Articolo

      Mučeniška Pot


Incidente Di Corgnale (Lokev).

INCIDENTE DI CORGNALE

L’Unione degli Istriani aveva organizzato, per il 28 febbraio 2009 una “commemorazione” presso la foiba Golobivnica in località Corgnale di Divaccia (Lokev, in territorio sloveno a poca distanza dal confine), con la motivazione che nella voragine sarebbero state “infoibate” centinaia di persone, tra cui diversi militari di nazionalità italiana e tedesca, ma “soprattutto inermi civili deportati durante i famigerati 40 giorni di occupazione jugoslava di Trieste”. In realtà, a parte alcune testimonianze orali non trascritte che parlano di 250 militari tedeschi fucilati e gettati nella voragine e fatto salvo un duplice omicidio (fratello e sorella) avvenuto nel 1943 per motivi non ben chiariti, non esiste alcuna documentazione attendibile riguardo ad altri eccidi. Della “testimonianza chiave” parleremo dopo, intanto leggiamo cosa sarebbe successo a Corgnale secondo un comunicato stampa dell’Unione degli Istriani (28/2/09):
“Folto gruppo di sloveni avvinazzati, muniti di bastoni, punte di ferro e in divisa partigiana, ed esponenti della minoranza slovena in Italia con la “neutralità” della Polizia locale impediscono agli esuli la deposizione di fiori alla foiba di Golobivnica, a Corgnale di Divaccia, nonostante le autorizzazioni (…) si proseguiva in marcia silenziosa con un crocifisso in segno di pace e misericordia, da lontano si udivano dei canti. Ad accoglierli, al grido del mai dimenticato e sopito motto di odio e vendetta “smrt fašizmu, svoboda narodu”, gli esuli hanno trovato una gruppo di persone inferocito, in perfetta divisa partigiana e titovka in testa con stella rossa, tra i quali molti giovinastri avvinazzati, e manifestamente pronti al contatto fisico. Alcuni di loro tenevano in mano dei bastoni con punte di ferro e diverse fotografie del periodo bellico, tra le quali immagini dell’incendio del Balkan e di alcuni partigiani, presumibilmente slavi, riversi a terra. Incredibilmente, in prima fila, c’erano diversi bambini in tuta mimetica e berretta con stella rossa. Una strumentalizzazione pazzesca”.
Al di là dell’esagerazione retorica della descrizione, ciò che è veramente accaduto a Corgnale è che alcune organizzazioni slovene (Iniziativa del litorale e Tigr) avevano indetto una manifestazione di protesta, alla quale avevano preso parte anche alcuni cittadini italiani di lingua slovena. I “bastoni con la punta di ferro” rimarcati dal comunicato erano in realtà le aste delle bandiere (tutte le aste hanno una punta). D’altra parte, dalle foto e dai filmati proiettati dalla stessa Unione degli Istriani, non ci è sembrato di vedere gente “avvinazzata” né “pronta al contatto fisico”, ma semplicemente una contestazione forse un po’ troppo esplicita per i gusti dei “pellegrini”, come essi stessi si sono definiti in un successivo comunicato stampa.
Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione, è un ottimo comunicatore, ed ha più volte evidenziato (nella conferenza del 3 marzo scorso, nel corso della quale sono state anche proiettate foto e riprese della manifestazione) che il gruppo da lui presieduto aveva tutte le autorizzazioni e l’intenzione era “soltanto” di andare a commemorare “i martiri delle foibe” (altre volte ha detto “i loro martiri”), scegliendo in questo caso una cavità, la Golobivnica oltre confine, perché “Basovizza è un simbolo”, e di qui la decisione di “imparare a conoscere le altre cavità del nostro circondario”. Cioè di volta in volta troveremo manifestazioni organizzate dall’Unione degli istriani su varie grotte, di là del confine, dove loro sono convinti che siano stati infoibati “i loro morti” (ma i soldati tedeschi sono anche “loro morti”)? Il ragionamento di Lacota è basato su quello che egli stesso ha definito “principio di reciprocità”, cioè come è permesso in Italia di venire a commemorare i fucilati di Basovizza (e qui citiamo le parole di Giorgio Rustia nel corso della manifestazione di Lokev: “nessuno vi impedisce di venire a commemorare i quattro terroristi assassini di Basovizza perché noi siamo gente civile”, concetto di civiltà subito confermato dalla signora che gridava “s’ciavi resta s’ciavi”), così loro rivendicano “il diritto di andare nei nostri monumenti, che sono monumenti naturali, le foibe, le grotte”.
