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Il Dottor Brenci, Magistrato a Trieste.

IL DOTTOR BRENCI, MAGISTRATO A TRIESTE.
\"Alessandro Brenci, già presidente del Tribunale di Trieste, è morto di recente, in età avanzata, e ci permettiamo di fare qualche considerazione su di lui, che, in questa città ha svolto, nei decenni passati, ruoli non di secondo piano. Si occupò della pubblica accusa ai tempi del processo per la Risiera di San Sabba, e fu quindi compartecipe delle polemiche che quel processo si trascinò dietro. Io, personalmente, lo ricordo in maniera umanamente molto positiva. Il dottor Brenci era solito intrattenere rapporti molto cordiali con coloro che collaboravano con lui per ragioni del suo ufficio e questa cordialità non poteva che sfociare, secondo il suo punto di vista sulle relazioni umane, intorno ad una bella tavola imbandita al fine di passare così una serata ugualmente bella. Fu durante una di quelle serate che il dottor Brenci raccontò con tutti i particolari e l’autoironia di cui era capace, la sua avventura umana di certo non consueta, occorsagli in occasione dell’8 settembre 1943. A quell’epoca il Brenci era giovane sottotenente di complemento di prima nomina, ed era assegnato alle nostre truppe di occupazione del Pireo, in Grecia. La decisione del governo di Badoglio di abbandonare l’alleato tedesco non lo convinse affatto, ed egli, a quella notizia, tra lo sbandamento generale dei comandi italiani, reagì a suo modo, con l’impulsività, e diciamolo pure, con l’incoscienza dei suoi vent’anni, ed a questo punto è decisamente riduttivo tentare di ripetere quello che viva voce del Brenci era in grado di dire
Uscito dalla sua caserma pieno di sdegno, egli si imbatté in una pattuglia di SS e presentatosi al comandante così disse: Io non accetto le decisioni del mio governo e mi metto a disposizione dell’alleato tedesco.
L’ufficiale lo invitò a seguirli e lo condusse al loro comando. Qui fu ricevuto da un colonnello il quale, più divertito che altro, guardò il giovanissimo sottotenente italiano e gli chiese quale fosse la sua città di origine. Saputo che era di Trieste, gli fu consegnato un plico chiuso con un incarico preciso: portarlo al comando della SS di Trieste. ricevette anche un lasciapassare nel quale veniva nominato “corriere”, con obbligo, per tutti i reparti tedeschi, di favorire il suo arrivo a Trieste.
Recuperate le sue cose, partì con un’autocolonna tedesca per un lungo ed incerto viaggio, che durò ben due settimane, via terra fino a Spalato e poi su piroscafi fino a destinazione.
Consegnata la lettera chiusa al Comando SS di piazza Dalmazia ricevette queste disposizioni: rimanere a disposizione di quel comando presso il proprio domicilio a stipendio pieno pagato dal governo di Salò, con divieto per gli altri comandi di impegnarlo. A suo dire, in due anni la SS non lo convocò mai per alcuna operazione. “Ma ora, dottore, lo rifarebbe?”, gli chiedemmo al termine del racconto. “No”, fu la risposta secca, “quello fu un errore di gioventù, e meno male che è andata bene”. E così dicendo alzò il bicchiere alla nostra salute! Per me, era una simpatica persona\".

Questo il ricordo che Vincenzo Cerceo scrisse del dottor Brenci, scomparso nel 2006, e da noi pubblicato due anni fa. Però il racconto riferito da Cerceo non corrisponde con quanto risulta invece da alcune pubblicazioni. Però il racconto riferito da Cerceo non corrisponde interamente con quanto risulta invece da alcune pubblicazioni. Innanzitutto nella “Storia della Guardia civica di Trieste”(edito dal Centro studi storici della Guardia civica di Trieste nel 1996), leggiamo che il tenente Alessandro Brenci fu dapprima comandante della 7^ compagnia del II Battaglione Guardia Civica, poi (primavera 1945) comandante della 2^ compagnia del I Battaglione (che aveva sede nell’ex caserma dei Carabinieri “Podgora”). Successivamente lo stesso tenente Alessandro Brenci risulta, nel “Diario” della Brigata Garibaldi del CVL (appartenente alla Divisione Giustizia e Libertà) quale comandante del III reparto, che aveva come zona di operazioni piazza Oberdan, piazza Dalmazia e largo Piave (proprio dove si trovavano le sedi della SS). Questo reparto, secondo il “diario” sarebbe stato composto da squadre mobili che dovevano correre ove fossero state richieste. Dalla cronaca degli eventi insurrezionali risulterebbe che questo III reparto avrebbe occupato il 30 aprile i palazzi di piazza Oberdan, sarebbe stato attaccato dagli Alpenjäger, fatto prigioniero e rinchiuso nella scuola di via Ruggero Manna. Il giorno dopo il tenente Brenci “coadiuvato dai suoi uomini” e “approfittando della confusione” avrebbe “ottenuto una resa delle truppe tedesche che si trovavano nella scuola” (Note riportate da R. Spazzali in “Volontari della liberta. Dalla resistenza politica all’insurrezione armata”; il “Diario” è conservato presso l’Archivio dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione di Trieste, n. 1157). Curiosamente nel diario viene indicato sempre il 30 aprile per ambedue gli eventi, nonostante i fatti vengano narrati come se si fossero svolti in due giornate.

