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Incontro Fini e Violante a Trieste 2015

DELLA SERIE:
“IL COLPEVOLE TORNA SEMPRE SUL LUOGO DEL DELITTO”.

Replicando l’incontro del volemosse bene tra antifascisti e ragazzi di Salò del 1998, diciassette anni dopo si sono ritrovati nuovamente a Trieste, e proprio per la ricorrenza del 10 febbraio, gli ex esponenti politici Gianfranco Fini e Luciano Violante, in una sorta di rimpatriata del revisionismo storico più deteriore.
Attizzati anche dall’intervento di un giornalista che ha parlato di una “casa editrice” a Trieste dove le foibe vengono descritte come “una simulazione” (ci piacerebbe sapere a quale casa editrice si riferisse…), aggiungendo che è necessario “neutralizzare” questo “filone che fa accapponare la pelle”, mediante un’iniziativa “simbolica” (?), magari parlamentare, “fermo restando (bontà sua, n.d.r.) la libertà d’espressione”, concludendo ricordando che, se è vero che da una parte si è arrivati all’Isis e quello che è stato fatto a Charlie Hebdo, non è però “tollerabile che si pubblichino testi infamanti e disgustosi”.
A questo intervento che definire diffamatorio e forcaiolo è dir poco, hanno risposto Fini e Violante (dove il secondo ha superato a destra il primo, diciamo subito). Fini ha concordato con la necessità di “levare gli scudi” contro questa “scellerata casa editrice”, ma ha aggiunto che non ritiene opportuno sanzionare o portare in tribunale questi casi (forse perché ha paura che in un’aula di giustizia verrebbe riconosciuta la validità di certe ricerche e la falsità di altre affermazioni, come le “oltre diecimila vittime gettate nelle cavità carsiche ai confini orientali del nostro Paese tra il 1943 e il 1945 per ordine del dittatore jugoslavo Tito intenzionato a slavizzare territori che erano stati a lungo italiani, come l’Istria e Fiume” ?), ma piuttosto di “mettere all’indice” certe pubblicazioni, anche se non bisogna avere nostalgia del periodo in cui si “bruciavano in piazza i libri”.
Violante, da ex magistrato, ha fatto delle affermazioni ancora più gravi: dopo avere chiarito che nel caso delle foibe più che di “negazionismo” si deve parlare di “riduzionismo”, in quanto il problema è che le foibe vengono contestualizzate in un più ampio contesto storico (cosa che, ci consenta signor giudice, è semplicemente logica e doverosa, a fronte di tante boiate che vengono diffuse dai propagandisti); quindi non si tratta di un “problema storico” ma di un mancato rispetto della sofferenza di chi ha patito le violenze, e su questo deve intervenire lo Stato con le proprie leggi.
In pratica, anche se diciamo il vero (cioè che gli “infoibati” non furono migliaia) e siamo storicamente corretti, il fatto che questo offenda la memoria dei parenti degli “infoibati” dovrebbe essere penalmente perseguibile?
Se questo non è regime, ci si avvicina molto.

febbraio 2015.

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