Il fatto che Lacota abbia ripetuto svariate volte che loro erano andati oltre confine “senza intenzioni intimidatorie ma solo per onorare i nostri morti” può suscitare qualche sospetto in chi ascolta e sa che non sono stati accusati di essere stati “intimidatori” ma che semplicemente era la commemorazione ritenuta non opportuna per vari motivi, tra i quali, opinione nostra, l’atteggiamento col quale queste persone si sono recate a Lokev. Come si fa a scandalizzarsi, andando in Slovenia, se si trova gente che canta in sloveno (“non capivo cosa ma erano chiaramente canti partigiani”, ha detto Lacota: non è essere prevenuti, questo?), e come si fa a definire la bandiera solenne della Divisione Garibaldi, nonché il simbolo ufficiale della comunità italiana in Jugoslavia “un tricolore lordato della stella rossa”, perché “chi ha sofferto come hanno sofferto gli istriani capisce che questa non era una semplice provocazione, era un insulto”. Eppure non è stato il tricolore con la stella rossa ad essere portato a casa degli “istriani”, sono stati gli “istriani” a recarsi a Lokev, indossando tricolori italiani in un Paese sovrano (dove a Trieste ha fatto scandalo che il nastro per l’inaugurazione di una scuola con lingua di insegnamento slovena fosse con il tricolore sloveno, si ricordi), con la scusa di “onorare i nostri morti”: quali morti? sicuramente in quella grotta non giacciono resti di morti collegati con i rappresentanti dell’Unione degli istriani. Possiamo concordare con Lacota che la loro non è stata una “intimidazione”, piuttosto a noi è sembrata molto simile ad una provocazione, visto che si sono recati a casa d’altri con atteggiamento da padroni più che non da ospiti.
D’altra parte, assistendo alla conferenza del 3 marzo abbiamo potuto rilevare come, di fronte alle frasi espresse da Lacota con toni di tolleranza, pacatezza e ragionevolezza (i toni, attenzione, non i contenuti), la risposta della platea è stata del tutto preoccupante. Citiamo, a casaccio, un po’ di espressioni sentite durante la manifestazione (le riportiamo così come sono state dette, in dialetto, ma pensiamo siano ugualmente comprensibili).
“Come i ghe permetti de andar con la bandiera con la stella rossa? Xe vilipendio delo stato!”; “veder quele bandiere miscia el stomigo”; “me vien nostalgia… sì nostalgia de mazarli”; “la polizia s’ciava no ga fato gnente, ma i nostri no ga avù coragio”; “slavi xe falsi, brutalmente, orribilmente falsi”; “dopia pension i ghe vol dar”; “ghe gavemo dado tuto”; “bisognassi identificarli e andarli a cior uno per uno”; “gnanche un fior in una tomba i ne ga lassà portar”; “che gente, gnanca i Zulu”: “no, ti te ofendi i Zulu” “occhio per occhio, cari”, “s’ciavo resta s’ciavo”, “sotto sotto s’ciavi resta”.
E poi il discorso della “strumentalizzazione” dei bambini vestiti da “partigiani”: perché considerare questo una “strumentalizzazione”, come se dei ragazzini non potessero da soli decidere di indossare una titovka per andare a manifestare, mentre quando si sono distribuiti i kit tricolori nelle scuole elementari fornendo ai bambini magliette bianche, rosse e verdi da indossare per poi portarli nella centralissima piazza Unità e disporli in modo da formare la “bandiera italiana più grande del mondo” per fotografarli dall’alto, tutto ciò non era “strumentalizzazione” ma “patriottismo”?
