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Il Revisionista Pansa A Trieste.

Il Revisionista Pansa a Trieste.

Il 24 luglio scorso il giornalista Giampaolo Pansa è stato protagonista a Trieste di un incontro promosso dall’Associazione culturale “Regola d’Arte” in collaborazione con il Comune di Trieste per la presentazione del suo ultimo libro “Il revisionista” (Rizzoli 2009), incontro che è stato condotto dal vicedirettore del TG5 Toni Capuozzo (che è approdato al giornalismo dopo avere fatto parte di Lotta continua e dopo avere compreso “che non si deve cambiare il mondo”, almeno stando ha quanto ha dichiarato varie volte).
Leggiamo nei comunicati stampa ufficiali che “proprio per sottolineare la prestigiosa presenza a Trieste del giornalista e scrittore, il sindaco Roberto Dipiazza consegnerà a Giampaolo Pansa, in occasione dell’imminente incontro, il Sigillo Trecentesco della Città”.
Di norma il Sigillo Trecentesco viene consegnato a chi, esponente culturale, sportivo od imprenditoriale, con la propria attività ha fatto conoscere positivamente il nome di Trieste nel mondo, ma evidentemente nel caso di Pansa è stata sufficiente la sua presenza in città per meritare una simile onorificenza; noi che siamo polemici ci chiediamo quindi perché il Sigillo non sia stato consegnato pure a Carlos Santana, che ha tenuto un applauditissimo concerto a Trieste proprio pochi giorni prima dell’arrivo di Pansa.

A mo’ di presentazione dell’iniziativa qualche giorno prima la stampa locale ha riportato le parole che Ferruccio Parri avrebbe rivolto al futuro “revisionista” quando era ancora studente universitario, nel 1959:
Siete voi giovani che dovete tirare i sassi nei vetri. Così, quando i vetri si rompono, noi vecchi ci rendiamo conto che era il momento di cambiarli. Per ringraziarti, mio caro spaccavetri, ti darò una borsa di studio.
Diciamo subito che questa simbologia proposta dal compianto Parri non ci trova concordi (sembra un elogio del black bloc), né la troviamo azzeccata: dato che non è necessario cambiare un vetro finché è intero ma basta manutenzionarlo un po’, non vediamo il senso (neppure metaforico) di rompere apposta dei vetri buoni per poterli cambiare.
In ogni caso l’impressione che ci ha dato Pansa nel suo dialogare con Capuozzo è stata quella di essere più che uno “spaccavetri” uno “sputasentenze” (oltretutto vagamente borioso e spocchioso in alcune sue affermazioni, che esporremo più avanti), figura sicuramente meno dannosa per i proprietari di finestre, ma piuttosto insopportabile quando si affrontano argomenti delicati come quelli che tocca Pansa: fascismo, antifascismo, Resistenza.

Dato che in occasione di questo evento il Coordinamento antifascista di Trieste aveva organizzato un volantinaggio “critico” davanti alla sala, sia Capuozzo che Pansa hanno da subito chiarito (considerata la supponenza con la quale hanno chiosato il fatto) la loro visione di dibattito politico. Capuozzo ha commentato “era dagli anni ‘80 che non vedevo una cosa del genere, come quando si contestava il film Berretti verdi…” (peccato che questo film sia uscito nel 1968, ed è a quel periodo che risalgono le contestazioni ad esso), ed ha aggiunto: “del resto l’Italia è piena di depositari della correttezza politica”. Pansa da parte sua ha precisato che lui i volantini non li ha neppure letti, che ha “cose più interessanti da fare che dare volantini”, ed a casa ha una “collezione” di volantini contro di lui.
Possiamo effettivamente concordare con Capuozzo: l’Italia è piena di depositari della correttezza politica, primi fra tutti gli stessi Capuozzo e Pansa, che neppure si prendono la briga di leggere gli scritti che vengono distribuiti in occasione delle loro iniziative. Poteva trattarsi di elogi sperticati sulla bravura di Pansa: ma Pansa dà per scontato che si trattava di contestazioni contro di lui (la famosa “sindrome della coda di paglia”?). E tanto poco gliene cale di questi volantinaggi che nel corso del suo intervento ci tornerà su diverse altre volte (naturalmente sempre per “sputtanare” i “volantinatori”).
