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Il Museo di guerra per la pace di Diego de Henriquez.

IL MUSEO DI GUERRA PER LA PACE CON IL MATERIALE DI DIEGO DE HENRIQUEZ.
È stato inaugurato a Trieste il 28 luglio scorso, il “Museo di guerra per la pace” che raccoglie la collezione polemologica (tutto ciò che riguarda le armi) dello studioso triestino Diego de Henriquez. Chi scrive ha curato anni fa un dossier con la biografia di questo nostro straordinario concittadino, corredata degli appunti di Vincenzo Cerceo che aveva analizzato i “diari” redatti da de Henriquez, dossier reperibile in questo stesso sito a questo indirizzo: http://www.diecifebbraio.info/2013/06/i-diari-di-diego-de-henriquez/
A giorni inoltre dovrebbe uscire un libro specifico sui “diari” e sulla vita di de Henriquez, e nel frattempo parliamo un po’ della realizzazione di questo Museo, dalla quale, avvenuta a quarant’anni dalla morte (ancora avvolta nel mistero) di de Henriquez, ci saremmo aspettati di più.
La prima “carenza” che salta all’occhio è che i pannelli esplicativi sono in italiano ed inglese, ma non in lingua slovena. E subito all’ingresso, nel cortile, troviamo una decorazione a strisce colorate che non è la bandiera della pace, dato che sembra siano sorte questioni “politiche” sull’uso dei colori dell’iride (che dovrebbero essere patrimonio della Natura prima ancora che dell’Umanità, ma sorvoliamo).
Al pianoterra sono sistemate le macchine da guerra, i cannoni, le armi ed altri reperti storici, come uno dei due carri funebri delle esequie (svoltesi a Trieste) di Franz Ferdinand e di sua moglie, uccisi a Sarajevo. Uno solo, perché l’altro, che pure era stato messo in salvo da de Henriquez, è andato distrutto negli anni per incuria.
Nei pannelli esplicativi molte fotografie che ben descrivono la tragedia della vita in guerra, corredate dall’esposizione degli svariati tipi di armi, anche quelle da lotta ravvicinata, dalla descrizione degli effetti dei gas tossici, delle condizioni dei feriti e del dramma sia dei combattenti che delle popolazioni civili: una denuncia dell’orrore delle guerre, che era poi il motivo per cui de Henriquez aveva dedicato tutta la sua vita alla raccolta di questo materiale.
Ciò che non convince, invece, è l’impostazione storica dei pannelli della mostra del piano superiore, che dovrebbe dare l’inquadramento storico. Andando un po’ a casaccio segnaliamo che l’incendio del Balkan (avvenuto nel 1920) è inserito, senza approfondimenti, nella sezione del 1918; e che relativamente all’avvento del fascismo a Trieste, oltre a parlare solo della situazione negli anni ’30, non si fa riferimento alle nove condanne a morte comminate dal Tribunale speciale nella nostra città (pur annotando che lo stesso era venuto due volte a giudicare qui).
Chi scrive, avendo approfondito la biografia di de Henriquez, se avesse dovuto realizzare una mostra storica all’interno di un’esposizione del materiale raccolto da questo studioso, sarebbe partita da quanto appare nei “diari” da lui scritti: l’occupazione italiana dei territori sloveni e croati e le feroci rappresaglie compiute, dato che esistono anche delle foto che documentano le repressioni dell'esercito italiano nella Jugoslavia occupata, gli incendi per rappresaglia dei villaggi (particolarmente agghiaccianti le foto che ritraggono il generale Mario Robotti, l’autore della tristemente annotazione “si ammazza troppo poco” posta a margine di un fonogramma, mentre “ammira” le case di Karlovac che bruciano), i prigionieri rastrellati e le loro case distrutte (indimenticabile la foto di Jozefa Maslo, madre di cinque partigiani tra cui il dirigente Carlo Maslo, sulla soglia della propria casa bruciata per rappresaglia), le forze armate che partivano e tornavano dalle missioni.
Così come nelle parte dedicata all’occupazione nazista, un approfondimento sulla Risiera avrebbe potuto essere fatto, considerando anche che la trascrizione delle scritte nelle celle della Risiera e le notizie da lui raccolte sul collaborazionismo locale sono tra i moventi che vengono suggeriti nell’ipotesi che la sua morte sia stata voluta e non accidentale.

Sconcertante invece, il pannello dedicato ai “quaranta giorni” di amministrazione (noi diciamo amministrazione e non occupazione) jugoslava, dove si legge che “Tito non fu tenero con i suoi nemici”, non solo i nazifascisti ma “tutti coloro che sembravano opporsi al disegno di egemonia della Jugoslavia comunista e nazionalista”, quantificati in “alcune migliaia di persone”.
Ora, a prescindere che comunista e nazionalista sono cose che non possono convivere (il comunismo è per definizione inter-nazionalista), evidentemente i curatori non hanno preso atto di una testimonianza raccolta da de Henriquez (alla quale si sarebbe dovuto riconoscere la dignità di citazione nel museo a lui dedicato):
«Il capitano Miani (uno dei dirigenti del CLN triestino, nazionalista ed anticomunista, n.d.r.) ritiene che le persone scomparse durante l’occupazione di 40 giorni jugoslavi erano circa cinquecento e non migliaia come egli usa dire nelle sue azioni di propaganda contro gli slavo-comunisti» (Diario n. 52, pag. 12.512).
Ed è con questa annotazione di de Henriquez che ci accostiamo a quanto appare nell’ineffabile sito di Wikipedia, enciclopedia che si lascia scrivere, alla voce “Diego de Henriquez”.
«Secondo alcune di queste voci, Diego de Henriquez era infatti a conoscenza di verità scomode sulle atrocità delle foibe che avrebbe dovuto rivelare ufficialmente di li a pochi giorni dalla morte. A rafforzare questa tesi, il fatto che alcuni documenti della collezione siano ancora secretati».
Tralasciando che una “enciclopedia” non dovrebbe citare “voci” senza almeno specificare da quali fonti provengano, questa è davvero la prima volta che compaiono “voci” di questo genere, dato che finora coloro (dei quali sono noti nomi e cognomi) che hanno parlato della morte misteriosa di de Henriquez hanno fatto svariatissime ipotesi, dalle scritte della Risiera che potevano servire ad identificare collaborazionisti fino allora sconosciuti, fino ad una conoscenza dei nomi di neofascisti coinvolti nella strage di Peteano o in altri crimini, ma nessuno, mai , ha finora accennato ad una “verità scomoda” sulle foibe. Ed ancora più incredibile il fatto che alcuni documenti siano ancora secretati proprio per coprire questa “verità scomoda”... a meno che...
… a meno che tale “verità scomoda” non sia proprio quella da noi citata qui sopra, cioè le parole del capitano Miani. Certo, sarebbe una verità davvero scomoda per tutti coloro che in questi decenni hanno continuato a perpetrare le false notizie dei “migliaia di infoibati solo perché italiani. Ma allora, da chi sarebbe stato eliminato de Henriquez, secondo questa tesi?


Settembre 2014

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