Alla fine della conferenza Lacota ha negato la parola al professor Samo Pahor, triestino di lingua slovena, che l’aveva chiesta dato che la sua immagine tra i partecipanti alla “contestazione” era stata più e più volte proiettata sul maxischermo e voleva spiegare i motivi per cui si trovava sul posto. Non solo non gli è stato permesso di parlare, ma è stato aggredito verbalmente (probabilmente qualcuno lo avrebbe aggredito anche fisicamente, se non fosse intervenuta la polizia: infatti qualcuno nella sala ha gridato “ecco che el ga paura el va dela polizia”) e tra i vari insulti si è distinta una signora che gli ha gridato “ecco gli infoibatori, maledetti infoibatori, i ne ga infoibado tuti quanti”, frase che può ben sintetizzare la lucidità mentale di molti degli astanti, che dall’aggressività che esprimevano si erano evidentemente recati alla conferenza per poter dare sfogo ai propri rancori e non aspettavano altro che potersela prendere con qualcuno.
Tornando alle cose che ha detto Lacota, riguardo alla richiesta di scuse dovute da tutta la comunità slovena, perché non sono bastate quelle della senatrice Tamara Blažina (che del resto non rappresenta tutta la comunità slovena): di cosa si dovrebbe scusare la comunità slovena? Che qualcuno di loro ha espresso le proprie idee e le proprie posizioni, esattamente come ha fatto la delegazione istriana a Lokev? Con quale diritto Lacota pretende da una comunità intera delle scuse (ammesso e non concesso che siano dovute) per un fatto di cui si sono rese responsabili solo alcune persone: e che cosa ne sa Lacota, se tra quelle persone non vi erano anche appartenenti ad altre comunità, oltre a quella slovena? È un comportamento tipico dei razzisti il coinvolgere un intero popolo per qualcosa che può essere attribuita ad uno o più di suoi componenti. Ricordiamo che il popolo ebraico era stato discriminato e perseguitato perché considerati tutti “assassini di Cristo”; e tralasciamo la storia più recente, le leggi razziali del nazifascismo, fino a quanto si legge sulla stampa, che dipinge tutti i Romeni come criminali, stupratori eccetera.
Nel caso di Corgnale non si tratta di porgere o ricevere scuse, si tratta di rispetto, rispetto per i morti e rispetto per i vivi, dove il rispetto per i vivi sta nel non imporre una “crociata” in un altro paese per motivi del tutto strumentali ed il rispetto per i morti sta anche nel non strumentalizzarli a scopi propri, come quando si pone una lapide sulla foiba 149 (dove è provato storicamente che sono stati sepolti solo soldati germanici) sulla quale si ricordano i “caduti Istriani, Fiumani e Dalmati” dei quali non v’è mai stata traccia in quel luogo.
Infine, riguardo alle prove degli “infoibamenti” nella Golobivnica abbiamo solo le dichiarazioni di un certo Ennio Fonda, dal Brasile (cercando in Internet risulta un professor Ennio Fonda all’Università di San Paolo del Brasile nel 1962), rilasciate non si sa quando né a chi. Nella sua dichiarazione Fonda, seminarista, afferma di essere diventato un ufficiale dell’esercito nazista perché non voleva entrare nei domobranci; durante la guerra fu interprete ad Alessandria e rientrò a Lokev solo nell’agosto del 1945. Non assistette ad alcuna esecuzione, disse che dalla Golobivnica non fu operato alcun recupero di salme e nella sua cosiddetta “testimonianza” si limita a riferire cose dette o scritte da altri (che non trovano conferma altrove), ai quali bisognerebbe rivolgersi, dice, per avere altri particolari.
A questo punto ciò che possiamo dire a Lacota è semplicemente: volete la verità storica? Si svuotino le foibe segnalate come luoghi di esecuzioni (Basovizza compresa), si veda chi c’è finito dentro (e soprattutto se c’è finito), si confrontino questi dati con quelli dei recuperi già effettuati e poi ne riparliamo. Altrimenti sono solo parole al vento, il cui unico risultato è quello di creare tensione anche a livello di rapporti internazionali.

marzo 2009

Questo articolo è stato letto 2347 volte.

Contatore Visite