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Il Servizio Anello e Giorgio Pisanò.

IL RUOLO DI GIORGIO PISANÒ NELLA STRUTTURA DELL’ANELLO.
Nel marzo 1945 il generale Mario Roatta (già a capo del SIM fascista nonché al comando militare nella Jugoslavia occupata dai nazifascisti, firmatario della famigerata Circolare 3c che proponeva il sistema del “testa per dente” nelle rappresaglie contro i partigiani) si trovava sotto processo a Roma per l’assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli (gli esponenti di Giustizia e Libertà uccisi in Francia da una squadraccia fascista, su commissione del servizio italiano).
Nel corso del procedimento Roatta si fece ricoverare all’ospedale militare del Celio e da lì evase con la complicità del suo ex subalterno in Croazia, il generale Taddeo Orlando; dopo alcuni mesi di permanenza in Vaticano, fu portato in Spagna su un aereo guidato dall’ex aviere della RSI Adalberto Titta (che fu in seguito processato ma amnistiato per l’uccisione di alcuni partigiani nella zona di Limbiate). Roatta fu condannato in contumacia ma usufruì delle amnistie; la sentenza fu successivamente annullata ed il generale rientrò in Italia nel 1966 come libero cittadino (va specificato che non fu mai processato per i crimini di guerra commessi in Jugoslavia).
L’evasione di Roatta sarebbe stata la prima operazione organizzata dal Noto servizio (la definizione di “noto servizio”, come ha spiegato nel corso di una conferenza lo studioso Giuseppe De Lutiis, va intesa anche, inserita in un discorso, nel senso di “servizio del quale siamo a conoscenza” sia noi che i nostri interlocutori) o Anello, una struttura la cui esistenza fu scoperta casualmente nel maggio del 1998, quando il perito Aldo Giannuli, incaricato dal giudice Guido Salvini di reperire documenti sulla strage di Piazza Fontana, rinvenne in un archivio del Ministero dell’Interno (un deposito di via Appia dove si trovavano svariati scatoloni lasciati dall’Ufficio Affari Riservati diretto da Federico Umberto D’Amato) una nota informativa le cui prime righe recitavano:
«Questa è la storia di un servizio informazioni che opera in Italia dalla fine della guerra e che è stato creato per volontà dell’ex capo del SIM, generale Roatta».
L’appunto, datato 4/4/72 (periodo in cui si voleva chiudere questo servizio perché considerato troppo oneroso), è attribuito al giornalista del Corriere della Sera Antonio Grisolia, membro dell’Anello, che con il poco originale nome in codice di giornalista riferiva alla Squadra 54, cioè la sezione milanese dell’Ufficio Affari Riservati.
Sulla base di questa documentazione fu redatta, a cura del ROS dei Carabinieri, una corposa relazione (Annotazione n. 5067/263 “P”, d.d. 10/9/02, inserita in RGNR 91/97 Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia; se non altrimenti indicato, i dati e le citazioni del paragrafo si intendano tratti da questo documento) che ricostruisce la genesi e l’attività di questo misterioso servizio, che sarebbe stato fondato da un non meglio identificato “Otimsky”, un ufficiale sovietico di origine polacca (successivamente si scoprì che la grafia corretta era “Hotimsky” e che non era sovietico, ma aggregato al contingente britannico), successivamente trasferitosi in Israele.
Tra le operazioni che vengono attribuite ad attività dell’Anello vi sono la fuga di Herbert Kappler dall’ospedale del Celio nel 1977; l’individuazione del luogo di prigionia dell’esponente democristiano Ciro Cirillo rapito dalle BR a Napoli nel 1983; addirittura l’individuazione del “covo” in cui sarebbe stato detenuto Aldo Moro. Ma vengono citati anche “eliminazioni” di persone scomode con omicidi mascherati da incidenti stradali (Titta era un esperto di infortunistica stradale), il progetto di assassinare il sindaco socialista di Milano Aldo Aniasi e quello di rapire l’editore Giangiacomo Feltrinelli.
Inoltre in un’informativa del giugno ’74 si legge che se fossero proseguite le indagini sul ruolo di Gianni Nardi nell’organizzazione della strage di Brescia (28/5/74) sarebbero emerse informazioni sull’Anello.
