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Il Caso di Norma Cossetto.

IL CASO DI NORMA COSSETTO.

INTRODUZIONE.
Una delle vicende che vengono sempre citate quando si vuole parlare di “foibe” e di “barbarie slavocomunista” è quella tragica della giovane Norma Cossetto di Santa Domenica di Visinada (frazione del comune di Visinada – Vižinada in croato, nell’Istria interna), il cui corpo fu recuperato dalla foiba di Surani (che si trova nei pressi di Antignana – Tinjan in croato) nel dicembre 1943.
Sulle circostanze della morte e sulle violenze cui sarebbe stata sottoposta la giovane prima di essere uccisa, la pubblicistica di propaganda sulle foibe ha spesso indugiato citando a volte anche particolari raccapriccianti che però non hanno alcun riscontro storico (su questo punto torneremo più avanti).
Purtroppo la storia di Norma Cossetto è esemplare di un certo tipo di speculazione che viene spesso fatta, a scopo propagandistico, sulle tragedie umane. Quando, alcuni anni or sono, mi capitò di esternare pubblicamente i miei dubbi sulla ricostruzione della morte di Norma Cossetto, in quanto esistono versioni diverse e discordanti delle modalità del rinvenimento della sua salma, fui oggetto di attacchi pesantissimi da parte di varie persone che mi accusarono di non avere rispetto per i morti, di non avere studiato a fondo documenti conservati in archivi che, peraltro, secondo loro mi sarebbero comunque preclusi in quanto “non degna” di consultarli; mi fu addirittura rimproverato di non credere nel sovrannaturale, come se questo fosse un requisito essenziale per la ricerca storica; ed infine fui anche oggetto di minacce che però furono considerate dalla magistratura come “ingiurie” poi fatte rientrare nel “diritto di critica” (ho narrato questa vicenda processuale in “Operazione foibe tra storia e mito”, KappaVu 2005).
Non è stato quindi a cuor leggero che ho deciso di riprendere in mano tutta la documentazione (in realtà si tratta per lo più di memorialistica, come vedremo) riguardante la vita e la morte di Norma Cossetto, ma ho ritenuto di farlo dopo avere letto “Foibe rosse” di Frediano Sessi, libro che, a leggere il sottotitolo “Vita di Norma Cossetto uccisa in Istria nel ‘43”, sembrerebbe essere una ricostruzione storica di questa vicenda.
Invece non è proprio così: dopo alcuni capitoli dedicati alle interviste con testimoni dell’epoca, da pag. 65 in poi (cioè dal capitolo “Lampi di verità sulla vita di Norma?”) Sessi spiega: “al punto in cui siamo è possibile dare forma ai pensieri di Norma e a quella parte della sua vita che solo lei avrebbe potuto raccontare; farne una storia verosimile in forma di diario, a partire dai lampi di verità emersi dalle testimonianze e dalla scarna documentazione (…) in questa ricostruzione realtà storica e immaginazione convergono (…) un metodo che si giustifica (..) con la scarsa documentazione disponibile a fronte della ricchezza di particolari, spesso coincidenti, emersi dai racconti dei testimoni. Un azzardo storico? In fondo, tutte le storie fanno i conti con la finzione perché arrivano a noi solo attraverso il linguaggio e la scrittura”.
Segue quindi uno scritto in forma di diario redatto da Sessi e così introdotto: “allora, se qualche testo scritto di Norma fosse pervenuto fino a noi, avrebbe potuto avere questa forma e questi contenuti”.
Da questo punto in poi, quindi, tutto il racconto di Sessi è pura fantasia ed immaginazione. Però Sessi è un autore molto bravo, e riesce ad accattivare il lettore al punto da indurlo a pensare di avere in mano il vero diario di Norma, un diario mai scritto ma che viene “immaginato” da Sessi. Ricordiamo che Frediano Sessi si è fatto un nome per le sue ricerche sulla persecuzione e lo sterminio degli Ebrei, ed è anche autore di un bel racconto per ragazzi dal titolo “L’isola di Rab” (Mondadori Storie d’Italia, 2001), nel quale spiega ai giovani lettori cosa accadeva nella Jugoslavia occupata dall’esercito italiano e descrive il campo di detenzione fascista di Arbe-Rab. Però alla fine è caduto anche lui, come altri ricercatori, nella trappola bipartisan della necessità di fare luce anche sui “crimini” che sarebbero stati commessi dai partigiani (jugoslavi in questo caso): basti pensare alla corposa pubblicistica del giornalista Giampaolo Pansa su questo tema.
Su questi crimini, reali o presunti che siano, esiste molta poca documentazione (al contrario di quanto si può trovare in merito ai crimini commessi dai nazifascisti) e, nel caso specifico di Norma Cossetto, Sessi decide, in mancanza di prove su cui basarsi, di dedicarsi alla “finzione” della ricostruzione storica. Che il motivo per cui non si trovi documentazione in merito consista forse nel fatto che la maggior parte dei “crimini” che vengono sbandierati dalla propaganda non sono in realtà avvenuti è un dubbio che dovrebbe sorgere in un ricercatore scrupoloso. Se però il motivo della scrittura sta nel dovere a tutti i costi dimostrare l’esistenza di fatti che in realtà non sono avvenuti, semplicemente perché bisogna creare un contraltare al nazifascismo criminalizzando la Resistenza, va da sé che tutte le dicerie, le chiacchiere, le “mitologie” vengano assunte in forza di prove.
Perché la questione da considerare non è se nel settembre/ottobre 1943 i partigiani in Istria compirono degli eccidi: è assodato che vi furono esecuzioni sommarie, vendette personali, e che i corpi degli uccisi furono anche gettati nelle “foibe”. Il fatto è però che i morti non furono migliaia, come la propaganda ha sempre sostenuto, ma tra i trecento ed i quattrocento (furono 217 i corpi recuperati da una decina di foibe, se consideriamo la testimonianza del maresciallo Harzarich dei Vigili del Fuoco di Pola, della quale parleremo più avanti); inoltre, relativamente alle sevizie cui sarebbero stati sottoposti i prigionieri prima di venire “infoibati”, dato che non ci risultano esistere testimoni oculari che abbiano dichiarato di avere assistito alle esecuzioni ed alle violenze, bisogna ribadire che è tecnicamente impossibile valutare su un corpo recuperato in avanzato stato di decomposizione se la vittima aveva subito violenze (tanto meno sessuali) mentre era ancora in vita, e che difficilmente un corpo che precipita per un centinaio di metri rimane intatto dopo la caduta; e teniamo presente che ai recuperi dell’epoca in Istria non furono presenti medici legali né le salme recuperate furono successivamente sottoposte ad autopsia. Inoltre vorremmo aggiungere che le efferate violenze che vengono spesso attribuite ai partigiani (mutilazioni genitali, occhi cavati, seni tagliati) erano in realtà tipiche della tradizione ustaša, come documentato storicamente.
In questo scritto non intendiamo tanto parlare della persona Norma Cossetto (che è stata una tra i milioni di donne vittime della guerra), quanto mettere a confronto le varie testimonianze ed i vari scritti apparsi negli anni sulla sua vicenda: confronto necessario perché, come vedremo, le contraddizioni rappresentano la regola e non l’eccezione.

L’uso che faremo a volte dei soli nomi di battesimo (Norma; Licia; Giuseppe…) non deve intendersi come mancanza di rispetto nei confronti di coloro che vengono così appellati, ma semplicemente un modo di evitare le continue ripetizioni del cognome Cossetto che appesantirebbero il testo.

LE FONTI.
Se non diversamente precisato, le citazioni dei libri devono così intendersi:
Papo: Paolo De Franceschi (pseudonimo di Luigi Papo), “Foibe”, CSA Roma 1949.
Rocchi: padre Flaminio Rocchi, “L’esodo dei 350.000 Giuliani Fiumani e Dalmati”, Difesa Adriatica Roma 1970.
Sessi: Frediano Sessi, “Foibe rosse”, Marsilio 2007.

La maggior parte di coloro che narrano la vicenda di Norma Cossetto prendono spunto dal testo di padre Flaminio Rocchi del 1970 (spesso senza citarlo come fonte), mentre, stranamente, nessuno sembra tenere conto di quanto scrisse, ancora nel 1949, Luigi Papo (considerato uno dei “padri” della “foibologia”), che riporta, come vedremo più avanti, delle testimonianze che contrastano decisamente con quanto invece solitamente si legge.
Più di recente hanno iniziato a raccontare il proprio vissuto i parenti più stretti di Norma, innanzitutto la sorella Licia e poi anche il cugino Giuseppe, che avrebbe partecipato al recupero della salma.
Le testimonianze di Licia Cossetto che analizzeremo sono parte di interviste rilasciate in anni recenti ad alcuni organi di stampa, allo scrittore Frediano Sessi ed alla ricercatrice Rossana Mondoni autrice di due studi su Norma Cossetto, “La verità per la riconciliazione” (Silentes loquimur 2007) e “Nel nome di Norma”, con Luciano Garibaldi (Solfanelli 2010).
Come prima cosa cercheremo di inquadrare la figura di Norma Cossetto, per quanto di lei si sa ed è stato detto nel tempo; e, cosa importante anche se solitamente poco considerata, vedremo anche di fare la conoscenza della sua cerchia familiare e di amicizie.

