Articolo

      Mučeniška Pot


In merito agli elenchi dei 'deportati' da Gorizia


STORIA O PROPAGANDA?
Ha fatto scalpore nei primi giorni di marzo (in curiosa coincidenza con l’apertura ufficiale della campagna elettorale in Italia), la notizia che la Slovenia avrebbe finalmente consegnato all’Italia un elenco di nominativi di “deportati” dalla città di Gorizia nel maggio 1945 ad opera delle truppe jugoslave. L’ANSA si è subito distinta nello scrivere, a proposito dei “deportati da Gorizia”, che “di loro non si è mai saputo nulla, ma si ritiene che la maggioranza vennero uccisi nelle foibe carsiche”, anche se, a leggere la documentazione che è stata pubblicata sui quotidiani regionali, appare proprio il contrario di tutto questo.
Facciamo quindi una breve analisi, per il momento ancora generica (ci ripromettiamo di produrre un’analisi più dettagliata nei prossimi tempi) di quanto è apparso sulla stampa. Innanzitutto vi indichiamo una gustosa “bufala”: sul “Messaggero Veneto” dell’8/3/06, tra le varie foto di repertorio di recuperi di corpi dalle “foibe” (nessuna della zona del Goriziano, da quanto possiamo vedere dalle nostre conoscenze), c’è anche una foto che viene presentata come una “immagine d’epoca che testimonia i rastrellamenti delle truppe titine”. Peccato che questa “foto d’epoca” sia invece un fotogramma della (pessima) fiction prodotta l’anno scorso dalla RAI, “Il cuore nel pozzo”. Ma andiamo avanti.
Innanzitutto vediamo come sarebbe giunta in Italia questa documentazione sui goriziani deportati. Il ministro sloveno Rupel avrebbe consegnato uno studio della storica slovena Nataša Nemec al sindaco di Nova Gorica, che lo avrebbe consegnato a sua volta, due mesi or sono, al suo omologo goriziano, Vittorio Brancati. Il quale avrebbe consegnato la documentazione non ad un istituto storico, non ad un organismo ufficiale, ma alla rappresentante del Comitato dei congiunti dei deportati goriziani, la signora Clara Morassi Stanta, che è figlia di Giovanni Luigi Morassi (indicato nell’articolo come “presidente della provincia di Gorizia, vicepodestà” e nell’elenco prodotto dalla storica Nemec anche “PNF, gerarca, nemico degli sloveni, collaborazionista dei tedeschi”), che fu arrestato e non fece rientro, nonché vedova di Luigi Stanta, che il sedicente ricercatore storico Marco Pirina, in “Genocidio…” indica come “Prof.” e “Vice Comandante” di una non meglio identificata “Divisione Gorizia”, che gli avrebbe dato le foto, pubblicate nel libro, relative ad un “eccidio” di 20 militari inquadrati nel XIV Battaglione Costiero (in linguaggio tecnico il “freiwillige Polizei bataillon”, direttamente sottoposto agli ordini del Reich).
Il primo interrogativo che ci viene in mente è questo: perché lo “studio” è stato consegnato alla signora Morassi? Il secondo: perché la signora Morassi lo ha consegnato alla Prefettura e quindi reso di pubblico dominio proprio in questo particolare momento? Non avrebbe avuto più senso, da un punto di vista logico, parlarne nel corso del giorno del ricordo del 10 febbraio e non all’inizio della campagna elettorale?
Ma questi sono interrogativi che alla fine non hanno molta importanza: ciò che conta in effetti è la documentazione pubblicata. Dicevamo che questo sarebbe uno “studio” curato dalla dottoressa Nemec: noi pensiamo che qualunque storico dovrebbe, prima di rendere pubblico un proprio studio, cercare di dargli una forma concreta e comprensibile, e non limitarsi a ricopiare degli appunti, lasciando in piedi contraddizioni non chiarite e via di seguito.
Per entrare nel merito, diciamo che può essere un criterio valido dividere le persone a seconda delle proprie qualifiche (militari, bersaglieri, polizia…), però quantomeno all’interno di uno stesso elenco dovrebbe essere rispettato l’ordine alfabetico, cosa che non abbiamo riscontrato; né la numerazione progressiva è corretta. Né comprendiamo il motivo di fare un elenco a parte per chi fu internato a Borovnica, un altro per chi morì a Borovnica o a Skofja Loka, e non inserire questi nominativi nei singoli elenchi per qualifica, ma questi al limite sono particolari di relativa importanza. Ciò che non troviamo accettabile è che in questo elenco vengano compresi anche “149 scomparsi prima del maggio 1945”, tra i quali troviamo, al n. 17, Coos Alfredo, morto in Corsica il 15/10/43; al n. 53 Iach Giuseppe, partigiano e al n. 86 PUERI Giorgio, partigiano brigata Kosovel, caduto presso Trnova nel 1944. A che scopo inserire questi nomi (od anche gli altri nomi di persone che, comunque, sono morte nel corso della guerra per i più svariati motivi e nei più svariati luoghi), se non per aumentare la cifra totale dell’elenco e creare più scalpore intorno al fatto? Lo stesso discorso per l’elenco dei 110 rientrati dalla prigionia: se sono rientrati, perché comprenderli nell’elenco che viene spacciato per quello dei “deportati e dispersi”?