Tra gli scopi di questa struttura c’era anche quella di staccare il PSI dalla collaborazione con il PCI, portandolo su posizioni di anticomunismo e di filo-atlantismo, attraverso campagne stampa scandalistiche (come quella lanciata dalle pagine della rivista Il Candido contro Giacomo Mancini, rappresentante della sinistra interna del PSI), ricatti ed altro. Nello stesso tempo agenti dell’Anello sarebbero entrati nel PSI per influenzare i dirigenti del partito in senso anticomunista, sia all’inizio degli anni ’60 per far nascere il centro-sinistra (con conseguente distacco dal PCI); successivamente spingendo alla scissione socialista del 1969, infine portando Bettino Craxi a guidare il partito verso la fine degli anni ’70. E fu proprio Bettino Craxi che nel 1983, grazie ai voti del MSI di Giorgio Almirante, fece approvare una legge sulle emittenti televisive mediante la quale il piduista Silvio Berlusconi riuscirà a costruire la propria egemonia politica e culturale.
Accenniamo qui a quella parte del testo del Piano di rinascita nazionale della loggia P2, dove, nel paragrafo dedicato ai “Procedimenti”, punto 2.d leggiamo: «dissolvere la RAI TV in nome della libertà di antenna ex art. 21 Costit.». Un tanto dopo avere «sollecitato» i giornalisti tramite una «manovra di tipo economico finanziario», con la «disponibilità di cifre non superiori a 30 o 40 miliardi» (in lire dell’epoca in cui fu steso il “piano”, ovviamente) per «permettere ad uomini di buona fede e ben selezionati di conquistare le posizioni chiave necessarie al controllo» della stampa.

Tornando alla struttura dell’Anello, nella documentazione rinvenuta in via Appia vi sono i nominativi degli agenti arruolati, la maggior parte dei quali erano reduci della RSI e molti provenienti dai ranghi della Decima Mas. Tra di essi, oltre al già visto Titta e la moglie Margherita Ferrari (che aveva fatto parte della segreteria del ministro della RSI Pavolini) citiamo il francescano padre Enrico Zucca, al quale i membri del Partito Fascista Democratico (fondato da fascisti latitanti) che avevano organizzato il furto della salma di Mussolini nella notte tra il 23 ed il 24 aprile 1946 consegnarono i resti del defunto “duce”; il costruttore Sigfrido Battaini, l’industriale chimico Angelo Boate, il presentatore televisivo Febo Conti (per i quali fu ipotizzato un coinvolgimento nel rientrato golpe di Junio Valerio Borghese); l’investigatore privato Tom Ponzi, amico personale di Almirante e coinvolto nello scandalo delle intercettazioni nei primi anni ‘70; il fondatore del MAR Carlo Fumagalli.
Vengono anche citati collegamenti con i generali Giovanni Messe e Gastone Gambara, che avevano diretto le operazioni rispettivamente nell’Albania e nella Jugoslavia occupate durante il conflitto, responsabili quindi anche delle repressioni e delle rappresaglie effettuate, esattamente come Roatta (ma Messe fu Capo di Stato maggiore dell’Esercito italiano del Sud dopo l’armistizio).
Tra i membri dell’Anello troviamo anche il giornalista e parlamentare missino Giorgio Pisanò, cui dedichiamo un approfondimento. Appena diciottenne, nel 1942 gli fu affidato il comando di una compagnia di pronto intervento della GIL e dopo l’armistizio si arruolò nei Nuotatori Paracadutisti della Decima Mas (specializzati in lavori di intelligence, gli ufficiali degli NP si attivarono per i contatti con i servizi del Sud in funzione anticomunista e per il salvataggio dei gerarchi dopo la liberazione: nel dopoguerra il loro comandante, il triestino Giovanni Buttazzoni, fu arruolato nella sezione dell’OSS diretta da James Jesus Angleton in funzione anticomunista).