1. NORMA COSSETTO.
Norma Cossetto era nata il 17 maggio 1920 a Santa Domenica di Visinada; la data di morte presunta viene solitamente fissata al 4/10/43.
Così la descrisse padre Flaminio Rocchi:
“Norma Cossetto era una splendida ragazza di 24 anni (in realtà ne aveva 23, nda) di Santa Domenica di Visinada, laureanda in lettere e filosofia presso l’università di Padova. In quel periodo girava in bicicletta per i Comuni dell’Istria per preparare il materiale per la sua tesi di laurea, che aveva per titolo l’Istria rossa (nel senso della terra rossa per la bauxite)”.
Qui dobbiamo rilevare che tutti coloro che parlano della tesi di laurea di Norma ripetono il titolo così come indicato da Rocchi, mentre in precedenza (1949) Papo aveva scritto che il tema della tesi di laurea era “Gli antichi comuni dell’Istria”. Richieste informazioni in merito all’Università di Padova, abbiamo ricevuto la seguente risposta “Norma Cossetto era allieva di Concetto Marchesi, ma non conosciamo quale sarebbe stato l’eventuale titolo della sua tesi, che non ebbe modo di portare a compimento” (nota d.d. 15/3/11 del dottor Francesco Piovan che ringraziamo per la sua cortese disponibilità).

Un depliant del Circolo culturale Norma Cossetto scrive che nel 1930 la ragazza si trasferì a Gorizia per prepararsi al ginnasio e poi liceo che frequentò fino al 1939, quando conseguì la maturità. A settembre 1939 si iscrisse alla facoltà di lettere e filosofia di Padova (frequentò regolarmente i primi due anni); nell’ottobre del 1941 ebbe una supplenza al liceo di Pisino e l’anno dopo un incarico all’istituto magistrale di Parenzo. Se tutto ciò corrisponde al vero, va considerato che Norma passò ben poco della sua vita nella casa paterna. Il 20 settembre 1943 si recò a Cittanova per parlare con il prof. Carlo D’Ambrosi “eminente studioso dell’Istria e geologo di fama” (“Norma Cossetto”, Trieste, gennaio 2000).
Sessi riporta la testimonianza di un’amica di Norma, Andreina Festi Bresciani, che era stata sua compagna di studi prima al liceo di Gorizia e poi all’Università di Padova; le due ragazze avevano diviso l’appartamento di Padova durante gli studi.
Nell’intervista la signora Bresciani, che vive ora ad Arezzo, ha detto che anche suo padre fu “infoibato” nel 1945. Si trattava dell’ingegner Carlo Bresciani, ingegnere stradale a Gorizia, arrestato nei primi giorni di maggio del 1945 e scomparso. Secondo le note redatte dalla storica slovena Nataša Nemec, che ha condotto una ricerca sugli arrestati a Gorizia, su Bresciani pendevano le seguenti accuse “Squadrista, PFR, delatore e nemico giurato degli Sloveni” (dalle note rese pubbliche nel 2006).
Ecco come Andreina Bresciani descrive Norma:
“Aveva una vera e propria passione per la politica. Ricordo che partecipava con entusiasmo alle manifestazioni per la guerra d’Africa e non faceva mistero del suo nazionalismo spinto. Posso dire che sentiva molto decisamente la sua italianità. E diceva sempre che in Istria erano gli sloveni e i croati a essere fuori posto; perché gli italiani abitavano quella terra con più diritti” (in F. Sessi, “Foibe rosse”, op. cit. pag. 29; Bresciani successivamente negò di avere detto queste parole, si veda L. Garibaldi e R. Mondoni, “Nel nome di Norma”, Solfanelli 2010, p. 59).

Sessi scrive anche che le due sorelle Cossetto, fecero parte dapprima delle “piccole italiane” poi delle “giovani fasciste”; quando Norma andò all’Università si iscrisse al GUF (gruppi universitari fascisti) di Pola; “è sportiva”, aggiunge, e “partecipa con entusiasmo ai Ludi juveniles che si tengono a Como”. Che praticasse diversi sport lo leggiamo in più parti; inoltre esiste una foto che la ritrae mentre tira con l’arco.
Leggiamo cosa scrisse la stampa dell’epoca al momento del recupero della salma di Norma Cossetto:
“La giovane professoressa Norma Cossetto era figlia di Giuseppe Cossetto, trucidato a Castellier assieme al congiunto Mario Bellini; il fratello Eugenio e la cognata di quest’ultimo, Ada Sciortino, erano stati massacrati a Villa Surani. Della famiglia Cossetto, inoltre altri due fratelli Emanuele e Giovanni, erano stati imprigionati a Pisino e furono salvati dall’intervento tedesco.
Nella foiba presso Antignana sono state trovate, oltre ad alcuni indumenti militari, 17 bustine con la stella rossa che dovevano appartenere ai massacratori” (sul “Piccolo” 16/12/43: “26 salme estratte dalla foiba presso Antignana”, articolo firmato P.C. sigla del giornalista Manlio Granbassi, che fu epurato per sei mesi dalla professione nel dopoguerra per i suoi articoli apologetici in epoca nazifascista).
Questo particolare, che viene sistematicamente ignorato da tutti coloro che hanno parlato della vicenda di Norma Cossetto, apre nuovamente degli interrogativi su chi effettivamente usasse le “foibe” per gettarvi dentro le persone uccise. Perché i “massacratori” avrebbero dovuto gettare nella foiba le proprie bustine, dopo aver ucciso tutte quelle persone? Sembrerebbe più logico che le bustine fossero state trovate nella foiba perché c’erano dentro anche i cadaveri dei loro proprietari… uccisi dai nazifascisti.

Secondo alcune fonti, Norma Cossetto sarebbe indicata nella lapide dell’Università di Padova, dove aveva studiato, tra gli studenti vittime dei nazifascisti (così in un articolo sul quotidiano “Trieste Oggi” del 2/10/03); in realtà sulla lapide (la cui foto si trova nel testo di Rocchi) appare la scritta “caduta per la libertà”. Anche a questo proposito abbiamo chiesto chiarimenti all’Università di Padova che ci ha così risposto:
“La Commissione universitaria, istituita per vagliare le proposte e operante dal marzo 1947, nella seduta del 24 maggio 1948, prendendo in considerazione la documentazione inoltrata dalla famiglia, ha riconosciuto il sacrificio della giovane per i suoi sentimenti di italianità; nella seduta del 16 novembre 1948, a seguito di un atto notorio emesso dalla Pretura di Trieste il 5 agosto 1948 su richiesta della madre Margherita Micatovi Pacchialat, ha verbalizzato le conclusioni dell’istruttoria, deliberando all’unanimità la concessione della laurea ad honorem a Norma Cossetto, infoibata dai partigiani slavi.
Nella cerimonia dell’8 maggio 1949, a seguito del decreto citato, Norma Cossetto, figlia di Giuseppe, nata a S. Domenica di Visinada il 17 maggio 1920, è stata proclamata dottore in lettere in quanto “caduta il 5 ottobre 1943 per la difesa della libertà”; il diploma è stato ritirato dalla nipote, figlia della sorella Licia Cossetto Tarantola, accompagnata dal padre (la piccola Norma, cui la madre aveva imposto il nome della zia uccisa, aveva allora tre anni).
Il suo nome, insieme ad altri dieci, non segue l’ordine alfabetico in quanto la lapide, inaugurata l’8 febbraio 1948, è stata successivamente integrata dai nuovi nominativi quando le rispettive istruttorie si sono concluse favorevolmente.
Il 10 febbraio scorso, nel Cortile Nuovo del palazzo del Bo, è stata scoperta una targa dedicata a Norma Cossetto, il cui nome è stato contestualmente coperto nella lapide commemorativa” (nella già citata nota di Francesco Piovan).

Questo infine il necrologio pubblicato sul Piccolo del 16/12/43:
“Nella notte dal 4 al 5 ottobre vittima della barbarie balcano-comunista, nella foiba di Surani (Antignana) venne stroncata barbaramente la giovane vita, tutta dedicata allo studio ed alla Patria, di Norma Cossetto, laureanda in lettere e filosofia figlia del martire Capomanipolo Giuseppe Cossetto”.
Durante la guerra ad un reparto di Brigata nera femminile (per lo più di congiunte di “caduti per la causa fascista” in Istria) fu dato il nome di Norma Cossetto: fu passato in rassegna a Trieste il 26/1/45 da Alessandro Pavolini (in R. Spazzali, “Foibe, un dibattito ancora aperto”, Lega Nazionale Trieste 1990, pag. 164).

