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      Mučeniška Pot


Il Comandante Fidel Castro Ricordato da Alma Masè.

INTERVENTO DI ALMA MASÈ IN RICORDO DEL COMANDANTE FIDEL CASTRO (Trieste, 6/12/16).

Fra poco dovrei compiere novanta anni, non me lo sarei mai immaginato e non è mai stato frutto di uno sforzo, è stato un capriccio del caso. Ben presto sarò come tutti gli altri. A tutti arriverà il proprio turno, ma resteranno le idee dei comunisti cubani come prova che in questo pianeta, se si lavora con fervore e dignità, si possono produrre i beni materiali e culturali di cui gli esseri umani hanno bisogno e che bisogna lottare senza tregua per ottenerli. Ai nostri fratelli dell’America Latina e del mondo dobbiamo far sapere che il popolo cubano vincerà.
Forse sarà l’ultima volta che parlerò in questa sala. Ho votato per tutti i candidati presentati alla consultazione del Congresso e ringrazio per l’invito e per l’onore di essere stato ascoltato. Mi congratulo con tutti e in primo luogo con il compagno Raúl Castro per il suo straordinario impegno.
Riprenderemo la marcia e perfezioneremo quel che c’è da perfezionare, con lealtà trasparente e con le forze unite, come Martí, Maceo e Gómez in una marcia inarrestabile.
Fidel Castro Ruz,
19 aprile 2016, alla chiusura del VII Congresso del PCC.

Care compagne, cari compagni, amiche e amici di Cuba, ho voluto iniziare con le parole di Fidel che, allora, mi sembrarono un presagio. Fidel, come lo abbiamo sempre affettuosamente chiamato in tantissimi a Cuba e nel mondo, se n’è andato alle 10.29 della notte del 25 novembre, 60 anni esatti da quando era salpato assieme a 81 guerriglieri dal porto di Tuxpan, in Messico, alla volta di Cuba per iniziare una Rivoluzione degli umili, per gli umili e dagli umili, entrata di diritto nella Storia, con la maiuscola.
Solo pochi giorni prima, il 15 novembre, avevo visto, nei siti cubani d’informazione, una foto che lo ritraeva attento e sorridente, anche se fisicamente provato, mentre riceveva la visita del Presidente della Repubblica Socialista del Vietnam, il compagno Tran Dai Quang.
Anche se razionalmente mi ero preparata da tempo a questa notizia, il dolore nell’apprenderla dai messaggi di amici e compagni cubani mi ha scosso profondamente, unendo il mio a quello del suo popolo e a tantissimi nel mondo. Perché poco può la ragione nei confronti dei sentimenti. Coloro che nel corso di questi anni, in tutte le parti del globo, hanno affiancato Cuba nelle sue battaglie ideali, hanno difeso la sua Rivoluzione Socialista, lo hanno fatto perché animati da sentimenti di solidarietà, da ideali di condivisione, da autentico amore verso quella consistente parte di umanità che soffre e cerca il proprio riscatto. “El amor con amor se paga” come diceva Josè Martí.
Nell’ottobre 1993 ricostituimmo, nella nostra città, il Circolo dell’Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba. Associazione nata il 27 aprile del 1961, 10 giorni dopo il tentativo d’invasione da parte dei mercenari al soldo degli USA a Playa Giron e fra i cui fondatori vi fu anche Vittorio Vidali . Decisione maturata al ritorno da un viaggio a Cuba in occasione del Primo Maggio, quando a L’Avana assistemmo dalla tribuna alla sfilata. Potete ben immaginare l’emozione che ci travolse nel vedere avanzare nel mezzo della prima fila, l’alta figura di Fidel in divisa verde olivo, mentre veniva eseguito l’inno cubano “La Bayamesa”!
Erano gli anni difficili del periodo especial. Già nel 1990 Fidel aveva avvisato che sarebbero andati incontro a “un periodo especial en tiempo de paz”, dovuto alla progressiva caduta dei paesi dell’Est, loro principale interlocutore economico. Dal 1992 Cuba si trovò a poter contare sul 25% delle risorse economiche precedenti. Eppure non venne chiusa una scuola, né un ospedale; nonostante ciò tutti ebbero il minimo vitale garantito!
Pochi allora, avrebbero scommesso sulla sopravvivenza di Cuba e della sua Rivoluzione. In quegli anni abbiamo fatto la nostra parte per aiutare i bisogni materiali della popolazione, con campagne mirate e finalizzate a progetti e con l’invio di donazioni. Oggi continuiamo nel nostro impegno anche contribuendo a far conoscere la sua storia e la sua ricca e variegata cultura.
Ricordo con amarezza i commenti, anche da parte di compagni con i quali condividevamo ideali e percorsi politici, che ci ripetevano che dovevamo rassegnarci, che Cuba sarebbe caduta, che sarebbe stata la fine di un sogno, che ricordassimo la vicina Jugoslavia. Caparbiamente, perché conoscevamo la storia dell’isola caraibica, abbiamo continuato nel nostro impegno.
Da quando il 10 ottobre 1868 Carlos Manuel de Céspedes, ricco proprietario terriero suonò la campana de la Demajagua”, bruciò il proprio zuccherificio, liberando i suoi schiavi e al grido di “Viva Cuba Libre!” dette inizio alla Prima Guerra d’Indipendenza, nell’isola iniziò a formarsi il popolo cubano con la propria coscienza indipendentista e ribelle. Questa guerra durò 10 anni.
In quell’anno José Martí, intellettuale, maestro, scrittore, poeta e Apostolo della Libertà di Cuba, aveva 15 anni e a 16 fu imprigionato dagli spagnoli proprio per il suo impegno rivoluzionario e indipendentista che lo portò, dopo il fallimento della seconda Guerra d’Indipendenza detta Guerra Chiquita (agosto 1879-dicembre 1880), ad organizzare, riunendo gli indipendentisti nel Partido Revolucionario, con Antonio Maceo e Maximo Gomez, la III Guerra chiamata la “Guerra Necesaria” che iniziò il 24 febbraio 1895. Il 19 maggio dello stesso anno Josè Martí cadde in combattimento a Dos Rios, nell’attuale provincia di Granma. Fu una guerra dura, combattuta anche a colpi di machete, quella che condussero i “mambises”. Nonostante fossero inferiori per numero agli spagnoli, all’inizio del 1898 avevano praticamente conquistato tutta l’isola. E qui avvenne un fatto che avrebbe segnato negativamente la vita di Cuba per oltre mezzo secolo a venire. Proprio nel febbraio di quell’anno, gli Usa inviarono l’incrociatore Maine a L’Avana per il rimpatrio di propri concittadini. Il giorno 15 il Maine esplose causando 266 morti. Gli Stati Uniti, con i mambises già vincitori, dichiararono guerra alla Spagna, distruggendo la loro flotta a L’Avana e nel contempo occuparono Filippine, Hawaii e Portorico. La pace fu firmata a Parigi il 10 dicembre del 1898 fra Spagna e Stati Uniti estromettendo Cuba.