Secondo lo storico militare Daniele Lembo, Pisanò avrebbe però prestato servizio per l’Abwehr (il servizio segreto militare germanico: in effetti risulta decorato con la croce di ferro tedesca), per conto del quale fu inviato in missione al Sud e mentre cercava di rientrare nella RSI fu catturato da agenti del servizio britannico FSS, ma riuscì a scappare e raggiungere il quartier generale di Mussolini (“I servizi segreti di Salò. Servizi Segreti e Servizi Speciali nella Repubblica Sociale Italiana”, Grafica MA.RO Editrice, 2001, p. 94-98). Fu catturato dai partigiani alla fine della guerra nel ridotto alpino della Valtellina dove si era rifugiato assieme ad altri repubblichini; consegnato agli angloamericani, fu internato in diversi campi di prigionia e rilasciato nel 1946.
Fu tra i fondatori del MSI, e nel 1965 relatore al convegno sulla “guerra rivoluzionaria” all’Hotel Parco dei Principi (dove si sarebbe espresso in questi toni: «non vi parlo a titolo personale: vi parlo a nome di un gruppo che a Milano si è dedicato da tempo allo studio della tecnica della guerriglia comunista, perché ci siamo resi conto perfettamente che non è possibile parlare e non è possibile condurre una efficace azione anticomunista, se noi non impariamo bene come il comunismo agisce, in base a quale tecnica si muove, in base a quali piani procede contro di noi. Noi siamo scesi su un campo pratico, immediatamente»; gli atti sono stati pubblicati nel 1965 da Volpe editore); nel 1968 rifondò la rivista Il Candido, che era stata diretta da Giannino Guareschi fino al 1961 (anno in cui il proprietario Angelo Rizzoli, piduista, la chiuse); e tale rivista sarebbe servita alla struttura dell’Anello per diffondere i propri messaggi.
Ricolleghiamoci ora ad un altro membro dell’Anello, Carlo Fumagalli, la cui attività eversiva fu scoperta nella primavera del 1974, poco prima della strage di Brescia (28 maggio).
In seguito agli arresti di molti estremisti di destra che avevano fatto parte del MAR (tra gli identificati, ma non arrestato in quanto riuscì a scappare, c’era anche l’avanguardista nazionale triestino Claudio Scarpa), Pisanò iniziò delle “indagini” in proprio e le pubblicò via via sulla testata da lui diretta, comunicandone alla fine i risultati agli inquirenti. Pisanò raccolse alcune “testimonianze” che indicavano un rapporto di collaborazione tra Fumagalli e Feltrinelli (che era stato trovato morto sotto un traliccio a Segrate il 14/3/72: noi ricordiamo che tra i progetti dell’Anello c’era anche il rapimento dello scomodo editore). In un articolo pubblicato il 20/6/74, il senatore scrisse di avere acquisito una «testimonianza precisa» raccolta da «un nostro informatore da un pregiudicato, certo Giovanni R.», dalla quale risultava che Feltrinelli aveva «assunto» Fumagalli con uno «stipendio di ottocentomila lire al mese», che «aveva il comando di una poderosa banda terroristica che agiva su scala internazionale»; e di «conoscere benissimo Saba e Fioroni, ambedue luogotenenti di Feltrinelli». Dopo avere tratto il convincimento che Fumagalli non era «di destra» ma un «partigiano» che, se pure «bianco», se la faceva coi «rossi come Feltrinelli», Pisanò conclude che «dopo la morte di Feltrinelli il terrorismo si è scisso in due tronconi: quello delle Brigate Rosse», con «gli amici dell’editore morto», e «quello capeggiato da Fumagalli», domandandosi infine «quali legami esistono ancora tra i due gruppi» .
Il giornalista fu sentito dagli inquirenti il 3/6/74 ed il 10/12/74 e successivamente rese testimonianza l’“informatore” da lui citato, Francesco Piazza, che riferì un dialogo avuto con un certo Giovanni Rossi, un ricettatore che era in contatto con Fumagalli e si occupava di piazzare la merce rubata (soprattutto opere d’arte) che questi gli portava.