2. LA FAMIGLIA DI NORMA.
Vengono sovente nominati molti componenti della famiglia Cossetto. Qui li elencheremo evidenziando i rapporti di parentela e le note biografiche che siamo riusciti a raccogliere su di loro.
Così nel necrologio: “Con dolore che non ha conforto la madre Rita, la sorella Licia, gli zii Giovanni, Caterina ed Emanuele Cossetto (…)”.
Non c’era il padre, Giuseppe, ucciso anche lui in quei giorni. Giuseppe Cossetto era stato segretario politico del Fascio, commissario governativo delle Casse rurali, podestà a Visinada e ufficiale della Milizia (così Licia Cossetto in un’intervista rilasciata a Luciano Garibaldi, “Il Secolo”, 12/1/06). La figlia Licia afferma inoltre, con orgoglio, che fu “tra coloro che parteciparono alla Marcia su Roma nel 1922” (in L. Garibaldi, R. Mondoni, op. cit., p. 13).
Sessi scrive che aveva aderito “al movimento di Mussolini in particolare per il suo programma nazionalista” al ritorno dalla prigionia subita durante la Prima guerra mondiale (era quindi un fascista della prima ora); poi riporta queste dichiarazioni della figlia Licia: “Capomanipolo della milizia, al momento dei disordini (dopo l’8 settembre, nda) viene richiamato a Trieste per disposizioni” (F. Sessi, op. cit., pag. 18). Sarebbe rimasto a Trieste fino ai primi di ottobre, quando, dopo avere saputo dell’arresto di Norma, si aggregò ad una colonna della milizia triestina al comando del capitano Giovanni Downie “per tornare agevolmente a Santa Domenica”. Non sarebbe tornato prima a cercare la figlia perché glielo avrebbero impedito i suoi superiori. Lo accompagnava il sottotenente del Genio Mario Bellini, marito di una cugina (Noemi Cossetto, di cui parleremo più avanti).
Bisogna qui precisare che il capitano Downie comandava il 134° Battaglione d’assalto della 137^ Legione delle Camicie Nere (erano denominati “battaglioni d’assalto” i reparti operativi delle CC.NN.), formazione che prima dell’armistizio aveva operato nella zona di Karlovac e che raggiunse Trieste immediatamente dopo l’8 settembre per mettersi a disposizione dell’Ufficio Coordinamento Ordine Pubblico (al comando del generale Esposito, che da subito aveva deciso di collaborare con l’esercito germanico). Questo Battaglione comandato da Downie “partecipò a fianco dei tedeschi al rastrellamento dell’Istria all’inizio di ottobre, si trovò a Buie il 4 ottobre, il 5 ad Umago e nei giorni seguenti fu in azione a Monpaderno, Visinada, Visignano e Parenzo” (in Stefano Di Giusto, “Operationszone Adriatisches Küstenland”, IFSML Udine 2005, pag. 210): fu quindi una delle “ridotte unità fasciste repubblichine (da poco ricostituite)” (in http://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Nubifragio) a partecipare alla “Operazione Nubifragio” (Wolkenbruch) per la ripresa del controllo nazifascista sull’Istria e nella quale furono impiegate “due divisioni delle SS, tristemente famose: la SS-Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler” e la 7. SS-Gebirgsdivision “Prinz Eugen” (reduce dalla Dalmazia). Furono inoltre impiegate “unità della 162ª divisione turkmena (162. Turkmenische Infanterie-Division), la 24ª Panzer-Division e la 44ª Reichs-Grenadierdivision, la 71. Infanterie-Division” (in http://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Nubifragio).
Di fatto, Giuseppe Cossetto e Mario Bellini rientrarono in Istria in forza all’esercito nazista che voleva riprendere il controllo della zona. In Sessi leggiamo invece che quando i due arrivarono in zona (come se fossero rientrati in Istria da soli e non con le formazioni militari) cominciarono le ricerche e “fermarono alcuni partigiani” dai quali “ebbero notizie di Norma e degli altri parenti arrestati. Seguendo le indicazioni ricevute caddero in un’imboscata nei pressi dell’abitazione di un partigiano di Castellier. Era il 7 ottobre (…)”.
Bellini sarebbe morto subito mentre Cossetto “venne finito a pugnalate da un uomo cui pochi mesi prima aveva salvato la vita portandolo in automobile all’ospedale di Pola”.
Li nascosero “per alcuni giorni” sotto la paglia e poi sarebbero stati gettati nella foiba di Treghelizza Castellier “a poca distanza da dove abitavamo”; furono ritrovati il 16/11/43 assieme ad altri trenta cadaveri della milizia repubblicana di Pola. Secondo Licia, la storia fu così ricostruita “dopo che ci hanno informato del ritrovamento del suo corpo martoriato”. Erano “uniti da una legatura di fil di ferro ai gomiti” (in F. Sessi, op. cit., pag. 47).
Volendo dare un inquadramento storico a questo racconto, in effetti il 7 ottobre il reparto di Downie, con Bellini e Cossetto, si trovava proprio nei pressi di Visinada (Castellier è a poca distanza da quella località): quindi è più probabile che i due siano stati uccisi nel corso dell’offensiva nazista e non mentre cercavano Norma, a meno che non si fossero allontanati dal reparto di appartenenza per le loro ricerche. In ogni caso trovarono la morte nel corso dell’Operazione Nubifragio, che nel suo insieme provocò 2.500 morti, almeno stando a quanto scrive Wikipedia nel citato link: il fatto che i loro corpi siano stati trovati assieme a quelli di altre trenta vittime può confermare che furono uccisi durante i combattimenti. Il problema però è che tutte le altre fonti indicano solo due salme recuperate dalla foiba di Treghelizza Castellier: quelle di Giuseppe Cossetto e di Mario Bellini.
La madre di Norma, Margherita Pacchialat (Rita nel necrologio), era stata una fervente irredentista in epoca austroungarica, almeno stando a quanto raccontato dalla figlia Licia a Rossana Mondoni: da ragazza usciva indossando una camicetta bianca sulla quale appuntava una rosa rossa ed una foglia verde e poi “per sfidare i gendarmi” passava davanti a loro che “la fermavano e le strappavano la rosa” (in L. Garibaldi, R. Mondoni, op. cit., pag. 22).

