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Il Museo Della Foiba Di Basovizza

IL MUSEO DELLA FOIBA DI BASOVIZZA.

Nell’ambito delle iniziative del Giorno del ricordo 2008 (che, dobbiamo dire, è passato piuttosto in sordina quest’anno rispetto agli anni precedenti) vi sono, a nostro parere, due elementi degni di nota: il primo è la reiterazione da parte del nostro Presidente Napolitano delle affermazioni (secondo noi non condivisibili) che già l’anno scorso suscitarono polemiche al limite dell’incidente diplomatico con la Croazia, cioè l’affermare che le “foibe” furono “pulizia etnica”. Caso effettivamente preoccupante, perché errare è umano, ma perseverare…
L’altra notizia importante è che è stato (finalmente?) inaugurato il Museo della “foiba” di Basovizza, quello del quale lo spiritoso Daniel Agami rimpiangeva la mancanza (come da noi commentato in un articolo a proposito un paio di mesi or sono). Il museo è decisamente scarno: composto da una decina di pannelli, più ricchi di foto che di elementi storici. I testi e le foto sono comunque pubblicati in un volumetto (costo 8 euro) redatto in 5 lingue oltre l’italiano.
Il lato interessante di questa mostra è che quanto scritto sui tabelloni è (tranne alcune inesattezze che evidenzieremo a parte) del tutto veritiero. Il problema è che la verità scritta non è tutta la verità, ma solo parte di essa. Prendiamo il primo pannello: viene riportata tutta la vicenda delle notizie stampa e delle relative smentite sui (mai avvenuti) recuperi di centinaia di corpi dalla foiba di Basovizza nel 1945, e, dopo avere parlato delle infruttuose esplorazioni compiute dagli Angloamericani conclude con quanto pubblicato dal giornalista Giovanni D’Alò il 30/11/45, che, dopo avere parlato dei recuperi effettuati con la benna, fu il primo a fare un “calcolo approssimativo in metri cubi del numero delle possibili salme: circa 450 metri cubi di materiali corrispondenti a 1200-1500 corpi umani, il che naturalmente era solo un’ipotesi, posto che nella cavità erano stati gettati oggetti di ogni tipo, comprese carcasse di animali e munizioni inesplose, per rendere più ardue le ricerche”. Le ricerche di che, può chiedersi il lettore smaliziato: dato che in tutto il testo non si parla mai di alcuna salma recuperata (in realtà, stanti i documenti di pubblico dominio, dovrebbero essere stati recuperati i resti di una decina di persone, irriconoscibili), CHI sarebbe stato “infoibato” in quello che oggi è un monumento nazionale con tanto di museo?
Infatti leggendo attentamente il testo appare evidente che non v’è alcuna prova che a Basovizza sia stato commesso un eccidio: però questo non è detto chiaramente, lo si deve leggere tra le righe. Per questo diciamo che si tratta di verità, ma solo di parte di essa: perché nei pannelli non troviamo accenni al fatto che documenti angloamericani (di pubblico dominio) escludevano la presenza di altri resti umani nel Pozzo della miniera oltre alla decina recuperata all’inizio delle esplorazioni, e che fu questo il motivo della sospensione delle ricerche.
Un pannello successivo parla della storia del monumento di Basovizza, ma neanche qui compare qualcosa che possa richiamare lo svolgersi di massacri nel sito. Né si parla del continuato “mutamento” di cifre, sia della profondità del Pozzo, sia dei “metri cubi” di “infoibati”, cosa che meriterebbe invece di essere ricordata ai visitatori.
Nel pannello dedicato alla “cartografia” (che a parer nostro avrebbe dovuto precedere, per senso cronologico e di inquadratura storica quelli già visti) una didascalia spiega che “nel 1941 l’Italia annette alcuni territori sloveni (…) e croati”, dove il concetto, per quanto scientificamente esatto di “annessione” nell’immaginario del lettore comune può sembrare quasi un evento indolore, mentre in realtà comportò violenze, morti, deportazioni e distruzione del territorio di grande entità. In compenso, una successiva nota precisa che “ai primi di maggio 1945 gli Jugoslavi occupano tutta la Venezia Giulia”: anche qui notiamo l’uso strumentale (già da noi in altre sedi stigmatizzato) del termine “occupazione” riferito alla presenza jugoslava a Trieste, quando per gli angloamericani non si usa questo termine, che porta il lettore a valutare negativamente ed aprioristicamente la presenza jugoslava nella regione, ancora prima di conoscere la realtà dei fatti storici.
