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Intervento del Generale Mario Mori a Gorizia.

IL GENERALE MARIO MORI A GORIZIA (29/4/16).
Il generale dei Carabinieri Mario Mori (recentemente assolto a Palermo perché accusato di “collusione mafiosa” nell’ambito della presunta trattativa stato-mafia, in quanto avrebbe ostacolato la cattura di Bernardo Provenzano) è in tour per presentare il suo libro sui “servizi e segreti”, il cui editore è una società in cui ha investito il suo ex braccio destro, il capitano Giuseppe De Donno, che era stato anch'egli accusato di avere partecipato alle presunte trattative stato-mafia (poi prosciolto come il suo ex superiore).
Mori ha parlato a lungo, ma in concreto ha detto poco (ha parlato per lo più della questione del nuovo del terrorismo islamico, confrontandolo con l’attività del terrorismo medio-orientale degli anni ‘70 e poi del caso Regeni, sul quale torneremo dopo); ha fatto solo brevi cenni sulla sua attività contro le Brigate rosse e di lotta alla mafia. In questo contesto ha dato una punzecchiatura ai magistrati che non “capivano” il suo metodo, già usato per le Brigate rosse, di non arrestare i mafiosi identificati, in modo da seguirli per arrivare ai complici: metodo che (a parere nostro, ovviamente) può essere condiviso quando si parla di pesci piccoli, ma dato che Mori ha sostenuto che lui ha arrestato Riina a malincuore perché avrebbe potuto seguirlo ed arrivare ad arrestare tutti quelli che partecipavano alla riunione cui lui stava andando, noi (che pure non siamo del mestiere) pensiamo però che alla fine c’è sempre qualcuno che rimane fuori. Perché può venire il dubbio che una volta arrivato alla riunione forse Mori avrebbe lasciato perdere gli arresti per cercare di prendere ancora qualcun altro, ma noi consideriamo che Riina non era un picciotto ma “il capo dei capi”, e forse è stato giusto arrestarlo in quel momento e non aspettare chissà quale altra occasione e nel frattempo lasciarlo a piede libero.
Ma per questo motivo, ha concluso il generale, lui è diventato una “vittima”, incompreso dai magistrati.
Un argomento che Mori non ha trattato (come invece ci saremmo aspettati, tenuto conto che la conferenza era stata organizzata dall’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia e che Mori è nato nel 1939 a Postumia, dove prestava servizio il padre, anch’egli ufficiale dei Carabinieri), è il ruolo dei servizi italiani al confine orientale, e nella strategia della tensione.
Ha invece parlato della tragica morte di Giulio Regeni, sostenendo che sarebbe stato inviato al Cairo da una sua insegnante di Cambridge, su suggerimento di “qualcuno” dei Servizi segreti britannici, per prendere contatti con i sindacati egiziani in modo da raccogliere informazioni che potessero servire sia all’attività accademica del giovane ricercatore, sia all’intelligence di Sua Maestà.
(Osserviamo tra parentesi che questa interpretazione è molto simile a quella che ne dà il reporter di guerra Fausto Biloslavo, noto a Trieste per il suo passato di attivista nel Fronte della gioventù e per avere fondato, assieme agli ex camerati Almerigo Grilz e Gian Micalessin, l’agenzia giornalistica Albatross).
La curiosità e la caparbietà di Regeni nel cercare contatti ed informazioni avrebbero però insospettito i servizi egiziani, che lo “attenzionarono”, e credendo che fosse a conoscenza di cose per loro interessanti, lo avrebbero preso, torturato per fargli dire cose che lui non era in grado di dire, e questo avrebbe causato la sua morte. Successivamente il suo corpo non fu portato nel deserto in modo da farlo scomparire per sempre, come si usa fare in Egitto per gli oppositori locali, ma il suo ritrovamento sarebbe stato organizzato da una fazione politica che avrebbe visto in questo un modo per mettere in crisi il governo egiziano, dato che, come prevedibile, il governo italiano ha preteso venisse fatta chiarezza sull’assassinio del proprio cittadino.
Infine il generale ha osservato che dopo l’incidente diplomatico tra Italia ed Egitto, si è attivato nel paese nordafricano il presidente francese Hollande, che è riuscito ad ottenere commesse che avrebbero potuto essere italiane se non fosse stato sollevato il “caso Regeni”, chiosando che “con tutto il rispetto per Regeni” in politica internazionale “bisogna essere cinici”.
Nell’insieme l’intervista (gestita dal giornalista Rai Andrea Romoli, che è anche riservista dell’Esercito e che ha al suo attivo, ci è stato detto, diverse missioni in zone di guerra), è stata interessante in quanto il generale Mori non ha detto nulla di significativo o di nuovo, e ce ne domandiamo il motivo.
Una sua affermazione che ci ha però colpito è quando ha detto che il mondo politico italiano dalla fine della seconda guerra mondiale non ha mai capito niente di servizi segreti, e che a fronte di un buon livello qualitativo degli agenti, ci troviamo di fronte a dirigenti che non sono adatti perché scelti da un mondo politico incompetente.
Considerando che Mori è stato dirigente del Sisde (il servizio di informazioni civile) dal 2001 al 2006, ci domandiamo come dobbiamo considerare questa sua valutazione, se come un’autocritica o che altro.

Maggio 2016.

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