Inoltre non è dignitoso, per una ricerca storica, che a fianco di diversi di questi nominativi (come il già citato partigiano Iach) appaiono annotazioni di questo tipo: “arrestato a Gorizia 9/5/45 disperso 1943-45”. Se esistono dubbi sulla scomparsa o l’uccisione di una persona, lo storico serio deve spiegare queste contraddizioni, possibilmente indicando la fonte di ciascuna delle ipotesi (a parte che nel caso specifico di Iach egli risulta negli studi più recenti solo come partigiano caduto in combattimento).
Queste le brevi constatazioni in merito alla qualità dello studio che è stato reso pubblico, uno studio che oltretutto non aggiunge nulla di nuovo, come ha sostenuto anche Piero Delbello (direttore dell’Istituto per la cultura istriano fiumano dalmata di Trieste, che comunque non si vede cosa c’entri con questione relative a Gorizia, che non è né Istria, né Fiume, né Dalmazia), rispetto agli elenchi di arrestati che già si conoscevano da tempo. Ma a prescindere da questo, ciò che a parer nostro invece è fondamentale da rilevare, è che questi elenchi, lungi dal dimostrare “infoibamenti” e massacri indiscriminati da parte dell’esercito jugoslavo o dei partigiani nei confronti degli abitanti di Gorizia, evidenziano invece tutta un’altra serie di cose.
Innanzitutto, come abbiamo già accennato, in questo elenco di circa 1100 persone sono 110 i nominativi di rientrati dalla prigionia e 149 le persone morte prima del 1/5/45; circa 500 sono nominativi non di “deportati” goriziani, ma di militari (provenienti da tutta Italia) appartenenti a formazioni che erano di stanza nella ex provincia di Gorizia (i bersaglieri ad esempio sono stati fatti prigionieri nella zona di Tolmino, mentre il battaglione costiero nella zona di Cal di Canale), compresi 33 domobranzi, che non erano una formazione italiana, ma di sloveni inquadrati nell’esercito nazista; ed erano inquadrati come “freiwillige” (cioè volontari”) nell’esercito del Reich sia il XIV Battaglione costiero, sia i bersaglieri del battaglione “Mussolini”. Andando avanti, troviamo anche 38 nominativi di arrestati nella zona di Monfalcone, ed alla fine, dei “deportati civili” da Gorizia ci rimane solo un elenco di circa 200 nomi, dei quali, se leggiamo le qualifiche indicate, scopriamo che molti erano squadristi, molti erano funzionari del Fascio e gerarchi, alcune donne erano ausiliarie della contraerea (quindi militari da ogni punto di vista), altri ancora collaborazionisti con la polizia nazista e via di seguito.
Un discorso a parte va fatto per i carabinieri indicati nell’elenco: ricordiamo che l’Arma dei Carabinieri fu sciolta, nell’Adriatisches Küstenland, per ordine dei comandi germanici, con decorrenza 25 luglio 1944. I carabinieri furono quindi inquadrati in altre formazioni collaborazioniste: generalmente nella Milizia Difesa Territoriale, cioè il corrispettivo della Guardia Nazionale Repubblicana nel territorio direttamente soggetto al Reich che non accettava la presenza di organizzazioni militari “italiane”. Altri carabinieri furono inquadrati negli organismi di polizia (sempre soggetta al comando germanico); i carabinieri che si rifiutarono di venire inquadrati nelle formazioni militari soggette al Reich, perché ritenevano ancora valido il proprio giuramento di fedeltà al Regno d’Italia, furono deportati nei lager germanici dove molti persero la vita. Soltanto pochissimi carabinieri rimasero in organico come tali, quelli che curavano gli uffici stralcio dell’Arma, ma quelli che furono arrestati, a Gorizia come a Trieste, nei primi giorni di maggio del 1945 non potevano essere stati arrestati in quanto carabinieri, ma in quanto ex carabinieri che erano stati inquadrati nelle formazioni collaborazioniste (e difatti secondo altri elenchi di arrestati, la maggior parte dei carabinieri dell’elenco di Nemec risultano essere stati inquadrati nella MDT).
Un’altra cosa importante che appare da questo elenco, è che nessuno di questi arrestati risulta essere stato “gettato nelle foibe”, nonostante quanto scritto dall’ANSA: gli arresti risultano essere stati fatti in quanto le persone erano state coinvolte con il passato regime (per alcuni nominativi troviamo l’indicazione “arrestato per errore”), mentre la maggior parte, come abbiamo spiegato prima, è composta da militari catturati ed internati nei campi di prigionia, come previsto dai regolamenti di guerra. Non “foibe”, quindi: arresti sì, morti anche, ma non “infoibati”.
Perché dunque continua questa strumentalizzazione dei morti, che ci si ostina a definire “infoibati” anche se sono morti altrimenti? Ricordiamo qui quanto scrivono Pupo e Spazzali (in “Foibe”, Bruno Mondatori 2003): “Quando si parla di foibe ci si riferisce alle violenze di massa a danno di militari e civili, in larga prevalenza italiani, scatenatesi nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 in diverse aree della Venezia Giulia e che nel loro insieme procurarono alcune migliaia di vittime. È questo un uso del termine consolidatosi ormai oltre che nel linguaggio comune, anche in quello storiografico, e che quindi va accolto, purché si tenga conto del suo significato simbolico e non letterale”. Questo concetto è stato ripreso, negli ultimi anni, da storiografi e divulgatori vari, da Oliva a Rumici, al più recente Girardo.