Da allora l’isola venne occupata militarmente fino al 1902. Fu Washington ad imporre, nella nuova costituzione cubana, l’Emendamento Platt che recitava “Cuba acconsente che gli USA si riservino e mantengano il diritto d’intervento per la conservazione dell’indipendenza cubana ed il mantenimento di un governo solido” ed essa non può stipulare trattati internazionali senza l’approvazione del governo statunitense. A quell’epoca risale la base yanqui nella baia di Guantanamo, tutt’ora esistente. Questo da parte statunitense nell’ottica della “dottrina Monroe” che nel 1823 aveva proclamato la loro egemonia su tutto il continente americano.

Ho voluto ricordare sinteticamente questi avvenimenti della storia cubana, affinché sia chiaro a tutti l’entroterra culturale e politico in cui si è formato Fidel, nonostante fosse figlio di un proprietario terriero di Birán (attuale provincia di Holguín) e, come lui stesso ha asserito nelle interviste con Gianni Minà e con Ignacio Ramonet, per questa ragione avrebbe potuto condurre una vita agiata. Fa parte dell’aneddotica attorno alla sua persona lo sciopero che organizzò con i lavoratori di suo padre, assieme al fratello Raul, quando si rese conto delle loro necessità e delle condizioni precarie di vita che conducevano. Durante la riforma agraria, il primo latifondo espropriato fu proprio quello appartenente alla sua famiglia.