Capuozzo ha posto alcune domande a Pansa che hanno dato modo al giornalista-scrittore di esprimere la propria posizione politica, che si sintetizza nell’elogio della “zona grigia” (terminologia ideata da Renzo De Felice per definire la grande massa degli italiani che non si schierò né con il nazifascismo né con la Resistenza), tesi condivisa sia da storici come Giuseppe Parlato, sia da pseudostorici come Marco Pirina. Questa “zona grigia” sarebbe stata la “vera vittima” della “guerra civile” perché fu attaccata da ambedue gli schieramenti, patì i bombardamenti alleati mentre di per se avrebbe voluto soltanto “che la guerra finisse”, come ha tenuto a ribadire Pansa mettendo come esempio la sua famiglia ed il fatto che lui da bambino non si era reso conto degli orrori della guerra dato che nelle famiglie “bene ordinate” si “proteggevano i bambini”.
Come dire che le famiglie in cui, vuoi per scelta personale (quelle antifasciste), vuoi per scelta obbligata (quelle ebree) i bambini si erano resi conto che c’era qualcosa che non andava (magari venivano deportati assieme ai genitori nei lager) non erano famiglie “bene ordinate”? Secondo questo metro di giudizio la famiglia Cervi sicuramente non era “bene ordinata”, dato che si suppone che i bambini di essa si resero conto che c’era una guerra e che c’erano delle violenze feroci (comminate in questo caso da uno solo degli schieramenti, con buona pace di Pansa); né poteva essere “bene ordinata” la famiglia di Anna Frank.
Tornando all’elogio della “zona grigia” Pansa fa questo paragone manzoniano: i civili della “zona grigia” si trovavano come vasi di coccio in mezzo ai vasi di ferro degli occupatori nazifascisti, dei bombardamenti alleati e delle formazioni della Resistenza (dove “quelle comuniste erano le più agguerrite e spietate”). La popolazione civile fu vessata da tutti, è la teoria di Pansa (“tutte e due le parti si sono scannate senza rispetto per i civili”) ed i partigiani furono crudeli con i civili alla stessa stregua dei nazifascisti. Qui lo snobbatore di volantini Pansa interviene nuovamente contro i “nostri amici dei volantini che sono giù” affermando che non si rendono conto che è stato “grazie a De Gasperi che ha vinto le elezioni del ‘48 che oggi tutti possono dare volantini” (e pensare che noi eravamo convinti che libertà di stampa e di espressione fossero garantite dalla Costituzione repubblicana…).
Se il “revisionista” Pansa considera “vittime civili” solo coloro che stavano nella “zona grigia” (cioè i menefreghisti, i qualunquisti, gli imboscati, i paraculi…) ne consegue che secondo lui chi si schierava perdeva il diritto ad essere considerato “vittima”. Né sembra lo sfiori il pensiero che alcuni “civili” siano diventati partigiani per necessità, per lottare contro il fascismo, per riportare la libertà in Italia.
Secondo Pansa quella “zona grigia” che voleva “solo che la guerra finisse”, ma non faceva nulla per farla finire e che aveva accettato il fascismo con tutti i suoi annessi e connessi, occupazione nazista compresa, avrebbe fatto l’unica cosa giusta non prendendo le parti di nessuno ma stando a guardare gli altri che si ammazzavano aspettando che qualcun altro venisse a liberare l’Italia (possibilmente gli angloamericani, non i comunisti).
A noi l’elogio della “zona grigia” fa venire in mente quelle parole dell’Apocalisse di Giovanni: “Io conosco le tue opere: tu non sei né freddo né fervente. Oh fossi tu pur freddo o fervente! Così, perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca” (Lettera alla chiesa di Laodicea, 3, 15); ma, senza scomodare le sacre scritture, ci limitiamo a ricordare le parole di Dante sugli ignavi.