Licia Cossetto è la sorella minore di Norma, nata nel 1923. Le versioni su quando sarebbe andata via dall’Istria sono discordanti. In un’intervista pubblicata nel 2003 disse che sarebbe andata via da Santa Domenica subito dopo l’arresto della sorella; rifugiatasi prima a Buie e poi a Trieste (“fu un gruppo di tedeschi a offrirci un passaggio”), rientrò a casa dopo l’arrivo dei tedeschi e ripartì poi nuovamente dopo i funerali della sorella; tornò a Trieste dove si sposò (intervista di Viviana Facchinetti e Rosanna Giuricin, “Il calvario di Norma Cossetto nel ricordo della sorella Licia”, ne “l’Osservatore Adriatico”, nov.-dic. 2003). In questa intervista afferma inoltre di essere stata arrestata anche lei il giorno dopo la sorella e liberata da un “amico di papà”, mentre in un’altra intervista spiega che a liberarla sarebbe stato un “partigiano”, suo ex corteggiatore, poi morto in Val d’Ossola (in L. Garibaldi, R. Mondoni, op. cit., pag. 47), e che sarebbe andata a Trieste senza la madre, che protesse la sua fuga fingendo che fossero tutte ancora a casa. Sempre secondo questa testimonianza di Licia, la signora Cossetto sarebbe venuta via dall’Istria appena alla fine del 1947, mentre in un articolo di Luciano Garibaldi, che dice di avere intervistato Licia Cossetto, leggiamo che “Licia e sua madre Margherita si salvarono fuggendo a piedi verso Trieste assieme a una zia moglie di Eugenio Cossetto, un altro fratello del padre infoibato ma pochi anni dopo anche mamma Margherita morirà, stroncata dal dolore. Licia tornò sul posto dove avevano massacrato la sorella nei primi giorni di dicembre allorché quelle terre erano passate sotto la giurisdizione dei tedeschi” (L. Garibaldi, “Il Secolo d’Italia”, 12/1/06).
A Trieste Licia sposò, nel settembre del 1944 un ufficiale pilota della RSI (Guido Tarantola, originario di Ghemme, che fu subito dopo mandato ad addestrarsi sui caccia in Germania); in agosto, mentre si recava in Piemonte per fare la conoscenza dei futuri suoceri, decise di fare una deviazione e “con l’aiuto e il consiglio di persone fidate” di fare tappa a Gargnasco per incontrare Mussolini e riferirgli di quello che accadeva in Istria. Ad accompagnarla da Trieste fino dal “duce” fu la “federale di Trieste” (fiduciaria del Fascio femminile a Lubiana durante l’occupazione italiana ed esponente del MSI nel dopoguerra) Ida De Vecchi. Dell’incontro con Mussolini Licia Cossetto così dice: “non dimenticherò mai quei due occhi di un azzurro profondo e intenso (…) nella mia vita mi capiterà una sola altra volta di vederne di simili: quelli di Giorgio Almirante” (in L. Garibaldi e R. Mondoni, op. cit., pag. 44). Parole che dovrebbero chiarire le simpatie politiche della signora Licia Cossetto, che del resto si è apertamente dichiarata sostenitrice di Alleanza Nazionale, come a pag. 48 del citato libro di R. Mondoni “La verità per la riconciliazione”.
Sessi scrive che dopo la morte dei congiunti “ottiene protezione e una prima forma di giustizia dai tedeschi e dai fascisti repubblichini”. In seguito diventerà “madrina di un drappello della brigata Mussolini operante nel Goriziano” (F. Sessi op. cit. pag. 55.
Nel dopoguerra seguì a Ginevra il marito, nominato direttore della filiale della Ercole Marelli; lei divenne “direttrice delle scuole italiane all’estero” (così nella citata intervista di V. Facchinetti e R. Giuricin)-
Quando nel marzo 2007, gli studenti del liceo classico Dante e del tecnico commerciale in lingua slovena Žiga Zois di Gorizia proposero di apporre una targa che ricordasse Norma Cossetto e Milojka Strukelj, partigiana goriziana uccisa a 18 anni, la risposta di Licia Cossetto e dell’amica Andreina Bresciani fu di netto rifiuto. Questa la motivazione della loro opposizione che apparve sulla stampa:
“Norma è riconosciuta da tutti come una martire, donna simbolo della inconsulta violenza patita dagli italiani in Venezia Giulia, Istria, Fiume e Dalmazia, nel ‘43-‘45; è un patrimonio della storia d’Italia e per questo è stata conferita dal Presidente Ciampi la medaglia d’oro al Merito civile in una toccante cerimonia al Quirinale, nel 2006. La ragazza slovena, da quello che ci è stato detto, era una staffetta partigiana, combattente titina, perita durante un’azione di guerra. L’Italia onora i propri martiri e rispetta i caduti di tutti gli altri popoli. Il proprio martire e i caduti in guerra degli altri popoli sono dei simboli che non possono essere confusi tra di loro” (“Il Piccolo” 6/4/07, edizione di Gorizia).

Un altro Giuseppe Cossetto, classe 1920, era “primo cugino” di Norma; stando a proprie dichiarazioni apparse sulla stampa avrebbe partecipato al recupero della salma, come vedremo più avanti.

Nella foiba di Surani furono ritrovati anche i corpi di altri parenti di Norma: lo zio paterno Eugenio Antonio Cossetto (padre di Noemi Cossetto e suocero di Mario Bellini), che, secondo il necrologio apparso sulla stampa era squadrista Sciarpa Littorio; e Ada Riosa, cognata di Eugenio (sorella della moglie Amalia nata Riosa), già ved. Mechis e successivamente coniugata con Giacomo Sciortino, che alla Guida generale di Trieste del 1942 risulta come capitano in congedo, centurione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale (le “Camicie Nere”), segretario contabile regionale dell’ente “Eugenio Faina” per le scuole rurali di avviamento all’agricoltura.

Noemi Cossetto, cugina di Norma, era sposata con Mario Bellini, che nel 1938 a 25 anni era sottotenente del Genio e fu poi guardia alla frontiera di stanza a Mucici presso Fiume. Scrive Sessi che Bellini, dopo avere contratto nefrite nel 1942 aveva, nel 1943, “lavorato a Trieste in attesa del congedo”. Fu ucciso assieme al padre di Norma. Anche sulla sua biografia abbiamo dati discordanti: “Sposato da un anno e in attesa di un figlio” si legge nel periodico “In città” del 1/10/03, s.f.; mentre nel “Secolo d’Italia” del 12/1/06 Luciano Garibaldi scrive “padre di una bambina di due anni”.

Altro zio di Norma (fratello del padre) era l’ammiraglio Emanuele Cossetto, che avrebbe, secondo il racconto di Licia, riconosciuto il corpo della nipote al momento del recupero. Sarebbe stato proprio questo zio a firmare nel 1945 “una lunga testimonianza sul sacrificio della giovane” (così Giacomo Scotti in “Foibe e fobie”, pubblicato nel numero 2/1997 del mensile “Il ponte della Lombardia”); Rocchi scrive che “Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite di armi da taglio”. Secondo il “Piccolo” del 16/12/43 due fratelli di Giuseppe Cossetto “Emanuele e Giovanni, erano stati imprigionati a Pisino e furono salvati dall’intervento tedesco”.
Emanuele Cossetto aveva frequentato l’Accademia navale di Livorno. Durante la guerra era nella Marina militare; in anni più recenti ritroviamo sue tracce spulciando gli atti parlamentari. Nel 1977 il “comandante” Cossetto, “amministratore delegato e direttore generale della Finmare, ex capitano di vascello della marina militare, già alle dipendenze del SID e già capo di gabinetto del Presidente della Repubblica Antonio Segni”, fu oggetto di alcune interrogazioni parlamentari, perché indagato nell’ambito di un’inchiesta su “manovre finanziarie e speculative che interessavano la società Adriatica Finmare” che portò a spiccare mandati di cattura contro lui e contro altri dirigenti ed armatori. Stando ad una interrogazione del deputato Sansa del 27/10/77 (dalla quale abbiamo tratto le citazione di cui sopra), Cossetto si sarebbe fatto ricoverare in una clinica privata e non sarebbe pertanto entrato in carcere.
In precedenza Cossetto sarebbe stato, secondo il giornalista del “Corriere della Sera” Corrado Guerzoni, “persona di assoluta fiducia di Segni”, ed in effetti, agli atti della Commissione Parlamentare d’inchiesta sugli eventi del giugno-luglio 1964 (il tentativo di golpe detto “Piano solo”), risulta una dichiarazione del generale De Lorenzo che afferma: “con Cossetto eravamo molto in dimestichezza. Quando ero capo del SIFAR, lui era addetto stampa del ministro della difesa, quindi in moltissime circostanze siamo andati o a qualche cerimonia o a incontrare il ministro Taviani; pertanto, c’era una buona conoscenza con lui. Poi lui ha seguito Segni al Quirinale”.
Queste dichiarazioni riguardano la possibilità che fosse stato Cossetto ad accompagnare De Lorenzo ad una riunione “in una casa che ora non ricordo”. In effetti l’ammiraglio Cossetto dichiarò di avere accompagnato l’onorevole de Lorenzo in varie occasioni, ma non in quella specifica di cui gli si chiedeva conto, collegata con l’organizzazione del tentativo di golpe.

Norma aveva un fidanzato, Augusto Alberto Jacobacci (o Jacovacci), di origine vicentina. Sessi scrive che aveva frequentato l’Accademia navale di Livorno con Emanuele Cossetto; durante la guerra era tenente di vascello della Decima Mas, per conto della quale fu impegnato, il 2 ottobre 1943, nella battaglia di Gibilterra. Medaglia d’argento al valor militare per un’azione nel porto di Algeri assieme al comandante Mario Arillo (insignito di Medaglia d’oro). Nel novembre del 1944 Jacobacci comandava il Gruppo operativo “SSB” (Siluro San Bartolomeo) della ricostituita Decima Mas a La Spezia; al suo matrimonio, celebrato a Roma il 14/5/44 fu testimone Sergio Nesi, allora comandante delle truppe d’assalto della Decima a Torlonia (cfr. Sergio Nesi, “Decima flottiglia nostra…”, Mursia 1986, pag. 181).
Sessi scrive che nel 1960 Jacobacci scomparve in mare (aveva 43 anni) durante una tempesta nei pressi di Castiglioncello, mentre andava da Livorno a Fiumicino col suo panfilo “Teror do mundo”. A bordo, specifica Sessi, c’era, oltre al battello di emergenza, “uno di quei siluri chiamati maiali che nel corso della Seconda guerra mondiale, lui stesso aveva cavalcato per violare le basi inglesi fortificate” (in F. Sessi, op. cit., pag. 54). Altrove si legge però che il siluro che si trovava a bordo era un’imitazione e non un originale.