È quindi quantomeno strano che il dottor Brenci, se è stato comandante nella Guardia civica e poi nel CVL, abbia sostenuto di essere stato un SS “in sonno” durante la guerra. Però questa curiosa vicenda ci ha richiamato alla memoria alcune annotazioni in merito al corpo della Guardia civica che lasciano intravedere l’esistenza di un rapporto abbastanza stretto tra questo corpo e la SS stessa. Ad esempio, nei “Diari” di Diego de Henriquez (conservati presso i Civici Musei del Comune di Trieste) vi sono delle annotazioni fatte dallo studioso che parlano di un gruppo di guardie civiche che prestavano servizio in divisa da SS proprio presso il Comando di piazza Oberdan.
Inoltre, in una relazione compilata dall’Ozna di Trieste nel maggio 1945 si legge che: “la Guardia civica era un corpo armato alle dipendenze del SS und Polizei Kommandeur generale von Maltzen” e che il “Vice comandante era il colonnello Temstett”. Che l’addestramento del Corpo era “assunto da sottufficiali tedeschi della Polizia e della SS”; che il Corpo era sotto diretto “controllo tedesco in un primo tempo tramite un ufficiale di polizia distaccato presso il comando”, poi tramite “due marescialli della polizia al Comando e un ufficiale della polizia o della SS per ciascuna compagnia, oltre al sottufficiale istruttore che praticamente era il comandante dell’unità”. Quanto agli ufficiali “seguivano un corso a Duino tenuto dalla SS”, dove la valutazione finale veniva fatta sì “in base all’attitudine militare” ma anche in base ad una “valutazione politica e morale”.
Sempre secondo questa relazione gli stipendi della Guardia civica sarebbero stati “pagati dalla cassa SS”, così come le forniture (viveri, armamento, equipaggiamento) sarebbero state tutte provenienti dal comando SS.
All’interno della struttura della Guardia civica, dopo il “completamento dell’istruzione”, il comando SS avrebbe formato una compagnia denominata ufficialmente Schutzpolizei, comandata dal maggiore Matz. Questa compagnia, leggiamo, “forniva i pattuglioni notturni, le ronde di giorno in città per il mantenimento dell’ordine pubblico ed effettuava arresti di renitenti e disertori (rastrellamenti di rioni con altre compagnie della Guardia civica e altri corpi armati)”. Nel corso di questa attività “antiribelle” la Schutzpolizei avrebbe anche partecipato al saccheggio ed all’incendio dei villaggi di Visogliano e Malchina (nel comune di Duino Aurisina). Il documento citato si trova presso l’Archivio di Stato di Lubiana, AS 1584, a.e. 451).
Che la Schutzpolizei collaborasse quantomeno con l’Ispettorato Speciale di PS (corpo speciale di repressione antipartigiana) è dimostrato da un atto che si trova in un fascicolo contenente una parte dei documenti sequestrati al commissario Gaetano Collotti (dirigente in seconda del Corpo, tristemente noto per i suoi metodi violenti e le torture inflitte ai prigionieri) al momento del suo arresto nei pressi di Carbonera di Treviso (27/4/45) (il fascicolo si trova presso l’Archivio dell’ANPI di Trieste, busta 10). Si tratta di una ricevuta a nome di Nicolò Toihkichk (così si legge: accanto c’è un’annotazione “ucraino”) della Schutzpolizei “quale indennizzo per vestiario di mia proprietà andato smarrito in casa del bandito Caucci Bruno”, nel corso di un’operazione condotta appunto dall’Ispettorato Speciale.
Un altro motivo di confusione che poteva crearsi tra guardie civiche ed SS è il fatto che all’inizio le guardie civiche vestivano divise “verdi turchine”, molto “simili” a quelle delle SS; ed a questo proposito dobbiamo ricordare quanto riferito da Primož Sancin, in una lettera pubblicata sul quotidiano “Il Piccolo” di Trieste (3/11/99), di una testimonianza di Jordan Zahar, di Boršt- S. Antonio in Bosco (villaggio nel comune di Dolina, in provincia di Trieste). Nell’estate del 1944 il quindicenne Zahar sorvegliava con altri coetanei il pascolo del bestiame presso il pozzo della miniera di Basovizza (cioè la cosiddetta “foiba” di Basovizza, oggi monumento nazionale), e disse: “abbiamo visto più volte venire su due appartenenti alla Guardia Civica (riconosciuti per le loro buffe uniformi di colore blu e verde) che portavano con sé dei civili che, uno alla volta, gettavano dentro il pozzo. Abbiamo notato che spingevano giù sia maschi che femmine. Li vedemmo arrivare un giorno con un furgone della ditta Zimolo”.
È interessante il particolare del “furgone della ditta Zimolo” (impresa di servizi funebri), perché da varie altre testimonianze risulta che veniva usato dall’Ispettorato speciale per mascherare le proprie azioni di repressione. Ed a questo punto dobbiamo anche considerare che vi sono alcune persone che risultano sia nei ranghi dell’Ispettorato che della Guardia civica: nella fattispecie Mauro Padovan e Carlo Mazzoli, infiltrati nelle file partigiane (dove erano conosciuti come “Papp” e “Mucc”), che contribuirono a far catturare diversi antifascisti; e Corrado Binetti, che appare sia come guardia civica che come PS in servizio a Lubiana durante l’occupazione nazifascista.