Proseguiamo con l’intervento di Pansa: da una persona che si fa vanto di non leggere i volantini che parlano di lui non ci ha alla fine neppure tanto stupito sentirgli dire “Credo di essere l’italiano che più ha studiato il periodo dal 1941 al 18/4/48” (con buona pace di De Felice, Collotti, Tranfaglia, Del Boca, Franzinelli… solo per fare i primi nomi che ci vengono in mente), per poi concludere che è stato solo grazie a lui che si è interrotta quell’egemonia culturale della sinistra e soprattutto del Pci che nel dopoguerra aveva impedito all’opinione culturale di destra di ricordare la propria storia; quella storia che era stata a suo tempo resa pubblica da Pisanò ma che solo dopo la pubblicazione del “Sangue dei vinti” aveva permesso di parlare anche a chi era stato obbligato a tacere. Qui Pansa ha inserito una critica a Fini, che secondo lui ha avuto troppa fretta nel dire che l’antifascismo deve essere un valore comune, perché non ha specificato quale antifascismo intendesse: in questo modo ha sbagliato, il suo seguito si è sentito nuovamente abbandonato al punto che ormai si fida più di Pansa che di Fini, perché dopo tanti anni di silenzio obbligato l’opinione pubblica di destra non si meritava un leader che l’obbligasse a tacere di nuovo.
Quanto al “tipo di antifascismo” Pansa ha spiegato che “l’antifascismo comunista” (che lui ha affermato di conoscere “ancora meglio di coloro che scrivono i volantini”) è un antifascismo autoritario, che voleva far diventare la gente “da figlio della lupa a balilla di Stalin”.
Nel suo anticomunismo viscerale Pansa, ha anche detto che tutti i partiti italiani dopo Tangentopoli sono stati distrutti dalla magistratura: tranne il Pci che è stato “distrutto dalla storia”, un epitaffio brutale che lascia il sospetto che Pansa ritenga il comunismo peggiore della corruzione. Poi, rispetto ad una domanda dal pubblico sugli italiani che “tifavano” per i vari eserciti di occupazione che si combattevano in Italia (trascurando che non erano solo gli eserciti di occupazione che si combattevano in Italia, ma gli stessi italiani, defaillance notevole dato che l’intervento non era fatto da un appartenente alla “zona grigia” ma dal giornalista Paolo Radivo, già esponente del Partito radicale e specializzato in articoli sulla resistenza anticomunista), Pansa ha asserito che era “positivo tifare per gli angloamericani” che hanno perso migliaia di loro per liberarci, ma invece “un po’ dura tifare per i sovietici” (ma non hanno anch’essi sacrificato migliaia di persone per liberare non solo se stessi ma tutta l’Europa?) perché se fosse arrivata l’Armata rossa al posto degli angloamericani saremmo diventati l’Ungheria del Mediterraneo, una dittatura con la polizia politica, sparizioni, carceri speciali… invece, commentiamo noi che siamo sempre polemici, siamo diventati la portaerei Nato nel Mediterraneo, con la polizia politica (ma quale stato non ne ha? forse Andorra?), anarchici caduti dalla finestra, carceri speciali, e poi stragi insolute, servizi segreti deviati, tentativi di golpe…
Anche “tifare per gli jugocomunisti” (definizione data da Radivo) cioè i titini, era “un po’ dura in una città come Trieste” a sentire Pansa.
E del resto, ha concluso, “fino al 1989 una buona parte della cittadinanza tifava per il Pci”, ma è “paradossale” che il Pci sia stato nell’arco costituzionale e l’Msi no. Forse Pansa avrà studiato bene la storia d’Italia fino al 1948 ma deve avere evidentemente delle lacune in quella successiva, altrimenti troverebbe del tutto logico che un partito che si rifaceva al partito fascista (con tanto di tomba di Mussolini nel simbolo) e non accettava la discriminante antifascista (quindi la Costituzione), per tacere delle varie attività eversive di rappresentanti singoli di quel partito, non poteva stare nell’arco costituzionale. Mentre, con tutte le critiche che si possono fare al PCI, fu un partito che accettò il dettato costituzionale e non intese mai stravolgere lo Stato italiano trasformandolo in una dittatura del proletariato.