3. L’ARRESTO.
Come abbiamo detto all’inizio, nella vicenda di Norma Cossetto non abbiamo a disposizione documenti ufficiali (salvo il verbale di Harzarich che analizzeremo dopo) ma soltanto memorialistica di vario tipo.
Cominciamo dunque dal testo di padre Rocchi.
“Il 25 settembre 1943 un gruppo di partigiani irruppe in casa Cossetto sparando all’impazzata e razziando ogni cosa. Il giorno successivo prelevarono Norma. Venne condotta prima nell’ex caserma dei Carabinieri di Visignano, dove i capibanda si divertirono a tormentarla, promettendole libertà e mansioni direttive se avesse accettato di collaborare e di aggregarsi alle loro imprese. Al netto rifiuto la portarono nell’ex caserma della Guardia di Finanza a Parenzo, assieme ad altri parenti, conoscenti ed amici, tra i quali Eugenio Cossetto (…) dopo una sosta di un paio di giorni vennero tutti trasferiti durante la notte nella scuola di Antignana”.
Invece nel già citato depliant del Centro culturale Norma Cossetto di Trieste le circostanze dell’arresto sono così narrate:
“Domenica 26 settembre, mezzogiorno; nella piazzetta dei Cossetto c’erano alcuni ragazzi che giocavano ed alcune signore che stavano a guardare”; poi arriva una motocicletta, scende un giovane che chiede di Norma, lei si affaccia, lo chiama per nome, “Giorgio”, e lui le dice che “la vogliono un momento al comando per informazioni”. Norma sale sulla moto “senza alcun timore” e va a Visignano. “Un probabile breve interrogatorio, qualche allusione, forse qualche battuta scherzosa. L’indomani il trasferimento alle carceri di Parenzo. Tutto un piano di diabolica perversione.
Ancora il 30 settembre i parenti si erano presentati con capi di vestiario e del cibo. Non occorreva nulla, disse il carceriere, perché il giorno dopo tutti sarebbero stati a casa”.
Il giorno dopo (…) i prigionieri furono caricati su un automezzo, “forse la corriera della morte”, e portati ad Antignana. “Dovrebbe essere stata la mattina del 1 ottobre, perché in questo giorno, verso il pomeriggio, giunsero a Parenzo i tedeschi”.
(Apriamo una breve parentesi sulla “corriera della morte”: sul “Piccolo” dell’ottobre 1943 si legge di una “corriera della morte” con i cristalli verniciati di bianco, che sarebbe servita a “portar via da Pisino, poco prima della fuga dei banditi, gli italiani di Parenzo” che erano stati arrestati; ma una “corriera della morte” ritornerà in altri testi riferiti al maggio 1945 a Pisino, ma anche nell’Emilia Romagna).

Sentiamo ora come Licia Cossetto ha narrato l’arresto della sorella. Iniziamo dalla più volte citata intervista pubblicata su “L’Osservatore Adriatico”.
“Portarono via Norma una prima volta, a Visignano, e la sera stessa la rilasciarono. Vennero a prenderla il giorno dopo, con la scusa che qualcuno aveva bisogno di lei, come mi venne riferito da un mio cugino. Non ero in casa, per cui quando mamma mi chiamò per avvisarmi, feci solamente in tempo a vederla partire su una motocicletta (nel depliant del Circolo Norma Cossetto non si parla di questo rientro e di un secondo arresto, nda). Aveva 23 anni appena compiuti”. A questo punto c’è come un salto nell’intervista.
“Lei era seduta su una branda, tristissima, non voleva parlare. Si vede che aveva già subito delle angherie; non mi rispondeva, continuava a piangere. Divideva quella stanza con altre persone di Santa Domenica, tra le quali anche alcuni parenti. Presi da parte una delle guardie e dissi – mamma le darà tutto quello che vuole, ma lasci che mia sorella torni a casa con me. Quello con arroganza rispose che entro sera sarebbero stati rilasciati tutti” (nel citato articolo di V. Facchinetti e R. Giuricin).
Nell’intervista rilasciata a Sessi, Licia Cossetto conferma l’irruzione dei partigiani in casa loro. Ma anche qui, quando riprende il racconto delle circostanze dell’arresto di Norma, la descrizione ambientale non corrisponde a quel “clima di terrore” di cui si legge solitamente, e narra i fatti più o meno come li abbiamo letti nel depliant del Circolo Norma Cossetto. Descrizione che dimostra come, pur essendo il paese sotto controllo partigiano, la vita trascorreva tranquilla per i paesani, compresa la famiglia del possidente locale (nonché capo manipolo della Milizia). Del resto anche l’arresto di Norma, che spontaneamente sale sulla motocicletta di Giorgio, non sa tanto di arresto, anche perché la ragazza rientrerà in serata. Qui Sessi scrive che “non si sa” cosa sia effettivamente accaduto al comando, cosa le avrebbero chiesto, se sia attendibile la “voce” che vuole che le avrebbero domandato di collaborare con loro e lei avrebbe fermamente rifiutato. Possibile che non abbia detto alla madre ed alla sorella i motivi della convocazione? Licia ha spiegato a Sessi che era stata “vaga”, che “le avevano fatto delle proposte” e che lei le aveva “rifiutate con decisione”. Ma non si sa di che tipo sarebbero state queste “proposte”, se politiche o solo “indecenti”, come sembra ipotizzare Licia a distanza di anni.
Il giorno dopo ritornò Giorgio: Norma sarebbe nuovamente salita con lui sulla moto, ma la sorella li vide solo quando erano già partiti. La portarono nuovamente a Visignano, però dato che si stavano avvicinando le truppe tedesche dopo un giorno e mezzo andarono a Parenzo, dove Licia andò a cercarla per portarle “dei dolcetti” fatti dalla madre. Lì Norma si trovava sotto arresto assieme ad Ada Sciortino, Eugenio Cossetto, Maria Valenti di Ghedda (cugina della loro mamma). Licia cercò di corrompere le guardie per far liberare la sorella, ma il guardiano le avrebbe detto che “entro sera” sarebbero stati tutti rilasciati.
Licia Cossetto probabilmente non si era recata da sola a Visignano, perché parla al plurale quando dice che durante il ritorno a casa “incontrarono” lungo la strada che va da Parenzo a Santa Domenica detta “ratto di spada” dei militari tedeschi in moto; cercarono di fermarli per chiedere aiuto ma questi li mitragliarono. “Il grosso delle truppe”, spiega Licia, arrivò in serata e fu per questo motivo che i prigionieri furono portati via dai partigiani in fretta e furia, ad Antignana, dove c’era una scuola.

Poi Licia Cossetto dice di essere stata arrestata anche lei, “qualche tempo dopo” (ma non chiarisce dopo che cosa, dato che secondo il suo racconto i tedeschi sarebbero arrivati subito dopo la sua visita alla sorella a Visignano) e portata alla scuola di Castellier, dove le chiesero dove fosse suo padre e “altre notizie sulla nostra famiglia, inoltre insistevano perché io aderissi alla loro causa”. Lei rifiutò, la riportarono a casa dicendole che “l’avrebbero ripresa al più presto”, ma “non fecero in tempo perché arrivarono i tedeschi”. E conclude: “quando le truppe tedesche occuparono anche le nostre zone, per noi il clima di terrore andò scomparendo. In quelle settimane i tedeschi avevano riportato l’ordine, uccidendo anche molti civili allo scopo di disarmare i partigiani e i loro collaboratori” (F. Sessi, op. cit, pag. 42 e seguenti).
Agghiacciante l’indifferenza con la quale Licia Cossetto considera l’uccisione di “molti civili” fatta allo scopo di “riportare l’ordine”: e noi ricordiamo, oltre ai 2.500 morti dell’Operazione Nubifragio, che nell’ottobre del 1943 l’offensiva nazifascista antipartigiana in Istria causò la morte di tredicimila persone, stando ai dati che gli stessi occupatori divulgarono (si veda a questo proposito G. Fogar, , “Sotto l’occupazione nazista nelle province orientali”, Del Bianco 1968, pag. 65).