Nel pannello dedicato alle foibe istriane del 1943 (anche questo, a logica temporale, avrebbe dovuto precedere quelli su Basovizza) troviamo delle generalizzazioni che ci sembrano fuori luogo, come l’accenno a “forme di violenza premoderna” quali “linciaggi, violenze a carico di ragazze e donne incinte”. Dato che le violenze a carico di ragazze e donne incinte furono una minima parte (su circa 300 vittime fu riesumata una sola ragazza incinta), indugiare su questi particolari non serve tanto alla ricostruzione storica quanto all’instillare nel visitatore l’idea della “barbarie premoderna”, magari balcanica. Come se gli occupatori italiani o tedeschi non avessero usato violenza sulle donne nel corso della guerra (si pensi solo al caso della donna che subì un aborto a Trieste a causa delle violenze degli agenti dell’Ispettorato Speciale di PS). E questo pannello omette curiosamente di dire il numero delle vittime del periodo (quattrocento circa, tra recuperati e scomparsi), ma afferma che l’offensiva tedesca (alla quale parteciparono anche truppe italiane, tra le quali il Reggimento Istria comandato da Luigi Papo, anche se il pannello non lo dice) “fece migliaia di morti fra la popolazione civile”. Il che può forse dare al lettore la falsa impressione che i morti causati dagli “slavi” erano di più… ma forse questa è solo una nostra impressione.
Parliamo brevemente del fatto che, una volta di più, gli storici spiegano nel modo sbagliato la questione del CLN triestino, che era “drammaticamente isolato dal CLN Alta Italia”: ciò avvenne non perché il CLNAI ed i comunisti lo aveva emarginato, ma perché lo stesso CLN triestino non aveva voluto accettare le direttive del CLNAI di collaborare con gli Alleati jugoslavi. Fu questo il motivo dell’isolamento del CLN, il motivo per cui successivamente membri del CLN triestino furono arrestati e deportati dalle autorità jugoslave.
Neppure serve a fare chiarezza il pannello dedicato alla “repressione”, dove non si parla mai del numero degli “scomparsi” da Trieste: si parla delle stragi dei collaborazionisti sloveni e croati “che provocarono decine di migliaia di vittime”, e più sotto “nella regione a venire perseguitati furono assai più gli italiani che gli sloveni e croati”, al che un lettore non attento potrebbe essere indotto a credere che, se sloveni e croati furono uccisi a decine di migliaia, tanti di più furono gli italiani. Cosa che non è vera, e difatti gli autori della mostra non la scrivono: non la scrivono, appunto. Così come nel pannello dedicato agli “uccisi e scomparsi” si fa una tale confusione di cifre di arrestati, di corpi recuperati, di morti presunte, di rientrati e di impossibilità di raggiungere un risultato conclusivo e via discorrendo, che alla fine uno non si raccapezza più e conclude: se si è sempre detto che è stato commesso un eccidio enorme, sarà anche vero.
Perché il redattore abilmente riporta cifre e dati che in linea di massima sono veritieri: il problema è che non sono presentati in maniera tale da permettere a chi legge di valutare la reale entità degli eventi ma lasciano la porta aperta a tutte le interpretazioni possibili.
Dire che le esplorazioni compiute nel dopoguerra dalla Squadra dell’ispettore De Giorgi portarono al recupero di 464 salme è cosa del tutto corretta, anche se andrebbe specificato che la maggior parte di questi morti erano militari uccisi nel corso del conflitto. È anche corretto dire che altre 401 salme di militari tedeschi ed italiani furono recuperate nell’estate 1945: quello che non è corretto è dire che questi militari furono recuperati “nella sola città di Trieste”, dato che quasi tutti questi corpi furono recuperati dalla sola foiba 149 (la cosiddetta “foiba di Monrupino”,), che è pure stata dichiarata monumento nazionale, che si trova a qualche chilometro dalla “città di Trieste”. Messa in questo modo, la frase potrebbe portare ad accreditare la “voce” circolante e mai storicamente accreditata che parla di uccisioni e sepolture sommarie avvenute in città nel maggio 1945.
Così quando si dice che nel 1947 il GMA disponeva di un elenco di 3.419 nominativi di persone scomparse (riferite alle province di Gorizia, Trieste e Pola), bisognerebbe aggiungere che negli anni successivi molti dei prigionieri furono rimpatriati e che alla fine gli “scomparsi” a vario titolo (non tutti “infoibati”) per le province di Trieste e Gorizia risultano essere in totale un migliaio. Perché, dato che le cifre ci sono, sono state rese pubbliche e non sono mai state smentite, non ha senso dilungarsi sulla difficoltà di quantificare l’entità dell’evento e non concludere riportando i risultati.
Nella sezione “La divisione della Venezia Giulia”, oltre a rilevare che, nonostante quanto scrivano gli autori, ricerche sugli “scomparsi” avvennero anche nel territorio amministrato dalla Jugoslavia e non solo in quello controllato dal GMA, troviamo come degne di interesse le didascalie di due foto, presentate la prima come “manifestazione filo-jugoslava a Capodistria” e la seconda “manifestazione filo-jugoslava in Istria” nell’estate del 1945.
