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      Mučeniška Pot


Il Giornalista Capuozzo Testimonial Dell'Esercito Italiano?

IL GIORNALISTA CAPUOZZO TESTIMONIAL DELL’ESERCITO ITALIANO?

Confessiamo che quando abbiamo deciso di andare a sentire la presentazione del libro “Adios” di Toni Capuozzo eravamo preparati a sorbirci le solite dichiarazioni dell’ennesimo “pentito” del ‘68 (cosa che si è anche verificato, come diremo poi) ma sicuramente non pensavamo di partecipare ad una sorta di serata promozionale dell’Esercito Italiano. Avremmo dovuto sospettare qualcosa vedendo che tra i relatori, oltre ad un docente di diritto internazionale, c’era anche un generale (Paolo Gerometta, già comandante della Brigata Pozzuolo, inviato nelle missioni in Kosovo e in Libano, ora promosso allo Stato maggiore); però, dato che Capuozzo è anche un inviato di guerra e nel libro parla dei conflitti che ha conosciuto di persona, pensavamo che la presenza dei due esperti fosse in qualche modo collegata con quanto contenuto nel libro.
Invece nel corso della conferenza s’è parlato relativamente poco dello scritto di Capuozzo che ci ha, comunque, rese note alcune sue convinzioni, delle quali vi facciamo partecipi.
1) è importante cambiare idea e non restare attaccati sempre alla stessa “maniglia” ideologica (similitudine che Capuozzo ha fatto paragonato la “maniglia” ideologica alla maniglia del tram nel restare fermi nonostante le curve che il tram fa), perché la coerenza è anche bella ma il cambiamento è essenziale: infatti Capuozzo dopo tutti questi anni ha capito che deve conoscere le cose non più per cambiare il mondo, come aveva creduto quando militava nella sinistra, ma solo per informare la gente, perché è questa la cosa importante.
2) i governi dovrebbero destinare più fondi del bilancio ai propri eserciti, perché è necessario che i militari abbiano la disponibilità finanziaria per funzionare bene.
3) nel libro Capuozzo racconta la storia di un giovane (Elio) che, allontanatosi dall’Italia per sfuggire, come avrebbe fatto anche l’autore (qui precisiamo che forse non abbiamo capito bene, perché un difetto di Capuozzo è che spesso inizia un discorso, ci mette dentro quattro o cinque incisi, a volte incidendo frasi negli incisi, cosicché alla fine si tende un po’ a perdere il filo, se abbiamo frainteso ce ne scusiamo) alla logica della lotta armata dilagante a fine anni ‘70. Questo Elio andò, come Capuozzo, in America Latina dove, a differenza di Capuozzo che aveva capito che non aveva senso cercare di cambiare il mondo, si unì ad una formazione guerrigliera (qui Capuozzo ha parlato prima del Salvador e poi del Nicaragua, quindi non abbiamo capito bene in quale paese Elio sia andato) e morì combattendo. Naturalmente, ha precisato Capuozzo, lui non condivide quanto fatto da Elio, perché la scelta di andare a rischiare la vita combattendo comporta anche il rischio di uccidere altre persone e questo non va bene. In linea di massima condividiamo questa posizione di Capuozzo, però se lui ritiene che i militari degli eserciti governativi sono una cosa bella buona e positiva ed abbisognano addirittura di più soldi per dare il meglio di sé, perché, dato che anche i militari degli eserciti regolari si pongono nell’ottica di rischiare di essere uccisi come di rischiare di uccidere, non comprendiamo la condanna di Capuozzo per la scelta di Elio: perché ciò che va bene per un esercito non dovrebbe andare bene per un movimento guerrigliero che combatte per la libertà e per i propri diritti?
Infine citiamo un’affermazione di Capuozzo a proposito dei cosiddetti “anni di piombo”, che ci è sembrata quantomeno oscura: ha detto che ciascuno dovrebbe assumersi le proprie responsabilità rispetto a quell’epoca. Ora, considerando che non tutti coloro che hanno vissuto quegli anni hanno delle “responsabilità” da assumersi (logicamente, e per fortuna, nei movimenti sia di sinistra che di destra non tutti erano lottarmatisti!) che cosa intendeva esattamente dire Capuozzo, e a chi erano effettivamente rivolte quelle parole?
