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      Mučeniška Pot


Il Caso di Riccardo Pangoni, Infoibato a Basovizza e Scomparso a Lubiana nel 1945.

IL CASO PANGONI (SECONDO MANLIO MOGGIOLI).
Girovagando in rete abbiamo trovato, a questo indirizzo http://www.asstriestinigoriziani.it/index.php/mail-del-socio-m-moggioli.html lo scritto di un socio dell’associazione, Manlio Moggioli, che dà un proprio contributo al Giorno del ricordo (10 febbraio) narrando la storia di un presunto “infoibamento”, usando l’artificio (ormai purtroppo piuttosto diffuso) di far parlare della propria morte il protagonista della vicenda. Il racconto di Moggioli (che parla a nome dello scomparso Riccardo Pangoni, arrestato nel maggio 1945 a Trieste dalle autorità jugoslave e poi, sembra, detenuto a Lubiana e mai rientrato), intitolato “La storia trascurata”, è stilisticamente piuttosto ampolloso, inizia con il protagonista che si trova ancora vivo sul fondo di una foiba, assieme ad altri (vivi e morti) e ripercorre le vicende che portarono al suo arresto. Pangoni era un cassiere di banca, e Moggioli gli attribuisce (non sappiamo se a ragion veduta o se è lui a pensare in questi termini) alcuni pensieri mentre il cassiere si muove nella città appena liberata per andare a raggiungere il suo posto di lavoro (abbiamo riportato i passi come si trovano, errori di battitura inclusi) che descrivono i partigiani come selvaggi, opinione piuttosto diffusa nella buona borghesia nazionalista triestina.
Passando vicino al Giardino Pubblico di via Giulia, vedo che delle ”rughe” (termine spregiativo dato ai partigiani che si muovevano in fila come i bruchi – rughe in dialetto, ndr) stanno sostando nel parco. Hanno deposto il fucili, incrociandoli a piramide, acceso un fuoco con i rami caduti dagli alberi e, su di un prato, ballano in circolo il “kolo”. Qualche donna si è tolta la bustina e sciolta i capelli. Potrebbe sembrare una bella scena campestre, se non ci fossero le divise e i fucili, simboli inequivocabili dei conquistatori. Una bandiera a strisce orizzontali bianche rosse e blu, con nel centro una esagerata stella rossa, è il segno della loro origine. Per noi triestini sono “s’ciavi”. (…) C’è sporco da per tutto. Vedo alcuni soldati defecare dietro i cespugli. Un carro armato è stazionato all’ingresso principale del Giardino.
Pangoni aveva una pistola, e sarebbe stato per questo prelevato in casa da due “titini” in divisa ed un “borghese”; abitava in via Cologna, proprio di fronte alla ex sede dell’Ispettorato Speciale di PS, famigerata “villa triste”, luogo di tortura e di uccisioni. Dopo la Liberazione l’edificio (che era stato in precedenza sede di una tenenza dei Carabinieri) fu occupato dal CLN triestino.
Il cassiere Pangoni sarebbe dunque stato portato nell’edificio di via Cologna, dove fu accusato di essere un “sovversivo fascista”. Pangoni nega, allora fanno entrare nella stanza un suo conoscente, il bottegaio Miro che aveva il negozio sotto casa sua e che gli avrebbe gridato “con disprezzo”:
Tasi, porco de italian fascista! Adesso te ga finido de dirme porco de s’ciavo.
Successivamente Pangoni (per la verità Moggioli, dato che Pangoni non ha mai potuto raccontare ciò che gli sarebbe accaduto) sarebbe stato picchiato e poi portato con altri fino davanti a un antro orrendo. LA FOIBA DI BASOVIZZA.
Ci legano con del filo di ferro, in fila, uno dietro all’altro e ci mettono in bilico, sul ciglio del nero pozzo.
Un ufficiale spara una raffica di mitra al primo. Cadiamo tutti dentro con lui, che fortunatamente è già morto.
Così si conclude la fiction di Moggioli che, bontà sua, aggiunge alcune “note esplicative al racconto”.
La storia di Pangoni, afferma, è una storia vera, raccontata in famiglia dai genitori dello scrittore, che l’avevano appresa, nei suoi dettagli, dalla famiglia Pangoni, che viveva nel palazzo acconto al loro (…)Nel rione si diceva che egli fosse stato denunciato per rancori da parte del bottegaio sloveno di sotto casa sua, tale Miro, che Nini, giovane esuberante, prendeva in giro per le sue origini etniche…