Rossi era morto in un misterioso incidente stradale il 18/12/73: l’auto su cui viaggiava assieme ad altri complici trasportando refurtiva fu travolta da un furgone e prese fuoco, morirono tutti gli occupanti e non fu mai identificato il pirata della strada (ci viene qui in mente che l’Anello era specializzato in “incidenti” stradali…). Secondo la testimonianza di Piazza, Rossi ad un certo punto era venuto a conoscenza di alcuni episodi che lo avevano fatto preoccupare di venire coinvolto nell’attività eversiva del suo complice, e si era confidato con Piazza, dicendogli che Feltrinelli aveva finanziato Fumagalli, il quale lo avrebbe stimato soltanto per la sua capacità finanziaria (e finché Feltrinelli era in vita, Fumagalli non aveva avuto problemi economici, che erano iniziati dopo); aggiungendo che i due si incontravano spesso (anche con altre persone) presso l’albergo Arcobaleno di Vimodrone. Vi si sarebbero trovati anche la sera prima della morte di Feltrinelli e nel corso di questo incontro avrebbero parlato di un traliccio da minare, ma sarebbero anche sorte divergenze politiche per cui «la discussione era stata molto animata» e «Rossi disse che Feltrinelli era al traliccio con una squadra di Fumagalli, ma non mi disse anche se ci fosse Fumagalli in persona» (In RGNR 212-74 procura di Brescia, Atti MAR 13 B-2 Testi).
In sintesi, un teste riporta affermazioni fatte da un morto e quindi impossibili da verificare, ma alla fine di tutto ciò, per quanto si possa credere alle coincidenze, troviamo però curioso che per coordinare le indagini sulla morte di Feltrinelli nel marzo del 1972 fu «inviato apposta da Padova a Milano» un altro «membro del super servizio segreto denominato L’Anello», il maggiore dei Carabinieri Pietro Rossi, in servizio presso la Divisione Pastrengo di Milano (comandata dal piduista Giovanbattista Palumbo), definito da Ferruccio Pinotti: «l’uomo di collegamento tra l’Arma e il SID» (“Feltrinelli, le ombre 40 anni dopo”, Sette 12/3/12, reperibile in http://www.corriere.it/cronache/12_marzo_12/feltrinelli-inchiesta_f191ccf6-6c41-11e1-bd93-2c78bee53b56.shtml)..
Ed annotiamo che era stato il commissario Luigi Calabresi a giungere per primo a Segrate, e che iniziò delle indagini che si ricollegavano a traffici di armi che coinvolgevano il nordest ed il Nasco della Gladio di Aurisina presso Trieste… ma le sue indagini non poterono avere seguito perché fu ucciso due mesi dopo.
Dalle colonne del Candido, più o meno nello stesso periodo (estate 1974) partì anche un’altra campagna stampa che ebbe delle ripercussioni molto importanti sulla scena politica italiana. In alcuni articoli veniva presentata la figura di Silvano Girotto (detto Frate Mitra) come guerrigliero anti-imperialista proveniente dal Sudamerica, il che lo accreditò presso i brigatisti rossi che presero contatto con lui ritenendolo esperto di guerriglia. Com’è noto, Girotto (figlio di un carabiniere) era un infiltrato arruolato dal nucleo di Carabinieri facente capo al generale Dalla Chiesa, costituito in funzione antibrigatista. Grazie anche all’accreditamento fornito dalla rivista di Pisanò, il sedicente religioso riuscì a fissare un incontro con i leader brigatisti Curcio e Franceschini, il che li fece cadere nell’agguato predisposto dai carabinieri a Pinerolo l’8/9/74, fatto che decapitò i vertici dell’organizzazione, lasciando spazio a quel Mario Moretti (che non fu arrestato nell’occasione in quanto era stato stranamente preavvisato della trappola), che dopo la morte di Mara Cagol (avvenuta alcuni mesi dopo durante uno scontro a fuoco coi Carabinieri) conquistò la leadership del gruppo imponendo la propria linea d’azione, con le conseguenze che sappiamo.
Per segnalare l’ennesima coincidenza di interessi politici, prendiamo nota di un’altra campagna stampa lanciata dal Candido nel 1980 (quindi dopo il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro): tale campagna era indirizzata a «dimostrare che dietro la figura di Aldo Moro vi era un intreccio di interessi di personaggi non sempre limpidi» (http://giorgiopisano.blogspot.it) .


Note:
Su l’Anello si vedano i testi di Stefania Limiti (“L’anello della repubblica”, Chiarelettere 2009) e di Aldo Giannuli (“Il noto servizio”, Tropea 2011).

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