Ora un accenno al metodo Pansa per la distorsione della storia: a domanda di Capuozzo sulla recente conferma della Cassazione che è diffamazione definire “massacratori” gli attentatori di via Rasella, Pansa ha prima di tutto detto che la Cassazione fa giurisprudenza ma non decide in materia storica; e poi che lui non è “così fesso” da usare una parola come “massacratori” per parlare dei gappisti. Secondo Pansa via Rasella fu una cosa terribile che innescò una polemica mai quietata e gli attentatori avrebbero dovuto consegnarsi dopo l’appello di Kappler, ma qui l’italiano che ha più studiato la storia di quegli anni non sembra considerare la deposizione di Kesselring nel corso del processo che lo vide imputato per i crimini di guerra commessi in Italia:
Domanda: Faceste qualche appello alla popolazione romana o ai responsabili dell’attentato prima di ordinare la rappresaglia?
Kesselring: Prima no.
D: Avvisaste la popolazione romana che stavate per ordinare rappresaglie nella proporzione di uno a dieci?
K: No. [...]
D: Ma voi avreste potuto dire “se la popolazione romana non consegna entro un dato termine il responsabile dell’attentato fucilerò dieci romani per ogni tedesco ucciso”?
K: Ora, in tempi più tranquilli, [...] devo dire che l’idea sarebbe stata molto buona.
D: Ma non lo faceste?
K: No, non lo facemmo.
In conclusione Pansa ha asserito che comunque se si riaprisse la storia di via Rasella si sconvolgerebbe tutto quanto finora assodato e lo stesso va detto per la vicenda di S. Anna di Stazzema (alla quale ha dedicato il capitolo “Spara e scappa”) e delle polemiche che ha scatenato il film di Spike Lee, che invece dice la verità e lui lo sa bene perché recentemente gli sono stati dati dei “documenti che dicono cose terribili”. Ma a parte questi messaggi trasversali il giornalista non entra nei particolari e non dice altro.
Ritornando alla disponibilità di Pansa ad accettare critiche, rileviamo che, per quanto avesse asserito all’inizio della serata di fregarsene dei volantini contro di lui, nel rispondere ad una domanda dal pubblico sulla “storia condivisa” ha risposto che questa non esiste, dato che nel 2009 c’è ancora chi “perde tempo a fare volantini contro Pansa”. La sua posizione è: “se non ti piacciono i libri di Pansa non li compri, se fa errori lo denunci, gli scrivi e glielo fai notare”, e se c’è ancora qualcuno che vuole “scomunicare” i libri di Pansa inserendoli in un “indice della sinistra antagonista” facciano pure.
In realtà, dottore, lungi da noi volantinatori “scomunicare” chicchessia, noi abbiamo semplicemente scritto nei volantini che Pansa ha fatto degli errori e volevamo farglielo presente, però se Lei i volantini non li legge, come fa a sapere di avere fatto degli errori? Ah, no, scusate: Pansa ha detto di avere “verificato le storie quattro volte” prima di riportarle nei suoi libri, ed ha aggiunto di essersi “rifiutato di pensare col cervello degli altri”, quindi non può avere fatto errori. Ma nonostante queste lodevoli intenzioni e questa quadruplice verifica, Pansa ha in qualche caso sicuramente toppato, come abbiamo visto per la questione di via Rasella e come abbiamo scritto nel volantino che abbiamo distribuito a proposito di una delle “storie” raccontate da Pansa e che qui riportiamo.