Torniamo alla carriera del dottor Brenci, che negli anni ‘70 fu Pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Trieste. Fu PM anche nel primo dibattimento relativo alla strage di Peteano (l’attentato che causò la morte di tre carabinieri nel 1972). Nel 1974, nel corso del dibattimento svoltosi in Corte d’Assise a Trieste dove erano imputati alcuni cosiddetti “balordi” goriziani, riconosciuti poi del tutto estranei ai fatti, la difesa aveva chiesto si indagasse sugli inquirenti che avevano depistato le indagini sulla strage. Per l’attentato furono successivamente condannati i due ordinovisti friulani Cicuttini e Vinciguerra, quest’ultimo responsabile confesso, è anche autore di un libro di memorie nel quale parla di strumentalizzazione di militanti dell’estrema destra da parte dei servizi segreti (V. Vinciguerra, “Ergastolo per la libertà. Verso la verità sulla strategia della tensione”, Arnaud 1989. Testo che naturalmente va preso con le dovute cautele per la particolare figura dell’autore, che comunque in più punti si dimostra reticente e non esaustivo).
Tornando alla denuncia degli avvocati difensori, il dottor Brenci, assieme ai magistrati Pontrelli, Coassin e Serbo archiviarono la denuncia e nel contempo promossero azione penale contro i legali degli imputati: il tutto senza rimettere gli atti alla competente corte di Cassazione che avrebbe dovuto decidere a chi affidare le indagini. Furono per questo indiziati dalla Procura di Venezia (1976) per “concorso in omissione d’atti d’ufficio per l’omesso promovimento dell’azione penale”, e per “concorso in abuso di atti d’ufficio” relativamente alle incriminazioni degli avvocati.
Ricordiamo che nel 1979 il tribunale di Venezia riconobbe la responsabilità nel depistaggio delle indagini di due ufficiali dei Carabinieri (Mingarelli e De Chirico) e del magistrato goriziano Cenisi, (un altro magistrato, Pascoli, fu prosciolto per insufficienza di prove).
Non siamo invece finora riusciti a sapere come si conclusero le indagini su Brenci e gli altri magistrati.

Nel luglio 1972 il dottor Brenci indagò alcuni esponenti dell’estrema destra triestina (in parte di Ordine Nuovo, in parte di Avanguardia Nazionale) per presunta ricostituzione del disciolto partito fascista: dopo un anno d’indagini furono tutti prosciolti.
Nel 1975 fu PM nel dibattimento a carico dei neofascisti Carlo Cicuttini e Vincenzo Vinciguerra, incriminati per il tentato dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari (1972), nel corso del quale rimase ucciso un giovane estremista di destra, Ivano Boccaccio: in un articolo de “L’Unità” (8/3/75) leggiamo che Brenci avrebbe affermato: “Le implicazioni politiche di questo fatto non ci riguardano”.