In seguito è intervenuto il generale Gerometta, che, dopo avere affermato che Capuozzo sarebbe, secondo il nuovo ordinamento dell’esercito, un “ufficiale della riserva” che può ricoprire incarichi “delicatissimi” nell’ambito delle operazioni internazionali (speriamo che ciò non intendesse dire che il giornalista inviato in zone di guerra possa eseguire nel contempo anche un lavoro di intelligence, dato che ciò sarebbe un po’ al di fuori dell’etica professionale, ma che nel caso eseguisse gli incarichi lo facesse mettendosi “in aspettativa” come giornalista), ha elogiato l’operato dell’esercito italiano nelle zone di intervento internazionale. Questo ci è sembrato esulare dal tema del libro che si sarebbe dovuto presentare, però bisogna spiegare che il moderatore del dibattito (il giornalista Roberto Vitale, già cronista di nera a Telequattro) poneva delle domande precise ai presenti, ed in effetti al generale aveva chiesto non tanto di commentare il libro di Capuozzo quanto di parlare dell’attività dell’esercito italiano all’estero.
Dopo Gerometta è stata data la parola al docente di diritto internazionale Gian Luigi Cecchini, che ci ha illustrato una teoria molto interessante ma che ci ha fatto rabbrividire.
In sostanza: la guerra è bandita dal diritto internazionale, mentre né la rivoluzione, né le rappresaglie e la legittima difesa lo sono. In questo senso Cecchini ritiene equivoco per la comprensione di quanto avviene a livello internazionale l’uso del termine “guerra preventiva” in quanto, nei casi in cui si è parlato di “guerra preventiva” e si sono svolte azioni armate contro altri Paesi, non si sarebbe trattato di “guerra” quanto di legittima difesa in senso preventivo. La guerra vera e propria infatti ha come obiettivo l’annientamento dell’avversario, attuabile anche mediante lo sterminio del nemico, mentre ciò non avviene nella legittima difesa preventiva. A maggiore precisazione di questa teoria, Cecchini ha spiegato che se ci si difende dopo essere stati aggrediti si tratta di resistenza, ma a volte, per evitare di essere aggrediti, è necessario aggredire per primi, per difendersi.
Se questo concetto fosse applicato alla vita quotidiana si potrebbe arrivare alla conseguenza estrema che le persone si armino per sparare a tutti quelli che passano per strada in modo da evitare di essere aggrediti (diciamo che negli USA ci si sta arrivando?): che però ciò sia accettato a livello di rapporti internazionali è ancora più grave, perché (come è accaduto) basta che un Paese più forte dal punto di vista militare ed economico dichiari di sentirsi aggredito da fantomatiche “armi di distruzione di massa” che in realtà non esistono ed attacchi, con conseguenze devastanti, il Paese che ritiene “pericoloso” per la propria incolumità. Non vorremmo che in base a questa teoria di “legittima difesa preventiva” si avallasse la necessità e la legittimità di attaccare l’Iran con la giustificazione che in quello Stato stanno proseguendo le attività in campo nucleare. Dove, sia detto tra parentesi anche se (lo ammettiamo) polemicamente, tutto questo criminalizzare Iran e Corea del Nord che si dotano di tecnologia nucleare mentre nel nostro Occidente democratico e progressista si parla tanto di tornare al nucleare per usi energetici, e dove le armi atomiche ci sono da tempo (basti pensare in Italia a Ghedi ed Aviano) ci sa tanto di ipocrisia dietro la quale si celano gli interessi di chi ha deciso come deve funzionare il “nuovo ordine mondiale”, nel quale non hanno diritto di parola i “paesi canaglia”.
Tornando alla serata con Capuozzo, diciamo che dopo altri interventi del pubblico e dei relatori, la conclusione generale è stata che è necessario destinare più fondi statali al bilancio della difesa, in quanto bisogna non solo che i soldati siano preparati ed equipaggiati bene, ma anche che siano motivati da stipendi più alti altrimenti non sono invogliati ad arruolarsi.
Forse noi siamo prevenuti da quel vecchio motto antimilitarista che recita “l’uomo finisce dove comincia la divisa”, ma pensiamo che il bilancio dello Stato dovrebbe provvedere piuttosto a formare i giovani intellettualmente, stanziando fondi per l’istruzione e per la cultura, e che i problemi dei conflitti nel mondo andrebbero risolti non con azioni militari ma con gli aiuti allo sviluppo e riconoscendo il diritto all’autodeterminazione di tutti e non solo, di volta in volta, a coloro che possono risultare utili per mantenere certi equilibri e destabilizzarne altri.
Queste sono le cose che ci piacerebbe sentire, indipendentemente da chi si trova al governo o all’opposizione.

ottobre 2007

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