi fecero trasportare all’ospedale di via F. Severo (l’ospedale militare, n.d.r.) >, da dove lo trasportarono ad Udine dove rimase fino al 11/9/45.
Predonzani prosegue dicendo di avere rivisto, dopo 45 anni, Radin < che abitava in un piccolo paesino vicino a Pirano > e che gli avrebbe parlato di Raner, dicendogli che < si era fatto una villa con vista su Portorose, sopra Pirano, e che aveva un altro nome (…)ma lo si può riconoscere tramite una vistosa cicatrice; nel dopoguerra è stato anche delegato del comune di Pirano (…) >.
È interessante questo particolare della < cicatrice >, perché ritroveremo questa cicatrice in altri articoli di Maranzana. In quello pubblicato sul “Piccolo” del 6/5/04, leggiamo, dopo la stessa identica citazione della testimonianza del < triestino internato >, che i Carabinieri cercavano a Trieste < testimonianze su una piccola cicatrice sotto la mascella come l’aveva il comandante di Borovnica >.
Questo particolare è ribadito in un altro articolo, sempre scritto da Maranzana, pubblicato sul “Piccolo” dell’8/6/02. Ma se ricordiamo la testimonianza di Predonzani, questi aveva detto che il presunto Raner avrebbe avuto < sul collo (non sotto la mascella, n.d.r.) una cicatrice molto visibile >: quindi non una cicatrice “piccola”, come avrebbero cercato i Carabinieri incaricati dalle indagini, secondo quanto riferisce Maranzana.
Prendiamo a questo punto in mano un memoriale scritto dal torinese Gianni Barral, su sollecitazione dello scrittore triestino di lingua slovena Boris Pahor nel 1999, un ufficiale inquadrato nella 1^ Compagnia del XV Battaglione Costiero (denominazione data dal Reich al 1° Battaglione Volontari dell’8° Reggimento Bersaglieri, intitolato a Bruno Mussolini, fratello del “duce”), che era di stanza nella valle del Bača. Barral fu fatto prigioniero alla fine della guerra e venne utilizzato, in quanto conosceva lo sloveno, come amministratore nello štab (cioè il comando) del campo di Borovnica.
Egli rimase a Borovnica fino al 23 agosto 1945 (poi fu rilasciato); a pag. 92 del suo testo parla di un marsigliese di nome Jean Lagier, < comunista delirante >, che era stato internato dai tedeschi alle acciaierie di Jesenice e poi era passato coi partigiani. Aveva una < cicatrice che gli sfregiava la faccia > e < per la sua sadica passione di torturare e di ammazzare rammentava i peggiori macellai della guerra civile spagnola >. Questo Lagier sarebbe rimasto a Borovnica fino alla fine di giugno 1945.
Proseguiamo ora la nostra analisi di quanto ci ha finora ammanito la stampa sull’argomento. Nell’articolo dell’8/6/02, Maranzana ha anche scritto che < una testimonianza importante è quella del monfalconese Lionello Rossi Kobau internato a Borovnica >; nello stesso articolo si fa cenno ad un comandante di Borovnica di nome Lepuvscek, violento e feroce, appassionato di moto, che ad un certo punto ebbe un incidente con la moto e quindi < dovette lasciare il posto di comandante a Raner che preferiva usare il suo cavallo sul quale si muoveva all’interno del campo commettendo violenze inaudite contro i prigionieri >.
A questo punto è dunque necessario andare a leggere questa < testimonianza importante > resa da Lionello Rossi Kobau, un altro volontario dei “battaglioni Mussolini” che fu internato a Borovnica come prigioniero di guerra. Rossi Kobau, che ha scritto un libro di memorie dal titolo “Prigioniero di Tito 1945-1946” (pubblicato da Mursia nel 2001), in effetti parla di un comandante del campo di Borovnica particolarmente crudele di nome Ivan Lepuvscek, e a pag. 44 scrive: < Ivan Lepuvscek finisce in ospedale per la caduta da una moto, ma il suo braccio destro, un sottufficiale di circa trent’anni Marjan Simcic non è certo meglio del suo capo >.
Quindi, secondo quella che è stata definita dallo stesso Maranzana, < importante testimonianza > di Rossi Kobau, a Lepuvscek sarebbe subentrato come “comandante” di Borovnica non tanto Ciro Raner, quanto un certo Marjan Simcic; e dobbiamo a questo punto precisare che in tutto il suo libro Rossi Kobau non fa mai il nome di Raner, né tra i capi di Borovnica, né per qualsiasi altro motivo.
Riprendendo in mano il testo di Gianni Barral, leggiamo che anch’egli parla del comandante Lepuvscek come dell’unico responsabile di maltrattamenti ed omicidi a Borovnica. Barral inoltre, che pure era transitato per il Vipacco dopo essere stato fatto prigioniero, non parla di scorte a cavallo durante le marce di trasferimento, né dell’episodio della pentola o dell’uccisione del prigioniero. Inoltre, fa diversi nomi di dirigenti o di persone che avevano una certa qual responsabilità o erano presenti nel campo di Borovnica, ma non fa mai il nome di Ciro Raner.
Quando infine Maranzana dà la notizia dell’archiviazione da parte della Procura militare di Padova del procedimento a carico di Raner, in quanto dichiarato < incapace di intendere e di volere > (sul “Piccolo” del 6/5/04, ma all’epoca Raner era già deceduto), si lascia anche andare ad un’ennesima “bufala”, oppure un lapsus dovuto al fatto che quando si scrivono sempre le stesse cose ad un certo punto è inevitabile che se ne scriva una per l’altra. Infatti egli scrive, a proposito di Borovnica, che < nel campo i prigionieri venivano costretti a picchiarsi l’un l’altro e messi con la testa dentro il secchio delle feci >, particolari questi che sono invece storicamente riferiti alle violenze perpetrate alle carceri dei Gesuiti di Trieste nel maggio 1945 (quando un gruppo di criminali comuni si spacciarono per partigiani al comando di Ottorino Zoll e si diedero a violenze e malversazioni), ma dei quali nessuno mai ha sostenuto che sarebbero avvenuti a Borovnica.
Volendo in conclusione ora dare una sintesi a tutto questo, possiamo fissare alcuni punti, dei quali dei giornalisti attenti e professionali avrebbero dovuto tenere conto, se avessero letto attentamente i documenti.
Innanzitutto notiamo che la testimonianza resa da Predonzani si riferisce ad un episodio avvenuto a Vipacco e non a Borovnica; e che un episodio simile (non tanto cruento nei particolari come quello narrato da Predonzani), appunto come svoltosi a Vipacco era stato narrato da altra persona (il carabiniere Scocca) immediatamente dopo la guerra. Inoltre né Barral né Kobau, che hanno scritto della loro permanenza a Borovnica, parlano dell’episodio della pentola, né nominano Ciro Raner in alcun punto dei loro testi.
Infine il teste Predonzani parla di una < cicatrice molto visibile > per riconoscere Raner, mentre gli articoli di Maranzana parlano di una < piccola cicatrice >, però l’uomo che viene indicato da Barral come un feroce aguzzino ed aveva una vistosa cicatrice era il francese Jean Lagier: e pare difficile che a Borovnica vi fossero due persone, ambedue con incarichi dirigenziali, ambedue particolarmente violenti nei confronti dei detenuti, e che erano inoltre tutti e due dotati di una cicatrice molto vistosa in faccia.
(settembre 2005)

Questo articolo è stato letto 4007 volte.

Contatore Visite