Tornando alla storia di Cuba del ‘900, nell’isola si susseguirono presidenti addomesticati come stabilito dalla cosiddetta “Republica mediatizada”, cioè dipendente dagli USA, ma anche feroci dittatori come Antonio Machado e successivamente Fulgencio Batista, autentici torturatori ed assassini. Il popolo cubano in questi contesti non fu mai remissivo e continuò a ribellarsi, a cercare di organizzarsi politicamente, anche armandosi. Da questi fermenti rivoluzionari, nacque, nel 1953, la cosiddetta “generazione del centenario”, in riferimento ai 100 anni dalla nascita di José Martí, che Fidel organizzò, allora giovane avvocato di neanche 27 anni, nell’attacco alla Caserma Moncada di Santiago de Cuba. Sappiamo com’è andata, che fallì, che Fidel, assieme al fratello Raul e ad altri rivoluzionari venne catturato sulla Gran Piedra, nella Sierra Maestra, dal tenente Pedro Sarria Tartabull che, disobbedendo all’ordine di ucciderli sul posto, al grido di: “Non sparate. Le idee non si ammazzano” li riportò a Santiago dove, il 21 settembre di quell’anno, ebbe luogo il processo. Fidel, in carcere, si fece ritrarre davanti al ritratto di José Martí, come messaggio che la sua lotta era la stessa dell’Apostolo. La sua requisitoria, conosciuta mondialmente come “La storia mi assolverà”, è l’elaborazione degli ideali di Martí ed è il manifesto programmatico della Cuba Rivoluzionaria e Socialista.
Purtroppo, sovente chi parla o peggio “blatera” dell’isola caraibica lo fa in totale ignoranza e in malafede senza il minimo sforzo per approfondire e conoscere l’argomento.
Ritornando agli anni difficili del periodo especial, successe incredibilmente che invece di essere lasciata al proprio destino, Cuba e la Rivoluzione Socialista Cubana attirarono le simpatie di una parte consistente del mondo. Mentre dagli Sati Uniti venivano organizzate violazioni di spazi aerei, annunci di futuri sbarchi, anche armati, guerra batteriologica con epidemie inspiegabili per la realtà dell’isola, attentati e quant’altro, sempre più gruppi ed associazioni si stringevano a fianco dei cubani.
Fu nel 1996, durante la conferenza della FAO a Roma, quando Fidel con un breve e concreto discorso bacchettò i cosiddetti grandi per le spese militari, per le distruzioni climatiche, per le devastazioni dei territori che condannavano alla fame intere popolazioni. Concludendo, affermò “Le campane che oggi suonano per coloro che muoiono di fame, suoneranno domani per tutta l’umanità se essa non avrà voluto, o saputo, o potuto essere sufficientemente saggia da salvare se stessa”. Fu il discorso più applaudito e commentato di tutto l’evento. Parlò 8 soli minuti dei 10 assegnatigli.
In quel frangente, come militanti della solidarietà, venimmo invitati a Roma ad un incontro con lui presso l’hotel Holiday Inn della Magliana. Quel 17 novembre è rimasto fra i miei ricordi più cari. Era la prima volta che avevo l’occasione di ascoltare Fidel dal vivo. Ricordo quando entrò nella sala, in doppiopetto blu e cravatta, abito che gli aveva regalato un sarto italiano, suo grande ammiratore, e noi in piedi, applaudendo entusiasti, mentre qualcuno gridò “Fidel sei la nostra dignità!” Rimase sbalordito, commosso, ed iniziò affermando “Voi siete la trincea d’amore nei riguardi di Cuba”. Ovviamente parlò del tema della fame, della denutrizione, del saccheggio delle risorse e fece anche una battuta riguardante le spese incredibilmente alte nel mondo capitalista per il cibo per cani e gatti, asserendo che non aveva intenzione di affamare i nostri amici animali ma proponeva almeno di fare a metà.
In quello stesso anno nella Cuba doppiamente bloccata, sia dagli USA che dal periodo especial, in uno dei centri scientifici de L’Avana stavano mettendo a punto un farmaco l’HEBERPROT-P per curare il piede diabetico ed evitare l’amputazione. Farmaco che in questi 20 anni ha curato centinaia di migliaia di pazienti non solo nell’isola ma in tutta l’America Latina e che a noi, nell’Italia che si riempie la bocca con “diritti umani e democrazia”, è precluso, in quanto supinamente accettante i diktat degli Stati Uniti, che da quello stesso 1996 (democratico Clinton) hanno decretato la perseguibilità di paesi che commerciassero con Cuba, elargendo multe salatissime. Attualmente, qualcosa riguardo a questo farmaco, si sta muovendo giacché immunologi statunitensi si sono indignati ed hanno deciso di disobbedire al blocco iniziando ad importarlo. E se è vero che a Cuba è precluso l’accesso a farmaci perché di fabbricazione statunitense, come quello per la cura del cancro osseo infantile, che come Associazione forniamo ogni anno, è anche vero che a noi è impedito usufruire di quelli prodotto nell’isola che bloccano il proliferare del cancro al polmone, usato con successo da oltre 5 anni.
Negli stessi anni vennero incentivate e create facoltà universitarie d’informatica, vennero aperti i Centros de Joven Computación”, mentre qui i media strepitavano che ai poveri cubani era proibito internet, mentendo spudoratamente o volutamente non informandosi che a Cuba sono preclusi i cavi sottomarini statunitensi. Quindi necessariamente la connessione doveva avvenire tramite satellite, lenta e costosissima. Da alcuni anni sono arrivati i cavi sottomarini dal Venezuela che dapprima hanno privilegiato i servizi ed i posti di lavoro mentre ora si sta diffondendo il wi-fi in tutta l’isola.

