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      Mučeniška Pot


Il Quotidiano 'Libero' Ha Scoperto Una Nuova Foiba!

UNA NUOVA FOIBA SCOPERTA DAL QUOTIDIANO “LIBERO”.
Ci è capitato tra le mani (purtroppo in ritardo, ma confessiamo di non essere assidui lettori di quel quotidiano che abusa del titolo di “Libero”) un articolo firmato “mar. ve.”, che noi supponiamo essere la sigla di quell’intellettuale dei nostri tempi che corrisponde al nome di Marcello Veneziani. Nel caso si tratti di altra persona, non tenete conto di quanto segue nel considerare l’articolo di “Libero”; se invece si trattasse proprio di Marcello Veneziani, vorremmo ricordare alcune sue dichiarazioni, fatte quando faceva parte del consiglio di amministrazione della Rai e pubblicate sul periodico della “destra sociale” di AN “Area” di dicembre 2003. Veneziani, dopo aver sostenuto che quello che è mancato alla “storiografia per così dire di destra” (ma la storiografia non dovrebbe essere “di destra o di sinistra”, a parer nostro, dovrebbe semplicemente essere “seria”) sono stati “strumenti adeguati, case editrici forti, adeguate casse di risonanza”, ha esposto i suoi progetti per il futuro della RAI, cioè “la necessità di ricostruire l’autobiografia della Nazione attraverso la storia degli italiani” riaprendo i “capitoli rimossi di alcune pagine importanti della storia d’Italia”, tra i quali “capitoli” egli inseriva anche la questione delle “foibe”, infatti era in quell’intervista che per la prima volta sentimmo parlare del “progetto di una fiction sulle foibe (…) attualmente in progettazione presso Rizzoli”.
Ricordiamo tutti la scarsa qualità storica (su quella artistica non infieriamo, ma rimandiamo i lettori alle recensioni presenti nel nostro sito) dello sceneggiato dal titolo “Il cuore nel pozzo”, e ci chiediamo come si possano coniugare un prodotto simile con la ricostruzione della storia degli italiani auspicata da Veneziani.
Non sappiamo dunque se sia stato proprio Veneziani ad avere firmato l’articolo di “Libero” del 10 febbraio 2006 dal titolo “Finalmente il ricordo delle foibe. Ma non fermiamoci alle parole”, articolo nel quale è inserito un riquadro che dimostra, una volta di più, come la “storiografia per così dire di destra” abbisogni di ben altro che di “strumenti adeguati” come “case editrici forti ed adeguate casse di risonanza” per diventare una storiografia degna di rispetto: avrebbe bisogno di storici, storiografi e divulgatori che scrivano e parlino con cognizione di causa e non solo perché un quotidiano ha messo a loro disposizione uno spazio da riempire.
Vediamo dunque questo riquadro con le seguenti annotazioni di divulgazione storiografica.
Titolo: “LE FOIBE ISTRIANE E CARSICHE. Le più famigerate tra oltre 1.500”
Dove il compilatore arriva ad umanizzare un fenomeno naturalistico, non dotato di vita e volontà proprie (la foiba non è né uno squalo tigre né un leone mangiatore di uomini, né un fenomeno paranormale come il Triangolo delle Bermude che inghiotte chi vi si avvicina).
Ma vediamo queste “famigerate” foibe. La prima è, ovviamente, quella di Basovizza, definita “un pozzo di miniera per la ricerca del carbone a poca distanza da Trieste”, e fin qui niente di male. Poi leggiamo che “la profondità naturale era di 256 metri” (naturale? Se il pozzo è artificiale, la sua profondità non può essere naturale), ma “ora è di soli 135 a causa dei resti di circa 2.500 italiani”.
Chi ci legge regolarmente saprà bene come sia rivoltante il balletto delle cifre che vengono fatte sulla quantità degli “infoibati” nel pozzo di Basovizza. Non esistendo alcuna prova concreta del numero di chi vi sarebbe stato ucciso, da decenni i propagandisti (ecco, perché è così che funziona la “storiografia per così dire di destra”: non sulla base di dati storici, ma sulla base di illazioni) sparano (e scusateci la caduta di stile) i numeri del lotto per dire quanti sono stati “infoibati” a Basovizza. Facendo un breve riassunto, diciamo che gli unici documenti ufficiali che hanno parlato dei recuperi dal pozzo, cioè i verbali degli angloamericani, conservati negli archivi di Londra e di Washington, non parlano né di migliaia né di centinaia, ma neppure di decine di corpi recuperati: si parla di “una decina di corpi smembrati” che non sembrarono sufficienti, dopo venti giorni di lavoro, per proseguire le ricerche.
Il pozzo fu nuovamente svuotato, fino alla profondità di circa 200 metri negli anni 50 ed anche in quell’occasione non furono recuperati resti umani.
