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Inaugurazione dell'Istituto Panzarasa a Trieste.

INAGURAZIONE DELLA SEDE DELL’ISTITUTO CARLO PANZARASA A TRIESTE.

Alla presenza di circa un centinaio di persone (per la maggior parte “reduci” di una certa età, ma non mancavano alcuni giovani), è stato inaugurato a Trieste il 16 ottobre scorso in via Ghega 2 l’Istituto di Ricerche Storiche e Militari dell’Età Contemporanea Carlo Panzarasa.
Al tavolo dei relatori erano presenti Carlo Alberto Panzarasa , Edoardo Fornaro e Gianfranco Gambassini .
La presentazione è stata fatta da Marina Marzi , che ha ringraziato le seguenti persone ed associazioni:
- tutti gli intervenuti, alcuni dei quali anche dall’estero (Sudafrica, Svizzera, America…) e da altre città italiane;
- la Fondazione Cassa di Risparmio di Trieste, per il contributo di 10.000 Euro;
- il professor Mario Merlino , che ha seguito da tantissimi anni la creazione dell’Istituto;
- Nino Arena , presente all’iniziativa, che ha donato molti dei suoi libri;
- i tre giovani Andrea (laureato in storia), Stefano e Nevio, presentati col solo nome di battesimo, che hanno fatto i lavori di ristrutturazione dell’appartamento;
- le autorità presenti: per il Governo il sottosegretario Roberto Menia; per la Regione Autonoma FVG il presidente della Commissione Cultura Piero Camber; per il Comune di Trieste il vicesindaco Gilberto Paris Lippi.
Prima di dare la parola a questi rappresentanti istituzionali, Marzi ha invitato a parlare l’ausiliaria del Battaglione “Lupo” Fiamma Morini (figlia di una crocerossina della I guerra mondiale fondatrice del Fascio femminile, e del fondatore del Fascio maschile di Lonigo) che ha donato all’Istituto le medaglie della madre; Carlo Praderio (del Battaglione guastatori alpini “Valanga”); ed il triestino, ora trasferito a Genova, Mario Isidoro Nardin che ha narrato le proprie esperienze nei “Gamma” della Decima Mas.
Dopo avere cercato di arruolarsi in Marina a 16 anni e mezzo, venne rimandato indietro e si arruolò a 17 anni nel 1940. La sua prima sede fu la caserma di San Bartolomeo (Muggia) che fu poi la caserma di Junio Valerio Borghese; successivamente a Marina di Massa, poi nella scuola sommergibilisti, infine in base a Brindisi, dove prese servizio in Beilul, uno dei 17 “africani” che la Marina fascista volle dare come nomi a propri mezzi (tra gli altri il Scirè, l’Adua…). Inviato in servizio allo “scoglio” di Lero, da dove, dopo una strenua resistenza, furono mandati via a fine luglio 1943, “quando l’Italia era in ginocchio”, dopo avere colpito 2 caccia inglesi; poi a Monfalcone, dove si trovava l’8 settembre.
Successivamente andò a Verona con altri 5 sommergibilisti: i tedeschi avevano bloccato Verona in quanto passaggio verso il Brennero, nel frattempo il loro comandante aveva affondato il sommergibile, loro furono rimandati a Trieste, città che rientrava nel disegno tedesco del Litorale adriatico; a quel punto si pose il problema di cosa fare: dopo un incontro con il Federale, Nardin fu mandato tra i mezzi d’assalto. Ebbe come comandanti Ferraro e Wolk; fu arrestato dagli Inglesi (ma questo punto non è molto chiaro, perché ha aggiunto di essere stato inviato in un campo di internamento dove conobbe Nino Buttazzoni , che però fu arrestato nel dopoguerra).
Il motto dei Gamma era “fare e non dire”, cioè un lavoro silenzioso: erano circa 100 persone, 80 delle quali sommozzatori esperti; il loro compito era di sabotare le navi nei porti. I Gamma nuotavano, anche per chilometri, di notte, per piazzare le mine sotto le navi. Avevano una base a Valdagno ed una a Venezia, dove avrebbero attaccato anche nel porto, ed anche navi ospedale (da esserne orgogliosi, commento nostro) ma questo non è chiaro a quando si sarebbe riferito, dato che Venezia rimase nella RSI fino alla fine di aprile 1945.
Gli ordigni consistevano in 12 chili di esplosivo che i Gamma andavano a prendere al confine (quale confine non si è capito) perché non si fidavano di quello che potevano avere in altri (quali?) modi; uno dei Gamma inventò un sistema particolare di mina che esplodeva mediante un meccanismo a croce di S. Andrea che se si girava in un senso non succedeva niente ma nell’altro esplodeva. Questo il commento di Nardini (che ci ha fatto rabbrividire): “una cosa meravigliosa”.
Nel dopoguerra lavorò a recuperi di residuati bellici nella zona di Cavallino, tra Caorle e Venezia, dove era pieno di aerei ed altri mezzi da guerra semidistrutti.