Nel 1997 iniziarono, grazie ai progetti di Eusebio Leal, lo storico dell’Avana Vecchia, importanti restauri di questa parte della città divenuta Patrimonio dell’Umanità nel 1982. Venne costituita una società mista “Habaguanex” con il 51% cubano ed il restante straniero i cui utili sono reinvestiti per ulteriori restauri, senza che questo centro storico, fra i più grandi del mondo, venisse svuotato degli abitanti che ne sono l’anima. La validità di questi interventi ha avuto riconoscimenti dall’UNESCO.
Il restauro è ancora in corso essendo un’area vastissima e di pregio.
Qui iniziò l’edificazione della città dalla sua fondazione del 1519, che proseguì fino ai primi anni del ‘900. Nel corso dell’ultimo secolo andò incontro a un progressivo degrado. Giova sottolineare che era nei piani di Fulgencio Batista raderla al suolo per costruirvi grattacieli in stile Miami. Questo per rispondere ai detrattori che hanno incolpato i Rivoluzionari, ed in primis Fidel, dello stato precario degli edifici di questa parte della città.
Anche durante il periodo especial Cuba ha continuato con la solidarietà verso altri popoli e paesi. Dal 1987 sono stati accolti bambini e ragazzi di Cernobyl per essere curati, impegno che continua tutt’ora, a 30 anni distanza dal disastro della centrale nucleare.
Nel novembre 2000 abbiamo avuto modo di visitare la struttura dove sono ospitati, anche con loro familiari, a Tararà, una località sul mare a 20 km da L’Avana. I pazienti non vengono solo curati, ma continuano a studiare, con l’apporto d’insegnanti di madre lingua, coltivano le loro passioni e in quel frangente ci offersero uno spettacolo di danze folkoristiche, esibizioni di canto e di danza classica.
Nella stessa occasione abbiamo anche visitato la Scuola di Medicina Latinoamericana (ELAM) inaugurata l’anno, prima dove studiano gratuitamente ragazzi provenienti da 74 paesi, anche dai rioni poveri degli Stati Uniti. Ragazzi che a casa loro non avrebbero i mezzi economici per poter frequentare la facoltà di medicina e che hanno come unico impegno al loro ritorno di mettersi al servizio di chi ha bisogno. Lo slogan di questa scuola è “Un sogno divenuto realtà”. Quasi 21.000 giovani si sono laureati fino ad oggi. Un attuale progetto della nostra Associazione finanzia anche questa importante struttura.
Allora ci trovavamo nell’isola per partecipare al II incontro mondiale di solidarietà con Cuba che vide la partecipazione di 4500 delegati arrivati da 160 paesi. Questo evento era stato organizzato dall’ICAP (Istituto Cubano di Amicizia fra i Popoli), organizzazione che mantiene i rapporti con le associazioni mondiali di amicizia e solidarietà.
Sul palco nel palazzo dei Congressi de L’Avana campeggiava uno striscione con la scritta: “El mundo debería ser un grande abrazo” (il mondo dovrebbe essere un grande abbraccio), frase di José Martí.
Fidel partecipò a tutte le giornate e concluse l’incontro, sottolineando che se Cuba non avesse fatto della solidarietà internazionale il proprio impegno costante, noi non saremmo accorsi così numerosi per partecipare a questo evento. È bene ricordare le sue parole semplici ed incisive: “Cuba non elargisce ciò che le avanza, ma condivide quello che possiede”.
La solidarietà internazionale fu una costante sin dal trionfo della Rivoluzione e nel corso dei decenni la collaborazione cubana in progetti umanitari ha cambiato le condizioni di vita di milioni di persone nel continente latinoamericano e non solo. Ricordiamo “Barrio Adentro” in Venezuela, Bolivia e altri paesi latinoamericani, che ha portato medici e personale sanitario ad esseri umani che non avevano mai usufruito di cure, la “Misión Milagro”, sempre negli stessi paesi con interventi oftalmologici di elevata qualità a persone disagiate.
Fu proprio in quest’ottica solidaristica che nel 2001 Fidel suggerì la creazione di un metodo di alfabetizzazione destinato a paesi del sud del mondo. Fu così che Leonela Rélys Díaz, dottoressa in scienze pedagogiche, mise a punto il metodo “Yo si puedo” che ha permesso a 5 milioni di persone di 28 paesi del mondo d’imparare a leggere e scrivere. Nel 2006 è stato premiato dall’UNESCO che ne ha riconosciuto l’efficacia.
Per le stesse ragioni solidali nel 2005 venne costituita la Brigata Henry Reeves, un contingente di medici specialisti in situazioni di disastri e gravi epidemie che negli anni è partita per l’Angola, Haiti, Cile, Pakistan, Guatemala e dovunque fosse necessario il loro intervento. Ricordo che nello stesso anno si offrirono d’intervenire in Louisiana dopo l’uragano Katrina, ma Bush rifiuto il loro aiuto. L’ONU, tra l’altro, ha riconosciuto Cuba come uno dei migliori paesi nell’affrontare le calamità naturali, quali gli uragani che spesso devastano l’isola. L’ultimo è stato il Matthew.
Qui vale la pena fare una riflessione. Mentre la Cuba rivoluzionaria, pur stritolata dal blocco economico statunitense, ha iniziato immediatamente a diffondere la cultura con la massiccia campagna di alfabetizzazione del 1961, ha costruito scuole, creato facoltà universitarie, aperte anche a giovani del terzo mondo, inviato missioni mediche dove ce ne fosse necessità, gli Stati Uniti hanno disseminato il mondo di guerre, hanno creato le famigerate Scuole d’America, come Fort Benning in Georgia, dove sono stati addestrati i torturatori e gli assassini delle feroci dittature latinoamericane con la loro scia di morte.