4. LE SEVIZIE E L’INFOIBAMENTO.
Su quello che sarebbe accaduto a Norma Cossetto dopo che fu portata via da Visignano si è scatenata la fantasia più morbosa dei divulgatori e dei propagandisti. Diciamo fantasia a ragion veduta, perché, come dimostreremo nelle pagine seguenti, non vi sono né testimoni oculari né documenti che confermino quanto descritto nei vari testi.
Rocchi scrisse che i particolari della morte di Norma “trovano conferma in una relazione che lo zio ammiraglio Cossetto ha firmato il 1 marzo 1945 e nella testimonianza della sorella che ha curato il recupero della salma”.
Parte della relazione dell’ammiraglio Cossetto è trascritta nel documento conservato nell’archivio del Ministero degli Affari Esteri “Trattamento degli Italiani da parte jugoslava dopo l’8 settembre 1943”, datato 1946; va detto che molte delle testimonianze contenute in questo rapporto sono del tutto inattendibili, ed è difficile discernere quanto corrisponda al vero e quanto sia mera invenzione propagandistica. La copia in nostro possesso fa parte del fascicolo del procedimento penale contro Oskar Piškulić, 904/97 RRG della Procura di Rom: la esamineremo nel capitolo 7.
E successivamente aggiunge che dopo il ritorno dei tedeschi a S. Domenica “su richiesta della sorella di Norma catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre”.
Secondo Rocchi ad Antignana “ebbe inizio il tormento di Norma. Fissata a un tavolo con alcune corde, venne violentata da diciassette aguzzini, ubriachi ed esaltati, una signora di Antignana che abitava di fronte, sentendo dal primo pomeriggio gemiti e lamenti, verso sera appena buio, osò avvicinarsi alle imposte socchiuse. Vide la ragazza legata al tavolo e la udì distintamente, invocare la mamma e chiedere da bere per pietà. Poco più tardi Norma veniva gettata nuda nella foiba di Villa Surani, sulla catasta degli altri cadaveri degli istriani che l’avevano preceduta (…)” (in F. Rocchi, op, cit. pag. 31).
Nel citato depliant del Circolo Norma Cossetto leggiamo invece: “ad Antignana cominciarono i tre giorni della grande tragedia tremenda, di accanimento bestiale verso la povera giovane. Di lei una donna udì chiara la voce che disperatamente gridava “Aiuto, mamma, acqua”. Nella notte del 4 ottobre, probabilmente al mattino presto, i poveri prigionieri vengono avviati verso la voragine”.
La sorella Licia nell’intervista rilasciata all’“Osservatore Adriatico”:
“Mentre stavo lì, cercando di ricomporla, una signora si è avvicinata e mi ha detto; signorina non le dico il mio nome, ma io quel pomeriggio, dalla mia casa che era vicina alla scuola, dalle imposte socchiuse, ho visto sua sorella legata ad un tavolo e delle belve abusare di lei; alla sera poi ho sentito anche i suoi lamenti: invocava la mamma e chiedeva acqua, ma non ho potuto fare niente perché avevo paura anch’io”.
Così invece nell’intervista raccolta da Sessi:
“Mentre ero lì sull’orlo della foiba (…) mi si è avvicinata una donna “Signora non le voglio dire nemmeno il mio nome, ma desidero che sappia che io abitavo di fronte alla scuola e già nel pomeriggio ho visto dalle imposte chiuse di casa mia questa ragazza che piangeva e alla sera, prima che la portassero via con gli altri ho potuto vedere che l’avevano legata a un tavolo… e tutti quegli uomini che si sono approfittati di lei, ubriachi e sporchi, mentre gridava aiuto, mamma, acqua!” (in F. Sessi, op. cit, pag. 44).
Consideriamo che né Rocchi né gli autori del depliant parlano per esperienza diretta, quindi prendiamo in considerazione le parole che un’anonima quanto misteriosa testimone avrebbe detto a Licia, e cioè che avrebbe visto, chiusa in casa, guardando dalle imposte socchiuse, quanto avveniva dentro la scuola di fronte (padre Rocchi scrisse che la donna avrebbe guardato dalle imposte socchiuse della scuola dentro la scuola: notiamo che sia Rocchi che Licia Cossetto usino il termine imposte socchiuse, però riferito a due edifici diversi).
Nessuno si è mai peritato di verificare il nome di questa signora (che, abitando di fronte alla scuola non dovrebbe essere stata difficile da rintracciare), né se fosse stato possibile che vedesse nei particolari ciò che accadeva nella scuola, così come da lei descritto.
Né alcuno ha posto il problema di come questa signora che evidentemente Licia Cossetto non conosceva, fosse stata in grado di riconoscere la salma come quella della giovane Norma e la stessa come la prigioniera seviziata la giovane Norma, considerando che non abitavano nella stessa cittadina.
Lo “storico” Mario Varesi (che di professione era medico) aggiunge qualcosa in più: “Nel pomeriggio del 26 settembre 1943, in un’aula della scuola di Antignana, Norma Cossetto venne legata nuda ad un tavolo dove 17 partigiani di Tito la violentarono fino a notte fonda pugnalandole le mammelle e conficcandole un pezzo di legno in vagina; poi la gettarono agonizzante nella foiba di Villa Surani dove cadde su un mucchio di altri cadaveri” (così ne“Il martirio di Norma Cossetto, nome simbolo delle crudeltà legate al tempo delle foibe”, g. i. sul “Piccolo”, 13/11/98).
Vi è poi una versione ancora diversa, esposta da Adriana Ivanov, che scrive che Norma sarebbe stata arrestata “mentre girava in bicicletta per consultare archivi” e che sarebbe “stata violentata ripetutamente da sedici aguzzini” non ad Antignana, come dicono gli altri, ma “nelle carceri di Parenzo”, ed “una donna che abitava lì vicino la sentiva implorare pietà, chiedere acqua, invocare la mamma” (A. Ivanov, in “Esodo. La tragedia degli italiani di Istria, Fiume, Dalmazia e Venezia Giulia”, Padova 2009).
Ancora citiamo parte di un articolo firmato da Italo Tassinari: “violentata dai comunisti italo-titini nel settembre del 1943 (violentata da 17 criminali istriani chiamati partigiani) ebbe recisi i seni, fu crocefissa ad una porta, poi impalata”. Tassinari per affermare un tanto si richiama ad una “fonte” che potrebbe sembrare “seria”, infatti aggiunge: “I suoi carnefici le infilarono un palo nei genitali”, recita testualmente Arrigo Petacco nel suo libro “L’esodo”, “poi la scaraventarono nella foiba di Villa Surani”.
Va precisato che questa citazione di Petacco è esatta, ma nel suo libro (edito da Mondadori nel 1999) non parla di “crocefissioni” né di “impalamenti”, l’unico a farlo, da quanto abbiamo potuto constatare è solo Tassinari.
Del resto, come vedremo, sulle sevizie tutte le fonti sono contraddittorie e confuse, a cominciare dallo stesso maresciallo Harzarich, che operò il recupero della salma, e diede due versioni completamente diverse tra di loro.

Infine il cugino Giuseppe Cossetto scrisse “quello che le successe prima di essere gettata viva nella foiba non ha bisogno di mie conferme perché gli stupratori confessarono il loro crimine nei minimi particolari” (lettera di G. Cossetto su “Il Piccolo” 19/12/98). Ma su questo torneremo più avanti.

5. IL RECUPERO DELLA SALMA.
Come per le violenze, così anche in merito al recupero della salma di Norma vi sono diverse versioni. Iniziamo da quanto detto da Mario Varesi nel corso di una commemorazione svoltasi il 12/11/98, nella sala dell’Unione degli Istriani a Trieste: “Circa due mesi più tardi sei dei suoi aguzzini furono catturati e costretti a trascorrere la notte vegliando la salma putrescente di Norma recuperata dal fondo della foiba”, e poi proseguì citando il comandante dei Vigili del fuoco di Pola, Arnaldo Harzarich. Attenzione però: perché vi sono due diverse descrizioni attribuite a Harzarich, quella citata da Varesi si trova in “Foibe” di Papo, ed è citata nel Bollettino dell’Unione degli Istriani n. 28, sett. dic. 1998, pag. 5. Leggiamo:
“Sceso nella voragine (…) fui scosso, alla luce violenta della mia lampada, da una visione irreale. Stesa per terra con la testa appoggiata su un masso, con le braccia stese lungo i fianchi, quasi in riposo, nuda, giaceva una giovane donna. Era Norma Cossetto ed il suo corpo non presentava a prima vista segni di sevizie. Sembrava dormire e neppure lontanamente si poteva immaginare fosse morta da diverse settimane. La prima esplorazione effettuata nella foiba di Surani fu compiuta esattamente il 9 dicembre 1943. La mattina del 10 venne iniziato il lavoro di recupero… la signorina Cossetto venne estratta dalla foiba per quarta e dopo 7 ore e trenta minuti … estratte 12 altre salme. Tutte avevano le mani legate con del filo di ferro, molte erano legate a coppie; la sola Cossetto non aveva le mani legate. Quando io recuperai la salma essa non era per niente in putrefazione, essa era intatta e sembrava che dormisse, tant’è vero che, come io rimasi impressionato nell’averla vista il giorno prima, altrettanto e molto di più rimasero impressionati i due vigili che nel salvataggio mi aiutarono sul fondo della foiba. E sul principio non vollero neppure toccarla perché sembrava che realmente dormisse (…) nel recuperare la salma della Cossetto non vennero neppure adoperate le maschere, perché, come detto sopra, non era per niente in putrefazione”.
Questo recupero sarebbe avvenuto il 10 dicembre 1943 (quindi 67 giorni dopo la data presunta dell’infoibamento). Però se prendiamo il documento “ufficiale” (nel senso che l’unico rintracciabile in un archivio pubblico – archivio IRSMLT n. 346 – si tratta della “Copia del verbale di interrogatorio reso agli angloamericani nel 1945” presso il “centro J” dal 12/7/45, in una località non specificata) dei recuperi effettuati da Harzarich, vediamo che la descrizione è completamente diversa.