Per capire questa mistificazione facciamo un passo indietro nel tempo.
Nel 1976, all’epoca del processo per i crimini della Risiera di San Sabba (un campo di concentramento e sterminio per ebrei e partigiani rastrellati nei territori occupati dai nazifascisti, dove si calcola furono uccise tra le 4.000 e le 5.000 persone), ci fu una campagna stampa che chiedeva, oggi si direbbe come “par condicio”, che si procedesse in via giudiziaria anche per le “foibe”. In quell’occasione lo storico triestino Giovanni Miccoli sostenne che l’accostamento tra foibe e Risiera fosse “aberrante”, in quanto la Risiera era “il frutto razionale e scientificamente impostato dall’ideologia nazista, che come ha prodotto Belsec e Treblinka, e Auschwitz e Mauthausen, e Sobibor e Dachau, così ha prodotto la Risiera, e l’ha prodotta qui, ha potuto produrla qui perché, per i fini ai quali doveva rispondere, ha trovato compiacenti servizi in ambienti largamente predisposti dal fascismo”; mentre le foibe “sono la risposta che può essere sbagliata, irrazionale e crudele, ma pure sempre risposta alla persecuzione e alla repressione violenta e sistematica cui per più di vent’anni lo Stato italiano (…) aveva sottoposto le popolazioni slovene e croate di queste zone. È assurdo parlare, riferendosi ad esse, di genocidio o di programmazione sistematica di streminio, ma sì di scoppio improvviso di odii e rancori collettivi a lungo repressi”.
Miccoli conclude asserendo che un eventuale processo per “le foibe” sarebbe un “accostamento storicamente e moralmente infondato se non, ancora una volta, da un punto di vista nazionalista e fascista, un processo non ad un’ideologia e a un sistema, e quindi occasione di crescita e di consapevolezza civile, ma un processo ad una reazione irrazionale e violenta che trovava rispondenza in tensioni e lacerazioni di interi gruppi sociali, e perciò inevitabilmente aperto, per gli equivoci gravi da cui nascerebbe, alla strumentalizzazione fascista e nazionalista”.
Nello scritto appare chiaramente come Miccoli considerasse le “foibe” nel loro significato letterale e non “simbolico”, volendo tenere conto del linguaggio di Pupo e Spazzali. In effetti, stante che le varie modalità di morte dei cosiddetti “infoibati” (così definiti appunto secondo l’interpretazione “allargata”) non hanno di per se stesse un minimo comune denominatore, perché si tratta di episodi diversi tra di loro che vanno inseriti tutti nell’enorme, abominevole, fenomeno che fu la seconda guerra mondiale, non sarebbe possibile poter parlare di un fenomeno “comune” per le “foibe”, come invece si può parlare dei “lager”, che furono appunto il risultato di un programma politico studiato e pianificato a tavolino da un regime autoritario. Mentre, se si “accoglie” (sia pure nel suo significato “simbolico e non letterale”) l’uso del termine “infoibati”, allargandolo anche a coloro che morirono altrimenti (di tifo nei campi di internamento per militari, fucilati dopo processo, in esecuzioni sommarie da regolamenti di conti post-bellici e via di seguito), in base all’analisi del professor Miccoli prima esposta, questo “allargamento”, che porta a considerare fenomeni diversi tra di loro come componenti di uno stesso progetto (un non mai dimostrato storicamente disegno politico del nascente stato jugoslavo di “eliminazione” degli italiani per la conquista dei territori da essi abitati) può avere un unico effetto: quello di paragonare il “fenomeno delle foibe” (che è un “non-fenomeno”) al disegno nazifascista di eliminazione delle “vite zavorra”, delle “razze inferiori” e degli oppositori politici, realizzando in questo modo quell’accostamento aberrante che era stato denunciato come pericolo da Miccoli ancora nel 1976.

Viene quindi da pensare che sia questo il motivo per cui tanti divulgatori e storiografi si accaniscono nella propaganda a parlare di “foibe” nel concetto “allargato” di Pupo e Spazzali,; viene il sospetto che dietro queste interpretazioni storiografiche ci sia un movente politico, lo scopo sia quello di criminalizzare e denigrare la Jugoslavia di Tito, e con essa la lotta di liberazione compiuta a prezzo di immani sacrifici assieme agli antifascisti di tutte le nazioni che con essa hanno combattuto, ed infine anche il progetto politico che fu di Tito e della sua Jugoslavia, il cercare di costruire un tipo diverso di socialismo, autogestionario e non allineato.

Marzo 2006

Questo articolo è stato letto 3984 volte.

Contatore Visite