Proprio nel 2005, a fine maggio, Fidel sollecitò i compagni dell’Istituto Cubano di Amicizia fra i Popoli, l’ICAP, ad organizzare in tempi brevissimi, un Incontro Mondiale contro il terrorismo e la manipolazione mediatica. Per uno di quei miracoli che riescono bene ai sognatori, neanche una settimana dopo ci ritrovammo in 700 a L’Avana. Ricevuta la mail di convocazione il giovedì 26, il martedì 31 maggio arrivai nella capitale cubana, assieme ad invitati da altre parti del mondo. L’Incontro si tenne dall’1 al 4 giugno e fu intenso di testimonianze e di denunce. Fra i partecipanti c’erano persone che avevano sofferto sulla propria pelle gli effetti del terrorismo: familiari del volo di Cubana de Aviación esploso alle Barbados nel 1976; Giustino di Celmo, padre di Fabio ucciso in un attentato all’hotel Copacabana, compiuto da Luís Posada Carríles, nel libro paga della CIA e amico personale della famiglia Bush (Giustino è morto un anno fa a L’Avana senza aver ottenuto giustizia); Javier Couso, militante politico spagnolo, attualmente deputato al Parlamento Europeo d’Izquierda Unida, fratello di José, nel 2003 in Irak come reporter, assassinato dai militari statunitensi che spararono contro l’Hotel Palestine; Hebe de Bonafini con le Madri di Plaza de Mayo delle quali tutti conosciamo il coraggio nello sfidare la feroce dittatura di Videla e compari; Martin Almada, paraguayo, educatore, avvocato e difensore dei diritti umani (che significano diritto a vivere un’esistenza degna), militante politico, vittima dell’Operazione Condor, incarcerato e torturato nel suo paese dal dittatore Stroessner. Non è difficile immaginare il coinvolgimento emotivo che ci provocarono le loro testimonianze.
Fidel assistette a tutti gli interventi e ricordo che quando parlò Hebe de Bonafini andò ad abbracciarla con commovente tenerezza.
Nel concludere l’incontro ci avvisò che il terrorismo del 21° secolo avrebbe usato altri mezzi, oltre alle armi e alle bombe, e che saremo stati travolti da uno “tsunami mediatico”, con un’informazione addomesticata e univoca, finalizzata ad addormentare le coscienze che si sarebbero uniformate ai poteri forti. Ci esortò a resistere, a usare tutte i mezzi alternativi possibili per diffondere la verità, a non lasciarci sopraffare dal pensiero unico. Fu profetico se pensiamo a cosa sono oggi i media, sovrapponibili uno all’altro, complici di macellerie sociali, occultatori e manipolatori di notizie.
Il Comandante era informato del piano Bush del 2004 con il fine di annettersi Cuba e contro i paesi dell’ALBA (Alternativa Bolivariana per i paesi dell’America Latina) Venezuela e Bolivia. In seguito nel 2005, il Dipartimento di Stato USA ha stanziato milioni di dollari per addomesticare l’informazione attraverso il CIMA (Centro per l’Assistenza ai Media Internazionali) destinati ad oltre 70 Paesi. Tali finanziamenti sono continuati anche con la presidenza Obama. È questa la chiara risposta al cambio di linea editoriale di tante testate.
A fine luglio 2006 mi accingevo a partire per L’Avana dov’ero stata invitata dall’Istituto Cubano di Amicizia fra i Popoli, a partecipare all’evento per l’80° compleanno del Comandante, quando il giorno 31 le agenzie di stampa mondiali avevano battuto la notizia della sua malattia. Partii ugualmente ed allora non ebbi alcun dubbio che Fidel avrebbe resistito anche in questo frangente. Lui, che aveva superato indenne 638 attentati da parte della CIA, con l’avallo dei vari governi degli Stati Uniti, sarebbe uscito vincente anche questa volta. In quell’occasione ebbi la conferma del grande affetto del popolo cubano verso il suo leader. Nella capitale, nonostante esistesse l’allarme e vi fossero delle navi della marina statunitense al largo de L’Avana, la vita continuava con i soliti ritmi tranquilli, mentre alle finestre, sulle porte delle case erano appesi messaggi d’augurio per la salute e per il compleanno di Fidel. Messaggi spontanei, scritti a matita, a penna, nulla di prestampato o ufficiale. Ministri di tutti i culti religiosi si erano raccolti nella cattedrale