Prendiamo in mano il suo best-seller del 2003 “Il sangue dei vinti”: avvalendosi di un immaginario alter ego (Livia, una bibliotecaria fan dello scrittore Pansa) l’autore fa una sorta di carrellata di persone uccise da partigiani durante la guerra ed alla fine di essa, in varie località del Nord Italia ma non sempre quanto scrive (fingendo di farselo narrare da Livia) corrisponde alla realtà dei fatti. Per dimostrare la nostra tesi prendiamo ad esempio una vicenda riferita da Livia-Pansa, che abbiamo studiato (basandoci su varia documentazione che citeremo via via) perché riguarda la nostra storia locale e pertanto riteniamo di poter parlare con cognizione di causa. Si tratta dell’esecuzione del commissario Gaetano Collotti (il più famoso torturatore dell’Ispettorato Speciale di PS che operava nella Venezia Giulia), che fuggì da Trieste il 27 aprile 1945 (poco prima della liberazione della città) assieme alla convivente ed alcuni agenti, e fu ucciso presso Carbonera di Treviso da partigiani veneti, comandati da Gino Simionato, “Falco”.
Pansa (anzi Livia) ammette da buon principio a proposito di Falco: “le confesso che so poco di lui”, e che la sua “fonte principale” è Antonio Serena. (Si suppone quindi che dopo avere letto il testo di Serena né Livia né Pansa abbiano fatto altre ricerche).
Serena (deputato di AN che salì all’onore delle cronache quando fu espulso dal suo gruppo per avere diffuso nell’aula parlamentare il video e il libro con l’autodifesa di Erich Priebke, ed entrò poi nel gruppo di Alternativa Sociale) pubblicò nel 1990 il libro “I giorni di Caino”. Un capitolo di esso è dedicato alla “cartiera insanguinata”, cioè la Cartiera Burgo di Carbonera, dove aveva sede un comando di brigata e nei pressi della quale sarebbero stati riesumati diversi cadaveri, tra i quali anche quelli di Collotti e dei suoi accoliti.
Pansa-Livia ci indica una targa apposta (non si sa da chi) sulla Cartiera: “nella primavera del 1945 in questo stabilimento centinaia di militari e civili italiani affrontarono innocenti la morte nel nome della Patria”. In questa Cartiera Pansa fa dire a Livia che aveva la base “una banda guidata da un partigiano chiamato Falco (…) certamente un comunista, forse aggregato a qualche formazione della zona, ma con la voglia di fare da solo, decidere da solo, e rapinare e uccidere da solo. Un altro dato sicuro è che Falco era un sadico”. Sicuro in base a cosa la Livia non lo dice, ma prosegue: “al 25 aprile Falco e i suoi () decisero di fare della cartiera un luogo infernale per i fascisti in fuga”; poi si sofferma nella descrizione delle sevizie cui venivano sottoposti i prigionieri ed infine parla anche dell’esecuzione di Collotti: dopo avere descritto brevemente l’operato dell’Ispettorato di PS, Livia conclude: “Insomma Collotti faceva molto più in grande e sull’altro fronte lo stesso lavoro sporco che Falco aveva iniziato alla cartiera”.
Dato che, come si dice, le parole sono pietre, il lettore qui viene indotto a pensare che l’operato di Collotti, ancorché “più in grande”, sia stato conseguente a quello di Falco, e non eventualmente viceversa.