Il “giovane esuberante” era probabilmente un razzista della più bell’acqua, a vedere le valutazioni che Moggioli gli attribuisce (“per noi triestini sono s’ciavi”)... Proseguiamo la lettura della “note esplicative”:
Da recenti elenchi di persone scomparse a Trieste, in quel triste periodo, risulta il nome del Pangoni, arrestato il 4 maggio 1945, deportato a Lubiana e ivi scomparso.
Ma se è lo stesso Moggioli a dire che Pangoni sarebbe stato portato a Lubiana e lì scomparso perché lo “scrittore” si è tanto dato da fare per comporre quella melodrammatica descrizione dell’infoibamento che il cassiere avrebbe patito a Basovizza?
Passiamo all’inquadramento storico generale. Moggioli scrive che non si sa quanti effettivamente furono gli scomparsi dalla città di Trieste nel maggio ‘45 (anche questa è un’affermazione ricorrente, solitamente propedeutica ad esagerare il numero dato che “non si sa”) ma che un documento del GMA parlerebbe di 1.492 nella sola città di Trieste. Curiosamente, il primo dei cinque elenchi di “infoibati” redatto per Trieste da Marco Pirina (il recentemente scomparso sedicente storico pordenonese che ha raggiunto la percentuale del 64% di errore nella compilazione di questi elenchi di “scomparsi” per la provincia di Trieste) comprende proprio 1.492 nominativi…
Quanto alle “foibe” istriane, Moggioli è invece più fantasioso: parla della “mattanza del 1943”con “stupri, squartamenti, evirazione di sacerdoti, infoibamenti vari”…
Che gli stupri (peraltro non più di una decina) così come le evirazioni di sacerdoti (una) non siano neppure documentati, abbiamo già scritto, però questa è la prima volta che sentiamo parlare di “squartamenti” operati dai partigiani (in realtà questi erano piuttosto usi degli ustascia, ma abbiamo già notato che per i nazionalfascisti gli “slavi” sono tutti uguali).
Poi Moggioli parla del suocero “amm. Carlo Chelleri”, che secondo lui sarebbe stato dato per disperso dopo l’8 settembre 1943, rifugiato a Isola d’Istria con la famiglia, che lo teneva nascosto, e colà faceva parte del CLN (…) imprigionato dalle truppe di occupazione “titine”, essendo stato incluso nelle liste delle persone da eliminare, preparate dai partigiani sloveni, Un suo compagno concittadino (…)lo aiutò ad uscire dalla prigione e a scappare precipitosamente a Trieste…
Leggiamo nel “Diario storico della Divisione Rossetti” (Archivio IRSMLT n. 1156) il passo riguardante Carlo Chelleri (le parti virgolettate sono citazioni letterali).
La brigata “Timavo”, che “svolgeva attività di sabotaggio e di propaganda ed informazioni che forniva al SIM di Trieste in collegamento con l’Osoppo” fu dislocata anche in Istria con un battaglione agli ordini del capitano Carlo Chelleri, che nel gennaio ‘45 aveva cercato di formare, in accordo con “ufficiali slavi”, un “gruppo partigiano italo-sloveno nella zona d’Isola d’Istria”. Dopo alcune azioni unitarie antinaziste, Chelleri fu “arrestato dagli slavi” il 27 aprile, “per avere esternato i suoi sentimenti d’italianità in una discussione” e fu rilasciato il 30 aprile “all’atto dell’insurrezione”, nel corso della quale ricoprì il ruolo di comandante di piazza, rimanendo in carica fino al 4 maggio, “quando si rifiutò di entrare a far parte della marina jugoslava”. Già sembra strano questo “arresto” da parte “slava” mentre Isola era ancora sotto controllo nazifascista, ma se a Chelleri fu addirittura affidato il ruolo di comandante di piazza, evidentemente i suoi rapporti con gli “slavi” non erano quelli descritti dal genero. Infatti Chelleri rientrò in territorio italiano, ma da quanto è dato sapere, non nella maniera rocambolesca descritta da Moggioli.
Abbiamo quindi letto un ennesimo esempio di pura invenzione spacciata per ricostruzione storica, allo scopo di fare propaganda nazionalista, ed anticomunista, ma peggio ancora, cosa che davvero non è accettabile è che si usino questi argomenti per diffondere messaggi razzisti come quelli che abbiamo visto.

luglio 2011

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