della città in una preghiera collettiva per la sua salute, mentre i babalawos (i sacerdoti yoruba, la religione afrocubana comunemente conosciuta come santeria) celebravano riti propiziatori rivolgendosi agli orishas (i santi). Ebbi modo di assistere ad una preghiera ad Obatalà (nel sincretismo la Vergine della Mercede), simbolizzata da una colomba bianca. Questa era popolarmente considerata la protettrice di Fidel, perché quando l’8 gennaio 1959 arrivò a L’Avana, mentre teneva un discorso, una colomba bianca gli si posò sulla spalla destra e ciò venne interpretato simbolicamente come una benedizione da parte della divinità orisha.
La sera del 12 agosto sul Malecón, il lungomare de L’Avana, venne organizzata la “Cantada por la Patria” nel Parco della Dignità, costruito nel 2000 durante la vicenda del piccolo Elián Gónzales, di fronte a quella che è l’Ambasciata degli Stati Uniti e che allora era l’Ufficio d’Interessi (edificato in epoca della presidenza Carter). Grandi artisti cubani si esibirono di fronte a decine di migliaia di persone, testimoniando con canzoni e poesie il loro affetto e il loro augurio per il Comandante.
Intanto le notizie sul suo stato di salute erano confortanti e i giornali e la televisione diffondevano immagini della visita di Hugo Chavez, accorso al suo capezzale, che conversava con lui.
Partii fiduciosa nel suo recupero, certa che lo avremmo rivisto nella sua uniforme verde olivo, come nella foto che abbiamo esposto. Foto che venne scattata da Gianfranco Ginestri, compagno della nostra Associazione di Bologna, il 12 agosto 1996, alla vigilia del 70° compleanno di Fidel. Se lo trovò davanti all’improvviso e con una macchinina fotografica usa e getta, lo immortalò sorridente e con il gesto spontaneo di saluto. Anni dopo seppe da parte del figlio Fidelito, che amavano molto questa istantanea perché l’unica nella quale il padre avesse guardato l’obiettivo. Ginestri, che è anche giornalista free-lance, è stato lo “scopritore” di Gino Donè Paro, el italiano della spedizione del Granma, divenendone grande amico.
Purtroppo il Comandante non apparve più, com’eravamo abituati a vederlo. Dal marzo 2007 iniziò a scrivere le sue riflessioni, pagine di lucide analisi su vari argomenti e nel febbraio 2008 annunciò la rinuncia alla presidenza, diventando un privato cittadino, el compañero Fidel, anche se continuava ad essere un attento osservatore e commentatore della realtà mondiale attraverso i suoi scritti.
Fidel nei giorni scorsi è partito per l’ultimo viaggio, rifacendo a ritroso quella “Carovana della Libertà” che nel 1959 aveva percorso da Santiago de Cuba a L’Avana. Immagini toccanti hanno attraversato il web, d’immense concentrazioni di folla accorsa a salutare il Comandante. La Piazza della Rivoluzione de L’Avana, che contiene comodamente 1.500.000 di persone, è risultata troppo piccola, con fiumane di gente nei viali adiacenti.
Se n’è andato lasciando l’isola con la 25ma vittoria nella votazione contro il blocco statunitense, 191 paesi a favore di Cuba e 2, a sorpresa, astenuti: USA ed Israele; con un’aspettativa di vita per i cubani di 80 anni per le donne e 78 per gli uomini; con un tasso di mortalità infantili del 4,2 per mille. E con riconoscimenti importanti da parte dell’UNICEF: unico paese dell’America Latina e dei Caraibi che ha sconfitto la denutrizione infantile e che garantisce i diritti dei bambini, nonché il migliore dell’aerea per l’esistenza delle bambine, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito il suo sistema sanitario da prendere ad esempio per tutti i paesi del mondo e ha confermato che l’isola ha eliminato la trasmissione del virus HIV da madre a figlio. L’UNESCO a sua volta ha riconosciuto come l’unico paese in America Latina a garantire l’educazione a tutti. Questa organizzazione pochi giorni fa ha dichiarato la “rumba cubana patrimonio immateriale dell’umanità”, che va ad associarsi alla “tumba francesa” e agli altri 9 siti riconosciuti negli ultimi 30 anni. ONU, UNICEF, OMS e UNESCO: non certo pericolose associazioni no global!