In realtà, se Livia non si fosse basata solo su Serena e se Pansa non avesse semplicemente riportato le parole di Livia ma fosse andato a leggere qualcosa d’altro, avrebbe potuto trovare innanzitutto che Collotti ed i suoi accoliti furono bloccati sulla strada di Olmi da una pattuglia congiunta delle Brigate Garibaldi e Badini di Treviso (di ispirazione democristiana e del Partito d’Azione) e furono arrestati perché trovati in possesso di “armi portatili, oggetti di vestiario e di lusso, tappeti persiani, pellicce e altri oggetti di valore”. Questa la testimonianza resa dall’avvocato triestino Piero Slocovich, che fu uno dei partigiani che arrestarono Collotti e quello che lo riconobbe; fu pubblicata dal quotidiano del CLN triestino (anticomunista e antijugoslavo) “La Voce Libera” (8/10/45). L’articolo prosegue: “il commissario (…) che viaggiava con documenti falsi, messo alle strette ammetteva la propria identità. L’intera banda Collotti veniva allora inviata al Comando di brigata, sito alla Cartiera Burgo di Carbonera, dove veniva interrogata. Alle tre del mattino, il primo a essere interrogato fu il Collotti. Egli tentò di difendersi dicendo d’esser in relazione con l’alto Comando Alleato. Cercò di scusarsi per la accanita campagna condotta contro gli appartenenti al Partito d’Azione che lo portò a “scovare” a Padova e persino a Milano. Addosso aveva documenti del Comitato di Trieste (forse il CLN?, n.d.r.), ricevute per il Prestito della Liberazione, falsi, e nelle fodere dei vestiti, documenti delle SS. (…) Successivamente però in base all’ordinanza del CLN Alta Italia, diramato per radio, di fucilare i fascisti in possesso di armi e in considerazione della gravità dei delitti commessi dalla banda e della scoperta, tra gli oggetti trovatisi sul camion, di vari timbri falsi della Brigata Garibaldi e di numerosi orologi da polso usati (evidentemente rubati alle vittime), il Collotti ed i suoi furono giustiziati”.
Pansa (o Livia) avrebbero forse potuto considerare questa ordinanza del CLNAI prima di decidere che ogni esecuzione alla fine della guerra è stata un atto criminale. Ed uno dei due (magari il giornalista) avrebbe anche potuto prendere visione del processo celebrato contro Falco (RG 487/45), accusato di avere “cagionato la morte” di 46 persone identificate, più altre 39 non identificate, dove la sentenza (emessa il 24/6/54) dichiarò non doversi procedere perché i reati rubricati erano estinti per amnistia, in quanto fu riconosciuto che aveva agito per fini politici e non di vendetta personale.
Torniamo infine sull’attendibilità del libro di Serena. Egli scrive che alcuni identificati tra gli uccisi di Carbonera sarebbero “secondo un professore di Trieste (…) Paccosi Bruno, Giuffrida Salvatore, Alessandro Nicola, Padovan Mauro, Martorelli Pierina”. Il “professore” in questione è Samo Pahor, che in realtà scrisse all’Ufficio di Stato Civile del Comune di Carbonera chiedendo informazioni su diversi nominativi, dei quali il Comune confermò l’esistenza di atti di morte trascritti solo per due: Collotti e Rado Seliskar, aggiungendo che “delle altre persone cui Lei fa cenno sulla sua lettera non esiste alcuna traccia” (copia di questo carteggio in archivio IRSML Trieste n. 912bis). Dagli atti processuali invece risultano uccisi alla cartiera Collotti, Seliskar e Paccosi, mentre il nome di Alessandro Nicola non compare tra i nomi dei caduti di PS, e da altre fonti Giuffrida sarebbe stato fucilato a Lubiana e Padovan ucciso a Monfalcone (per la cronaca, Padovan faceva parte sia dell’Ispettorato che della Guardia civica, e si era distinto come infiltrato in gruppi partigiani ed agente provocatore che causò l’arresto e la morte di diversi antifascisti, come risulta da verbali dello stesso Ispettorato che furono sequestrati a Collotti al momento dell’arresto, furono acquisiti dalla Procura di Treviso e ne è conservata copia presso l’archivio dell’Anpi di Trieste).
Ammesso che Pansa abbia verificato quattro volte anche questa storia, probabilmente gli sono sfuggiti alcuni documenti. Il che dimostra che la quantità non sempre fa la qualità, come si possono scrivere libri su libri ma non è detto che servano alla conoscenza della verità storica.
Detto per inciso, come fa Pansa a sfornare tutti questi libri? Ad un certo punto ha accennato al fatto che la moglie è coautrice di molti dei suoi scritti, ma non hanno potuto firmare assieme dato che le case editrici sono restie a pubblicare libri con doppio autore (ma quando mai, diciamo noi che vediamo in libreria titoli su titoli con doppio autore). Forse si sarebbe potuto pubblicare il libro a nome della signora Pansa, ma è ben vero che è il signor Pansa che fa cassetta e la moglie non si sa…
Comunque va ribadito che in tutti questi libri nei quali ha raccolto così tante storie di fascisti uccisi la scoperta sensazionale del Nostro è che in guerra ci si ammazza. Nel senso che ad ammazzare non sono solo gli aggressori, perché ad un certo punto anche gli aggrediti cominciano a difendersi e magari (e qui sta il crimine secondo Pansa) anche a vendicarsi.