Il dottor Brenci fu anche il PM che scrisse la requisitoria di rinvio a giudizio per i crimini della Risiera di San Sabba (campo di concentramento, transito ed anche di eliminazione fisica dei prigionieri gestito dai nazifascisti a Trieste). I principi giuridici espressi in questa requisitoria (successivamente accolti in toto dal magistrato inquirente Sergio Serbo) ci suscitano, in alcune parti che qui evidenziamo, quantomeno alcune perplessità.
Citiamo: “va premesso che la Venezia Giulia ed altri territori limitrofi erano stati costituiti in Territorio del Litorale adriatico (da annettersi al Terzo Reich in caso di vittoria) dichiarato zona d’operazioni sia in rapporto alla sua posizione strategica (…) sia perché zona di attività di formazioni partigiane. Sotto questo punto di vista era perfettamente normale che dovesse venire applicata la legge di guerra con la possibilità di applicare sanzioni drastiche”. Inoltre, dato che è “prescritto da tempo il delitto di abuso sui detenuti”, il PM afferma che “non si vuole neppure tenere conto” del fatto che si sia “usato nella maggior parte dei casi modi e tecniche ripugnanti”. Ancora: “non si è addebitata agli attuali imputati alcuna responsabilità in ordine all’esecuzione di persone implicate in attività militari o politiche perseguite dalle leggi di guerra inevitabili in tali circostanze. Ci si riferisce ai casi di Cecilia Deganutti, agente del servizio segreto italiano, di Golec Jovan agente dell’Intelligence service, di Berghinz Paolo o Andrian Giovanni, militari italiani operanti con incarichi informativi e di sabotaggio o di Paolo Reti, responsabile dell’organizzazione militare del locale CLN. Lo stesso vale per centinaia di partigiani, catturati con le armi in pugno o comunque identificati come tali e quindi assoggettabili alle leggi di guerra”. Queste valutazioni non ci sembrano del tutto congrue con le normative internazionali che prevedono il rispetto dell’integrità fisica dei prigionieri di guerra, siano essi militari o civili; e, da quanto ci consta, le leggi di guerra non prevedono in alcun caso la liquidazione sbrigativa, senza processo, dei prigionieri, ancorché “partigiani catturati con le armi in pugno”.
In conclusione: “il nefasto reparto (…) si è comportato in questa zona non quale reparto militare o comunque solo con la copertura di qualche marginale incarico militare, ma come una banda di razziatori e di assassini che dall’attribuzione di un incarico forse anche necessario dati i tempi (esecuzioni capitali disposte dalle Autorità occupanti) ha tratto l’alibi per realizzare ogni sorta di sopraffazione e di speculazione criminale”. Questa interpretazione, che derubrica di fatto dei crimini di guerra in crimini comuni, e cancella di conseguenza anche dal punto di vista storico il concetto di responsabilità del regime nazifascista nel contesto dei crimini commessi alla Risiera, ha prodotto delle conseguenze piuttosto gravi, sia per le sue implicazioni giuridiche, sia storicamente, in quanto è anche in base ad essa che vari sedicenti storici di destra possono trovare ispirazione per sostenere che “la Risiera è una bufala”. Non a caso Ugo Fabbri, nella sua controinchiesta “Processo della Risiera di San Sabba. Messa in scena per uno sterminio” esordisce con la frase: “L’eliminazione dei nemici del Reich non innocenti fu atto di giustizia campale conforme agli usi e alle leggi di guerra”, che, virgolettata viene attribuita alla requisitoria di Brenci. Va detto che le parole, così come citate da Fabbri non compaiono nel testo della requisitoria (quantomeno in quello pubblicato in “San Sabba. Istruttoria e processo per il lager della Risiera”, ANED Ricerche 1988), però il concetto è sostanzialmente lo stesso che si evince dalla lettura delle conclusioni del magistrato.
Conclusioni che, lo ricordiamo, hanno fatto del processo per la Risiera di San Sabba, un processo “monco”, un processo nel quale molte vittime (ed i loro parenti) non hanno avuto giustizia, perché si trattava di “persone implicate in attività militari o politiche”, insomma antifascisti e resistenti.

Ci rimangono infine alcuni interrogativi. Perché il dottor Brenci aveva taciuto, nei suoi ricordi personali, del suo passato nelle Guardia civica e nel Corpo dei Volontari della Libertà, appartenenze che avrebbero dovuto, a logica, essere più “qualificanti” che non l’essere un membro della SS, ancorché “in sonno”? Ed il fatto di essere stato tale, non avrebbe potuto costituire un “impedimento” all’incarico di condurre le indagini sui crimini della Risiera, commessi da persone che facevano parte (anche con rango superiore) della forza armata cui egli stesso aveva appartenuto? Quanto, infine, delle sue esperienze passate può avere avuto una qualche influenza sulla sua successiva professione?
Purtroppo il dottor Brenci non c’è più e non possiamo più chiedergli chiarimenti in merito. Accadde molto (troppo!) spesso, che si venga a conoscenza di certi fatti o particolari storici solo dopo che i protagonisti o i testimoni diretti non sono più in grado di parlarne, per motivi anagrafici, il che ci pone un ulteriore interrogativo (peraltro già da noi più volte posto): perché di certi argomenti si è cominciato a parlare solo dopo tanti anni dagli eventi, a rischio di non avere più testimoni viventi o in grado di parlarne?

Ottobre 2008.


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