Marzi ha ripreso la sua presentazione con un accenno al fatto che gli Istituti storici sono solitamente “monotematici”, ed ha poi dato la parola ai rappresentanti istituzionali.
Menia ha affermato la necessità di riconoscere anche a coloro che poi si dirà che stavano dalla parte sbagliata il valore delle loro idee; la necessità della pacificazione sta nel riconoscere con obiettività le scelte altrui.
Lippi ha ricordato di essere nipote di un prigioniero nel Texas “non collaborante”, ed ha asserito che questo Istituto storico deve servire come messaggio ai giovani.
Camber ha ricordato che nella sua famiglia (il padre, avvocato, era stato alpino della Monterosa) venivano spesso a mangiare persone come Spartaco Schergat (cui la medaglia d’oro non procurò altro che un posto di bidello all’Università) e Maria Pasquinelli, “donna bellissima”, che dopo essere stata rilasciata venne alcune volte a Trieste e si fermò a pranzo da loro . Ha poi ricordato che intorno al 1976 si recò in Germania col padre ad un raduno dei reduci della Monterosa, che avevano fatto l’addestramento nella base militare di Metzingen (nel Baden-Württemberg) nel 1943. Il padre avrebbe voluto entrare a visitare il posto, ma solo dopo avere detto ai piantoni che era stato addestrato lì questi si sono schierati con tutti gli onori e li hanno portati in jeep a visitare il campo.
Marzi ha ripreso il suo intervento dicendo che Trieste “è la città giusta dove doveva nascere” un Istituto come questo.
Ha poi preso la parola Gambassini, che si è presentato come un aderente alla RSI che ha avuto il coraggio di dichiararlo da sempre e di esserne orgoglioso (applausi a scena aperta), ed ha in comune gli stessi ideali di Panzarasa, dopo avere ricordato il “comandante” Giuseppe Parello (“Fulmine”), uno dei “longobardi di Francia”, col quale si trovò rifugiato nel Seminario romano maggiore (per sfuggire all’arresto come collaborazionisti, si suppone) dove fecero amicizia con Panzarasa, ha aggiunto che il senso di questo Istituto è di “continuare i loro ideali”.
L’ingegner Edoardo Fornaro, uno dei tre finanziatori dell’Istituto (il secondo è Panzarasa mentre il terzo vuole mantenere l’anonimato, ha detto Marzi), ha narrato di essere figlio di un prigioniero non cooperante, che insegnava in Libia (dove lui è nato); il padre fatto prigioniero in Tunisia (forse non era un semplice insegnante?) fu poi inviato a Hereford nel Texas. Fornaro ha ribadito che a 65 anni di distanza non si dovrebbe più avere remore su cosa dire o non dire perché ormai si tratta di parlare di fatti storici dato che la storia non la fanno solo i vincitori. Ha poi spiegato di abitare a Lugano, a poca distanza da Panzarasa ma di averlo scoperto solo recentemente. I prigionieri di Hereford pubblicavano un giornale dal titolo “Volontà”, tra di essi c’erano lo scultore Alberto Burri, lo scrittore Giuseppe Berto, Gaetano Tumiati. I libri dei prigionieri, ha aggiunto, sono stati chiosati in modo da dimostrare l’indegno comportamento che i prigionieri avrebbero avuto, questo il motivo per pubblicare i libri per conto proprio. Avendo necessità di “un posto nostro dove dirigere la nostra memoria”, hanno creato questo l’Istituto, e ringrazia l’ingegnere Emilio Coccia, presidente dei prigionieri in Sudafrica, lì presente.
Cosa da ribadire infine, secondo Fornaro, è che non sono state rispettate le convenzioni di Ginevra, ad esempio quando i prigionieri sono stati separati, la truppa inviata in Sudafrica a lavorare dove c’era bisogno di manodopera, mentre gli ufficiali in India. Chi parlava di portare la libertà avrebbe dovuto quantomeno rispettare le convenzioni sui prigionieri.
Ci si permetta a questo punto una osservazione personale: chi non si dichiarava portatore di libertà era forse esente dal rispetto delle convenzioni internazionali? Minare navi ospedale è rispettoso delle convenzioni, ad esempio?
Fornaro ha aggiunto che ora “abbiamo una base comune” (riferendosi alla sede dell’Istituto) e che è necessario studiare i 5 anni dal 1940 al 1945 che però sono anni che abbracciano tutto il ‘900, non per niente una stanza dell’Istituto è sede dell’Associazione culturale 900. La II guerra mondiale non è un evento nato per caso o per la follia di qualche dittatore, ma si riferisce alla I guerra mondiale, agli anni successivi ed anche quelli precedenti, quando ci furono tante ingiustizie che rimangono ancora oggi. È per un senso di giustizia, ha detto, che dobbiamo evidenziare le cose che abbiamo fatto.
Infine Panzarasa ha concluso limitandosi a ringraziare tutti e ricordare altri commilitoni.