Se Pansa si fosse preso la briga di leggere il nostro volantino, a questo punto avrebbe potuto tenere conto delle parole che abbiamo ripresto da una persona tanto più grande di noi (di noi che scriviamo ma anche di Pansa e Capuozzo), sia per l’impegno civile, sia come letterato: Italo Calvino:

...dietro il milite delle brigate nere
più onesto, più in buona fede, più idealista,
c\'erano i rastrellamenti
le operazioni di sterminio
le camere di torturale deportazioni
l\'olocausto

Mentre dietro il partigiano
più ladro, più spietato
c\'era la lotta per
una società più pacifica
più democratica e
ragionevolmente più giusta...

Il “revisionista” ha poi spaziato anche su fatti avvenuti successivamente, e dall’alto della sua scienza ci ha elargito un’ennesima scoperta dell’acqua stantia. Anche se potrebbe sembrare, ha detto, che “il comandante Borghese non ha niente da spartire con l’editore Feltrinelli, o Almirante con Berlinguer”, tutti costoro sono accomunati dal fatto di “avere fatto parte dello stesso periodo storico”. Certo che se questa cosa non ce la diceva Pansa noi da soli non ci saremmo mai arrivati…
In merito ad eventi della strategia della tensione Pansa ha fatto riferimento all’omicidio del commissario Calabresi, scusandosi per non avere fatto abbastanza per impedire che venisse ucciso, dando così nuovamente dimostrazione del suo egocentrismo: figuriamoci se nel contesto in cui è maturato l’omicidio di Calabresi, tra terroristi veri e presunti, servizi deviati ed investigatori onesti, equilibri internazionali, Nato, Gladio, traffici d’armi e riciclaggi internazionali, qualcuno avrebbe dato peso alle parole di un Pansa qualunque che all’epoca contava come il due di briscola.

Ma la figura più misera Pansa l’ha fatta non-rispondendo ad un intervento di Livio Sirovich, che, dopo avere posto una domanda su Pinelli e Calabresi (domanda furbescamente girata da Pansa a Capuozzo, che all’epoca “militava in un movimento di cui facevo attenzione a parlare”) ha detto di non concordare sul fatto che fascisti e antifascisti erano la stessa cosa. “Se avessero vinto i fascisti io non sarei nato, dato che mia mamma era ebrea”, ha osservato Sirovich. A questo Pansa ha risposto che l’intervento era stato troppo “confuso” (!) e quindi non sapeva come rispondergli.
Lo scrittore ha invece risposto brevemente a due interventi che gli suggerivano argomenti su cui scrivere: il primo riguardava la storia degli esuli istriani a cui Pansa ha ribattuto che lui non potrebbe dire nulla di nuovo perché è già stato scritto praticamente tutto, ma chi vuole che pubblichi pure; il secondo, fatto dall’avvocato Sergio Pacor (attuale presidente del Consiglio comunale) in merito all’attività del CLN italiano di Trieste, che nei “40 giorni” di amministrazione (Pacor ha detto occupazione, ma noi ci rifiutiamo di usare questo termine) jugoslava di Trieste patì a causa della “strumentazione (sic) nazionalistica” del IX Korpus di Tito. In merito a questa sorta di orchestra sinfonica nazionalista filo-jugoslava Pansa ha risposto che chi vuole può scrivere un libro anche su questo argomento, ma lui ha attualmente altre cose da fare. Come dire: non disturbate lo scrittore di grido.