“Foiba di Surani profondità m. 135, 10 dicembre 1943.
Presenti: 3 Vigili del fuoco: Giacomini, Bussani, Sabati Giulio (distaccamento di Parenzo), Tamburini Giuseppe.
Pretore di Parenzo (D’Alessandro), Podestà di Parenzo, Podestà di Antignana, giudice Tribunale Pola, Parroco di Parenzo e Parroco di Antignana. Medico. Scorta: 40 militi del presidio di Antignana comandati dal Tenente Giannotti Gino di Trieste.
Fotografie numerate dal 48 al 61 (qui leggiamo “fotografie numerate dal 48 al 61” – 14 foto su 26 salme – mentre nell’elenco nominativo vengono numerate tre foto, dal 46 al 48, quindi precedenti la numerazione sopra indicata, nda).
Annotazione: a differenza delle altre foibe, qui le salme erano legate con filo spinato anziché filo di ferro normale.

26 salme esumate:
1. DE CANEVA Giovanni Battista, milite forestale da Parenzo (foto 45)
2. VALENTI Maria, da Villanova di Parenzo (medico assicura che la donna, “prima dell’uccisione è stata posseduta con la forza”), foto 46
3. SCIORTINO Ada, da Castellier San Domenico di Visinada, segni di violenza (“non è difficile denotare (…) anche dallo stato dei suoi abiti, lacerati solo in determinati punti”) (foto 47)
4. CALLEGARI Virginio da Parenzo, possidente
5. DAPRETTO Giorgio, commerciante da Parenzo
6. VINCENZO Domenico, bidello da Parenzo
7. GUELFI Giovanni, insegnante da Parenzo (recte GUELI, nda)
8. PETRACCHI Torquato, CC, da Parenzo
9. BARBO Antonio da Villanova di Parenzo
10. BARBO Candido da Villanova di Parenzo
11. PAOLI Giacomo, fabbro da Villanova di Parenzo
12. PAOLI Giuseppe fabbro da Villanova di Parenzo
13. DE STALLIS Vittorio agricoltore da Villanova di Parenzo
14. BRAICO Mario da Villanova di Parenzo
15. APOLLONIO Giorgio, da Orsera
16. POLI Luigi, impiegato, da Capodistria
17. COSSETTTO Norma, da Santa Domenica di Visinada
18. POZZAR Antonio, capo operaio in pensione da Santa Domenica di Visinada
19. COSSETTO Eugenio, possidente, zio paterno di Norma
20. FERRARIN Antonio, possidente da Santa Domenica di Visinada
21. ZOTTI Alberto, insegnante, tenente di fanteria, scappato dopo l’8 settempre per sentimenti anti-tedeschi
Descrizione salma Cossetto:
“Detenuta dai partigiani slavi nella ex caserma dei Carabinieri di Antignana viene fissata a un tavolo con legature alle mani e ai piedi e violentata per tutta la notte da 17 aguzzini. Viene poi gettata in foiba (notte dal 4 al 5 ottobre ’43) con un pezzo di legno ficcato nei genitali.
L’esecuzione della Cossetto è stata fatta perché, ricercato il padre, fascista, e non trovato, venne arrestata lei al suo posto. Più tardi anche il padre veniva arrestato e massacrato (vedi foiba di Treghelizza) ma ciò così constata non ha portato alla libertà della figlia innocente”.
Notiamo qui che Harzarich scrive che ad Antignana Norma era stata detenuta nell’ex “caserma dei Carabinieri”, mentre la “testimone” anonima parlò della “scuola”.

Passiamo ora alla descrizione del recupero fatta da padre Rocchi.
“Il 13 ottobre 1943 a S. Domenico (sic) ritornarono i tedeschi i quali, su richiesta di Licia, sorella di Norma, catturarono alcuni partigiani che raccontarono la sua tragica fine e quella di suo padre. Il 10 dicembre 1943 i Vigili del fuoco di Pola, al comando del maresciallo Harzarich, ricuperarono la sua salma: era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro, su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati ed altre parti del corpo sfregiate. Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite di armi da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri. (…) Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani istriani, si seppe che Norma, durante la prigionia venne violentata da molti” (F. Rocchi, op. cit. pag. 33).

Frediano Sessi scrive che il ritrovamento della foiba di Surani “fu piuttosto casuale”, perché “un pastore” aveva ritrovato una “giacca sporca di sangue nelle vicinanze della voragine”. Di seguito “altre successive segnalazioni” fecero intervenire i Vigili del fuoco. L’11 dicembre iniziò il recupero che durò due giorni durante i quali furono completate le operazioni di riconoscimento dei cadaveri, estratti 26 corpi “in avanzato stato di decomposizione tra cui quello di Norma”, poi iniziò il trasporto verso i luoghi di sepoltura. Sessi aggiunge che il “convoglio funebre che si dirigeva verso il centro abitato venne attaccato e mitragliato dai partigiani che cercavano di impedirne il passaggio” (considerando che il territorio era ormai sotto controllo nazifascista, ci permettiamo di prendere questo particolare con beneficio di inventario).
Secondo Sessi erano presenti i parenti di molti scomparsi, il pretore di Parenzo, un giudice del tribunale di Pola, podestà e parroci dei comuni vicini e un medico (F. Sessi, op. cit., pag. 64).
Ancora Adriana Ivanov: Norma sarebbe poi stata portata alla foiba di Surani, “dove fu nuovamente violentata, le furono recisi i seni, spezzate braccia e gambe e fu sottoposta ad ulteriori orrori”. Secondo Ivanov il recupero sarebbe avvenuto “pochi giorni dopo” e cita, del ritrovamento della salma, il resoconto attribuito ad Harzarich, della salma “quasi in riposo”, nonostante tutte le sevizie patite (A. Ivanov, op. cit., p. 25).

Giuseppe Cossetto, “primo cugino” di Norma, scrisse di essere stato presente ai recuperi dalla foiba di Surani, e fece queste affermazioni.
“È vero, il suo volto era bello e sembrava dormisse, però era la sola parte del corpo rimasta intatta. Il resto sembrava non appartenerle: i seni erano tagliati, le gambe stavano in una strana posizione innaturale, una era girata all’infuori e le mani erano legate insieme con del filo di ferro. Sono stato io a togliere quel filo di ferro con le tenaglie, cosa che ho fatto anche ad altri tre poveri cadaveri. Quei corpi erano bene conservati però dopo poco, forse un’ora e chissà per quale legge o fenomeno fisico, al contatto dell’aria divennero tutti neri, quasi irriconoscibili (…)” (lettera di G. Cossetto sul “Piccolo” 19/12/98).
Ed ancora in un’intervista rilasciata all’Ansa: “c’era una nebbia fitta, ma non impenetrabile quel giorno a Surani. Faceva freddo e avevo tanta paura. Poi, dopo il riconoscimento del cadavere di mia cugina ho pianto a dirotto. Non capivo. (…) Poi si seppe che i partigiani titini che la sequestrarono, portandola dapprima in una caserma dei Carabinieri abbandonata e successivamente in una della Guardia di Finanza, abusarono di lei. Io e mia cugina Licia fummo convocati dai tedeschi che erano nel frattempo giunti in zona. Cercavano le tante persone disperse. Ci portarono a Villa Surani e lì riconoscemmo il cadavere di Norma. (…) furono recuperati 29 corpi (Harzarich riferì di 26 corpi recuperati, nda) tre donne, un finanziere, un soldato e 24 uomini. Tutta gente comune anche se non so dire se fossero tutti italiani. Però erano legati tutti con il filo di ferro. Tutti morti” (Pier Paolo Gratton, “Foibe: parla un testimone, quel giorno c’era la nebbia…” Ansa 13/2/07).
Infine il depliant del Circolo Norma Cossetto afferma che Giuseppe Cossetto sarebbe giunto da S. Domenica assieme allo zio Emanuele Cossetto per il riconoscimento.