A coloro che ora si chiedono Cosa succederà? voglio rispondere con le parole di Aleida Guevara, figlia del Che, da una recente intervista al Fatto Quotidiano:
Quante volte in Europa mi hanno chiesto: cosa succederà a Cuba quando Fidel Castro non ci sarà più? Ho sempre risposto: un popolo decide di fare una rivoluzione socialista a 90 miglia dall’impero più forte di questo pianeta e resiste all’embargo più criminale della storia dell’umanità, non perché esiste un uomo ma perché ha coscienza sociale.
Ci sia o non ci sia Fidel Castro, il popolo cubano ha un livello culturale sufficiente per non lasciarsi ingannare. Il merito di Fidel Castro è stato quello di costruire una coscienza di Popolo.

Concludo, compagni e amici, con queste parole:
Parlate spesso di diritti umani, ma è anche necessario parlare dei diritti dell'umanità. Perché alcune persone camminano a piedi nudi, in modo che altri possano viaggiare in auto di lusso? Perché alcuni vivono trentacinque anni, in modo che altri possano vivere fino a settant'anni? Perché alcuni sono miseramente poveri, in modo tale che altri possano essere estremamente ricchi? Parlo in nome dei bambini che nel mondo non hanno un pezzo di pane. Io parlo in nome dei malati che non hanno alcuna medicina, di coloro i cui diritti alla vita e alla dignità sono stati negati
Fidel Castro

HASTA LA VICTORIA SIEMPRE! YO SOY FIDEL!

dicembre 2016

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