(I documenti relativi sono diffusamente citati e in parte pubblicati nel testo di C. Cernigoi “Operazione foibe tra storia e mito”, Kappavu 2005, ma potete trovarli anche nel dossier “La foiba di Basovizza” presente nel nostro sito).
Notiamo (il perché di questa osservazione lo spiegheremo poi) come in questo trafiletto su Basovizza non venga detto che la cavità è stata chiusa, che il luogo è stato dichiarato monumento nazionale e vi sono state erette diverse lapidi a ricordo.
Segue la “Foiba di Monrupino”, definita “una voragine a 11 km da Trieste, che sprofonda per 126 metri. Vi furono gettati circa 2000 civili triestini”.
Ma ciò che risulta da documentazione ufficiale è che dalla cosiddetta “foiba di Monrupino” furono recuperate circa 550 salme, tutte di militari germanici caduti nella battaglia di Opicina di fine aprile 1945, cui era stata data sbrigativa e temporanea sepoltura nell’abisso: queste salme furono dapprima (giugno 1945) inumate al Cimitero triestino di Sant’Anna, poi traslate al Cimitero militare germanico di Costermano (VR), come risulta dai registri cimiteriali triestini. Nessun civile triestino fu gettato nell’abisso di Monrupino, e del resto, dobbiamo ricordare che tutti i triestini (civili e militari) che scomparvero nell’immediato dopoguerra, furono meno di 500, quindi non si capisce come potrebbero esserne stati “infoibati” 2000 nella sola “foiba di Monrupino”. Sempre per rimarcare la qualità della divulgazione storiografica “per così dire di destra”.
Ma arriviamo adesso alla sensazionale scoperta di “Libero”: la “Foiba di Minerva”, che così viene descritta: “nell’impossibilità di recuperare le vittime, il Comune di Trieste ha fatto chiudere l’imboccatura di questa foiba nel Carso triestino ed erigere una lapide-ricordo”.
Ora, noi siamo anni che ci occupiamo di foibe, ma non abbiamo mai sentito neppure nominare una “foiba di Minerva”. Per scrupolo abbiamo chiesto informazioni anche ad amici speleologi, che sono caduti dalle nuvole proprio come noi. Ci piacerebbe quindi sapere da dove “Libero” ha tratto notizia di questa foiba, che, se fosse stata chiusa e dotata di lapide-ricordo da parte del Comune di Trieste, dovrebbe quantomeno essere citata nell’elenco dei monumenti e dei luoghi da visitare nel nostro Comune (a scanso di equivoci diciamo che non c’è).
Forse i solerti ricercatori hanno fatto confusione con un altro dio romano, Plutone, che è anche il nome di un abisso dove sono stati uccisi, da criminali comuni spacciatisi per partigiani, 18 prigionieri, le cui salme furono però recuperate; e del resto l’imboccatura dell’abisso Plutone non è stata chiusa, né vi è stata eretta alcuna lapide, mentre le voragini che sono state chiuse e presso le quali sono state erette delle lapidi (anche se “Libero”, come abbiamo visto, non lo dice) sono quelle di Basovizza e Monrupino.
L’elenco si conclude con la “foiba di Cernovizza”, che si troverebbe “nei pressi di Pola, vi furono gettate almeno 200 persone nel maggio 1945 dagli slavi, che poi fecero franare l’imboccatura”.
Anche qui però non abbiamo trovato dati certi su questa “foiba”: Marco Pirina (che non è uno storico e per quanto concerne l’elenco delle foibe ha per lo più pescato a piene mani dall’elenco di padre Flaminio Rocchi, altra persona del tutto inattendibile in quanto a ricostruzioni storiche) parla di una foiba di Cernovizza che si troverebbe però presso Pisino; Luigi Papo (che neppure è uno storico, ma ha compilato un lungo elenco di “foibe” un po’ più serio di quello di padre Rocchi) non nomina alcuna foiba con questo nome, mentre cita una foiba di Carnizza presso Arsia (zona mineraria di Albona).
Ecco quindi una breve dimostrazione di come in sedici righe non solo si prosegua nella mistificazione storica, ma si riesca addirittura ad ampliarla ulteriormente aggiungendo altri dati inventati e del tutto falsi.
È nostro auspicio in conclusione che Veneziani non approvi questo tipo di giornalismo come sistema per “ricostruire l’autobiografia della Nazione”, e ne prenda le distanze; d’altra parte ci appare particolarmente grottesco che sotto un trafiletto pieno di bufale come quello che abbiamo citato, appaia un articolo (firmato Iuri Maria Prado) dal titolo “E Fassino persevera nel manipolare la verità”, perché, a prescindere di cosa faccia o non faccia Fassino, ci si chiede da che pulpito venga la predica.

ottobre 2006

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