Ora leggiamo le dichiarazioni di Licia Cossetto.
“Non trovai la forza di scendere nella foiba di Villa Surani. Il maresciallo Harzarich mi raccontò come avvenne il recupero della salma di mia sorella. Era caduta supina, nuda, con le braccia legate con il filo di ferro su un cumulo di altri cadaveri aggrovigliati; aveva ambedue i seni pugnalati, un pezzo di legno conficcato nella vagina e altre parti del corpo sfregiate. Fu nostro zio Emanuele Cossetto a identificare Norma. Riconobbe sul suo corpo varie ferite da arma da taglio; altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri. Norma aveva le mani legate in avanti, mentre le altre vittime erano state legate dietro” (intervista rilasciata a L. Garibaldi, “Foibe, giustizia dopo sessant’anni”, “Secolo d’Italia” 12/1/06). Che queste parole corrispondano esattamente a quelle scritte da padre Rocchi è dovuto al fatto che Licia Cossetto, per raccontare al giornalista la storia della sorella, ha preso in mano il testo del frate ed ha letto il capitolo dedicato a Norma.
Nelle interviste successive, invece, Licia parlerà come ha vissuto di persona la vicenda e non farà più riferimento a Rocchi. Infatti in un’altra intervista leggiamo: “Il 12 dicembre i Vigili del fuoco aprirono la voragine di Villa Surani. Tra le prime ad essere recuperate la salma di Norma (…) Ancora adesso la notte ho gli incubi, al ricordo di come l’abbiamo trovata… solo il viso mi sembrava abbastanza sereno. Ho cercato di guardare se aveva dei colpi di arma da fuoco, ma non aveva niente; sono convinta che l’abbiamo gettata giù ancora viva” (intervista di Nadia Giugno Signorelli, “Superare fratture e divisioni nel nome di Norma Cossetto”, “la Voce del Popolo” 7/10/06).
Nel testo di Sessi leggiamo: “rivedo il corpo martoriato di Norma, sulla terra nuda, vicino alla voragine di Villa Surani, le mani legate dietro la schiena, la camicia aperta sul seno… devo ammettere che non riuscii a riconoscerla dal viso, tumefatto e ferito per la caduta… inoltre erano trascorsi quasi due mesi dalla morte. Ma un particolare mi colpì e mi aiutò a cercare altri indizi: indossava un golfino di lana tirolese che ci aveva comprato papà… (F. Sessi, op. cit., pag. 33).
Ma successivamente: “andai sul posto con mio cugino e lì ho ritrovato Norma. Le mani legate dietro la schiena, i seni pugnalati, la camicetta aperta, la gonna arrotolata in cintura e un legno conficcato in mezzo alle gambe… non un foro di proiettile sul corpo. Tanto che il maresciallo Harzarich mi si è avvicinato, per consolarmi, e mi ha detto: “non se la prenda, guardi il viso di sua sorella… sembra un angelo. Qui le sue sofferenze sono finite… è serena!” (F. Sessi, op. cit., pag. 44).
Ed infine: “ma non è vero, come qualcuno ha scritto, che il suo corpo era rimasto intatto! La morte aveva fatto il suo corso” (F. Sessi, op. cit., pag. 45).

Confrontiamo ora le varie versioni. Harzarich, nel testo a lui attribuito da Varesi e Papo, descrive il corpo intatto, nudo, le mani non legate; nel verbale del 1945 descrive invece il corpo con segni di sevizie e le mani non legate. Rocchi dice che il corpo era nudo e le mani legate davanti; Giuseppe Cossetto dice che le mani erano legate col filo di ferro (sarebbe stato lui a tranciarlo); Licia Cossetto nell’intervista a Garibaldi gli ha letto quanto scritto da Rocchi e cioè che il corpo della sorella era nudo, c’erano tracce di sevizie e le mani erano legate in avanti; invece a Sessi disse dapprima che la sorella aveva la camicetta aperta ed indossava un golfino tirolese che lei riconobbe (pag. 33), mentre alcune pagine dopo parla di camicetta aperta e gonna arrotolata in cintura (quindi non sarebbe stata nuda) e che aveva le mani legate dietro la schiena (pag. 44). Anche relativamente al viso della sorella, nell’intervista del 2006 dichiarò “solo il viso mi sembrava abbastanza sereno” (nella citata intervista di N. Giugno Signorelli su “la Voce del Popolo”), mentre in Sessi leggiamo dapprima “non riuscii a riconoscerla dal viso, tumefatto e ferito per la caduta” (pag. 33) e poi che il maresciallo Harzarich le disse “guardi il viso di sua sorella… sembra un angelo… è serena” (pag. 44).
D’altra parte la descrizione attribuita a Harzarich da Papo e Varesi, cioè un corpo steso “per terra con la testa appoggiata su un masso, con le braccia stese lungo i fianchi, quasi in riposo”, non è compatibile con una caduta di un centinaio di metri: avrebbe potuto essere rinvenuta in quelle condizioni solo se fosse morta solo qualche giorno prima del rinvenimento e qualcuno l’avesse portata giù a mano e composta dopo morta nella grotta.

6. I COLPEVOLI.
Come dichiarò il cugino Giuseppe Cossetto, gli autori delle violenze e dell’omicidio di Norma sarebbero stati identificati ed arrestati. Leggiamo cosa scrive padre Rocchi.
“Dei suoi diciassette torturatori, sei furono arrestati e obbligati a passare l’ultima notte della loro vita nella cappella mortuaria del locale cimitero per vegliare la salma, composta al centro, di quel corpo che essi avevano seviziato sessantasette giorni prima, nell’attesa angosciosa della morte certa. Soli, con la loro vittima, con il peso enorme dei loro rimorsi, tre impazzirono e all’alba caddero con gli altri, fucilati a colpi di mitra” (F. Rocchi, op. cit., pag. 34).
Licia Cossetto: “In tutti questi anni non è stata fatta giustizia. Io ho sporto denuncia: fino a pochi anni fa viveva ancora a Trieste – con la pensione italiana – uno di quelli che l’avevano stuprata; a Santa Domenica ce n’è ancora qualcuno vivo e a tutti è stata concessa la pensione italiana, anche gli arretrati, e si sono fatti le case” (V. Facchinetti e R. Giuricin, articolo cit.).
Invece Sessi così riferisce quanto gli avrebbe detto Licia: dopo il recupero della salma di Norma, in dicembre, la portarono alla scuola di Castellier, “dove avevano imprigionato cinque o sei uomini che erano coinvolti nell’omicidio” di Norma. Uno di essi le si sarebbe gettato ai piedi chiedendo pietà e dicendo “Io non volevo, non pensavo”, ma lei gli rispose che i tedeschi facessero pure ciò che volevano di loro (F. Sessi, op. cit., pag. 47).
Ed infine: “i tedeschi assieme ai militi del presidio (quale presidio? nda) a seguito di una mia denuncia, catturarono alcuni partigiani responsabili… i sei catturati furono costretti a vegliare tutta la notte la salma di mia sorella, prima di essere fucilati. E si dice che tre di loro impazzirono” (F. Sessi, op. cit., pag. 49).
Tra tutte queste ricostruzioni non si riesce a comprendere se i partigiani furono catturati su denuncia di Licia Cossetto o se nel corso di un rastrellamento tedesco; se furono catturati prima del recupero della salma di Norma, ed avrebbero quindi detto dove essa si trovasse, oppure se furono catturati immediatamente dopo, e costretti a vegliare il corpo nella cappella del cimitero. In ogni caso notiamo che nessuno fa mai i nomi di questi presunti colpevoli, né di quelli uccisi né dei sopravvissuti, nonostante Licia Cossetto sostenga di avere “sporto denuncia” contro qualcuno di loro, ancora vivente a Trieste.

In seguito a tutte queste contraddizioni che troviamo in quanto scritto dal 1970 in poi, abbiamo deciso di tornare indietro nel tempo e vedere la documentazione più vecchia.

7. LA RELAZIONE DI EMANUELE COSSETTO.
Avevamo lasciato in sospeso la relazione dello zio di Norma, il futuro ammiraglio Emanuele Cossetto, che sarebbe stata redatta a Trieste l/1/3/45. La leggiamo adesso, dopo avere visto le dichiarazioni più recenti.
“L’8 ottobre 1943, Emanuele Cossetto giunto a S. Domenica incontrò la cognata Margherita Pachielat (sic) moglie del fratello Giuseppe, la quale gli chiese notizie della figlia Norma di anni 24. Egli non ne sapeva nulla.
Norma era stata arrestata il giorno 26 settembre con Eugenio Cossetto, Posar Antonio, Ferrarin Antonio, Ada Riosa ved. Mechis in Sciortino, Zotter Umberto ecc. in tutto 27 persone di Castellier di S. Domenica, di Villaggio Gheda, di Villanova. Vennero portate prima a Parenzo, poi ad Antignana dove – fra 4-5 ottobre – furono buttate nella foiba di Surani (i nomi degli arrestati corrispondono ad alcuni dei recuperati dalla foiba di Surani: Posar dovrebbe corrispondere a Pozzar e Zotter a Zotti, nda).
Emanuele Cossetto, che identificò la nipote Norma, riconobbe sul suo corpo varie ferite di arma da taglio: altrettanto riscontrò sui cadaveri degli altri. (Non escluso che dette ferite fossero determinate da colpi ricevuti dai cadaveri nella difficoltosa ascesa dal fondo delle foibe, contro le pareti rocciose delle medesime).
Norma aveva le mani legate in avanti, mentre alle altre vittime erano state legate indietro. Da prigionieri partigiani, presi in seguito da militari italiani is

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