Nella prima foto vediamo alcune persone marciare con un cartello dalla scritta (in italiano) “W la fratellanza italo-slovena”, e l’unica bandiera che si distingue chiaramente è quella USA (bandiere slovene o jugoslave si intravedono appena, come pure si intravede una bandiera italiana con la stella rossa), oltre ad un’immagine di Stalin.
Nell’altra foto si vede un oratore (in divisa jugoslava) che parla davanti ad una bandiera USA ed una bandiera britannica, con l’onnipresente cartello in lingua italiana “W la fratellanza italo-slovena”. Non mettiamo in dubbio la “filo-jugoslavità” di queste manifestazioni, semplicemente possiamo constatare che essere filo-jugoslavi nell’estate del 1945 significava essere decisamente internazionalisti, anche nei confronti di Paesi sicuramente non sospettabili di simpatie comuniste.
Il pannello finale, che avrebbe dovuto, a logica, essere messo prima di tutti gli altri, porta il titolo “prima e dopo”. In esso troviamo la foto dell’incendio alla sede del quotidiano “Il Piccolo” nel 1915, incendio appiccato nel corso di una manifestazione di protesta contro l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria (buona parte della popolazione di Trieste era fedele al governo di Vienna, va ricordato, mentre il quotidiano era ferocemente interventista); poi una foto della Società ginnastica triestina bruciata, sempre nel 1915 “dai dimostranti filo-austriaci” (anche questa associazione era fortemente impegnata dal punto di vista irredentista per chiedere il distacco di Trieste dall’Impero di appartenenza). Segue una foto dell’incendio del Narodni Dom di Trieste del 1920, commesso dai fascisti, una della devastazione, ad opera di squadristi fascisti, della sinagoga di Trieste nel 1942, una foto della Risiera di San Sabba (campo nazifascista di concentramento, smistamento e sterminio per ebrei e partigiani) ed infine una foto del campo profughi di Padriciano, dove furono accolti per diversi anni, in condizioni precarie, molti degli esuli dall’Istria.
Tutta questa carrellata storica (che avrebbe richiesto ben più delle poche righe che le dedica il pannello in questione) viene così riassunta:
“A partire dal 1941 le occupazioni italiane in Jugoslavia hanno generato lotta partigiana e repressione, con i loro orrori (…) l’occupazione germanica della regione Giulia ha prodotto la Risiera di San Sabba (…) il secondo dopoguerra è stato segnato dalle violenze di massa (…) e dall’esodo degli italiani (...) All’interno di questo crescendo di violenze le stragi dell’autunno 1943 e della primavera 1945 rappresentano un picco particolarmente tragico anche se purtroppo non isolato. Più in generale infatti le terre alto-adriatiche possono venir considerate come un “laboratorio” della contemporaneità nell’Europa centrale, cioè un territorio di limitate dimensioni sul quale si sono concentrati in maniera esemplare alcuni dei fenomeni più significativi e devastanti dell’età contemporanea”.
Questi fenomeni vengono così nominati: “contrasti nazionali intrecciati a conflitti sociali; guerre di massa; effetti imprevisti della dissoluzione degli imperi plurinazionali; affermarsi di regimi antidemocratici impegnati ad imporre le loro pretese totalitarie su di una società locale profondamente divisa; scatenamento delle persecuzioni razziali e creazione dell’universo concentrazionario; trasferimenti forzati di popolazione capaci di modificare irreversibilmente la configurazione nazionale di un territorio; persecuzioni religiose in nome dell’ateismo di stato; conflittualità est-ovest lungo una delle frontiere della guerra fredda. Una sintesi, insomma, delle grandi tragedie del secolo scorso, concentrata su questo fazzoletto di terra”.
Questa sindrome “triestocentrica” da “siamo noi l’ombelico del mondo” che ci sembra pervadere questo scritto, ci pare vagamente fuori luogo se confrontiamo la realtà storica di queste terre con quella di altri territori anche solo europei. Accantonando come lapsus l’accenno alle “persecuzioni religiose in nome dell’ateismo di stato” (chi ha scritto una cosa del genere, se l’ha riferita alla Jugoslavia, dimostra una totale non-conoscenza di quella che era la vita sociale in quel Paese), consideriamo che i fenomeni descritti sono stati più o meno vissuti anche a Trieste, ma sicuramente in misura minore di quanto è accaduto nel resto d’Europa.
In conclusione una nostra valutazione. un visitatore attento di questo Museo dovrebbe giungere alla conclusione che il sito di Basovizza è un “memoriale” delle “foibe” (come detto in uno dei pannelli), ma non un luogo dove si sono effettivamente svolti degli eccidi: allora, perché non dirlo chiaro e tondo invece di girarci attorno?

febbraio 2008

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