Infine, in tema di attualità politica, secondo Pansa i successori di Berlusconi potrebbero essere o Tremonti o Fini e quest’ultimo “ci stupirà per le sue scelte” (quali? mah!). Pansa ha poi attaccato il quotidiano la “Repubblica”, che ha definito “unico vero giornale di partito rimasto in Italia”, dato che il “sistema partitico in Italia è talmente scassato che un quotidiano diventa più forte di un partito”.
Il Nostro non ha però chiarito cosa pensi del Partito democratico e del ruolo della “Repubblica”, tranne le frecciate al quotidiano che lo “pagava per non farlo scrivere”; però dalle sue parole sembra che l’elettorato di riferimento del giornalista non sia tanto quello di centrosinistra quanto piuttosto quello di destra. In effetti, volendo dare uno sbocco politico a quella “zona grigia” tanto apprezzata da Pansa, il riferimento storico che ci viene in mente è quella “Maggioranza silenziosa italiana” (la cui sigla era curiosamente MSI), movimento (di breve durata) fondato nel 1971 dall’ex partigiano “bianco” (monarchico) Adamo Degli Occhi, all’insegna dell’anticomunismo e per reclamare per il Paese “ordine e stabilità”; vi aderirono esponenti della destra democristiana, liberali e monarchici ed ebbe un interscambio con il Comitato di resistenza democratica fondato da Edgardo Sogno.
Troviamo analogie tra le posizioni politiche della Maggioranza silenziosa e quelle espresse da Pansa: ad esempio chi rifugge dall’antifascismo comunista può gradire l’antifascismo golpista di Sogno, o l’antifascismo grigioverde della Osoppo che aveva cercato contatti con la Decima Mas e quello “bianco” della gran parte del CLN triestino, anticomunista ed antijugoslavo.
Questa “operazione Pansa” di riscrittura della storia rappresenta in un certo senso la sponda “democratica” di quella campagna di demonizzazione della Resistenza iniziata molti anni fa da Giorgio Pisanò e proseguita da vari propagandisti di destra (tra i quali uno dei più prolifici è il pordenonese Marco Pirina), campagna che peraltro marcia di pari passo con la rivalutazione del ruolo della “zona grigia”, (cioè gli ignavi nella Seconda guerra mondiale). Da essa il fascismo ne esce depurato sia dai crimini delle persecuzioni razziali, delle quali viene incolpato il nazismo (tralasciando che le prime leggi razziali furono emanate già nel 1938), sia dai crimini di guerra, dato che i partigiani furono crudeli con i civili alla stessa stregua dei nazifascisti e viene descritto come la “vittima” di una “sinistra” che non solo ne ha ferocemente massacrato gli adepti nel corso della guerra, ma per più di cinquant’anni ha impedito ai sopravvissuti di parlare; e solo quando s’è attivato Pansa, l’Uomo del destino, le loro storie nascoste sono riemerse. Naturalmente dal momento in cui i fascisti sono diventati vittime anche il fascismo ha iniziato ad essere visto in maniera diversa: il lavoro di Pansa (come già quello di Pisanò e Pirina) porta ad una rivalutazione del fascismo, di quel fascismo dello status quo di prima della “guerra civile”, dove la “zona grigia”, se non si opponeva al regime poteva vivere in pace perché non c’erano conflitti sociali e vi erano ordine e sicurezza (chi invece si schierava contro il fascismo, sia pure per difendere i propri diritti, usciva dalla “zona grigia”: secondo le teorie pansiane, poteva essere represso senza essere considerato una “vittima”?).
Oggi c’è chi chiede un sistema forte, ordinato, senza tensioni sociali, un sistema che per ovvi motivi non si chiamerebbe più fascismo, ma di esso riprenderebbe le regole economiche (come i sindacati esautorati da ogni possibilità di contrattazione), la gestione dell’ordine pubblico e dei diritti civili, il razzismo e l’uso di milizie private, anche se ufficialmente nel rispetto della Costituzione: e l’uomo politico che potrebbe incarnare tutto ciò potrebbe essere forse quel Gianfranco Fini che ci “stupirà per le sue scelte”?

settembre 2009

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