Dopo il resoconto dell’inaugurazione è doveroso, per approfondire l’argomento, fare alcuni chiarimenti.
Innanzitutto un breve accenno ai “volontari di Francia”, il gruppo di italiani emigrati in Francia che dopo l’8/9/43 si presentarono al comando sommergibili italiani di Bordeaux per essere incorporati nel Battaglione “Longobardo” della Marina della RSI. Dopo lo sbarco alleato in Normandia, questi volontari furono inviati in Italia per la lotta antipartigiana: la terza compagnia agì in Piemonte e poi nel Veneto, sciogliendosi a Thiene il 29/4/45, mentre la quarta compagnia fu inviata subito nel Veneto. Successivamente fu scorporato un gruppo che passò alla Divisione SS italiana, mentre i rimanenti andarono a formare la compagnia “Fulmine” della Decima Mas, impiegata nella battaglia della Selva di Tarnova contro l’esercito di liberazione jugoslavo.
(in http://www.decima-mas.net/apps/index.php?pid=98)-.

Una breve nota anche sull’Associazione 900, che come abbiamo visto vede tra i propri animatori Marina Marzi, ma anche Angelo Lippi (fratello del vicesindaco di Trieste Gilberto Paris) e sostiene di occuparsi di ricerche storiche. Nel 2001 fece scalpore l’organizzazione del convegno “atmosfere in nero” che avrebbe visto, tra gli altri, la partecipazione di un ex membro della SS, Christian de la Mazière, per parlare degli intellettuali Celine, Brasillach e Drieu de la Rochelle,
Successivamente la 900 ha rivendicato la collaborazione con il free lance veronese Franco Nerozzi che era stato inquisito nell’ambito di indagini condotte da due Procure per un giro di “mercenari” triestini, mercanti d’armi e di armati da mandare in varie parti “calde” del mondo a destabilizzare (o ristabilire l’ordine, a seconda di chi è il committente del lavoro) in zone come le isole Comore, ma anche la Bosnia, il Ruanda, la Birmania. Il “Piccolo” (6/5/05) ha scritto che davanti al GIP veronese “il triestino Fabio Leva (…) ha patteggiato una pena a un anno e dieci mesi di reclusione, ed ha “patteggiato la stessa pena anche il giornalista (…) Franco Nerozzi”.

Che la gestazione di questo istituto dati da tempo si vede in http://www.azionetradizionale.com/2007/10/06/recensione-il-passaggio-del-testimone-29-settembre/ dove leggiamo (i virgolettati sono citazioni dall’articolo) che il 29 settembre 2007 (data scelta evidentemente non a caso perché nel giorno di San Michele Arcangelo “la Guardia di Ferro romena usava prestare giuramento sul nome dell’arcangelo Michele” e poi “genetliaco di Luigi Ciavardini”, il più giovane condannato per la strage di Bologna del 1980) si è svolto a Roma il convegno dal titolo “Il passaggio del testimone – Dalla RSI ai militanti del Terzo Millennio”. Interventi di Rutilio Sermonti, “combattente della seconda guerra mondiale, storico e scrittore” (che “con la sua voce stentorea ed esplosiva come lo scoppio di una Srcm” ha invitato i giovani a riprendere gli “ideali” del Ventennio); Marco Pirina, fondatore del centro studi e ricerche Silentes Loquimur, che ha ricordato le sue “ultime missioni” di “recupero delle salme” di vittime dei partigiani; Marina Marzi dell’Associazione 900 di Trieste (che “ha segnalato ai presenti la prossima apertura, resa possibile grazie al contributo di Panzarasa, di un archivio storico privato e di una biblioteca pubblica sulla RSI e sui fatti di Trieste del 1953”); Carlo Panzarasa, combattente RSI, storico, scrittore e istitutore dell’omonima fondazione e Mario Merlino, poeta e autore teatrale.

CHI È MARIA PASQUINELLI?
Infine una breve biografia di Maria Pasquinelli. Già insegnante di mistica fascista, si recò come crocerossina in Africa e lì si travestì da uomo per combattere con l’esercito italiano (per questo motivo fu espulsa dalla CRI); dopo l’8/9/43 giunse nella Venezia Giulia per raccogliere notizie sulle foibe e preparò una relazione “sul problema giuliano” da consegnare alla “Franchi” (l’organizzazione di Edgardo Sogno); funse da ufficiale di collegamento tra i servizi segreti della X Mas e gli occupatori nazifascisti nella Venezia Giulia, e tra il ‘44 ed il ‘45 si impegnò a cercare contatti operativi tra la Divisione partigiana friulana “Osoppo” e la Decima stessa in modo da creare un fronte comune “antislavo” contro la brigata Garibaldi . Il 10 febbraio 1947, in occasione della firma del trattato di pace, andò nella città di Pola dove uccise a bruciapelo il generale britannico Robin de Winton, in “segno di protesta” perché l’Istria e la Dalmazia erano state assegnate alla Jugoslavia. Condannata a morte dalla Corte Alleata, la pena le fu commutata nell’ergastolo e fu trasferita in Italia, dove, alcuni anni dopo, le fu concessa la libertà vigilata. Da qualche anno è in atto una campagna (tramite pubblicazioni, conferenze, addirittura letture sceniche) che vuole dare un’interpretazione eroica del suo esecrabile atto assassino.

novembre 2010

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